Sciopero indetto da Nidil-Cgil
Rider contro la precarietà e per maggiori tutele
I lavoratori non possono pagare di tasca propria le ordinanze che impongono lo stop lavorativo nelle ore più calde
Le TV, i giornali e la rete sono sommersi da una valanga di articoli e notizie sul gran caldo di questi giorni e sul cambiamento climatico, corredate da interviste ai turisti che si trovano in vacanza nelle città, sulle spiagge e nelle località montane. Ben pochi sono invece i casi in cui i media si occupano di chi, per svolgere il proprio lavoro, deve affrontare la canicola e temperature che arrivano a 40 gradi. Una di queste categorie è rappresentata sicuramente dai rider, i ciclofattorini che consegnano cibo a domicilio.
In una delle giornate più calde dell'anno, il 15 luglio, il sindacato Nidil-Cgil ha organizzato uno sciopero con presidi e iniziative nelle maggiori città del centro-nord. La mobilitazione ha interessato due delle tre principali piattaforme di food delivery
, Glovo e Deliveroo, mentre i rider di Just Eat avevano annunciato di non aderire, in quanto il contratto applicato per la maggioranza di loro è diverso, e riconosce, ma solo in parte, il lavoro subordinato, al posto di quello a cottimo e formalmente autonomo.
Il tipo di rapporto di lavoro instaurato tra le piattaforme e i rider è di fondamentale importanza, e rimane uno dei principali punti di scontro tra lavoratori e sindacati da una parte, e i padroni che si celano dietro le applicazioni per ordinare cibo a domicilio dall'altra. Approfittando di una legislazione che fino a poco tempo fa era quasi inesistente, e pure dal fatto che i maggiori sindacati italiani, almeno fino ad un certo punto, non hanno dato rilevanza alle denunce dei rider, considerando la loro attività come “lavoretti” per studenti universitari o per arrotondare altri guadagni, questi lavoratori sono considerati, dalla maggior parte delle piattaforme, delle partite Iva che possono consegnare il cibo quando desiderano e sono disponibili.
In realtà il loro è un rapporto a tutti gli effetti subordinato, dove devono rispondere alla direzione dell'algoritmo che li incalza a fare sempre di più, e li penalizza se non vengono raggiunti certi volumi di consegne. Ma c'è dell'altro. Molte piattaforme sono finite nel mirino della Procura di Milano per sfruttamento e salari da fame sotto la soglia di dignità. Tra queste Glovo è stata posta sotto controllo giudiziario, dopo le indagini disposte dal magistrato Paolo Storari, già impegnato a combattere il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato nelle ditte che lavorano al servizio e per conto delle grandi firme della moda.
Questo tipo d'inquadramento professionale fa sì che i rider debbano pagare le conseguenze delle ordinanze dei comuni e delle Regioni che vietano di lavorare nelle ore più calde. Sia chiaro, lo sciopero era anche per questo, perché i lavoratori per primi non intendono stare in bici sotto il sole nel cemento delle città a 40 gradi, ma vogliono tutele e sostegno economico. Poiché i rider non hanno alcun ammortizzatore sociale, sono messi di fronte ad una scelta drammatica: lavorare sotto il sole cocente o rispettare le ordinanze e vedersi decurtato il loro già misero salario? Stare fermi da mezzogiorno alle 17 coinvolge l'ora di pranzo e inevitabilmente fa perdere una buona fetta delle entrate.
Alle attuali condizioni il cambiamento climatico causato dal capitalismo e dalla ricerca del massimo profitto, e la cementificazione sempre più spinta a scapito delle aree verdi, viene fatto pagare ai rider, e assieme a loro a chi deve lavorare all'aperto e alle fasce più povere della popolazione che non può permettersi condizionatori e abitazioni adeguate. Lo sciopero, invece, prospetta potenziali soluzioni universalistiche, a cominciare da quelle per la salute e il lavoro. “Non sono costi accessori – osserva il Nidil Cgil – sono diritti fondamentali. Le consegne sono sostenibili solo se garantiscono un lavoro sicuro, dignitoso e tutelato”. Significativamente uno degli slogan più gettonati apparsi nelle manifestazioni è stato: “zero tutele, zero consegne”. Le iniziative più importanti si sono svolte a Milano, Bologna e Firenze, il giorno successivo, il 16 luglio, è toccato al Piemonte, con un presidio davanti la Regione a Torino.
I rider e il sindacato denunciano un modello di lavoro basato su compensi ritenuti insufficienti e sul cottimo, chiedendo il superamento delle attuali modalità di remunerazione, maggiori garanzie in materia di salute e sicurezza e il riconoscimento di diritti più ampi per i lavoratori delle piattaforme. Tra le richieste avanzate dai rider c’è anche quella di misure strutturali per affrontare gli effetti della crisi climatica. Secondo i promotori della protesta, il caldo estremo non può più essere considerato un evento eccezionale e la sospensione delle consegne per ragioni di sicurezza non deve tradursi in una perdita di reddito per chi lavora. Il riconoscimento di un pieno sistema di diritti e di ammortizzatori sociali viene indicato come uno degli obiettivi prioritari della vertenza.
Infine chiedono l’apertura immediata di un vero tavolo di confronto con le aziende su compensi, tutele e corretto inquadramento contrattuale. Una richiesta sempre più stringente, dopo che il 16 luglio si è concluso con un nulla di fatto l'incontro convocato al Ministero del Lavoro con Nidil Cgil, Felsa Cisl, Uiltemp e Confcommercio, chiesto dai sindacati a seguito delle ordinanze regionali anti-caldo che impongono ai ciclofattorini la sospensione obbligatoria delle consegne nelle ore più calde della giornata. Ordinanze che non spiegano quali sono le soluzioni utili a ridurre il rischio, che le piattaforme di consegna possono interpretare come vogliono e, dato che non è previsto alcun sostegno economico, la scelta è quella denunciata dalla parola d'ordine della mobilitazione: “Morire di caldo o morire di fame“.
22 luglio 2026