Riflessioni sull'Assemblea nazionale di Potere al popolo del 14 giugno a Roma
Giusto “costruire un campo politico indipendente” ma su un piano rivoluzionario e non elettoralista e riformista
Il socialismo o è quello autentico e realizzato o è un imbroglio
Il 14 giugno si è tenuta a Roma l'Assemblea nazionale convocata da Potere al Popolo (PaP) per lanciare la costruzione di un “campo politico indipendente”. Obiettivo della proposta, come spiegato nel manifesto di convocazione dell'assemblea, è quello di dare una rappresentanza politica, anche sul piano elettorale, un'organizzazione strutturata e permanente e una strategia politica di lungo respiro, basata sulla parola d'ordine “cambiamo tutto”, al movimento di lotta operaio, giovanile e studentesco che ha bloccato l'Italia lo scorso autunno contro il genocidio nazisionista a Gaza e in sostegno al popolo palestinese. Erano stati invitati infatti espressamente i lavoratori portuali dell'Usb, le organizzazioni dei palestinesi, gli attivisti della Global Sumud Flotilla, le studentesse e gli studenti che hanno animato quel grande movimento di lotta. Era invitato anche l'ambasciatore di Cuba, che ha portato i saluti del suo governo all'assemblea e che ha confermato gli stretti legami che uniscono PaP al governo cubano.
La manifestazione fa seguito a quella analoga del 25 ottobre 2025, convocata da PaP su una proposta simile, quella della costruzione di un “blocco politico e sociale indipendente verso il 2027”, formula che aveva un esplicito riferimento elettorale che in quella attuale è scomparsa, registrando evidentemente un aggiustamento tattico che ha tenuto conto degli sviluppi politici successivi alle lotte dello scorso autunno. In particolare della lezione del referendum sulla controriforma della giustizia, che ha messo in luce la consapevolezza e indipendenza politica dei giovani e degli astensionisti di sinistra, il cui intervento è stato determinante per vincerlo; e al tempo stesso, come dimostrano le successive elezioni comunali, l'illusorietà che quegli stessi voti vadano a sostenere il progetto elettoralista, riformista e governista dell'imbelle opposizione parlamentare del cosiddetto “campo largo”.
In sostanza la scelta della nuova formulazione, “campo politico indipendente”, appare rispondere alla necessità di sfumare l'aspetto della partecipazione elettorale alle prossime politiche, che tuttavia viene confermata anche nel comunicato finale, seppure non come obiettivo principale. E oltre a questo, serve a marcare la distanza con lo stesso “campo largo”, contrapponendogli un altro campo elettorale alla sua sinistra ma “indipendente”, cioè distinto da esso.
Il vero obiettivo è l'astensionismo di sinistra?
Evidentemente, proprio alla luce della lezione del referendum, il vertice di PaP ha sentito il bisogno di fugare nella propria base e nei movimenti ogni sospetto di fare da ruota di scorta elettorale del “campo largo”, sul modello delle fallimentari operazioni già tentate in passato con Rifondazione, PdCI, Sel, Sinistra arcobaleno e così via. Ma ciò non significa che a questo risultato non finisca oggettivamente per approdare lo stesso.
I due portavoce nazionali del partito, Giuliano Granato e Marta Collot, a cui è toccato rispettivamente di aprire e di chiudere la manifestazione, in una lunga intervista alla rivista online “Contropiano”, hanno cercato di esorcizzare in tutti i modi questo fantasma: “Nessuna alleanza con il Partito Democratico, nessuna 'corsia preferenziale' per il centrosinistra, nessuna subalternità al cosiddetto 'campo largo', nessun compromesso in cambio di qualche posto in qualche lista elettorale”, ha precisato Collot, sottolineando che il “campo politico indipendente” che propongono “è uno spazio di rottura, è un progetto di classe che rifiuta le mediazioni al ribasso”, per costruire “una vera alternativa”.
Ma poi, quando affrontano il tema dell'astensionismo, viene fuori che il vero obiettivo è quello di riportare a votare gli astensionisti di sinistra. Anche se ora non dicono più apertamente, come ad ottobre, “per far entrare nelle istituzioni i soggetti sociali che non sono rappresentati”, ma presentano il voto come una delle possibili forme di lotta al sistema. “L'astensionismo non è pigrizia: è l'istinto di chi ha capito che andare a votare per scegliere tra due padroni non cambia nulla”, è costretta a riconoscere Collot. Che però prosegue: “Allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? No. La nostra scommessa è un’altra: ricostruire credibilità politica prima ancora di chiedere voti”. E aggiunge: “Se saremo capaci di costruire un’alternativa reale, credibile, combattiva, allora anche il voto potrà arrivare. Ma non sarà mai un fine. Sarà un effetto collaterale positivo di una pratica politica che oggi, in Italia, semplicemente non esiste più”.
Uscire dalla Ue e buttare giù Mussolini in gonnella
Quindi, gira gira, al di là della terminologia movimentista, si torna sempre lì: a costruire nuove trappole elettorali e parlamentari per riportare gli anticapitalisti, i giovani che vogliono “cambiare tutto” e gli astensionisti di sinistra disgustati dai partiti della “sinistra” borghese, all'interno delle inutili, corrotte e screditate istituzioni rappresentative borghesi. Infatti nel comunicato finale si ribadisce che “iniziamo oggi un cammino che dovrà portarci alle elezioni e ben oltre esse”.
Oltretutto non si capisce che cosa possa mai portare di utile il partecipazionismo istituzionale alle lotte delle masse per le rivendicazioni politiche, sindacali e sociali che il manifesto propone come piattaforma del “campo politico indipendente”; rivendicazioni che sono anche per noi largamente e sostanzialmente condivisibili, e sulle quali siamo sempre pronti a fare fronte unito con PaP e altre forze per la loro difesa o conquista.
Ci pare grave, tuttavia, chiedere di “eliminare le politiche di austerità imposte dai trattati europei” senza chiedere invece la distruzione stessa dell'irriformabile Ue imperialista, affamatrice, razzista e guerrafondaia, cominciando col tirarne fuori l'Italia. Altrimenti è un modo per continuare a legittimarla di fronte ai popoli. Così come la sottovalutazione del carattere neofascista del governo Meloni, Mussolini in gonnella, nominato solo di passaggio alla stregua di un ordinario governo della destra; mentre invece è la restaurazione di Mussolini al governo e del quale ripercorre la stessa politica antioperaia e fascista all'interno e colonialista e interventista all'esterno. Un governo che ha fatto danni incalcolabili alle masse e al Paese, e che va buttato giù al più presto con la lotta di piazza prima che possa farne ancora di più.
“Verso il socialismo” o verso il riformismo?
Come nel precedente appello di ottobre, anche in questa nuova proposta i temi fondamentali del capitalismo e del socialismo continuano ad essere trattati in maniera vaga e generica e inquadrati alla fine in una visione tipicamente riformista. Nel capitolo “Verso il socialismo” del manifesto, ci si limita infatti ad affermare che “c'è bisogno di una alternativa di sistema e di un nuovo modello sociale”. E che “occorre mettere in discussione il capitalismo, i suoi dogmi e l'insieme delle ricette liberiste, liberali e reazionarie”.
Con ciò si elude però il nodo fondamentale, quello se “mettere in discussione” il capitalismo si estende o no al suo abbattimento per via rivoluzionaria e alla sostituzione del potere della classe borghese con il potere del proletariato; passaggio senza il quale il socialismo rimane una chimera irraggiungibile. Nell'intervista a “Contropiano”, Granato si arrampica sugli specchi per rispondere alla richiesta di precisare meglio la questione, riuscendo solo a dire che le battaglie quotidiane si devono inserire “in una lotta più ampia che lavori proprio per abbattere i limiti strutturali della logica del sistema in cui viviamo”. Quindi, in sostanza, per “migliorare” il sistema, non per abbattere il sistema stesso.
Nel comunicato finale si dice che “la nostra alternativa è consapevole che questo sistema capitalista predatorio non accetta cambiamenti e che chi si propone di mitigarne la ferocia senza metterlo in discussione, è destinato al fallimento”. Eppure è proprio questo il succo della proposta di Potere al Popolo, cioè la via riformista, la mitigazione della ferocia del capitalismo, dal momento che non vuol affrontare la questione del suo abbattimento e del potere politico del proletariato, quali passi indispensabili, come dimostra la storia del movimento operaio internazionale, per instaurare il socialismo.
Socialismo classico o “socialismo del XXI secolo”?
Il socialismo, o è quello classico teorizzato da Marx ed Engels e realizzato autenticamente, per la prima volta nella storia, con la Rivoluzione d'Ottobre e l'instaurazione della dittatura del proletariato, nell'Urss di Lenin e Stalin, poi costruito su quell'esempio anche in Cina da Mao, oppure è un imbroglio socialdemocratico e riformista. Se si vuole veramente il socialismo, non si può prescindere da quelle esperienze storiche concrete, e da lì occorre inevitabilmente ripartire.
Il modello di socialismo che propone Potere al Popolo è invece il “socialismo del XXI secolo”, che è un modello di capitalismo riformista e socialdemocratico, ispirato
a quello castrista cubano e venezuelano del primo Chavez, perché non contempla la distruzione del capitalismo e dell'intera macchina statale borghese e la sua sostituzione con la dittatura del proletariato. Il “socialismo del XXI secolo” è infatti il modello di socialismo che Giorgio Cremaschi, membro dell'Esecutivo e del Coordinamento nazionale di PaP, contrappone al socialismo classico nel suo ultimo libro dal titolo “Solo il socialismo ci può salvare”.
“Il socialismo del ventunesimo secolo deve diventare attualità politica in Italia e in Europa”, scrive Cremaschi, aggiungendo che “la redistribuzione della ricchezza in un socialismo ecologista, anticolonialista, femminista deve essere il contributo dell'Europa per evitare la catastrofe dell'umanità e della natura”. Ma la redistribuzione della ricchezza è una rivendicazione da fare all'interno del capitalismo, come può essere la patrimoniale, l'aumento delle tasse di successione, ecc. Nel socialismo invece la ricchezza, cioè tutti i mezzi di produzione e le risorse naturali, economiche e patrimoniali, sono confiscate alla borghesia e diventano proprietà collettiva della classe operaia e delle masse lavoratrici e popolari. È, in una parola, la contrapposizione della dittatura del proletariato alla dittatura della borghesia.
Anche dalla sua formulazione di socialismo si capisce che in realtà non si vuol uscire dal capitalismo, ma solo dal neoliberismo, per rendere il capitalismo “più umano”, perché distruggerlo implica una rottura rivoluzionaria che cozza con le idee pacifiste, riformiste, democraticiste e costituzionaliste del vertice di Potere al Popolo. Non a caso Cremaschi non parla mai di dittatura del proletariato, bensì di “socialismo dei lavoratori”, “socialismo di tutte e tutti” (quindi anche della borghesia?), “socialismo del popolo”, formule interclassiste che hanno da sempre usato le correnti socialdemocratiche e riformiste per eludere la domanda fondamentale: potere della borghesia o potere del proletariato?
La via giusta per “cambiare tutto”
In conclusione, la parola d'ordine “costruire un campo politico indipendente” è giusta, purché però si intenda realizzarlo su un piano rivoluzionario e per un socialismo autentico, e non su un piano elettoralista e riformista. A questo proposito vogliamo completare queste riflessioni proponendo ai militanti di Potere al Popolo di valutare l'Appello che, in occasione del 49° Anniversario della fondazione del PMLI, il Segretario generale Giovanni Scuderi ha rivolto “alle ragazze e ai ragazzi che lottano per cambiare l'Italia”. Appello che tratta a fondo la contraddizione oggi cruciale tra elettoralismo e riformismo verso socialismo e potere politico del proletariato, e che si chiude con questo invito:
“In vista delle prossime elezioni politiche, già le varie forze borghesi sono in gran movimento per riuscire ad accaparrarsi più posti possibili in parlamento, e magari nel governo, per gestire gli affari della classe dominante borghese e del capitalismo. Non seguitele, non agevolate i loro piani parlamentari e governativi col vostro voto. Anzi, prendetene le distanze col voto astensionista anticapitalista e antifascista, per il socialismo e, se volete per il PMLI.
È tempo che riflettiate a fondo su quello che bisogna fare per liberarci da questo regime capitalista neofascista e su come cambiare l'Italia. Parliamone. Tutti i membri del PMLI, compreso il Segretario generale del Partito, sono ben felici di incontrarvi. Basta fissare un appuntamento per e-mail o attraverso il telefono della Sede centrale del Partito n. 0555123164. “Il Bolscevico”, organo del PMLI, è pronto ad accogliere i vostri eventuali interventi
.
Nel dialogo tra chi lotta per cambiare l'Italia non abbiamo nulla da perdere ma tutto da guadagnare. Lavoriamo tranquillamente assieme, auspicando che vi uniate al PMLI come militanti, o simpatizzanti, amici e alleati, per aiutare il proletariato e le masse popolari e giovanili a uscire dalle tenebre del capitalismo e entrare nella luce del socialismo.
Viva le ragazze e i ragazzi che lottano per cambiare l'Italia!
La via è tortuosa, l'avvenire è radioso
(Mao).”
24 giugno 2026