La Camera approva la riedizione della legge elettorale mussoliniana Acerbo del 1923
La sinistra del regime capitalista neofascista abbaia ma non morde
La proposta del PMLI: Legge elettorale proporzionale puro senza sbarramenti, con le preferenze e la presenza paritaria di genere, col diritto di tribuna per le liste che raggiungono almeno 100mila voti e con il voto ai sedicenni e ai migranti

Il 16 luglio, con solo tre giorni di esame e discussione in aula, la Camera ha approvato in prima lettura con 217 sì, 152 no e 2 astensioni, la nuova legge elettorale cucita su misura per blindare al potere Meloni, Mussolini in gonnella, alle prossime elezioni politiche del 2027. Non a caso il costituzionalista Michele Ainis ha fatto notare che anziché Stabilicum, come l'ha denominata il governo neofascista in omaggio alla “stabilità” politica che dovrebbe assicurare, o Melonellum, dal nome della sua ideatrice, si dovrebbe chiamare invece Mussolinum, visto che il regime fascista è durato vent'anni.
È evidente infatti che nel disegnare questa legge interamente proporzionale con premio di maggioranza, Giorgia Meloni non mira soltanto a impedire una vittoria del campo largo (la coalizione PD, M5S e AVS, a cui potrebbero aggiungersi anche IV e +Europa, nonché il PRC), cosa considerata probabile, almeno nella quota di collegi uninominali previsti dall'attuale legge elettorale Rosatellum; ma si è ispirata direttamente alla legge mussoliniana Acerbo del 1923, che alle elezioni del 1924 permise al duce del fascismo di ottenere una maggioranza schiacciante in parlamento, spianandogli la strada per la successiva abolizione del regime parlamentare borghese e l'imposizione della dittatura fascista.

Una legge fascista che “anticipa il premierato”
Il principio fondamentale su cui si basano entrambe le leggi è lo stesso: un proporzionale con un abnorme premio di maggioranza, che nel caso della Acerbo era dei due terzi dei seggi (66%) e scattava per il primo partito se otteneva almeno il 25% dei voti. Nel caso della legge appena approvata, con 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato come premio di maggioranza, si può arrivare molto vicino a quella maggioranza schiacciante, se la coalizione di partiti vincente ottiene almeno il 42% dei voti in entrambe le Camere, obiettivo che la premier neofascista ritiene alla sua portata.
Si tratta infatti di un premio di maggioranza del 17,5% dei seggi, ben un sesto del totale, il che fa ottenere alla coalizione vincente che ha vinto con una maggioranza relativa del 42% dei voti, una maggioranza assoluta di circa il 57% dei seggi. Ma che sommando il voto estero, gli accordi fatti con i partiti autonomisti della Val D'Aosta e del Trentino-Alto Adige (le sole regioni che conservano ancora i collegi uninominali), e con la redistribuzione proporzionale dei voti “sprecati” dovuti alla soglia di sbarramento del 3% per i partiti che si presentano da soli (se questi fossero una quota consistente, ad esempio del 6%), secondo l'Istituto Cattaneo potrebbe realisticamente arrivare anche intorno al 60%.
Una maggioranza che consentirebbe a Mussolini in gonnella, con qualche aiuto esterno come per esempio i voti del generale fascista Vannacci (anche se non entrasse direttamente nella sua coalizione), o quelli di Calenda, di eleggersi anche il presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, e perfino di poter cambiare da destra la Costituzione senza passare il vaglio del referendum popolare. Non per nulla il suo ministro per i Rapporti col parlamento, Luca Ciriani, in un'intervista televisiva ha ammesso che “questa riforma elettorale è un anticipo di premierato”.
E che sia questo il suo obiettivo lo dimostra anche il fatto che la legge prevede l'indicazione del candidato presidente del Consiglio nel programma elettorale delle coalizioni, così da forzare la mano a Mattarella che sarebbe costretto a seguire la volontà dei partiti vincenti, rinunciando al potere di nomina che la Costituzione gli assegna. Una volta rieletta, sarà ancora più facile per lei mettere mano alla Costituzione per istituire il premierato vero e proprio, completando il piano presidenzialista e fascista della P2.
E non deve trarre in inganno la differenza di quorum tra il 25% della legge Acerbo e il 42% della legge truffa voluta dalla premier neofascista quasi allo scadere della legislatura. Non solo perché il principio e gli obiettivi sono gli stessi, ma anche perché si tratta di una soglia obbligata, sotto la quale la legge cozzerebbe con la sentenza della Corte costituzionale che riformò l'Italicum di Renzi e Berlusconi (che nella prima versione prevedeva un quorum del 37% con premio di maggioranza del 55%), perché l'esigenza della “stabilità” dei governi non poteva essere conseguita a spese della rappresentanza, che è un principio cardine della Costituzione. Per questo la Corte indicò nel 40% il livello minimo di quorum e nel 54-55% il livello massimo del premio di maggioranza, oltre a ribadire che anche le liste bloccate e le pluricandidature erano in netto contrasto col suddetto principio.

Il tentativo strumentale di reintrodurre le preferenze
La premier neofascista sa che la sua legge viola diversi articoli della Costituzione e teme i ricorsi alla Consulta (anche se calcola che le eventuali sentenze arrivino dopo le elezioni, senza effetti sulla nuova legislatura), e perciò ha cercato il più possibile di “truccarla” in modo da offrire meno argomenti possibili per essere bocciata. Uno di questi trucchi è la reintroduzione delle preferenze, che la premier neofascista ha voluto imporre a tutti i costi agli alleati Salvini e Tajani, che le vedono come il fumo negli occhi. Non solo per passare il vaglio di costituzionalità, ma anche per ragioni di immagine, perché quando era all'opposizione se ne era fatta paladina contro la “casta” dei nominati.
Forse prima ne avrebbe anche fatto volentieri a meno, visto che pure nel suo partito non sono affatto gradite, se non fosse che adesso c'è Futuro nazionale di Vannacci a farle concorrenza da destra, tanto da aver presentato un emendamento per rimettere le preferenze, senza liste bloccate, ma naturalmente senza obbligo di quote rosa per le candidate. Per questo Meloni ha fatto di tutto per convincere i suoi alleati ad accettarle, riuscendo alla fine a trovare un accordo con loro. In cambio Salvini ha ottenuto l'approvazione in Senato, passata del tutto inosservata, di una risoluzione della maggioranza sulle pre-intese, come anticipo sull'autonomia differenziata, per devolvere a Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria la competenza esclusiva su quattro importati materie, come la protezione civile, le professioni non ordinistiche, la previdenza complementare e il coordinamento della finanza pubblica in materia di sanità.
L'accordo in questione era su un emendamento farlocco che nominalmente introduceva nel ddl le preferenze, ma solo per tre candidati su sei per collegio, e con il capolista bloccato. E per di più senza l'obbligo di “quote rosa” tra il capolista e il candidato con più preferenze, che così potevano essere entrambi uomini. È stato calcolato che con tale meccanismo le preferenze avrebbero avuto effetto solo sui due partiti maggiori, FdI e PD, poiché tutti gli altri avrebbero avuto quasi dappertutto la certezza dell'elezione solo del capolista, indipendentemente dal numero di preferenze ottenuto dal secondo più votato.
Ciononostante, nella votazione a scrutinio segreto del 14 luglio, l'emendamento della maggioranza è stato clamorosamente bocciato per un voto, 188 no contro 187 si, segno che dalle file di FI e Lega erano mancati parecchi voti: aritmeticamente almeno 35, ma c'è chi ha calcolato anche una decina in più, forse dallo stesso partito della premier. Non contenta dello smacco subito, il giorno dopo Meloni ha voluto provare nuovamente la prova di forza con i suoi riottosi alleati dando ordine di votare l'emendamento sulle preferenze dei vannacciani, andando incontro ad una nuova bocciatura e ad una nuova sparizione della maggioranza che la sostiene.
Tuttavia, come col referendum sulla giustizia, con un post su Facebook ha fatto finta di nulla attribuendo tutta la responsabilità alle opposizioni parlamentari, che sulle preferenze non aveva voluto “metterci la faccia” accettando il voto palese, e prendendosela con la “palude” parlamentare che aveva “vinto di nuovo”, determinando così “un'occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci”. In ogni caso la premier neofascista potrà ripresentare l'emendamento sulle preferenze in Senato, come suggeritole dal suo camerata La Russa, dove la legge verrà votata obbligatoriamente a scrutinio palese, ormai probabilmente non prima di settembre, e dove Futuro nazionale ha promesso di votarla se sarà con le preferenze.
Comunque, col voto insieme ai vannacciani, Mussolini in gonnella ha lanciato un segnale al generale fascista in vista di altre collaborazioni future, magari per entrare nella coalizione di “centro-destra” anche solo per prendere il premio di maggioranza, in cambio di un certo numero di questi seggi per il suo partito. Intanto, lanciati in piena campagna elettorale, Meloni, Salvini e Vannacci fanno a gara a disputarsi l'elettorato di destra, come fomentare una sporca campagna demagogica sul caso del gioielliere-pistolero condannato per aver inseguito e giustiziato due rapinatori in fuga, e assolvere in anticipo due poliziotti che hanno ucciso un immigrato schiacciandolo a lungo in terra come accadde a George Floyd.

La fallimentare tattica elettoralista della “sinistra” borghese
Come sempre, anche in questa cruciale battaglia politica e istituzionale, la sinistra del regime capitalista neofascista abbaia senza mordere. Tutti i leader del campo largo, da Schlein a Conte, da Bonelli a Fratoianni, si sono concentrati sulle solite giaculatorie sulla difesa astratta di una Carta costituzionale che ormai non esiste più, talmente è stata stravolta a destra nei decenni da tutti i partiti della destra e della “sinistra” borghese, e sulla richiesta, neanche tanto convinta, che Giorgia Meloni prenda atto che la sua maggioranza non c'è più e salga al Quirinale per rassegnare le dimissioni.
Addirittura la sinistra parlamentare si è data a scene di esultanza dopo la bocciatura dell'emendamento sulle preferenze come se il governo fosse già caduto, con Conte e Schlein che esortavano la premier neofascista ad aprire la crisi e andarsene a casa. I partiti del campo largo hanno persino festeggiato l'evento davanti a Montecitorio, in una manifestazione a cui si è unita assurdamente anche Rifondazione. Non hanno ancora capito, o piuttosto fingono di non capire, che la premier neofascista non mollerà mai il potere per via parlamentare, ma solo se vi sarà costretta dalla lotta di piazza delle masse. Che però si guardano bene dal mobilitare, perché sarebbero costretti a riconoscere che in Italia è tornato Mussolini al governo nelle vesti femminili, “democratiche” e costituzionali di Giorgia Meloni, Mussolini in gonnella.
La loro speranza, come traspare da tutti i loro interventi, è che la legge elettorale di Meloni venga affossata dai contrasti nella maggioranza e possano batterla nelle urne col più favorevole Rosatellum: una legge semi-proporzionale, ma in realtà anch'essa maggioritaria e antidemocratica, grazie ai collegi uninominali, agli sbarramenti del 3% per i partiti e del 10% per le coalizioni, e basata su liste rigidamente bloccate di candidati nominati dalle segreterie dei partiti.
Se la sinistra parlamentare vuole veramente battersi contro la legge elettorale fascista di Mussolini in gonnella, e per una legge elettorale autenticamente democratica, l'unica su cui si può costruire un fronte unito di tutte le forze antifasciste, democratiche e progressiste, abbia allora il coraggio di farlo sulla base della proposta del PMLI: legge elettorale proporzionale puro senza sbarramenti, con le preferenze e la presenza paritaria di genere e col diritto di tribuna per le liste che raggiungono almeno 100mila voti e con il voto ai sedicenni e ai migranti.

22 luglio 2026