Il Ponte di Salvini travolto dalla corruzione
Indagati per corruzione e rivelazione di segreto Miele, ex presidente della Corte dei Conti, l'imprenditore Virgiglio e il leghista Saccomanno. Miele: “Gli amici al governo traditi da deficienti”
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È il 31 ottobre 2025 e il giudice Tommaso Miele, intercettato dai carabinieri del Ros al telefono con l’imprenditore calabrese Vincenzo Virgiglio, è in forte imbarazzo: la Corte dei conti, di cui lui in quel momento è presidente aggiunto, due giorni prima ha bocciato la delibera Cipess con cui il governo Meloni aveva approvato il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Il giudice assicura poi all’imprenditore di non essere “assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi”.
Miele e Virgiglio sono indagati dalla Procura di Roma per corruzione e rivelazione di segreto insieme all’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, già commissario della Lega in Calabria e all’epoca dei fatti consigliere della società Stretto di Messina Spa. L’inchiesta è parte di un fascicolo più ampio aperto a Catanzaro. La tesi dei pm, coordinati dall’aggiunto Giuseppe De Falco, che Saccomanno tramite Virgiglio abbia agganciato Miele ottenendo collaborazione “al fine di favorire un esito del controllo della Corte positivo per la società” in cambio “di utilità consistenti in raccomandazioni, interventi presso terzi (...) per il futuro lavorativo” del giudice in vista dell’imminente pensionamento avvenuto poi a febbraio 2026.
Dagli atti emergono due fasi della vicenda: una dal 2 ottobre al 29 ottobre 2025 in cui, secondo le accuse, Miele fornisce documenti e cerca di indirizzare il parere della Corte; un’altra dal 31 ottobre in poi, quando Miele “garantisce a Virgiglio e a Saccomanno il suo appoggio” e predispone “un report sulla vicenda da consegnare ai privati” proprio per provare a modificare la linea dei pm contabili. Saccomanno e Virgiglio oltre alle origini calabresi, condividono la militanza nell’associazione “Accademia Calabria” di cui l’avvocato è presidente e l’imprenditore è responsabile delle relazioni esterne. Virgiglio è però legato con Miele, che abita nello stesso stabile nel quartiere Trieste a Roma dove ha sede la società dell’imprenditore, con il giudice che si rivolge al calabrese per “consigli” economici sui lavori di ristrutturazione delle case dei figli.
I primi contatti sono avvenuti il 28 settembre, quando la Stretto di Messina Spa e il ministero Infrastrutture dovevano consegnare alla Corte dei conti controdeduzioni sull’opera. Il 2 ottobre Virgiglio incontra Saccomanno, il quale a mezzogiorno contatta l’ad Pietro Ciucci (estraneo all’inchiesta): “Tu ci sei più tardi? Ho una buona notizia”. Alle 15 l’avvocato è in ufficio dal suo capo. Poco dopo chiama l’amico per ringraziarlo: “Questa carta è importante, te l’ho spiegato, sai che vuol dire (...) ho già avvisato Ciucci”. E per chi indaga, il consigliere avrebbe “tentato invano di informare qualcuno al ministero”. Il rapporto con i pm contabili in questa fase per Saccomanno è vitale. E Virgiglio vuole andare oltre Miele. “Ho altri due membri che quella sera te li porto là io (...) molto importanti”, dice parlando del convegno “Oltre il Ponte”, che l’avvocato sta organizzando.
Le interlocuzioni proseguono. Si arriva al 29 ottobre 2025, quando la Corte dei Conti annuncia la bocciatura della delibera. “Nooo... chissà che hanno fatto (...) solo Tommaso te lo potrà dire”, dice Saccomanno a Virgiglio. Che risponde: “Mi aveva detto ‘è fatta, noi siamo concentrati solo per dare...’ e invece hanno bocciato”. Il 31 ottobre l’imprenditore torna dall’avvocato, riportando le parole di Miele: “Hanno avuto una spaccatura interna pazzesca... e lui se n’è andato per non votare”. È il giudice stesso a confermarlo a voce all’amico. Spiegando che quel giorno non sarebbe potuto andare al convegno “con tutto quello che è successo”, ma parlando della società di cui Saccomanno è consigliere: “Io li aiuto adesso pure in questa fase”. Miele, per i pm, non si arrende. D’altronde in alcune conversazioni il giudice “illustra il suo interesse a ricoprire la carica di Presidente dell’antitrust o, in alternativa, di una società partecipata”: “Mi hanno chiesto la disponibilità... io ho sparato alto (...) se gli arriva un bell’endorsement”, dice intercettato. Il 17 novembre c’è una nuova adunanza della Corte dei Conti, che rigetta ancora l’istanza dei ministeri Infrastrutture e Economia. Ma Miele, che continua a passare documenti a Virgiglio,assicura: “L’importante che tu dai comunque il report (...) stiamo sul pezzo”.
L’inchiesta ripercorre un tentativo, da parte di un ex magistrato e di persone legate alla Lega e alla Società Stretto di Messina Spa, la concessionaria della mega-opera, di condizionare l’istruttoria sul progetto della Corte dei conti, l’ostacolo sul quale il ministro delle Infrastrutture si è schiantato. Era l’inizio del 2023 quando Salvini annunciò in tv che avrebbe fatto il Ponte. Diede anche la data di inizio dei lavori, nel 2024. A quella dichiarazione seguì un decreto, promulgato a fine marzo. Un decreto miracoloso perché resuscitò la gara del 2005, quella di Berlusconi, e con essa il concessionario Stretto di Messina Spa, il consorzio che si era aggiudicato i lavori, Eurolink, capitanato dalla Webuild di Piero Salini, e un abbozzo di progetto già pericolosamente bocciato dai tecnici: questo è il punto amministrativo della procedura, il motivo per cui il governo è finito nel pantano. Quella gara l’aveva annullata oltre dieci anni prima il governo Monti: Salini aveva fatto causa allo Stato per centinaia di milioni, perdendo in primo grado, ma questo non ha fermato Salvini e la Meloni.
Le toghe contabili inviano una prima richiesta di chiarimenti e sottolineano un bel po’ di problemi: tra gli altri, la gara resuscitata contro il diritto Ue, le falle progettuali capaci di diventare buchi finanziari, la violazione di direttive comunitarie in materia ambientale, una dichiarazione di “imperativi motivi di interesse pubblico” allacostruzione piena di buchi, l’esclusione dell’autorità dei trasporti dall’iter e molto altro. Le risposte del ministero non sono risolutive: il 29 ottobre la delibera Cipess viene bocciata.
Il governo la prende male. Meloni parla di “ennesimo atto di invasione nelle scelte del governo e del Parlamento” e promette che la riforma della Corte dei conti (poi approvata) rimetterà le cose a posto. Mentre le manovre dietro le quinte continuano, il governo sceglie di evitare la guerra aperta: troppo alto il rischio di ricorsi vincenti. Da allora Salvini ha prodotto un nuovo decreto (peraltro riscritto dal Colle) per provare a sanare quel che non si può sanare. È stato approvato a maggio e preludeva a una nuova delibera del Cipess prima delle ferie.
L’inchiesta della Procura di Roma che riguarda la delibera sul Ponte sullo Stretto piomba su un iter già complicato e, per dirla con un dirigente di Fratelli d’Italia, “non è certo una buona notizia per lo stato di salute dell’opera”. Salvini preferisce non commentare l’inchiesta. Ma l’inchiesta della Procura di Roma apre un’altra faglia all’interno della maggioranza sull’opera. Nessuno tra Forza Italia e Fratelli d’italia commenta se non l’ex capogruppo azzurro Maurizio Gasparri che dice: “Fiducia in chi deve fare le indagini ma niente sentenze immediate”.
Chi mostra maggiori dubbi sono i leghisti del Nord, da tempo contrari all’opera: il Ponte viene preso spesso dai governatori leghisti come modello del voltafaccia leghista rispetto alla “questione settentrionale” che, spiegano, Salvini si è dimenticato. Da Palazzo Chigi non arrivano commenti, con Giorgia Meloni che ieri ha solidarizzato con il suo alleato vicepremier per la foto di Salvini bruciata alla Sapienza. Dai vertici di Fratelli d’Italia, però, fanno sapere che l’inchiesta può rappresentare un ostacolo decisivo sull’opera: sia perché non ci sono i soldi, sia perché il procedimento amministrativo è ancora molto indietro. E l’inchiesta giudiziaria rischia di peggiorare le cose, tanto più che la Corte dei conti avrà un potere decisionale significativo nel giudizio sulla seconda delibera. Nonostante questo, Salvini vuole provare il colpaccio: far approvare la nuova delibera con pubblicazione in Gazzetta ufficiale entro un anno per poter rivendersi l’opera in campagna elettorale per le elezioni politiche.
Potrebbero esserci uno o più “mandanti” dietro le pressioni esercitate sui giudici della Corte dei conti per modificare il parere negativo sul progetto del ponte sullo Stretto di Messina. Il sospetto della Procura di Roma emerge dalle pieghe del decreto di perquisizione e sequestro eseguito martedì 9 giugno nei confronti di tre indagati per corruzione e rivelazione di segreto. Si tratta appunto dell’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno – uomo di Matteo Salvini in Calabria e consigliere della Stretto di Messina Spa – dell’imprenditore edile Vincenzo Virgiglio e dell’ex presidente aggiunto della Corte dei conti (in pensione da febbraio 2026) Tommaso Miele. Per i pm, Saccomanno, con l’intermediazione di Virgiglio, è riuscito ad avvicinare Miele, il quale si sarebbe messo a disposizione per procurare documenti riservati e agire sui colleghi in cambio della promessa di mediazione per incarichi post quiescenza. I pm Fabrizio Tucci e Francesco Gualtieri, coordinati dall’aggiunto Giuseppe De Falco, hanno così chiesto ai carabinieri di cercare “promesse di utilità da parte di Virgilio o Saccomanno o da parte di terzi di cui (...) si facevano portavoce”. Gli investigatori hanno anche il mandato di verificare, nei device dei tre, l’esistenza di comunicazioni “tra gli indagati e soggetti della Società Stretto di Messina” e di “Webuild/eurolink”, ovvero la società in house dello Stato e quella privata che dovrà realizzare l’opera.
Dagli atti emerge anche altro. Come “il tentativo di arruolamento (...) di altri magistrati” oltre a Miele da parte della coppia Saccomanno-Virgiglio. Almeno due, le cui posizioni sono al vaglio della Procura. È citato un episodio di ottobre 2025 in cui l’imprenditore, rivolgendosi a un pm in aspettativa, gli chiede di recarsi a un evento dell’accademia di Calabria: “Così facciamo una chiacchierata, ti presento altri personaggi (...) vengono tre Ad (...) ferrovie, ferrovie, autostrade, hai capito?”, dice il facilitatore. Si cercano comunicazioni con soggetti di “Webuild/eurolink e Società Stretto di Messina”. Poi c’è la figura di Tommaso Miele, a caccia di incarichi post pensione. Il più noto, poi sfumato, è quello di presidente dell’antitrust. Lui stesso, intercettato ad aprile 2026, dice a Saccomanno: “avrò avuto una decina di incarichi ma grossi... uno più grosso dell’altro”.
Miele ora fa un passo indietro e formalizza la propria rinuncia. La pensione, maturata a febbraio, lo ha forse salvato da provvedimenti più aspri e ora sceglie di dismettere i panni del superconsulente, il professionista a caccia di incarichi. Lascia, ad esempio, la nomina al Csm che, negli ultimi anni, più dei soldi (27 mila euro l’anno), gli aveva fruttato relazioni spendibili. Quindi abbandona anche il ruolo di garante di un’opera monumentale in Veneto, la tratta dell’alta velocità che impegna il consorzio Webuild (lo stesso interessato al ponte) e Rfi nella realizzazione della Verona-Vicenza-Padova. Quest’ultimo impegno, assunto a cavallo con la pensione, fruttava trecentomila euro l’anno ed era vissuto come una gratificazione personale, un punto di arrivo. L’esperienza del collegio consultivo tecnico (cct) del Veneto si conclude così su suggerimento del suo difensore, l’avvocato Pierpaolo Dell’anno. Resta, invece, la consulenza da quarantamila euro l’anno (lordi) come esperto della Regione Abruzzo per la ricostruzione “dei territori fra Chieti e Bucchianico”.
Le ''opposizioni'' parlamentari chiedono un’informativa urgente da parte del presidente del Consiglio sull’inchiesta della procura di Roma. E di fronte alle dichiarazioni dell’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, che ha detto di non sapere nulla delle manovre per influenzare la Corte dei conti, reclamano lo stop alla procedura. “Capire come sono andate le cose spetta ai magistrati – dice il vicepresidente della commissione ambiente alla camera Agostino Santillo, del M5S – Le parole ‘borderline’ di Ciucci ci interessano il giusto. Ci interessa invece il fallimento epocale del carrozzone che guida da un triennio”.
Occorre stroncare con la lotta di piazza ogni tentativo di far costruire il Ponte, che è solo una mega opera speculativa, inutile, costosa e dannosa a tutto vantaggio dei pescecani capitalisti e dei loro servi, scaricata sulle spalle delle martoriate masse popolari siciliane e calabresi, mentre quelle risorse dovrebbero essere spese per migliorare le disastrate condizioni esistenti nel Meridione.

17 giugno 2026