Nazionalizzare l'ex Ilva. Salvaguardare lavoro e ambiente
La Corte d'Appello di Milano ha ordinato il blocco dell'area a caldo entro il 28 ottobre
Le aziende degli appalti hanno spedito 2500 lettere di licenziamento

Il governo neofascista Meloni sta decretando la fine dell'ex Ilva. Per salvarla, per salvaguardare 15mila posti di lavoro, la salute di chi ci lavora e delle centinaia di migliaia di abitanti della città di Taranto, occorre che sia nazionalizzata immediatamente.
La situazione è drammatica, non si può perdere altro tempo. Specie dopo che un decreto del Tribunale di Milano, accogliendo un ricorso delle associazioni tarantine, ha ordinato la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro 90 giorni (scadenza il 28 ottobre 2026), per la presenza di amianto e per le emissioni nocive di polveri sottili del siderurgico, salvo che nel frattempo vengano messi nero su bianco tempi certi per una serie di prescrizioni ambientali. Non si tratta di una iniziativa estemporanea, ma del prevedibile e inevitabile epilogo dell'immobilismo e del disinteresse che ha contraddistinto l'operato di tutti i governi che si sono trovati a gestire la vertenza dell'ex Ilva, dopo i disastri provocati della gestione privata della famiglia Riva, che aveva rilevato l'acciaieria dalle mani pubbliche dell'Iri.
Ilva e Acciaierie d'Italia, la vecchia e la nuova società, entrambe fallite e in amministrazione straordinaria (AS), hanno presentato istanza di sospensiva alla Corte d'appello di Milano per scongiurare lo stop all'area a caldo della fabbrica. Come al solito il governo ha accusato la magistratura di essere “insensibile”, di causare gravi danni economici all'azienda, di complicare la continuità produttiva e sopratutto di spaventare e allontanare eventuali compratori. Ma la magistratura ha fatto soltanto il suo mestiere cercando di far rispettare le leggi, che a Taranto sono state palesemente e ripetutamente infrante.
Quello della Meloni, del Ministro Urso e del governo è soltanto un maldestro tentativo di mascherare l’incapacità di costruire in quattro anni una strategia industriale credibile e realizzabile. La magistratura ha soltanto certificato questo fallimento, che ha visto sperperare oltre 4 miliardi di risorse pubbliche senza riuscire ad evitare né le ultime morti in fabbrica, né a garantire il rilancio produttivo, né la decarbonizzazione, né la tutela dell’occupazione, né la sicurezza degli impianti. Dopo anni di annunci, promesse e passerelle, il bilancio è drammatico: produzione crollata, lavoratori in cassa integrazione, indotto in sofferenza, impianti sotto sequestro e una città che continua a pagare il prezzo più alto.
Ma il governo e i Commissari straordinari continuano a insistere sulla solita, fallimentare, strada percorsa finora. Ossia tentare di bloccare la sentenza, ottenere una proroga, mettere a punto alcune iniziative per poter affermare che si procede al risanamento ambientale, e poi sperare che qualche gruppo privato acquisti l'ex Ilva. Al momento il gruppo indiano Jindal resta il candidato estero più accreditato, a cui interessa poco della chiusura dell'area a caldo. Forte della possibilità di produrre semilavorati nel proprio stabilimento in Oman, potrebbe infatti importarli per alimentare le acciaierie italiane.
Più defilati rimangono i fondi di investimento americani Flacks e Bedrock. Adesso è spuntata fuori una possibile cordata italiana. Per quanto trapelato finora, ne farebbero parte Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Feralpi, Beltrame e Lucchini. I produttori italiani, punterebbero principalmente agli impianti di trasformazione e ai siti ad alto valore aggiunto, come gli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure e le sole linee di finitura (a freddo) di Taranto. Tutte le ipotesi portano comunque al rischio “spezzatino”, una spartizione che si concretizza lasciando in dote allo Stato – e quindi alla collettività – l’onere delle aree in perdita, pesantemente inquinate e contaminate da tonnellate di amianto da smaltire.
In più, con la chiusura dell'altoforno, viene messa a rischio l'occupazione. È proprio questo reparto a garantire le bramme (i semilavorati) che alimentano anche gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, ora a loro volta a rischio blocco, minacciando l’intera filiera. Nell'indotto ci sono già stati i primi licenziamenti, ma se ne attendono a migliaia. Ad inizio settembre 28 aziende appaltatrici ex Ilva hanno annunciato l'avvio della procedura di licenziamento collettivo per oltre 2500 lavoratori “a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende" e come diretta conseguenza della totale incertezza del futuro dell'area a caldo.
Le proteste non si sono fatte attendere, con i lavoratori e i sindacati scesi in piazza a Taranto per denunciare il pericolo per la continuità occupazionale dell’azienda e del suo indotto. Quasi tutte le organizzazioni sindacali chiedono l'ingresso dello Stato. Noi marxisti-leninisti ne abbiamo chiesto da subito la nazionalizzazione. Il governo al contrario, esclude a priori questa ipotesi, richiamando le rigide norme europee sulla concorrenza, che vietano agli Stati membri di iniettare denaro pubblico per sostenere indefinitamente imprese in perdita, e tirando in ballo perfino la Costituzione italiana.
Le norme della UE in effetti esistono, ma ci sono centinaia di casi, giudicati straordinari, in cui queste sono state aggirate ( per banche, aziende di trasporto ecc.). In ogni caso bisogna costringere con la lotta, dura e intransigente, lo stato e i governi a nazionalizzare l'ex Ilva, l'unica ipotesi in grado di conciliare il diritto al lavoro con quello alla salute. Lo Stato, a differenza dei privati, non è vincolato alla ricerca del profitto e può concentrare le proprie risorse sulla decarbonizzazione, il cui costo non può essere scaricato su chi, per anni, ha già pagato il prezzo delle scelte sbagliate della politica e dei privati.
Una nazionalizzazione che non deve essere una soluzione temporanea, che serve solo a tamponare le emergenze, per poi riconsegnare gli impianti a qualche altro pescecane capitalista che viene a spolpare ciò che rimane di redditizio, allungando l'agonia dell'acciaieria più grande d'Europa. Serve un intervento strutturale dello stato, l'unica soluzione che può garantire l'occupazione e la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.

9 settembre 2026