La lezione da trarre dalla grande battaglia di Genova 2001
Senza un'autentica linea e direzione antimperialista e antifascista non è possibile sconfiggere i mostri dell'imperialismo e del fascismo e i movimenti nazionali e internazionali non hanno futuro
Nel luglio 2001, quasi ad emulare le eroiche giornate della storica insurrezione antifascista del luglio 1960, Genova fu teatro di una grande battaglia anticapitalista e antimperialista contro le nazioni imperialiste del G8 lì riunite per decidere le sorti del mondo, battaglia che l'appena insediato governo neofascista del neoduce Berlusconi si incaricò di stroncare con un bagno di sangue e una violenza da far impallidire quella impiegata due anni prima dal governo americano contro il movimento antiglobalizzazione a Seattle. Ciononostante le centinaia di migliaia di giovani che accorsero a Genova da tutta Italia e da altri Paesi tennero testa eroicamente alla furia dell'apparato repressivo agli ordini del governo neofascista Berlusconi e dei signori imperialisti, svelando a tutto il mondo il vero volto fascista e assassinio della democrazia borghese.
Il PMLI, che sotto la direzione lungimirante del suo Segretario generale, Giovanni Scuderi, aveva per tempo individuato l'ascesa del movimento antiglobalizzazione, cercando pur nei limiti delle sue forze di parteciparvi per influenzarlo in senso correttamente anticapitalista e antimperialista, fece la sua parte in quella battaglia prendendo parte alla grande manifestazione del 21 luglio con una nutrita delegazione nazionale, diretta dal compagno Simone Malesci, coadiuvato dal compagno Denis Branzanti e dalla compagna Antonella Casalini, che per il suo coraggio, determinazione, disciplina e combattività marxiste-leniniste e le sue illuminanti parole d'ordine antimperialiste, attrasse l'ammirazione dei manifestanti e di certo anche le attenzioni delle “forze dell'ordine”, che aggredirono con particolare durezza il nostro spezzone di corteo, con cariche immotivate e provocatorie alle quali le nostre compagne e i nostri compagni riuscirono a sfuggire solo con faticose peripezie e con l'aiuto provvidenziale della popolazione di Genova.
Visione opportunista e pessimista di Genova 2001
Quella violenza inaudita e ostentatamente fascista e quel truce bagno di sangue, con l'assassinio del giovane Carlo Giuliani, le cariche e i pestaggi feroci dei manifestanti, la mattanza notturna alla scuola Diaz, le criminali torture nella caserma-lager di Bolzaneto che ancora oggi aspettano una giustizia mai arrivata, ebbero certamente il loro peso nel declinare della spinta che il movimento internazionale antiglobalizzazione, cresciuto ininterrottamente nella seconda metà degli anni '90, cominciò a registrare da allora, ma non ne furono la sola né la principale causa, come sostengono certe interpretazioni di fonte riformista e trotzkista. La sua sostanziale scomparsa fu dovuta soprattutto alle sue debolezze e contraddizioni ideologiche e organizzative. E comunque quella spinta e quello spirito di lotta non è andato del tutto perduto, ma si è trasmesso e trasformato negli anni successivi nei grandi movimenti di protesta internazionali di massa, come quello contro la guerra imperialista Usa all'Iraq, quello contro i disastri climatici provocati dal capitalismo e dall'imperialismo, e come quello più recente contro il genocidio del popolo palestinese per mano dei nazisionisti israeliani sostenuti dall'imperialismo Usa ed europeo.
Eppure a stare alle interpretazioni di certi riformisti e trotzkisti sarebbe stato essenzialmente il trauma di quella violenza inaudita a far abortire il cosiddetto “movimento dei movimenti”, come queste stesse forze l'avevano precedentemente esaltato per cercare di prenderne l'egemonia e strumentalizzarlo in chiave elettoralista e riformista. Di queste interpretazioni “Il Manifesto” trotzkista ha fornito un'ampia rassegna in occasione del 25° anniversario, in particolare con l'inserto “speciale G8 Genova”, intitolato significativamente “Cicatrici”, dalle quali emerge una visione pessimista e politicamente riduttiva di quella battaglia, la cui repressione violenta viene vista sostanzialmente come una “sospensione della democrazia” e dello “Stato di diritto”, una ferita che ha scoraggiato e fatto abortire il movimento lasciando solo cicatrici, senza compiere un'analisi del processo che ha portato negli anni allo scatenamento di quella violenza e di cosa ne è seguito negli anni successivi, fino alla situazione attuale.
Non solo “trauma” e “sospensione della democrazia”
Così, per esempio, il giornalista de “Il Manifesto” Giuliano Santoro, nell'articolo “Il trauma e la cura”, fa propria per l'occasione la definizione riduttiva e fuorviante della
“più grave sospensione dei diritti democratici che si sia mai verificata in un paese occidentale dal secondo dopoguerra” (coniata a suo tempo da Amnesty International), per ridurre i fatti del luglio 2001 ad “un trauma monopolizzato da alcune immagini, soverchiato dalle voci dei potenti o dalle carte dei processi, schiacciato sul precipizio di guerra dei mesi successivi”. Come fa anche Carlotta Cossutta, nipote del leader dei neorevisionisti filosovietici, Armando Cossutta, per la quale il G8 di Genova è “un evento che assume una forza paradigmatica e, nello stesso tempo, traumatizza profondamente la trasmissione politica tra generazioni”.
Per l'ex magistrato di Torino, ex segretario e presidente di Magistratura democratica ed attuale presidente dell'associazione Volere la Luna, Livio Pepino, la violenza di Genova fu “la prova generale di una svolta autoritaria” (che è anche il titolo del suo articolo): una tesi molto simile alla “sospensione della democrazia”, salvo che egli preferisce parlare di “Stato di diritto”, che da Genova in poi è stato sostituito con “il suo contrario, che è lo “Stato di eccezione”, o anche “Stato di polizia”, prima di fatto e successivamente anche a forza di decreti legge. Per cui “un possibile antidoto” sarebbe la difesa “con convinzione e a denti stretti” dello stesso “Stato di diritto”, di cui pure ha appena ammesso la cancellazione.
Secondo poi l'intervento di Francesca Gabbriellini, membro della Fondazione Feltrinelli e del Gruppo di Ricerca Solidale GKN, nell'articolo “Una storia tutta da scrivere”, servirebbe “una nuova stagione di studi” storiografici sul G8 di Genova, anche per capire perché quel movimento “non sia riuscito a sedimentarsi in forme durature di organizzazione”, e perché la “sinistra” borghese non riesca a misurarsi con i movimenti “non soltanto nella dimensione del dissenso, ma anche in quella del potere, come forza capace di contendere il governo della società”, così da “trasformare il conflitto in progetto”. Sottintendendo con ciò che i movimenti di lotta o si istituzionalizzano, lasciandosi inglobare e sfruttare dai partiti borghesi secondo i loro disegni riformisti, oppure finiscono inevitabilmente per esaurirsi, visto che non è ammesso il rovesciamento del sistema capitalista e imperialista, ma solo la sua gestione alternata o in comune tra la destra e la “sinistra” borghese.
Un ininterrotto processo di fascistizzazione
Tutti costoro, insomma, non individuano, o peggio ignorano volutamente il filo nero che dal secondo dopoguerra, partendo quantomeno dall'esercito segreto di Gladio, dalla “strategia della tensione” golpista e stragista del terrorismo fascista, dal terrorismo sedicente “rosso” infiltrato ed eterodiretto dai servizi segreti, nonché dalle trame della P2 di Gelli, Craxi e Berlusconi per fascistizzare le istituzioni, stravolgere a destra la Costituzione e imporre una seconda repubblica presidenziale neofascista, federalista e interventista, porta dritto alla violenza fascista del G8 di Genova. Che non rappresenta perciò “una svolta autoritaria”, o una “sospensione della democrazia” e dello “Stato di diritto”, ma lo sbocco naturale e inevitabile di quel lungo e sanguinoso processo di fascistizzazione della Repubblica nata dalla Resistenza e dall'antifascismo.
Così come e soprattutto non ammettono che dopo Genova quel processo di fascistizzazione è continuato ininterrottamente - sotto i governi di destra Berlusconi, ma anche con quelli di “centro-sinistra” e quelli “tecnici” sorretti da varie ammucchiate di entrambi i poli, fino ad approdare all'attuale governo neofascista, che ha riportato Mussolini al governo nelle vesti femminili, “democratiche” e costituzionali di Giorgia Meloni, Mussolini in gonnella. Sicché si può ben dire che a 80 anni dalla nascita della Repubblica antifascista oggi viviamo ufficialmente in una Repubblica neofascista, che è la forma istituzionale di fatto del regime capitalista neofascista dominante.
Giorgia Meloni ha ereditato infatti da Craxi e Berlusconi - e sta attuando punto per punto nonostante il passo falso del referendum sulla giustizia - il “Piano di rinascita democratica” della P2. I cui prossimi obiettivi sono la legge super maggioritaria sul modello di quella fascista Acerbo e l'imposizione (di fatto o cambiando la Costituzione grazie anche al premio di maggioranza), della repubblica presidenziale nella forma del premierato, quella che Gelli aveva ripreso dal suo camerata Almirante, padrino politico della premier neofascista.
Le cause del declino e la lezione da trarre
Quanto al declino del movimento antiglobalizzazione dopo Genova, esso è dovuto essenzialmente alla mancanza di una linea autenticamente anticapitalista, antifascista e antimperialista, in quanto si limitava a mettere in discussione il neoliberismo, cioè la politica economica e la globalizzazione imposte dall'imperialismo ai popoli, ma non l'esistenza stessa del capitalismo e dell'imperialismo, senza porsi il problema concreto di abbatterli prima di perseguire il sogno utopistico di “un altro mondo possibile”. A cominciare dall'abbattere il governo imperialista nel proprio Paese, che allora era quello del neoduce Berlusconi, e oggi è quello neofascista e piduista di Mussolini in gonnella, costruendo un largo fronte unito di tutte le forze anticapitaliste, antifasciste e antimperialiste per buttarlo giù con la lotta di piazza.
Oltre a ciò il movimento antiglobalizzazione mancava anche di una direzione politica autenticamente antifascista e antimperialista, essendo egemonizzato da forze pacifiste, riformiste, spontaneiste, anarchiche ecc. Forze che praticavano l'interclassismo, la non violenza, il solidarismo umanitario e l'idealismo di matrice pacifista e cattolica, anziché l'internazionalismo proletario, la lotta di classe e tutte le forme di lotta tradizionali, legittime e “illegittime” del movimento operaio, quali gli scioperi e i picchetti, le manifestazioni e le lotte di piazza, i blocchi stradali e ferroviari.
La lezione da trarre perciò dalla grande battaglia di Genova del 2001 è quella di lavorare per dare ai movimenti internazionali di lotta una linea e una direzione autenticamente antifasciste e antimperialiste, e una coscienza politica che metta al centro della lotta la questione dell'abbattimento del capitalismo e dell'imperialismo, per conquistare il socialismo e il potere politico del proletariato. Questi sono infatti il solo e vero mondo alternativo possibile al mondo attuale dominato dall'imperialismo: quello dell'Ovest, capeggiato dalla superpotenza Usa e di cui fa parte anche l'Italia e l'UE imperialista, e quello dell'Est, il socialimperialismo cinese e il nazizarismo russo suo alleato, in feroce competizione tra loro per l'egemonia mondiale sulla pelle dei popoli.
2 settembre 2026