Il Gip: “L'attentato per aprire al giornalista la scalata politica”
Far luce sull'intrigata e oscura vicenda Ranucci-Lavitola
Non convincenti le giustificazioni di Cappellini e di Mieli sul sondaggio elettorale di Ranucci. La maggioranza neofascista ne approfitta per imbavagliare Report
L'ex direttore di Report deve chiarire la sua "amicizia fraterna" con il pluripregiudicato, massone e oscuro faccendiere Lavitola
Mentre Valter Lavitola dal carcere di Rebibbia, dove è rinchiuso dal 10 agosto con l'accusa di “concorso nella detenzione nel porto in luogo pubblico e nell’utilizzo di un ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso”, continua a mentire agli inquirenti rifiutandosi di confessare il vero movente dell'attentato dinamitardo contro l'“amico, quasi un fratello” Sigfrido Ranucci del 16 ottobre 2025; a Palazzo Chigi la maggioranza neofascista con alla testa Mussolini in gonnella Meloni invece festeggiano per essere riusciti finalmente a imbavagliare Report e cacciare Ranucci dalla conduzione dello scomodo programma di inchiesta che ha più volte documentato gli inquietanti legami di FdI con le organizzazioni neofasciste e neonaziste, la spartizione del potere, la corruzione, il nepotismo, lo scambio di favori, il mercimonio di poltrone, lo spreco di denaro pubblico e gli affari sporchi, sia economici che familiari di vari esponenti e ministri del governo e della maggioranza fra cui la stessa premier Meloni, il presidente del Senato La Russa, il ministro dei Trasporti Salvini, gli ex ministri Santnché e Delmastro, Donzelli, Angelucci, tanto per citare i casi più eclatanti.
Come è successo con Berlusconi che nel 2002 impose ai vertici Rai da lui nominati di cacciare da Viale Mazzini Enzo Biagi, Daniele Lutazzi e Michele Santoro, anche questa volta l'editto neofascista contro Report e Ranucci è arrivato al culmine di una martellante gogna mediatica alimentata proprio dai quotidiani di proprietà del caporione leghista Antonio Angelucci (Il Tempo
, Libero
e Il Giornale
) che hanno rilanciato ad arte le varie e contrastanti versioni fornite agli inquirenti dal reo confesso mandante dell'attentato Lavitola e hanno utilizzato con altrettanta destrezza il silenzio assordante di Ranucci sui rapporti familiari, professionali e di “amicizia fraterna” intrattenuti con Lavitola almeno dal 2020 e mai chiariti, per attaccare tutta la redazione e gettare discredito sulle inchieste di Report.
A rendere immediatamente esecutivo l'editto meloniano ci ha pensato il direttore degli approfondimenti Rai Paolo Corsini, il quale, dopo il “passo indietro” di Giulia Presutti, il 3 settembre ha annunciato la nomina di due nuovi conduttori alla guida del programma: Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi. Una scelta che “soddisfa” la redazione di Report e lo stesso Ranucci il quale però nei giorni precedenti aveva definito la Presutti “una mentitrice” che “ha fatto il doppio gioco” e Piervincenzi “un mediocre”.
Dal 30 giugno 2026, giorno dell'arresto dei quattro presunti esecutori materiali dell'attentato dinamitardo: Antonio Passariello, Pellegrino D’avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis, al 4 luglio, giorno dell'iscrizione di Lavitola sul registro degli indagati con perquisizione domiciliare e sequestro dei supporti informatici, fino al 10 agosto, giorno del suo arresto e poi ancora il 12 agosto, giorno dell'interrogatorio di garanzia, Lavitola ha raccontato un sacco di buigie: prima si è detto completamente estraneo all'attentato, poi ha ammesso di esserne il mandante ma di aver ordinato al suo factotum degli affari sporchi Gomes Clesio Tavares, riparato in Africa, di sparare alcuni colpi di pistola contro l'abitazione di Ranucci e non di mettere una bomba, successivamente ha però ammesso di aver commissionato l'attentato a “fin di bene” per “ proteggere l'amico fraterno” Ranucci “per fargli aumentare la scorta”. Sui sospetti che Ranucci fosse al corrente dell'attentato per “aumentare la sua popolarità” Lavitola si è detto “Pentito di aver messo nei guai mio fratello Ranucci. L’attentato fu una scelta solo mia” e tra i moventi Lavitola rivela la sua aspirazione a produrre Report: “Volevo costituire una società e produrlo io il programma... Mi sarei sistemato economicamente anche io” e ciò sarebbe tornato utile “per Ranucci, ma anche per interesse personale”.
Dichiarazioni “fumose” secondo gli inquirenti che il 12 agosto, al termine dell'interrogatorio di garanzia, hanno deciso di lasciare in carcere Lavitola perché sono convinti che dietro l’attentato ci sarebbe stato un progetto politico per preparare la discesa in campo di Ranucci alla guida del “campo largo” per la conquista di Palazzo Chigi e con l'ideatore del progetto, Lavitola, nelle vesti di consigliere personale del premier come ai tempi di Gianni Letta e Berlusconi.
Una ipotesi che secondo gli inquirenti è corroborata anche dal sondaggio commissionato da Lavitola insieme al vicedirettore di “Repubblica”, Stefano Cappellini, e all’ex direttore del “Corriere della Sera”, Paolo Mieli, per “pesare” le possibilità di successo di una candidatura elettorale di Ranucci. Al riguardo i due hanno rilasciato dichiarazioni tutt'altro che convincenti.
Alla formulazione del sondaggio ha collaborato lo stesso Ranucci che su invito di Lavitola ha lavorato alla preparazione del formulario. Il conduttore ha confermato che “l'amico fraterno” indagato gli ha dato il questionario da correggere: “Mi ha mandato da sistemare una griglia di domande che era stata scritta da altre persone. Dopodiché io non gli ho mai detto che sarei sceso in politica, anzi l’ho negato anche con un importante avvocato che poco tempo fa mi aveva contattato per propormelo”.
Agli inizi dell'inchiesta a domanda: ma perché se non era interessato a candidarsi si è impegnato a mettere a punto il questionario visto che non era interessato a candidarsi? La risposta di Ranucci è stata a dir poco sconcertante: “Perché Lavitola mi ha detto che il sondaggio l’avevano preparato altri due giornalisti importanti. (Cappellini e Mieli ndr) Ho il messaggio conservato. Lavitola me l’ha chiesto 10.000 volte e, alla fine, l’ho fatto, ma ci ho messo parecchio tempo per completare il lavoro”.
Mentre a fine agosto, ormai da ex conduttore di Report, Ranucci si paragona alle vittime eccellenti della mafia e dei cosiddetti “poteri forti” e alla stessa domanda ora risponde: “Io in politica? Non escludo nulla”.
Affermazioni che confermano in pieno l'ipotesi degli inquirenti secondo cui l'attentato orchestrato da Lavitola era finalizzato a trasformare Ranucci proprio in una “vittima dei poteri forti e della mafia” per spinargli la strada verso la scalata politica fino a Palzzo Chigi.
Intanto, il 7 settembre Lavitola è tornato di nuovo davanti ai giudici del Tribunale di sorveglianza accompagnato dai suoi avvocati che hanno annunciato la consegna di una memoria difensiva di 60 pagine in cui l'oscuro faccendiere promette di raccontare tutta la verità, l'ennesima, sull'attentato a Ranucci col chiaro obiettivo di ottenere la scarcerazione e gli arresti domiciliari. Durante le tre ore di audizione Lavitola ha cambiato ancora una volta versione affermando che la sua amicizia con Ranucci era finalizzata a ottenere un riscatto sociale dopo le vicende giudiziarie che lo hanno colpito. “Con Ranucci – ha precisato Lavitola - c’era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me”. Quindi non per “fare del bene a Ranucci” ma a se stesso.
Mentre per il resto dell'interrogatorio Lavitola ha cercato in tutti i modi di levarsi dal groppone l'accusa dell'aggravante mafiosa confermando di essere il mandante dell'attentato ma precisando di non aver mai ordinato a Tavares di piazzare una ordigno ma di organizzare una intimidazione molto più blanda contro Ranucci.
“Lavitola – ha dichiarato uno dei suoi due legali al termine dell'interrogatorio - si è assunto ogni responsabilità sulle modalità esecutive del delitto”, chiarendo però che “l’idea della bomba apparteneva a Gomes”, tuttora in Africa e su cui pende un ordine di arresto. Lavitola avrebbe spiegato di avergli affidato un incarico senza indicargli modalità operative precise. “Gli aveva detto che avrebbe fatto a modo suo, forte della propria esperienza nel settore della sicurezza internazionale e militare”.
Insomma, in mezzo a tante bugie, mezze verità e reticenze un risultato di non poco conto Lavitola lo ha già ottenuto: oscurare Report e servire su un piatto d'argento al governo neofascista Meloni la possibilità di imprimere un ulteriore giro di vite alla libertà di stampa e di pensiero.
Un movente più che plausibile dal momento che il bavaglio imposto a Report costituisce oltre che un gravissimo attacco alle libertà democratico borghesi, un atto intimidatorio contro chiunque osa denunciare il regime capitalista, neofascista, imperialista, guerrafondaio, corrotto e antipopolare preconizzato da Gelli e Berlusconi e completato dalla Mussolini in gonnella Meloni.
Adesso, più che Lavitola è Ranucci che deve dimostrare di “non voler piegare la testa” e spiegare agli inquirenti i tanti retroscena che lo riguardano a cominciare dalla telefonata a Lavitola durante la perquisizione del 4 luglio scorso, del perché in un primo momento ha cercato di scagionare Lavitola suggerendogli perfino un alibi ma soprattutto deve spiegare su quali interessi è fondata la sua “amicizia fraterna” con il pluripregiudicato, oscuro faccendiere e massone, già al servizio di Berlusconi.
Cosa c'è dietro di tanto importante da convincere uno come Ranucci a fidarsi di un pluripregiudicato che con gli stessi metodi, come ha ricordato la Giudice per indagini preliminari (Gip) Iole Moricca, ha trattato la compravendita dei senatori allo scopo di rovesciare il governo di Romano Prodi (2008) e favorire il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi e poi due anni dopo ha scatenato una violenta campagna mediatica sulla casa di Montecarlo per azzoppare Gianfranco Fini che nel 2010 da presidente della Camera aveva osato criticare la linea politica dell'allora capo del Pdl Berlusconi? Cosa c'è dietro di tanto importante perché il vicedirettore di “Repubblica” Stefano Cappellini e l’ex direttore del “Corriere della Sera” Paolo Mieli avessero organizzato quel sondaggio su una possibile candidatura elettorale di Ranucci?
E ancora: perché Ranucci, come ha documentato Martino Villosio, inviato del Tg1, nei giorni scorsi, si mette a disposizione di Lavitola e dei suoi soci in affari che rischiano di essere estromessi dall'affare dei carbon credit in Zimbabwe a causa delle nuove norme antiriciclaggio introdotte dallo Stato africano?
Perché l'ex conduttore di Report “interviene sull’indagine relativa a un caso di corruzione in Zimbabwe condotta da investitori italiani”?
Perché a fine giugno 2026 Ranucci rilascia un'intervista al settimanale Zimbabwese The Standard che la pubblica il 5 luglio successivo, guarda caso pochi giorni dopo l'arresto dei quattro esecutori materiali dell'attentato e poche ore dopo la perquisizione domiciliare di Lavitola del 4 luglio?
Perché Ranucci il 29 giugno anticipa via mail il testo dell'intervista a Lavitola che ne approva la pubblicazione?
È vero che Ranucci stava organizzando una nuova inchiesta di Report in Zimbabwe sulle società che operano nel carbon credit dove Lavitola e i suoi soci attraverso la società Future Awaits Holding puntano ad acquisire licenze per 96 mila ettari destinati alla generazione dei crediti di carbonio?
Perché una ventina di giorni dopo l'attentato, Ranucci incontra a cena al Cefalù Bistro, il ristorante gestito dalla compagna di Lavitola, i soci italiani dell'oscuro faccendiere e li consiglia su come muoversi sul carbon credit per evitare truffe perché, come ha ammesso lo stesso Ranucci: “Siccome a Report ci eravamo occupati del carbon credit... Ho spiegato come si potevano fare le cose in modo regolare, evitando le truffe, affidandosi a società di revisione serie e anche al monitoraggio di giornalisti indipendenti che conoscono il settore”?
Frattanto Natalia Potenza, l'ormai ex convivente di Lavitola, ha descritto l'ex conduttore di Report e l'oscuro faccendiere come “come il gatto e la volpe” e si è detta pronta a consegnare ai giudici le prove che Ranucci aiutava Lavitola nelle faccende private “utilizzando Report come strumento” nell'affare dei carbon credit e in quello dell'immobile del Cefalù Bistrò.
9 settembre 2026