Il Comitato dell'Onu contro la tortura boccia il governo Meloni su sicurezza, detenuti e migranti
Non è la prima volta che organizzazioni internazionali mettono sotto accusa sia il governo Meloni sia i corpi di polizia italiani per la violazione dei diritti umani
Lo scorso 1° maggio il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT) - l’organo di controllo che verifica l’attuazione della Convenzione contro la tortura e i trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti del 10 dicembre 1984 - ha pubblicato le sue Osservazioni conclusive sul VII rapporto periodico dell'Italia (documento CAT/C/ITA/CO/7), un documento di 12 pagine in lingua inglese che contiene dure critiche all’Italia governata dalla Meloni su temi delicatissimi quali la sicurezza, il regime di detenzione e la gestione dei migranti.
Dopo aver passato in rassegna la normativa interna italiana sulla materia entrata in vigore tra il 2018 e il 2025, il documento ha espresso una serie di rilievi critici che investono pienamente sia i rapporti internazionali dell’Italia a partire dal 2017 sia la legislazione interna nel suo complesso – soprattutto decreti legge governativi e atti legislativi parlamentari – entrata in vigore soprattutto sotto la maggioranza che sostiene il governo Meloni a partire dall’ottobre del 2022.
Il primo punto toccato dal documento a pagina 3 è relativo al reato di tortura, che esiste nell’ordinamento italiano dal 2017. L’articolo 613 bis del codice penale che lo disciplina, secondo le Nazioni Unite, rimane inadeguato in quanto omette intenzionalità e scopo, e configura la tortura come reato che può essere commesso da chiunque e non specificamente da un pubblico ufficiale, come richiede la Convenzione. Il documento segnala inoltre la preoccupazione per i tentativi di abolire il reato da parte del Parlamento italiano a partire dal 2022, anno di inizio dell’attuale legislatura dominata da una maggioranza neofascista. Segue poi, alla fine di pagina 3 del documento, la seguente raccomandazione all’Italia, la quale “dovrebbe valutare la possibilità di rivedere l'articolo 613 bis del Codice penale per includere una definizione di tortura pienamente conforme a quella contenuta nell'articolo 1 della Convenzione, e garantire che nessuna circostanza eccezionale, sia essa uno stato di guerra o una minaccia di guerra, instabilità politica interna o qualsiasi altra emergenza pubblica, possa essere invocata come giustificazione della tortura. Non dovrebbe essere applicata alcuna prescrizione al reato di tortura”.
Si deplora poi, subito di seguito, l’assenza nell’ordinamento giuridico interno italiano di un’autorità indipendente preposta alla vigilanza sul rispetto dei diritti umani: “richiamando le precedenti raccomandazioni del Comitato
– si legge nel prosieguo - lo Stato parte dovrebbe istituire un'istituzione nazionale indipendente per i diritti umani in linea con i principi relativi allo status delle istituzioni nazionali per la promozione e la tutela dei diritti umani (i Principi di Parigi)”.
Alla fine di pagina 3 del documento si evidenziano criticità della figura del Garante dei detenuti previsto dalla legislazione interna del nostro Paese: “il Comitato
– si legge - prende atto del decreto legge n. 130/2020 convertito in legge n. 173/2020, che designa il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà come unico meccanismo nazionale di prevenzione dello Stato parte. Tuttavia, il Comitato è preoccupato che, nonostante l'elevato numero di visite effettuate negli ultimi anni, siano stati pubblicati relativamente pochi rapporti su tali visite. Il Comitato prende altresì atto delle preoccupazioni sollevate dalle organizzazioni della società civile in merito alle nomine politiche, basate su considerazioni politiche, a ruoli di rilievo all'interno del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà, con conseguenti ripercussioni sulla sua indipendenza o sulla percezione della stessa”.
La temuta politicizzazione delle autorità indipendenti in generale, del resto, non deve stupire così come fenomeni di vera e propria criminalità e delinquenza che possono intaccare tali istituzioni, come il gravissimo scandalo che ha investito tutti i componenti dell’Autorità garante sulla privacy insegna a chiare lettere.
A pagina 4 del documento il governo Meloni è criticato per ciò che riguarda il rispetto delle garanzie giuridiche fondamentali: “il Comitato
– si legge - è preoccupato per le accuse secondo cui non tutte le garanzie sono sufficientemente assicurate nella pratica. In particolare, il Comitato è preoccupato per le accuse secondo cui le persone non sono sempre in grado di comunicare a un parente o ad altra persona la propria scelta di detenzione, che le visite mediche avvengono talvolta in presenza di agenti delle forze dell'ordine, che le persone non sono sempre sufficientemente informate dei propri diritti, in particolare gli stranieri che non parlano italiano, che le persone possono essere detenute fino a 96 ore prima di essere presentate a un giudice e che, ai sensi dell'articolo 104 del codice di procedura penale e in caso di sospetto di determinati reati, le persone possono essere detenute fino a cinque giorni senza accesso a un avvocato. Più in generale, il Comitato è preoccupato per le accuse secondo cui le persone incontrano difficoltà nell'accesso all'assistenza legale gratuita e che, in alcuni casi, non sono state in grado di incontrare il proprio rappresentante legale se non immediatamente prima della comparizione davanti al giudice, pregiudicando la loro capacità di preparare la propria difesa. Il Comitato è altresì preoccupato per le disposizioni dell'articolo 349 del Codice di procedura penale, che consentono alle forze dell'ordine di trattenere le persone fino a 24 ore a fini di identificazione, e per le accuse secondo cui, dato che le persone trattenute ai sensi di tale disposizione non sono tecnicamente in stato di arresto, esse non sono adeguatamente registrate e i detenuti non ricevono tutte le garanzie giuridiche fondamentali”
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Alle pagine 4 e 5 del documento il governo Meloni viene messo pesantemente sotto accusa per la sua arbitraria definizione di Paesi sicuri e per respingimenti di massa: “il Comitato
– si legge - rimane preoccupato dal fatto che l'attuazione pratica del principio di non respingimento nello Stato parte appaia sempre più compromessa da politiche che collegano la gestione della migrazione alla sicurezza e privilegiano la deterrenza e i rimpatri forzati. A tale riguardo, il Comitato prende atto dell'ampio elenco di ‘Paesi sicuri’ tenuto dallo Stato parte ed è preoccupato per le accuse secondo cui, nei punti di accoglienza noti come ‘hotspot’, le persone vengono arbitrariamente suddivise, per ragioni di tempo, in categorie di richiedenti asilo o migranti economici, basandosi in gran parte sulla nazionalità. Il Comitato è inoltre preoccupato che i richiedenti asilo non sempre ricevano una decisione individualizzata sulla loro domanda che tenga pienamente conto delle loro circostanze con conseguente espulsione collettiva, che in alcune situazioni i ricorsi contro le decisioni negative in materia di asilo non abbiano automaticamente effetto sospensivo e che le procedure di screening e identificazione negli ‘hotspot’ siano insufficienti per individuare le persone in situazioni di vulnerabilità, comprese le vittime di tortura o maltrattamenti”
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Vi è poi forse la denuncia più grave, quella relativa alla condizione dei migranti detenuti in territorio libico in ottemperanza al Memorandum d'intesa siglato il 2 febbraio 2017 tra Italia e Libia, il criminale trattato internazionale preparato dall’allora ministro dell’Interno Domenico Minniti per i due capi di governo dell’epoca, l’italiano Paolo Gentiloni e il libico Fayez al-Sarraj, che ha consentito alle forze di sicurezza libiche, in combutta con i corpi di polizia italiani, di deportare e di internare in veri e propri campi di concentramento i migranti in territorio libico. A pagina 5 del documento delle Nazioni Unite, con un lessico certamente diplomatico ma anche chiaro, si legge infatti che “alla luce delle precedenti osservazioni conclusive del Comitato e delle opinioni dei tribunali nazionali dello Stato parte, e tenendo conto delle numerose e attendibili segnalazioni degli organi delle Nazioni Unite e dei meccanismi regionali per i diritti umani che indicano il rischio sostanziale di tortura e maltrattamenti a cui sono esposti i migranti che vengono respinti con la forza in Libia dalla guardia costiera libica, il Comitato rimane preoccupato per il fatto che il Memorandum d'intesa firmato tra l'Italia e il Governo di Accordo Nazionale della Libia il 2 febbraio 2017, a seguito dei suoi ripetuti rinnovi, continui ad essere attuato. In particolare, il Comitato è preoccupato per le accuse che indicano un'assistenza e una cooperazione sostanziali fornite dalle autorità italiane nelle operazioni di ricerca e salvataggio condotte dalle autorità libiche, nonché per le accuse di ‘respingimenti privatizzati’, in base alle quali le autorità italiane chiedono alle navi commerciali di riportare alle autorità libiche le persone bisognose di protezione, comprese le persone in situazioni di vulnerabilità”.
In poche parole si accusano le istituzioni dello Stato italiano comprese quelle militari e di polizia, al di là del singolo governo in carica, di complicità con il criminale sistema libico di detenzione.
Nella pagina successiva il Comitato accusa i reparti speciali di intervento di tutte le forze dell'ordine (designate inequivocabilmente con il termine italiano “interforze”
) di uso sproporzionato della violenza e di maltrattamenti.
Subito dopo il governo Meloni viene inoltre pesantemente criticato per la sua scelta di costituzione del centro per migranti in territorio albanese: “il Comitato
– si legge - esprime preoccupazione per la conclusione e l'attuazione del Protocollo concluso tra il Governo della Repubblica Italiana e il Consiglio dei Ministri della Repubblica d'Albania sul rafforzamento della cooperazione in materia di migrazione il 6 novembre 2023. In particolare, il Comitato è preoccupato per l'assoggettamento dei richiedenti asilo detenuti sotto giurisdizione italiana in Albania a procedure di asilo accelerate, per gli impedimenti all'accesso dei detenuti alle garanzie procedurali quali l'accesso all'informazione, all'assistenza legale e alla rappresentanza, nonché all'assistenza psicologica, sociale e umanitaria, e per la limitata capacità dei detenuti di partecipare pienamente al procedimento di asilo”
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Altri pesanti rilievi si trovano a pagina 8 del documento in relazione alle condizioni di sovraffollamento nelle carceri aggravato dalle pene previste dai vari e recenti decreti sicurezza tanto cari al governo nero e reazionario in carica: “il Comitato
– si legge - esprime seria preoccupazione per il sovraffollamento delle carceri, che ha raggiunto livelli pari al 138%, con migliaia di detenuti ospitati in spazi inferiori a 4 m² a persona
”.
Alle pagine 8 e 9 il documento denuncia il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario: “il Comitato
- si legge - rimane preoccupato per le severe restrizioni imposte dal regime di detenzione speciale previsto dall'articolo 41 bis della legge penitenziaria, che limita il tempo trascorso fuori dalle celle e le interazioni tra i detenuti, nonché le visite e i contatti con il mondo esterno. Il Comitato è altresì preoccupato per il fatto che le misure previste dall'articolo 41 bis siano applicate per un periodo iniziale di quattro anni, soggetto a proroga ogni due anni”
. Tale critica non è rivolta alla magistratura bensì al governo, perché è il ministro della Giustizia a decidere sull’iniziale irrogazione nonché sulla proroga, ed è ancora sotto gli occhi di tutti l’uso arbitrario e abnorme di tale regime detentivo da parte del ministro della Giustizia del governo Meloni, Carlo Nordio, nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito che non ha mai ucciso nessuno, mentre individui la cui pericolosità sociale è conclamata come Carmelo Cinturrino, che ha ucciso eccome, non verranno mai neppure sfiorati da tale regime carcerario estremo.
Nelle successive pagine il documento esprime preoccupazione per gli elevati livelli di decessi in custodia nelle carceri italiane derivanti sia da suicidi - in particolare tra detenuti stranieri e in regime di isolamento – sia da cause che restano indeterminate anche dopo anni a causa della lentezza delle indagini, e il pensiero va ovviamente ai 13 detenuti morti nelle rivolte scoppiate in vari istituti penitenziari italiani tra il 7 e il 9 marzo 2020: secondo la versione ufficiale, alla quale nessuno che abbia un minimo di intelletto crede, sarebbero morti per avere ingerito farmaci, ma con ogni probabilità sono stati assassinati dagli appartenenti a uno dei corpi di polizia intervenuti nella repressione di tali rivolte (oltre alla polizia penitenziaria parteciparono a tale repressione anche la polizia di Stato, l’arma dei carabinieri e l’esercito italiano).
Il Comitato inoltre si rammarica del fatto che il governo italiano non gli abbia fornito il numero di pubblici ufficiali che sono stati oggetto di indagine o procedimento giudiziario per il reato di tortura, e si lamenta perché, nonostante indagini a loro carico per il reato di tortura, essi non vengano sospesi in via cautelare dalle funzioni.
Sia il governo Meloni sia i corpi di polizia italiani escono con le ossa rotte dal rapporto del Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura, ma non è certo la prima volta che organizzazioni internazionali muovono pesantissime critiche sia al governo sia ai corpi di polizia: tra il 2024 e il 2025 la Commissione contro il razzismo e l'intolleranza del Consiglio d'Europa – organizzazione internazionale di cui l’Italia fa parte – mossero gravissime critiche alle ‘forze dell’ordine’ italiane accusandole, sulla scorta di ampia documentazione, di condotte razziste ma il capo della polizia, Vittorio Pisani, anziché promuovere un serio percorso critico alla luce del fatto che tali gravissime accuse erano mosse non da qualche bevitore all’osteria ma da una delle più importanti organizzazioni internazionali esistenti, preferì andare a piagnucolare da Sergio Mattarella e da Giorgia Meloni, i quali offrirono tutta la solidarietà. Ovviamente gli altri tre corpi di polizia statali, quelli regionali, provinciali e comunali si autoassolsero senza minimamente attribuirsi alcun demerito, anzi tutti i sindacati di polizia in coro affermarono che il Consiglio d’Europa aveva preso un vero abbaglio. È chiaro, quindi, che le accuse di razzismo direttamente rivolte alle ‘forze dell’ordine’ hanno investito indirettamente ma pienamente anche coloro che come Giorgia Meloni (ma non solo), lungi dal vigilare affinché tali condotte non fossero poste in essere o quantomeno accogliere con spirito critico tale denuncia, hanno dato copertura politica e istituzionale agli autori di tali abominevoli atti ben sapendo che tali accuse erano reali.
24 giugno 2026