A Lucerna, in Svizzera, il primo incontro
Firmato il Memorandum d'intesa di Islamabad tra Iran e Stati Uniti
Al primo punto la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano compreso, e la riapertura di Hormuz seguite dall'inizio della cancellazione delle sanzioni all'Iran
Le Guardie della Rivoluzione Islamica: Sconfitto il “nemico aggressore” e il suo proposito di "cancellare l'Iran dalla mappa e di riportarlo alla preistoria"
Sono iniziati il 21 giugno a Lucerna in Svizzera i colloqui tra le delegazioni iraniana e americana guidate rispettivamente dal presidente dell'Assemblea consultiva islamica Mohammad Baqer Ghalibaf e dal vicepresidente JD Vance alla presenza dei mediatori pachistani e qatarioti. La delegazione iraniana, denominata "Minab 168" in memoria dei bambini martirizzati nell'attacco israelo-americano a una scuola elementare nella città meridionale iraniana di Minab il 28 febbraio, comprendeva fra gli altri il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, il portavoce del suo ministero Esmaeil Baqaei, il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale Ali Bagheri Kani e il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati. In quella ameicana c'erano la coppia di immobiliaristi cui il criminale Trump ha affidato il compito di negoziare per conto della Casa Bianca la fine delle guerre finora con nessun risultato, formata dall'amico Steve Witkoff e dal genero Jared Kushner.
Al portavoce iraniano Baqaei che ribadiva “senza la cessazione della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano, non è possibile l'ingresso nella fase negoziale per l'accordo finale”, in riferimento al primo punto del Memorandum appena firmato, rispondeva indirettamente Vance che spiegava come l'obiettivo degli Stati Uniti "è rimodellare il Medio Oriente attraverso la diplomazia. Ora immaginiamo un futuro di collaborazione per promuovere la pace e la prosperità" e definiva quello in Svizzera “un incontro storico”. Volava alto, tanto in contemporanea sul suo social Truth il criminale di guerra Trump riportava tutti sulla terra, e credendosi padrone del mondo, dopo alcuni momenti di pausa riempiti con la sceneggiata degli attacchi a tutti gli alleati fino alla neofascista Meloni minacciava di nuovo di radere al suolo l'Iran, bloccare Hormuz e via dicendo se Teheran non si fosse piegata ai diktat Usa. Spalleggiando il criminale Netanyahu, pur attaccato con pesanti commenti durante telefonate “infuocate” passate alla cronaca, che ribadiva di voler occupare il sud del Libano e gestire il cessate il fuoco a suo piacimento col pieno sostegno di tutto il suo governo, da Katz a Smotrich a Ben Gvir.
Da Beirut il leader di Hezbollah, Naim Qassem, respingeva l'ipotesi di qualsiasi zona di sicurezza sionista in Libano, “la permanenza delle truppe israeliane sul territorio libanese è impossibile. Non esistono zone di sicurezza per Israele. Abbiamo un esercito nazionale che interviene ed è responsabile della salvaguardia della sovranità, ed è con esso che collaboriamo” e concludeva con “Israele è un aggressore e deve andarsene".
Alla conclusione del primo atto del Memorandum d'intesa Iran-Usa l'iraniano Araghchi dichiarava che “l'instancabile mediazione pakistana e qatariota ha portato a progressi significativi per porre fine alla guerra in Libano" mentre “per l'Iran sono state concesse deroghe alle restrizioni sulle esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici, è stato revocato il blocco, sono stati sbloccati alcuni beni congelati ed è stato avviato un importante piano di ricostruzione e sviluppo”.
I mediatori di Pakistan e Qatar annunciavano la creazione di una cellula di coordinamento allargata a rappresentanti del Libano per garantire il rispetto della cessazione delle operazioni militari inel paese; l'istituzione di una linea di comunicazione tra Iran e Usa per evitare “incidenti e malintesi”, con l'obiettivo di “garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali attraverso lo Stretto e Hormuz"; la definizione di “una tabella di marcia per giungere a un accordo definitivo entro 60 giorni, gettando le basi per l'avvio immediato di ulteriori colloqui tecnici" e infine che i colloqui tecnici continuavano per utto il restto della settimana.
“Accordo Trump”
“Con questo accordo che si chiama 'Accordo Trump', l'Iran non potrà mai avere l'arma nucleare (che peraltro non ha mai detto di volere, ndr). Il testo dell'accordo dice chiaramente che l'Iran non avrà mai l'arma nucleare. Non c'è scritto che potranno averla fra 5, 10 o 20 anni. Quest'accordo dispone che loro seguano la strada della cooperazione e così avranno l'opportunità di sopravvivere", annunciava il criminale Trump nella conferenza stampa del 17 giugno al termine del vertice G7 di Evian. Cercava di concentrare l'attenzione su uno dei 14 punti dell'intesa, quello che meglio gli serviva per uscire dall'angolo in cui si era cacciato assieme ai sionisti con le due aggressioni all'Iran, quella nel giugno dello scorso anno, quando parole sue avrebbe già “azzerato” con le superbombe il programma nucleare iraniano, e quella del 28 febbraio scorso che aveva portato al blocco dello stretto di Hormuz per poter sbandierare una presunta “vittoria stolrica”. E contemporaneamente rabbonire l'alleato genocida Netanyahu che senza registrare successi sul bersaglio grosso dell'Iran dovrebbe “accontentarsi” del 70% di Gaza e di gran parte della Cisgiordania, un altro pezzetto della Siria e di tutto quello che potrà ricavare nel sud del Libano da dove non vuole ritirarsi: un po' poco rispetto al progetto biblico della Grande Israele e tre anni di guerra con un conto comunque già pagato con un bagno di sangue dal popolo palestinese, anzitutto, libanese e siriano.
Il Memorandum d'intesa di Islamabad
Il Memorandum d'intesa di Islamabad tra Iran e Stati Uniti è stato firmato la sera del 17 giugno, in una procedura digitale simultanea e senza cerimonia in presenza, dal criminale di guerra Trump che ha voluto fare il gesto teatrale in una pausa della cena al castello di Versailles in Francia, a margine dell'incontro con Macron alla fine del G7 e a seguire dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian nel suo ufficio a Teheran.
Secondo Teheran il documento definisce il quadro politico volto a porre fine alla guerra di aggressione scatenata da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica dell'Iran e a crea un percorso verso un accordo finale globale, dal primo articolo che prevede la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari tra Iran, Stati Uniti e i rispettivi alleati su tutti i fronti, Libano compreso di cui sottolinea il rispetto dell'integrità territoriale e della sovranità, e impegna le parti ad astenersi da future azioni militari o minacce di ricorso alla forza; che pone fine immediatamente al blocco Usa dello stretto di Hormuz e dà il via ai negoziati per un accordo finale da raggiungere entro un periodo massimo di 60 giorni (dalla firma del 18 giugno, ndr) e registrato con una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il memorandum stabilisce un meccanismo graduale in base al quale Washington si impegna a iniziare a revocare le restrizioni che interessano l'Iran, dalle esportazioni di petrolio alle transazioni bancarie, all'accesso ai beni congelati e alla rimozione del blocco navale, secondo le tempistiche concordate. Parallelamente, l'Iran si è impegnato a facilitare la navigazione commerciale sicura attraverso il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz e a coordinare i futuri accordi marittimi con l'Oman e altri Stati costieri della regione, in conformità con il diritto internazionale.
Sulla questione nucleare, il memorandum ribadisce la posizione dichiarata dell'Iran contro il perseguimento di armi nucleari, aprendo al contempo un canale negoziale sull'arricchimento dell'uranio, la revoca delle sanzioni e gli accordi relativi ai materiali arricchiti, nell'ambito di un meccanismo concordato di comune accordo e sotto la supervisione dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. In attesa dell'accordo definitivo, l'Iran manterrà lo stato attuale del suo programma nucleare, mentre gli Stati Uniti si asterranno dall'imporre nuove sanzioni o dal dispiegare ulteriori forze militari nella regione. Fuori dal memorandum le questioni relative alle capacità di difesa e missilistiche iraniane.
Il messaggio della Guida Suprema, l'Ayatollah Mojtaba Khamenei
La Guida Suprema della Rivoluzione Islamica, Ayatollah Seyyed, nel messaggio alla nazione iraniana riportato dall'agenzia Irna il 18 giugno dchiarava: “Come siete stati informati, è stato firmato un memorandum d'intesa tra i presidenti dell'Iran e degli Stati Uniti. Nel corso del processo per raggiungere questo traguardo, i funzionari responsabili, mossi da sincera preoccupazione e buona volontà, hanno compiuto notevoli sforzi – e naturalmente, è stato il presidente americano che, per disperazione, ha usato ogni mezzo per ottenere questo risultato.
Io, per principio, avevo un'opinione diversa; Tuttavia, in virtù dell'impegno che l'illustre Presidente – in qualità di capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale – mi ha assunto a nome suo e degli altri membri riguardo alla salvaguardia dei diritti della nazione iraniana e del Fronte di Resistenza, e della sua esplicita accettazione di tale responsabilità, ho concesso il mio permesso. Egli ha inoltre affermato esplicitamente che, qualora la parte americana dovesse avanzare richieste eccessive, non vi si sottometterà.
Da questo momento in poi, noi – ovvero voi, fiera nazione, e questo umile servitore – attendiamo la realizzazione delle suddette condizioni.
Tuttavia, è evidente che i negoziati in presenza che si terranno in futuro non significheranno l'accettazione della posizione del nemico. Speriamo che le benedette preghiere del nostro Signore (che Dio affretti la sua nobile venuta) portino ogni sorta di vittoria e trionfo all'onorevole nazione iraniana.
Pace, misericordia e benedizioni di Dio siano su di voi”.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) in un messaggio di risposta alla Guida Suprema sottolineava tra le altre che il "nemico aggressore" era stato sconfitto sul campo di battaglia, si era ritirato dai tentativi di "cancellare l'Iran dalla mappa" e di "riportarlo alla preistoria" e in preda alla disperazione si è orientato verso la ricerca della comprensione e del negoziato, arrivando infine a "inginocchiarsi di fronte alla grandezza della nostra nazione". Le Guardie Rivoluzionarie dichiaravano inoltre che vi è l'aspettativa pubblica che la scena politica continui a consolidare i successi ottenuti sul campo di battaglia e a garantire i diritti del popolo iraniano.
Fra i commenti registriamo quello del ministro degli Esteri cinese Wang Yi che assieme a quello iraniano sottolineavano la necessità del sostegno internazionale al memorandum e evidenziavano la responsabilità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, in quanto principale organo incaricato del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali, di sostenere l'effettiva attuazione e il rispetto dell'accordo. Un completamento del lavoro dietro le quinte del socialimperialismo cinese che si presenta opportunisticamente come paladino della legalità internazionale in contrasto col sistema della legge del più forte seguita dal concorrente imperialismo americano.
Scornato dalla resistenza di Hezbollah, il genocida Netanyahu sparava sul Libano e sull'accordo
L'offensiva sionista nel sud del Libano che era proseguita ininterrottamente durante negoziati e farseschi accordi di tregua con le istituzioni collaborazioniste di Beirut continuava anche durante e dopo la firma del Memorandum in una situazione che, se prima oscillava tra obiettivi diversi e gioco delle parti tra i due alleati criminali Trump e Netanyahu, prendeva l'aspetto di un aperto boicottaggio sionista della tregua. Il genocida Netanyahu sparava sul Libano e sull'accordo. Hezbollah rispondeva per le rime attaccando l'esercito invasore a fronte della pretesa sionista di essere l'unico a poter violare l'intesa. Il 18 giugno in due azioni distinte nella zona attorno al fiume Litani la resistenza libanese colpiva gli invasori col bilancio di 4 morti e 12 feriti tra i soldati sionisti, tra i quali 3 alti ufficiali.
Ripartivano i pesanti raid sionisti sulle città del sud del Libano mentre fra le reazioni di Tel Aviv spiccavano quelle dei commenti nazisti dei ministri Ben Gvir, “per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare”, e Smotrich, “è ora di parlare con il fuoco. E di aprire le porte dell'inferno”. Ma anche del presidente Herzog, “una mattina difficile e profondamente dolorosa. Con immenso dolore ci siamo svegliati con l'amara notizia della morte di quattro dei nostri figli in battaglia in Libano, tra cui il compianto Tenente Colonnello Dor Ben Simhon, comandante del 52mo Battaglione della Brigata 401. Che la memoria dei nostri eroi sia benedetta”. Così invadere un paese sovrano diventa un'azione eroica per i sionisti, anche quella del battaglione che impegnato a Gaza era stato responsabile dell'attacco contro un’auto carica di civili palestinesi e contro l’ambulanza accorsa a soccorrerli col bilancio di nove palestinesi assassinati fra i quali una bambina di cinque anni, Hind Rajab, morta dissanguata dopo dodici ore di agonia.
Il Ministero della Salute pubblica libanese registrava per il solo 19 giugno ben 47 morti e 97 feriti per un bilancio complessivo a partire dall'attacco del 2 marzo di 3.980 morti e 12.001 feriti. Il Segretario Generale di Hezbollah, Sheikh Naim Qassem, dichiarava che la Resistenza non si arrenderà, promettendo che gli invasori saranno cacciati da ogni singolo centimetro di territorio libanese.
"Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l'Idf ha ricevuto l'ordine di cessare il fuoco in Libano", veniva riferito non dal direttamente governo sionista ma da un lancio dell'emittente Channel 12 il pomeriggio del 20 giugno mentre l'ufficio del premier ripeteva il ritornello: “rimaniamo nel sud del Libano tutto il tempo necessario”. Tanto bastava al vicepresidente JD Vance per annunciare la sua partenza per la Svizzera.
A Gaza intanto gli occupanti sionisti assassinavano un cameraman di Al Jazeera con un raid aereo nel campo profughi di Bureij sostenendo che fosse un "terrorista di Hamas" o piuttosto un ennesimo testimone eliminato perché documentava il genocidio. Dura la protesta della rete televisiva qatariota che definiva l'assassinio una "ignobile violazione di tutte le leggi e norme internazionali". E a seguire nei nuovi raid in Libano i sionisti uccidevano altri “terroristi”, un bambino, una donna e due anziani a Sohmor secondo l'agenzia libanese Nna. “Il rapporto delle vittime in Libano è di un civile colpito ogni cinque terroristi. È incredibile, dovremmo essere elogiati, non condannati”, secondo il genocida nazisionista Netanyahu.
24 giugno 2026