Due cortei per ricordarlo e attualizzarlo
A chi appartiene il 30 giugno 1960 di Genova
Quando l'imponente moto popolare degli antifascisti impedì lo svolgimento del congresso nazionale del MSI innescando la caduta del governo DC Tambroni
Dal corrispondente di Genova de “Il Bolscevico”
Il 30 giugno del 1960 è per gli antifascisti e anticapitalisti genovesi una data, un momento di lotta, altrettanto importante di quello che ricorda la Liberazione dal nazi-fascismo avvenuta il 25 Aprile del 1945. Il 30 giugno del '60 appartiene a chi quella battaglia di piazza l’ha vissuta, l’ha partecipata, e, in prima persona realizzata, ma appartiene anche a chi l’ha sentita raccontare e comprendendo la vera portata politica l’ha fatta propria. Appartiene, quindi, a ogni anticapitalista, a ogni sincero antifascista, a tutti quei proletari che lottano per la propria emancipazione e che lottano, e lotteranno in futuro, per la conquista del potere politico.
Il 30 giugno di Genova ha dimostrato, anche a chi fa orecchie da mercante, un fatto incontrovertibile: il fascismo si batte con la mobilitazione delle masse p
roletarie e popolari nelle piazze e non attraverso le azioni sterili svolte nelle aule parlamentari che a conti fatti hanno soltanto fornito, sin da quando la Costituzione italiana è stata promulgata nel ‘46, alle forze reazionarie e fasciste, l’ossigeno necessario per riproporsi, per ricollocarsi sempre più sulla scena politica.
Oggi, di fronte a un governo Meloni di chiara e rivendicata matrice neofascista, che insegue il disegno reazionario piduista di Licio Gelli, che criminalizza, con il fascistissimo decreto sicurezza, il dissenso sociale, le lotte operaie, le battaglie in difesa dei popoli martoriati dall’imperialismo internazionale, la validità della lezione che ha fornito il 30 giugno ’60 di Genova non può che essere sotto gli occhi di chiunque, confermando, nel concreto, l’evidente fallimento dell’illusione riformista parlamentare e avvalorando la necessità di rilanciare il conflitto di classe.
Per ricordare le giornate del 1960 a Genova si sono tenute due distinte manifestazioni. La prima, per ordine di tempo, è stata organizzata dall’ANPI e dalla CGIL. Il concentramento è stato fissato sotto le ampie volte del Ponte Monumentale, in cui sono presenti le lapidi dei partigiani caduti durante la Resistenza e l’elenco dei genovesi deportati nei campi di sterminio nazisti.
Il corteo composto da circa un migliaio di antifascisti, si è mosso prendendo la parte finale di via XX Settembre. Tra gli striscioni molto azzeccato quello dei lavoratori exILVA, targato Fiom: “Remigrazione per i fascisti. Tornate nelle fogne”. Il corteo ha quindi raggiunto piazza De Ferrari in cui ha preso la parola Igor Magni, Segretario generale Camera del lavoro di Genova, quindi la sindaca di “centro-sinistra” di Genova, Silvia Salis, Massimo Bisca, Segretario ANPI di Genova e per le conclusioni è intervenuta la Segretaria nazionale CGIL, Francesca Re David.
Il secondo corteo, ma per tempistica, organizzato dagli antagonisti di Genova Antifascista, ha visto la partecipazione di oltre un migliaio di antifascisti, di antimperialisti, di anticapitalisti. Il concentramento è stato fissato presso la stazione Marittima con il messaggio “Con tutti i popoli che lottano contro il nemico imperialista”. Si è messo in movimento percorrendo le strade che costeggiano, da un lato, le banchine del porto e dall’altro lato i margini della città dei “caruggi”. Manifestazione questa, rispetto a quella sindacale, di antifascisti e anticapitalisti più determinati a lanciare parole d’ordine contro il governo neofascista di Mussolini in gonnella, Giorgia Meloni, contro le leggi fascistissime sulla sicurezza, sul genocidio in atto in Palestina e contro lo Stato terrorista d’Israele.
Tornando al corteo concluso in piazza De Ferrari, dal palco tanti riferimenti ai fatti storici del 30 giugno 1960. Chi ha preso la parola ha ricordato la Medaglia d’oro per la Resistenza della quale è stata insignita la città di Genova, e dell’offesa, e della provocazione, che i fascisti di Almirante volevano arrecargli con la pretesa di tenervi il loro congresso nazionale. Si è pure ricordato che il sostegno del MSI al governo democristiano Tambroni del '60, era una “stampella”. Nessuna riflessione è avvenuta, soprattutto negli interventi della sindaca Salis e del Segretario della Camera del Lavoro Magni, per un'evidente contraddizione: mentre al governo Tambroni occorreva una stampella, al governo neofascista di Giorgia Meloni di stampelle non ne servono affatto; fascisti lo sono strutturalmente tutti i partiti che lo sostengono. Per cui riempirsi tanto la bocca di antifascismo, del valore che ha assunto nell’intero Paese e nelle coscienze il 30 giugno, ma poi dialogare con questo governo, non buttarlo giù con la forza delle piazze, con la lotta di classe, e in alternativa affrontarlo con delle azioni sterili all’interno dell’agone parlamentare, ebbene tutto questo dimostra che a queste persone, e ai partiti e alle organizzazioni a cui ne fanno riferimento, la data del 30 giugno non appartiene affatto.
Verrebbe da dare a costoro un consiglio spassionato. Lasciate perdere certe date che richiedono rispetto e in alternativa dedicatevi al 6 gennaio. La festa della Befana è decisamente più in linea con il vostro agire, con le vostre proposte; distribuire illusioni a chi è disposto a credere ancora nelle favole, in questo siete bravissimi.
22 luglio 2026