Ad Amendolara (Cosenza)
Quattro braccianti immigrati bruciati vivi perché chiedevano ai caporali di essere pagati
Vittime del capitalismo, della schiavitù salariata, del caporalato e delle mafie vigenti nella Repubblica italiana di Mattarella e Meloni, Mussolini in gonnella
5 mila in corteo denunciano lo schiavismo nei campi
Erano transitati dalla Sardegna, prima di arrivare in Calabria, i quattro braccianti morti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara (Cosenza), lunedì 1 giugno scorso. Le vittime sono un pachistano, Waseem Khan, di 29 anni e gli afghani pashtun Amin Fazal Khogjani (28), Ullah Ismat Qiemi (19) e Safi Iayjad (27). "Bravissimi ragazzi che uscivano la mattina e tornavano la sera. Quando erano a casa era come se non si sentissero. Molto rispettosi ed educati", raccontano i vicini. Vivevano nell’appartamento da meno di due mesi. Uno dei quattro migranti uccisi "era solito, al rientro da lavoro, portare della frutta in dono al vicinato, soprattutto ai bambini", racconta un vicino.
Quattro braccianti bruciati da vivi e un sopravvissuto, Taj Mohammad Alamyar, che per saltare fuori dal van in fiamme ha dovuto ribaltare il sedile posteriore e lottare con uno dei due assassini poi arrestati.
Caporalato, 'ndrangheta e padronato
Dietro tutto questo, la piaga del caporalato e l’ombra della ’ndrangheta. Ma c’è molto da capire di questa storia di "crudeltà disumana", ha detto il procuratore capo di Castrovillari D’Alessio: "Non c’è collaborazione, dobbiamo sfaldare il muro di omertà". Poco prima della mattanza un carabiniere forestale li aveva visti litigare.
Due pachistani, Safeer Hahmed e Ali Raza, sono stati fermati, "gravemente indiziati", espressione mai così appropriata dopo aver visto il video che ha ripreso tutte le fasi di quello che sembra un vero e proprio agguato. Ma perché lo hanno fatto, perché ricorrere a una tale violenza in un distributore pieno di telecamere, lungo una statale trafficata da pendolari e vacanzieri? "Qual è il movente? Ci stiamo lavorando", si limita a dire il procuratore Alessandro D’Alessio in conferenza stampa.
Le parole dette ai cronisti dall’unico sopravvissuto "Non ci pagavano da un mese e noi ci siamo ribellati. È una delle ipotesi da verificare", aggiunge laconico il magistrato. Rocco Zuccarella è il presidente dell’azienda agricola dove le quattro vittime avrebbe lavorato fino agli ultimi giorni di maggio.
L’auto con sette persone a bordo si ferma alla stazione di servizio, Raza vestito di nero, alla guida del minivan, che scende apre il bagagliaio e innesca le fiamme (non è chiaro ancora se utilizzando il combustibile del distributore o se aveva già predisposto delle taniche), Ahmed con abiti bianchi che scende dall’altro lato, rompe la maniglia e poi impedisce che gli occupanti possano uscire, il fumo nero e le fiamme che avvolgono l’auto da cui riesce a uscire solo l’afghano Taj Mohammad Alamyar. Non c’è scampo invece per gli altri quattro. I corpi sono stati trovati carbonizzati, formalmente non è ancora stata confermata la loro identità.
I due avevano dei complici? Nel video si vede che si allontanano a piedi, c’era qualcuno ad aspettarli? "Potrebbero essersi allontanati a piedi nella vegetazione e poi utilizzato mezzi di fortuna", spiega il capo della Mobile. Negato un terzo fermo, non confermati né smentiti approfondimenti su un altro pachistano, un certo Kassan, di cui avrebbe parlato il sopravvissuto, indicandolo come "un tipo violento".
Tutti, sia le vittime che i presunti assassini, avevano regolare permesso di soggiorno. I quattro morti erano arrivati nella zona a metà di aprile. Mentre i due pachistani in carcere, in Italia uno dal 2018 e l’altro dal 2022, erano incensurati.
È confermato che poco prima della tragedia un carabiniere della Forestale si era trovato davanti l’auto con i migranti, aveva notato dei movimenti strani e che qualcuno gettava delle buste di plastica dal finestrino. Probabilmente la lite era già iniziata, il carabiniere li segue fino al distributore, mostra il tesserino e li ammonisce. Poi va via. Sono le 13:30, inizia la mattanza.
In teoria tutti i lavoratori avevano un regolare contratto – cominciato il 20 aprile dopo almeno tre settimane di nero totale – ma di soldi sin qui pare non ne avessero mai visti. L’accordo era per 45 euro a giornata di otto ore. Lunedì i due presunti killer avrebbero addirittura chiesto un contributo per il viaggio. Che però nessuno era disposto a dare. Sarebbe questa l’origine del litigio. Una tragedia dello sfruttamento. Alamyar, che di questa storia non è solo il superstite ma anche il testimone, a una mediatrice culturale della Flai Cgil ha raccontato che i due pachistani non erano intenzionati a pagare alcunché. Dicevano che per il vitto e l’alloggio a Vallepiana non c’erano problemi, ma di soldi era meglio non parlare. Ordini dall’alto di Kassan, pachistano, che darebbe ordini e li farebbe rispettare dietro la minaccia di usare le armi. I passeggeri del minivan dato alle fiamme hanno insistito per avere denaro. E chi li trasportava ha probabilmente deciso di dar loro una lezione. Non solo a loro, ma anche agli altri schiavizzati: colpirne cinque per ammonire e terrorizzare tutti gli altri. Nei mesi scorsi, si legge nelle cronache locali, di auto e furgoni dati alle fiamme se ne contano almeno 14. Mai però c’erano state delle vittime.
Caporalato e schiavismo nelle campagne
Il caporalato qui è sempre esistito ed è diffusissimo: dal territorio di Cosenza a Matera fino a Taranto, raccontano dalla Cgil dell’Alto Ionico. A nulla sono servite le denunce: le operazioni di contrasto sono state poche. L’ultima è del giugno del 2020: l’operazione "Demetra" che portò all’arresto di 60 persone e al sequestro di 14 aziende agricole tra la Calabria e la Basilicata per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. I braccianti, scrisse il gip nella sua ordinanza, "venivano trattati come scimmie".
Il procuratore di Castrovillari D’Alessio vuole partire dal rogo di Amendolara per vedere cosa c’è dietro. La Sibaritide è un territorio che ha tutte le caratteristiche perché il caporalato la faccia da padrone: forte richiesta di lavoratori stagionali nell’agricoltura, molte comunità etniche chiuse e separate tra loro, prossimità con le rotte di arrivo dei migranti. Investigatori, sindacalisti, attivisti e studiosi concordano sul fatto che dietro lo sfruttamento ci sia la ’ndrangheta, ma sin qui nessun processo è arrivato ad accertarlo. Del resto il caporalato è un fenomeno complicatissimo da leggere per via giudiziaria: è un sistema più che un’associazione a delinquere, una rete più che una catena. Nel senso che recidere un anello ha un valore solo contingente, perché il meccanismo non si spezza mai.
Dalla fine dell’estate del 2021 la tratta degli afghani sarebbe cresciuta di numero e di intensità. Si chiama "smuggling" il contrabbando di migranti che l’Onu definisce ufficialmente così: "Il procurare, al fine di ottenere un vantaggio finanziario o materiale, l’ingresso illegale in uno Stato di cui la persona non è cittadina o residente permanente". In Italia (e non solo) questo fenomeno incontra il caporalato, lo sfruttamento sistematico per pagare i debiti contratti per partire e, magari, per mandare anche qualcosa indietro alle famiglie rimaste a casa. Un circuito criminale, dal trafficante al caporale, che non risparmia nessuno: anche chi sfrutta e sceglie chi deve lavorare e chi no è a sua volta uno sfruttato. I due pachistani fermati per l’omicidio plurimo di Amendolara erano infatti anche loro raccoglitori di fragole. Kapò, manovalanza che un giorno magari serve in campagna e il giorno dopo serve nelle strade per lo spaccio o per altre faccende.
"Ogni azione investigativa parte dalla formulazione di un’ipotesi – dice D'alessio - ma la bravura di chi fa indagini sta nel costruire quell’ipotesi con ragionevolezza e poi verificarla con rigore" e per ora questo rigore è stato applicato alla ricostruzione dell’omicidio plurimo, dai litigi in macchina per gli stipendi mai pagati e per il "prezzo" del passaggio al lavoro fino all’incendio. La rottura delle maniglie degli sportelli è stata decisiva per rendere l’abitacolo una trappola mortale.
La premier Giorgia Meloni commenta: "L’Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie: è fondamentale fare piena luce su questo terribile crimine e assicurare tutti i responsabili alla giustizia". Ma che ha fatto di concreto il governo Meloni contro il caporalato? Niente. Sul caporalato, il procuratore D’Alessio sembra risponderle, facendo una serie di riflessioni durissime. Sul caporalato, denuncia un "coacervo di interessi", un "contesto minaccioso di stranieri su connazionali" ma anche di "ipocrisia dei nostri concittadini". Avverte che i "delinquenti non sono i mafiosi con la lupara, ma gente che si insinua nel tessuto sociale". Lamenta che "nessuno ci ha dato un’informazione che avesse un senso, nessuno ha collaborato". Per questo auspica che questa tragedia aiuti almeno "a sfaldare il muro dell’omertà".
Una manifestazione combattiva e partecipata
Sabato 6 giugno si è tenuta una manifestazione ad Amendolara promossa dalla Cgil che ha visto sfilare circa 5 mila manifestanti. Attiviste, operatori sociali, avvocate provenienti da Acquaformosa, Camini, Riace, dove l’accoglienza è agire quotidiano, fanno la spola dalla piazza della Cgil al corteo dell’Usb che invade la SS 106. C’è Francesco
Maria Sicilia, avvocato Asgi, che ragazzi come Waseem, Amin, Ullah e Safi, vittime del rogo, li riceve tutti i giorni nel suo studio. Francesco vede "un sistema ormai radicato. Non c’è bisogno più neanche delle minacce dirette, c’è un sentimento di paura sedimentata, paura di non lavorare, non potere aiutare i propri familiari, perdere il permesso di soggiorno. Questo sistema ha trasformato lo sfruttato nel primo caporale, alimentandosi di uno stato di necessità che è la genesi del crimine avvenuto qui. Non si può limitare tutto a una faida etnica". Qualcuno piange davanti alla corona di fiori depositata nel luogo dell’eccidio.
Ci sono i lavoratori agricoli di Mezzocannone, i veneti, gli operai dell’Emilia Romagna che hanno fatto 20 ore di viaggio per una manifestazione di due. "L’abbiamo organizzata in due giorni, è stato un miracolo – commenta il segretario
generale della Flai, Giovanni Mininni – abbiamo intercettato un sentimento di sgomento davanti alla barbara uccisione di lavoratori che vivevano in semi schiavitù, che andava espresso, c’era bisogno di incanalare energia per costruire la riscossa". Accanto a lui c’è il leader della Cgil, Maurizio Landini.
Resta sullo sfondo il fallimento del Pnrr: 200 milioni stanziati contro gli insediamenti abusivi. L’ultima relazione al Parlamento dice che i progetti ammessi saranno solo di 11 comuni, e non i 37 individuati, per una cifra di 24,8 milioni. Rimangono fuori territori molto sensibili del Foggiano come Borgo Mezzanone e Torretta Antonacci.
Pnrr a parte, non esiste un monitoraggio ordinato dei progetti portati a termine nell’ambito del tavolo nazionale, specialmente quelli affidati alle Regioni. Non esiste, per esempio, una ricognizione di quanti alloggi regolari sono stati creati, quante linee di trasporto sicuro sono state realizzate, quanti servizi di incrocio legale tra domanda e offerta di lavoro sono stati messi a punto.
Mininni della Cgil ha dichiarato: "È stato accertato che la ‘ndrangheta governava anche il traffico dei braccianti. È probabile che lo faccia ancora". "Da ciò che ci hanno raccontano i lavoratori: il giorno prima erano stati minacciati con una pistola. Dei caporali pachistani non vanno in giro armati se alle spalle non c’è un’organizzazione mafiosa. Non è così in tutte le regioni. Altrove la mafia è concentrata su altri business, ma in Calabria è verosimile che governi anche il caporalato. In passato le ‘ndrine hanno controllato anche la logistica e il trasporto delle imprese agricole attraverso il porto di Gioia Tauro. Appena avremo elementi certi li trasferiremo alla Procura", "non si può escludere. Alla mafia sicuramente non giova tutto questo clamore". "Quegli attentati incendiari pare siano legati a una guerra interna ai caporali e tra varie etnie per accaparrarsi i rapporti con le aziende". "Per ora non abbiamo ancora certezze. Pare avessero un regolare contratto, ma dobbiamo capire se poi veniva rispettato. È certo che loro sono morti perché si sono ribellati, in quanto non venivano pagati". "Non l’abbiamo ancora capito. Non si può escludere che gli stessi caporali avessero funzione di capisquadra. Magari pure loro avevano un contratto. Da capisquadra prendevano la paga per tutti, ma da questo decurtavamo le spese per vitto e alloggio e ai migranti non davano nulla". "Basta vedere quello che facciamo ogni giorno o leggere i nostri rapporti su agromafie e caporalato. Non passa settimana che, grazie alle nostre denunce, non vengano trovati caporali che operano nell’illegalità".
24,5 miliardi l’annuale giro d’affari stimato, 230 mila vittime secondo l’Istat (55 mila donne, le più esposte ai ricatti), 400 mila braccianti a rischio da Mantova e Brescia a Foggia, da Latina a Caserta fino ai ghetti calabresi, agli aranceti siciliani, 405 territori con criticità. Zone immutabili nel tempo e condannate a una sorta di cupa extraterritorialità come Torretta Antonacci o Borgo Mezzanone, sempre insignito del triste titolo di "maggiore baraccopoli d’Europa" dopo che anni fa ne era stato avviato lo sgombero da Matteo Salvini: allora c’erano i nigeriani, ora comandano i gambiani, per conto della mafia pugliese. Il ragusano e il foggiano le zone più piagate, secondo L’altro Diritto e l’osservatorio Placido Rizzotto. Marsala terra di caccia al migrante. Da Nord a Sud la mappa del caporalato fotografa un’unità d’Italia di cui faremmo a meno.
Aziende, agromafie e schiavismo nei campi
Le agromafie contano ormai su una rete globalizzata e transnazionale. Le aziende italiane sospettate di attività paramafiose sono trentamila. Il salto dal caporalato al padronato è un sistema a trazione tutta italiana "che ha bisogno della collaborazione di commercialisti, avvocati, notai, funzionari pubblici e impiegati della pubblica amministrazione e dei servizi privati". I migranti si spremono col doping contro la fatica, spacciato da qualche farmacista senza scrupoli. O si minano con i fitofarmaci cancerogeni che creano "morti che lavorano", che subiscono ogni sorta di abuso pur di lavorare da schiavi incluse botte, minacce e stupri.
Sui tavoli della Commissione Antimafia è da mesi un dossier che viene dall’agro Pontino, una delle terre storicamente più legate al fenomeno dello sfruttamento bracciantile ma che parla per tutte le aree di crisi. E che spiega come sia tempo di superare "la centralità del caporalato" per introdurre quella del "padronato": non più e non solo un’attività di intermediazione illecita col consenso degli imprenditori, ma un’organizzazione del lavoro "padronale" governata da un imprenditore che "seleziona, recluta e forma il caporale nell’ambito della manodopera immigrata (...) ottenendone un vantaggio illecito di natura politica ed economica". È forse la prima volta che viene tratteggiato con tanta chiarezza il profilo di un secondo livello, in gran parte italiano, ben al di sopra della bassa macelleria delinquenziale: "Con questa specifica organizzazione è dunque l’imprenditore che agisce in modo criminale (padronale), in alcuni casi mediante relazione diretta con alcune organizzazioni mafiose, per governare il sistema di intermediazione illecita e sfruttamento, estraendo da esso profitti economici per sé e il proprio network sociale di riferimento, e il relativo consenso quale capitale da utilizzare per costruire e rafforzare relazioni strumentali con parte della classe politica e dirigente del Paese".
Una storia terribile di schiavismo e supersfruttamento del lavoro in odore di 'ndrangheta che in Calabria, la regione più povera d'Italia se non dell'intera UE imperialista, la fa da padrone.
Le responsabilità del governo Meloni
Il tutto sull'altare della legge del ricerca del massimo profitto capitalistico, la legge fondamentale del capitalismo giunto al suo stadio finale, monopolistico e in putrefazione:la legge del massimo profitto.
È inconcepibile che nell'Italia di Mussolini in gonnella Meloni e di Mattarella avvengano stragi come queste. Per noi marxisti-leninisti occorre fare piena luce sui responsabili e soprattutto fare fuoco e fiamme per il lavoro stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato, da svolgersi in condizioni di massima sicurezza per tutte le lavoratrici e i lavoratori, migranti inclusi.
Ai migranti vanno riconosciuti libero accesso e pari diritti. Per liquidare il brutale sfruttamento sanguinario dell'uomo sull'uomo, le mafie, il caporalato e ogni forma di criminalità e sfruttamento in nero del lavoro occorre distruggere il capitalismo, sulla Via dell'Ottobre e realizzare il socialismo con la conquista del potere politico da parte del proletariato che è poi la chiave di volta per risolvere per sempre le infinite "delizie" del capitalismo, tra le quali la Questione Meridionale, per noi marxisti-leninisti la vera questione nazionale, ed è quindi la madre di tutte le questioni.
Nel frattempo occorre buttare giù da sinistra e dalla Piazza il nero governo Meloni che in 4 anni non ha fatto nulla, anzi ha contribuito ad aggravare il fenomeno del caporalato e del supersfruttamento bestiale della manodopera, anche e soprattutto dei migranti, privati di ogni elementare diritto in base alla legislazione vigente grazie anche alle politiche fasciste e razziste realizzate dal governo di Mussolini in gonnella.
10 giugno 2026