Ispirandosi al modello di Cina e Vietnam
Cuba adotta l'economia di mercato
La misura capitalistica è spacciata come “uno sviluppo e un rafforzamento del socialismo”
Strangolata dal “Bloqueo” di Trump e scossa dalle sempre crescenti ribellioni popolari per l'insostenibilità delle attuali condizioni della sua popolazione, Cuba è ormai pronta alla resa definitiva al capitalismo.
Nei fatti la sostanza del pacchetto di 176 riforme presentato la settimana scorsa su mandato del Plenum del Comitato centrale del Partito Comunista Cubano, riguarda l'adozione dell'economia di mercato come pilastro produttivo e sociale dell'isola, sulla scia di quanto già avvenuto in precedenza in Vietnam e Cina.
La proposta è stata suggellata dallo stesso Raùl Castro che attraverso un messaggio inviato da un luogo tenuto segreto per impedire un blitz statunitense come avvenuto a Maduro, ha informato i membri del Comitato Centrale di essere stato consultato e di aver approvato tutte le misure contenute nel pacchetto, senza alcuna riserva.
I lavori dell'assemblea straordinaria si sono svolti sotto la presidenza di Díaz-Canel nel suo duplice ruolo di capo di Stato e primo segretario del Partito comunista, ed alla presenza di alcuni economisti in qualità di consiglieri definiti “critici e non ufficialisti” dalle autorità cubane, anche se non legati in alcun modo ai gruppi anticastristi radicali.
Infatti a discutere e argomentare il pacchetto sono stati chiamati personaggi come Juan Triana Cordoví e Omar Overleni, ex professori universitari, e Julio Carranza (ex esperto Onu) che nei fatti si battono da tempo per riformare il cosiddetto “socialismo cubano”, in chiave chiaramente liberista. Economisti che nel corso degli anni hanno avuto anche importanti incarichi al fianco del governo revisionista cubano, a conferma che il processo che oggi viene avviato anche formalmente, era già nell'aria da tempo.
Ad introduzione del dettaglio delle misure, il primo ministro Manuel Marrero ha confermato senza giri di parole che esse prevedono sia un’apertura agli investimenti privati diretti, sia una decentralizzazione del sistema produttivo ed un cambio nel mercato delle valute. Ma con la faccia tosta che si confà soltanto ai più biechi opportunisti e revisionisti di professione, ha anche sottolineato che questa riforma “non va contro i principi del socialismo cubano”, arrivando addirittura ad affermare che ne rappresenterebbero “uno sviluppo”, rispolverando Deng Xiaoping quando nel 1978 lanciò la sua politica di “Riforma e apertura” del sedicente “socialismo con caratteristiche cinesi” che in realtà non era altro che il primo passo della restaurazione del capitalismo in Cina.
Oltre tutto Marrero prima e Diaz-Canel poi, hanno anche citato Fidel Castro nella sua celebre affermazione secondo la quale “Rivoluzione” significherebbe “cambiare tutto quello che deve essere cambiato”. A nessuno però sfugge che, seppur con tutti i suoi opportunismi e ambiguità, Fidel Castro allora si riferiva al superamento delle dinamiche economiche e politiche della dittatura fascista e filostatunitense di Batista e dei suoi apparati con la “Rivoluzione”, mentre oggi i dirigenti del PCC riportano questa definizione al suo esatto opposto, e cioè all’apertura all’economia di mercato ed al capitalismo.
Venendo al sodo, tra le misure approvate vi è la decisione di eliminare il “tope”, ovvero il prezzo massimo imposto dal governo per molti generi di prima necessità. Una misura indispensabile per aprire la porta agli investimenti stranieri nel settore privato cubano, e probabilmente già negoziata (come avevamo già scritto sulle colonne di questo giornale nelle scorse settimane) dal nipote di Castro nei suoi ripetuti incontri con una rappresentanza di imprenditori statunitensi. Tradotto, Cuba avvia una reale liberalizzazione dei prezzi di tutti i beni, a partire proprio da quelli essenziali.
Attraverso la legge 117 l'ingresso a fini di profitto a Cuba viene consentito anche agli esuli, cioè a coloro che negli anni avevano lasciato l'isola per andare soprattutto negli USA, che ora possono rientrare per investire e guadagnare. Insomma, a coloro che alla fine del secolo scorso venivano definiti dal PCC “gusanos” (vermi) perché “anticomunisti” e nemici della rivoluzione, oggi il PCC attraverso le parole di Dìaz-Canel si rivolge così: “Qui avete la vostra casa, la porta (dell’isola) è aperta”.
Dulcis in fundo, anche il cosiddetto “egualitarismo in stile Fidel”, come definito da alcuni giornalisti cubani, viene definitivamente rimosso attraverso la fine della “Canasta basica normada”, e cioè quell’insieme di prodotti a prezzi calmierati assicurati dalla “libreta”, che cesserà di essere un bene universale finora goduto anche dai residenti stranieri, diventando limitato alle persone “vulnerabili” come pensionati ed ammalati cronici.
Per indorare questa pallottola mortale, il premier Manuel Marrero ha annunciato che il salario minimo sarà elevato a 3.210 pesos cubani (oggi il salario medio mensile nel settore statale a Cuba si aggira intorno ai 6.600 pesos cubani, pari a 264 dollari), ma il problema non sarà tanto l'importo nominale, quanto il potere d'acquisto in una prospettiva di impennata dei prezzi dei beni di consumo liberalizzati.
In ogni caso, al di là delle menzogne sulla “tenuta del socialismo” del governo cubano, quel che è certo è che le misure approvate rappresentano la maggior riforma finanziaria di tutti i tempi a Cuba. Una riforma che apre agli investimenti privati nel settore immobiliare e produttivo, che trasforma le imprese statali in società commerciali e che consente anche a soggetti privati (cubani e stranieri) di acquisirne le quote; anche il settore bancario sarà aperto ai capitali privati, così come la cessione di immobili e altri beni pubblici a persone fisiche e giuridiche, compresi come detto i cubani residenti all’estero. Non di secondaria importanza è l’eliminazione del tetto di cento dipendenti per le imprese private e la possibilità, per gli imprenditori, di possedere più di un’azienda. Misure che da sole configurano una probabile escalation della grande azienda privata a Cuba, anche in settori strategici sancendo così il definitivo trionfo del capitalismo sull’isola.
Oltre agli economisti liberisti dei quali abbiamo già parlato all'inizio, non è un caso che questa riforma abbia ottenuto anche l'approvazione dalle banche private statunitensi, degli emittenti di criptomonete e, naturalmente, da parte delle aziende capitalistiche che possono finalmente guardare a Cuba come ad un nuovo mercato dal quale trarre profitto, e ad una intera popolazione da sfruttare fino al midollo.
Ma oltre all'introduzione del liberismo come sistema economico portante, agli squali pronti a fiondarsi sull'isola servono anche altri tipi di rassicurazioni; ed ecco infatti che l’imprenditore cubano-americano Hugo Cancio, di fatto portavoce dei padroni, non ha tardato a farsi sentire: “La parola chiave è fiducia - ha detto in una intervista -. Gli investimenti esteri arrivano quando vi sono le garanzie”. Ed allora vedremo se tali riforme che consegnano in via irreversibile Cuba ai capitalisti, saranno ritenute sufficienti da Trump per togliere o quantomeno allentare lo strangolamento economico ed energetico dell’isola.
Prima dell'approvazione della riforma che sancisce la capitolazione cubana al capitalismo, Díaz-Canel, ha voluto precisare che queste “non sono riforme dettate dagli Stati Uniti, anzi, si tratta di interventi per contrastare il bloqueo, il più lungo della storia imposto dalla più grande potenza del mondo. Non stiamo rinunciando al socialismo”, mentre Manuel Marrero definisce il ricorso al mercato come “uno strumento per l’allocazione efficiente delle risorse per migliorare la qualità della vita dei nostri connazionali”.
Ma chi può credere loro? Non gli autentici rivoluzionari che aspirano al socialismo reale, a quello cioè che fu realizzato nell'URSS di Lenin e di Stalin e nella Cina di Mao. Infatti quelle esperienze enormemente diverse sia nella fase rivoluzionaria della presa del potere, sia nella fase della costruzione del “socialismo” dovrebbero essere la loro stella polare e non di certo il cosiddetto socialismo del XXI secolo, che dopo la sua esperienza fallimentare si sta sgretolando ovunque applicato.
E questa capitolazione mette in risalto soprattutto i suoi dirigenti che oggi pensano più a salvare la propria pelle e i propri privilegi (vedi Venezuela e oggi Cuba), che a resistere al capitalismo al quale stanno invece consegnando senza remore intere popolazioni che diventerà carne da macello del profitto capitalista.
9 settembre 2026