Approvate dal Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini in gonnella
Missioni militari italiane in Iraq contro lo Stato islamico
Altre due missioni militari in Somalia e Tunisia
Ritirare tutte le missioni militari all'estero

Il comunicato emesso dal Consiglio dei Ministri che si è riunito giovedì 14 maggio 2026 a Palazzo Chigi e presieduto da Mussolini in gonnella, Giorgia Meloni, ci informa che tra la ratifica di tre accordi con la Repubblica dell’Uzbekistan, l'estensione a tempo indeterminato di quello del 2003 sulla cooperazione giudiziaria con l'Algeria e varie azioni relative all'8 per mille, a programmi di investimento, a questioni regionali e via elencando ha approvato anche “la prosecuzione delle missioni internazionali e delle iniziative di cooperazione allo sviluppo e l’avvio di nuove missioni internazionali per il 2026”.
La delibera è stata inviata alla camere e in attesa dei passaggi parlamentari vediamo cosa ci sta scritto nelle due parti, dedicata la prima al bilancio degli interventi nel corso del 2025, che sono confermati, e la seconda che indica “le missioni internazionali che il Governo intende proseguire nel periodo 1° gennaio 2026 - 31 dicembre 2026”, ossia indica quali sono negli attuali scenari internazionali quelli che il governo della neofascista Meloni ritiene prioritari per l'imperialismo italiano: “a fronte di un impegno del nostro Paese sul piano globale in difesa dei principi di libertà, legalità e democrazia e a tutela dei nostri interessi politici ed economici, Mediterraneo, Africa e Balcani rimangono i teatri di principale coinvolgimento dell’Italia nelle missioni internazionali”.
Al primo posto dei nuovi impegni il ripristino della missione in Iraq contro lo Stato islamico istituita oltre 10 anni fa nell'ambito della Coalizione dei volenterosi a guida Usa e che era stata quasi smantellata appena due mesi fa. Un comunicato del ministero della Difesa del 14 marzo scorso annunciava che 70 dei 140 soldati rimasti a Camp Singara presso Erbil, nel Kurdistan iracheno, sarebbero rientrati in Italia dopo che era sta colpita da un drone iraniano probabilmente diretto alla adiacente base Usa. Era in pieno svolgimento la guerra di aggressione dei criminali Trump e Netanyahu all'Iran col coinvolgimento delle numerose basi Usa già presenti nella regione. Il Consiglio supremo di difesa riunito al Quirinale, nella nota diffusa dal Colle indicava la necessità della ”tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree” ma anche il mantenimento dell'impegno preso con gli alleati imperialisti e infatti il ritiro era parziale e a Erbil rimaneva un nucleo di una cinquantina di soldati; in altre parole voleva dire che si possono ridimensionare o evacuare totalmente i contingenti ma solo provvisoriamente. “Non è la nostra guerra”, aveva sottolineato Crosetto.
A due mesi di distanza il governo della neofascista Meloni ragiona come se la guerra fosse finita e si preoccupa solo di recuperare lo spazio conquistato dall'imperialismo italiano nella regione e il posto accanto all'alleato Trump, dopo la farsa della presa di distanza a parole. Intanto il governo ragiona con gli alleati imperialisti europei la mossa puramente strumentale della partecipazione alla missione navale nel Golfo coi cacciamine, dato che anche una nota del 30 maggio dell'americana Nbc riportava alcune fonti delle forze armate americane che sostengono di non avere identificato in modo definitivo alcuna mina durante le ripetute ricerche a Hormuz, dove peraltro gli iraniani fanno già passare le navi di paesi non coinvolti nell'aggressione. E comunque intanto rimette in funzione la base di Camp Singara a Erbil.
“In un contesto internazionale in continua evoluzione, e a seguito della riconfigurazione dell'impegno della Coalition of Willings (Coalizione dei volenterosi, ndr) nel contrasto alla minaccia terroristica del Daesh, si rende necessaria una nuova articolazione della presenza italiana nella Regione, che si aggiunge alle missioni ed operazioni già esistenti nell’area”, spiegano la delibera e gli allegati approvati dal Consiglio dei ministri del 14 maggio e “al fine di ottimizzare il contributo della Difesa, in funzione del perseguimento degli interessi nazionali prevalenti, l’avvio di nuova missione Bilaterale Iraq permetterà di garantire la continuità del supporto italiano alle forze di sicurezza irachene, consolidando al contempo la stabilità e la sicurezza dell'area”.
Infatti è previsto il ripristino della presenza militare a Erbil, 196 soldati, compresi volontari della Croce Rossa e del Corpo infermieri, dotati di 5 mezzi aerei e col compito di supportare le forze irachene in ambito di polizia, intelligence, cybersicurezza, esercitazioni ed equipaggiamento. Da ricordare che le reti finanziarie e i sistemi di difesa occidentali, Italia in testa, sono profondamente integrati con i software sionisti, vedi la vicenda in Italia e in altri paesi del software spia Pegasus della sionista NSO Group e per questo inserito nel novembre 2021 nella lista nera dal governo Usa, che garantiscono più che la cosiddetta sicurezza informatica dei clienti alleati le informazioni per i gestori del Mossad.
La scheda della missione ricorda che “vi è del personale militare impiegato negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait, in Bahrain, in Qatar e negli USA con l’obiettivo di rispondere alle esigenze connesse con le missioni internazionali in Medio Oriente e Asia” e quindi il rilancio della missione in Iraq “si va ad inserire nel quadro geografico e strategico previsto per le missioni già esistenti in Iraq e nel Medio-Oriente” e in particolare con quella umanitaria “per supportare la popolazione civile colpita dal conflitto nella Striscia di Gaza”, che esiste solo nei comunicati della Farnesina e che il comunicato presenta come ”l’Operazione Levante per il contributo nazionale in esito al conflitto Israele-Hamas” con la possibilità di spostare mezzi e uomini da una missione all'altra in base alle necessità militari; ossia dato che il “pericolo” dello Stato islamico è ridotto a pochi gruppi armati tenuti d'occhio nel nordovest dell'Iraq cambia la ragione sociale dell'intervento militare ora dedicato ai conflitti attuali. La missione che si specifica “non ha un termine di scadenza predeterminato” è finanziata nel bilancio della Difesa con 9,5 milioni di euro nel 2026 e 3,1 nel 2027.
La seconda missione dell'elenco riguarda l'intervento in Somalia e prevede un contingente di 45 militari, dotati di 2 mezzi terrestri e un budget di 3,4 milioni di euro nel 2026 e 600 mila nel 2027. Formazione dei militari del governo di Mogadiscio, sul posto e in scuole di formazione militare in Italia, dedicata n particolare agli interventi nelle aree legate alla sicurezza marittima, considerata l’importanza strategica della costa somala per favorire l'intervento a fianco delle coalizioni militari imperialiste impegnate nel controllo marittimo, naturalmente “per allineare le strategie di sicurezza in risposta alle minacce regionali”. Non manca nella scheda il riferimento al “supporto nello sviluppo di capacità nella cyber security”. Forse non è un caso che nella scheda sia del tutto ignorata la questione della separazione del 1991 della regione settentrionale del Somaliland ma che di recente è tornata alla ribalta dopo che lo scorso 26 dicembre è stata riconosciuta ufficialmente per la prima volta da un paese, dall'entità sionista che ha subito dichiarato di voler costruire una base militare proprio sul golfo di Aden, all'uscita del Mar Rosso.
“La missione di cooperazione è una partnership strategica basata sulla fiducia e sul rispetto reciproco, con l’obiettivo ultimo di rendere la Somalia un attore stabile e capace di garantire la propria sicurezza e contribuire alla stabilità regionale”, recita non senza mancanza di senso del ridicolo un impegno affidato a qualche decina di militari e addetti della Croce Rossa la scheda della missione, che come la prima “non ha un termine di scadenza predeterminato”. Il senso della missione per l'imperialismo italiano è spiegato dalla volontà di Mussolini in gonnella di tenere un piede nella ex colonia italiana e realizzare il collegamento di Mogadiscio con le altre presenze militari nella regione del Corno d'Africa che tra quelle elencate ci sono quelle con sede a Gibuti (ufficio di collegamento), Nairobi (cellula di sostegno), Maputo (Mozambico, sede del comando della Missioni EUMAM Mozambico), Chimoio (Dongo training area) e Katembe (Mozambico).
La terza missione in ordine di importanza messa in lista tra le nuove è quella che riguarda la consulenza alla Guardia nazionale marittima tunisina in funzione antimigranti. Il modello è quello già sperimentato con la Guardia costiera libica impegnata contro le navi delle ong e i barconi dei migranti. Due ufficiali e 20 militari della Guardia di finanza saranno impegnati nella missione in Tunisia per “la consulenza, assistenza, supporto tecnico e addestramento a favore della locale Garde Nationale Maritime” in particolare “in merito al mantenimento in efficienza delle unità navali cedute dall’Italia, anche nell’ambito di progettualità europee”, attività che saranno svolte nelle basi di Tunisi e Sfax. A bilancio del ministero dell’economia e delle finanze sono stanziati 6 milioni di euro per il 2026 e 2,.7per il 2027.
Delle missioni in corso citiamo quella dell'Unifil in Libano il cui mandato terminerà a fine anno, se la guerra dell'alleato criminale sionista Netanyahu non la spazzerà via anzitempo noncurante delle ripetute telefonate di protesta del ministro Tajani. Il governo italiano auspica una nuova missione sotto il mandato Onu e annuncia che presto la chiederà al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E ciò mentre gli sviluppi della guerra di aggressione sionista al Libano stanno mettendo in chiaro che l'obiettivo dichiarato del criminale Netanyahu è quello di occuparne un pezzo fino al fiume Litani e forse oltre. Una missione italiana che dunque finirà per avallare tale occupazione, a meno che non intenda mettere anche l'Onu al servizio del progetto sionista del Grande Israele, come lo è già l'imperialismo italiano.
Il Consiglio dei ministri presieduto da Mussolini in gonnella non vuole togliere neanche uno dei tricolori imperialisti piantati sul mappamondo e invece di ritirare tutte le missioni militari all'estero, conferma quelle in atto o le rafforza o ne crea di nuove.

3 giugno 2026