Con il Ddl delega che dà via libera alla costruzione delle prime “minicentrali” entro il 2033
L'Italia di Meloni in camicia nera ritorna al nucleare bocciato dai referendum del 1987 e del 2011
In spregio ai referendum del 1987 e del 2011 e solo in base a dati menzogneri e argomenti pretestuosi, il governo neofascista Meloni reintroduce con un colpo di mano il nucleare in Italia. Il 23 settembre il Senato in camicia nera ha approvato in via definitiva il Disegno di legge delega 1924, “in materia di energia nucleare sostenibile”, che attraverso uno o più decreti legislativi da adottare entro un anno delega al governo lo studio, la programmazione e la regolamentazione dell'intera materia: dalla “produzione e utilizzo, nel territorio nazionale, di energia da fonte nucleare sostenibile”, alla “fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare”; dalla “disattivazione e smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito e la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione”, alla “riorganizzazione delle competenze e delle funzioni in materia, anche mediante riordino e modificazione della normativa vigente”.
Hanno votato a favore tutti i partiti di governo e Azione di Calenda, contro i partiti del “campo largo” (PD, M5S e AVS), mentre Italia viva di Renzi si è astenuto. “Dopo quasi quarant’anni l’Italia torna ad avere un quadro di regole per produrre energia nucleare. Una scelta coraggiosa e di buon senso”, ha subito esultato sui social Giorgia Meloni, Mussolini in gonnella, intestandosi il merito e annunciando l'alba di una nuova era idilliaca per il Paese: “Per famiglie e imprese ci sarà più sicurezza energetica, meno dipendenza dall’estero e meno esposizione alle crisi internazionali, energia stabile e a basse emissioni, una risposta concreta alla domanda di elettricità che crescerà con data center e intelligenza artificiale”.
All'unisono con lei anche il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica (Mase), Gilberto Pichetto Fratin, per il quale questa è stata “una giornata storica. Il nucleare sostenibile, con le rinnovabili, renderà l’Italia un Paese sicuro, indipendente e competitivo. È la direzione che stanno prendendo tutti i principali Paesi del mondo”. Soddisfatta anche Confindustria, che da tempo spingeva per riaprire la partita del nucleare e già pregusta nuovi lauti banchetti per le sue imprese: Dopo anni di assenza dalle politiche energetiche — ha dichiarato Aurelio Regina, vice presidente per l’energia della corporazione degli industriali - il nucleare può rappresentare una leva fondamentale per accompagnare l’industria verso gli obiettivi di neutralità climatica”. Applausi, evviva, congratulazioni.
Processi decisionali accentrati nelle mani del governo
Per nulla esultanti invece le associazioni ambientaliste, come Greenpeace Italia, Legambiente, Wwf Italia e Kyoto Club, che in un comunicato congiunto parlano di “una legge delega che già dal titolo fa promesse irrealizzabili: il Nucleare sostenibile, infatti, attualmente non esiste, anzi il titolo colpevolmente svuota di significato l’aggettivo sostenibile. Insoddisfatto anche il “campo largo”, che peraltro non ha certo fatto le barricate, limitandosi a chiedere una serie di modifiche tutte respinte dal governo, che per bocca del verde Bonelli ha sentenziato: “dopo quattro anni e mezzo di governo, con l’Italia che ha tra i costi dell’energia più alti d’Europa, Meloni tira fuori dal cilindro una tecnologia che oggi non ha alcuna applicazione commerciale nel mondo. È uno strumento di distrazione per coprire l’incapacità di un governo che ha frenato le rinnovabili e favorito le grandi società energetiche e i loro profitti”.
Cosa evidente a tutti, quest'ultima accusa, ma non c'è solo questo, ed è sottovalutare la gravità di questo provvedimento ridurlo ad uno strumento di distrazione, o peggio “una scatola vuota”, “pura propaganda”, come si è ostinato a definirla per il PD il senatore Irto, in quanto “mancano i costi, mancano i tempi, mancano le coperture, manca una valutazione sulle tecnologie disponibili, manca perfino una scelta chiara sull'autorità che dovrebbe garantire la sicurezza”. È vero che il provvedimento rinvia ad una fase successiva tutti questi dettagli concreti, ma intanto definisce le scelte politiche e il quadro normativo che guideranno fin da ora l'intero processo della reintroduzione del nucleare, e c'è di che rabbrividire.
Si pensi anche solo a come vengono trattati i processi decisionali, sulla scelta dei siti di installazione dei nuovi impianti, sullo smantellamento, dopo decenni di abbandono, delle quattro centrali dismesse e lo smaltimento dei relativi rifiuti pericolosi (ma è prevista una scappatoia nel caso le vecchie installazioni siano “destinate alla ricerca”), sullo stoccaggio delle scorie radioattive, considerando che non è stato ancora risolto il problema di trovare un sito di stoccaggio nazionale, e così via. Essendo l'energia una materia concorrente tra Stato e Regioni, secondo la Costituzione il governo dovrebbe prendere queste decisioni in pieno accordo con queste ultime e le comunità dei territori interessati, ma il ddl lo riconosce solo nella forma e non nella sostanza.
Si parla infatti, per tali decisioni, di “previa acquisizione dell'intesa” in sede di Conferenza unificata delle Regioni (ma non sempre e comunque, solo in “casi” specifici da definire) e del “parere” del Consiglio di Stato. Ma questo deve essere reso entro 45 giorni dalla presentazione dei decreti legislativi, decorso il quale il governo può comunque procedere. Il parlamento non ha voce in capitolo, salvo che per fornire il “parere” delle Commissioni, entro trenta giorni, dopodiché il decreto si dà per approvato. Ancor meno ne hanno le popolazioni interessate, per le quali si prevede (dopo l'accoglimento di un emendamento di IV) “siano garantite forme di consultazione”, non meglio specificate, o le solite “misure compensative ambientali e territoriali, anche di carattere economico”. Elemosine, il più delle volte promesse e mai realizzate, con le quali sono stati fatti passare i peggiori crimini contro l'ambiente e la salute degli abitanti: si pensi alla Tav, ai rigassificatori, alle basi militari, alle discariche ecc.
Costruzione e gestione ai privati, ma con soldi pubblici
L'intera filiera della sperimentazione, costruzione, installazione ed esercizio degli impianti è interamente soggetta esclusivamente ai “procedimenti abilitativi” del Mase, che una volta rilasciati sostituiscono ogni altro provvedimento, autorizzazione, concessione ecc. (con la sola eccezione della valutazione ambientale), nonché possono costituire “variante ai vigenti strumenti urbanistici”. Le opere connesse godranno dello status di “pubblica utilità, indifferibili e urgenti” e, se necessario, i relativi titoli abilitativi godranno di “inamovibilità” e “vincolo preordinato all'esproprio”.
Sono già previste anche “forme di sostegno, per abilitare soggetti, anche privati, alla sperimentazione di tecnologie nucleari avanzate nel territorio nazionale”, ciò che crea i presupposti per sovvenzionare coi soldi pubblici la ricerca da parte di enti e aziende privati. Di passaggio, e quasi senza dargli importanza, si accenna anche alla “determinazione dei criteri per l’attribuzione di eventuali forme di sostegno agli operatori che intendano esercitare le attività nucleari”. Ma è evidente che, dati gli ingenti costi di realizzazione degli impianti e del ritorno in tempi molto lunghi degli investimenti, il sostegno pubblico ai costruttori privati a spese della collettività sarà la regola e non l'eccezione: sul modello delle Olimpiadi di Cortina, per intendersi, che dovevano essere realizzate “a costo zero” per le finanze pubbliche, e sono finite con una spesa di oltre 5 miliardi messi dallo Stato, per non parlare della devastazione del territorio.
La malafede del governo, che trasuda da tutto il provvedimento, traspare anche scorrendo gli emendamenti con cui l'opposizione parlamentare aveva cercato di mettere qualche toppa agli strappi più sfacciati. Tra questi una previa valutazione comparativa degli effetti economici, ambientali e di sicurezza energetica, rispetto allo sviluppo delle rinnovabili; l'istituzione di un'autorità indipendente per la sicurezza nucleare con costi a carico degli operatori privati; la preventiva realizzazione, prima di ogni altra decisione, del deposito unico nazionale delle scorie; il conferimento di reale potere di decisione e di controllo da parte del parlamento; privilegiare il riutilizzo di siti e aree industriali già compromesse, per non impermeabilizzare altro suolo, prima di scegliere nuovi siti; escludere le zone già penalizzate dal punto di vista della salute degli abitanti; congrue garanzie finanziarie da parte del soggetto abilitato per i costi di realizzazione, disattivazione e smantellamento degli impianti, di ripristino ambientale, extracosti derivanti da ritardi imprevisti ecc.; inclusione come ulteriore prescrizione della valutazione di rischio sanitario; previa condizione di disponibilità di risorse idriche, senza gravare sulla popolazione, e così via.
Tutte misure respinte al mittente dal governo, che evidentemente non vuole “lacci e lacciuoli”, neanche di minimo buon senso, che possano scoraggiare gli appetiti degli amici e amichetti dell'imprenditoria privata. Come la startup Newcleo di Stefano Buono, l'azienda di progettazione di reattori modulari che, “curiosamente”, si è quotata alla Borsa di New York (con esiti deludenti, peraltro) proprio mentre il Senato approvava il provvedimento.
Il nucleare “sostenibile” non esiste
Anche senza considerare il rischio di sempre possibili incidenti nucleari catastrofici, che il governo ha rimosso semplicemente appiccicando l'etichetta di “sicuro” al nucleare di “ultima generazione”, le stesse finalità del provvedimento, dichiarate all'inizio dell'art. 1, che sono il “raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione entro l’anno 2050” (grazie alla presunta “sostenibilità” del nucleare di ultima generazione), il “conseguimento della sicurezza e dell’indipendenza energetica del Paese” e il “contenimento dei costi dei consumi energetici per i clienti finali domestici e non domestici”, appaiono del tutto false e pretestuose. Specie se si tiene presente che lo sdoganamento del termine “sostenibile” per il nucleare deriva solo dal suo inserimento nella Tassonomia verde europea in quanto non emette direttamente gas serra; anche se ciò trascura le emissioni prodotte dall'intera filiera, dall'estrazione del minerale fissile, al trasporto, ai vari trattamenti, la costruzione e lo smantellamento degli impianti, ecc. Senza contare l'insolubile problema delle scorie accollato alle future generazioni.
La sicurezza degli approvvigionamenti di combustibile e l'indipendenza energetica non sono affatto garantite, in ogni caso non superiori alle attuali fonti fossili, men che meno a quelle rinnovabili, dato che il minerale fissile viene estratto e arricchito fuori dall'Italia e in un pugno di paesi, fra l'altro per il 40% in Russia (intervento dell'ex ministro Patuanelli in aula). Inoltre bisogna considerare i tempi comunque lunghi di costruzione e messa in esercizio degli impianti con i piccoli reattori modulari fino a 300 MW di potenza di cui si parla, costruiti in serie in fabbrica e assemblati sul posto (SMR è l'acronimo in inglese), rispetto a quelli biblici richiesti dalle grandi centrali. Il ministro parla del 2033 per i primi impianti, ma stime più realistiche parlano di 10 anni, mentre l'emergenza energetica è già adesso.
Nuova tecnologia per la volontà popolare
La balla del nucleare “conveniente” e il tradimento dei referendum
Quanto alla convenienza economica, si tratta di una macroscopica falsità: tutti gli studi più attendibili danno il costo medio dell'elettricità per MWh prodotta con questa tecnologia, da un minimo del 30% a un massimo di tre volte tanto il costo dell'energia prodotta con l'eolico e con il fotovoltaico. E ciò richiederà sussidi pubblici e crediti d'imposta per rendere il nucleare competitivo. Il fatto è che riducendo la taglia dei reattori si riducono anche le economie di scala rispetto alle grandi centrali. Inoltre producono più scorie per unità di energia: secondo una ricerca delle università Stanford e Columbia, a causa della fisica dei reattori più piccoli (maggiore perdita di neutroni), gli SMR produrranno un volume di scorie radioattive da 2 a 30 volte superiore rispetto ai reattori convenzionali per ogni MWh di energia generata. Tra l'altro si tratta di tipi di scorie anche più difficili da trattare, aggravando il problema del deposito nazionale.
Va anche sottolineato che gli SMR esistenti sono in realtà reattori di terza generazione, o al massimo un aggiornamento di essa, e necessitano ancora di acqua per il raffreddamento. E si pensi che questa estate la Francia ha dovuto spegnere tre centrali a causa dell'ondata di caldo. Un serio problema si sicurezza destinato a ripetersi sempre più frequentemente nei prossimi anni per la crisi climatica. I piccoli reattori più avanzati di quarta generazione di cui si favoleggia (AMR), che dovrebbero essere più efficienti, duraturi nel tempo e con sistemi più evoluti di raffreddamento, in realtà non esistono, sono poco più che allo stato di idea. Infine, come evidenziato anche dall'Ufficio federale tedesco per la sicurezza della gestione dei rifiuti nucleari (BASE), con il maggior numero di reattori e la loro dispersione nel territorio aumenteranno anche i rischi legati al trasporto del materiale fissile e al pericolo di attentati e sabotaggi.
Queste non sono opinioni ma fatti inoppugnabili, che smontano completamente il cosiddetto “mutamento del presupposto tecnologico”, cioè del progresso tecnologico che oggi avrebbe reso il nucleare “sicuro, sostenibile e conveniente”, su cui si fonda il pretesto giuridico del governo neofascista per calpestare la volontà popolare espressa con i due referendum del 1987 e del 2011; in quest'ultimo con ben il 94,05% dei si all'abrogazione del nucleare che Berlusconi tentò di riavviare per decreto. Una bandiera ora ripresa da Mussolini in gonnella, anche come cavallo di battaglia elettorale, sfruttando l'emergenza energetica e i costi insostenibili delle bollette per giustificare il suo tradimento della volontà popolare. La stessa alla quale si appella furbescamente quando si tratta invece di spingere la sua nuova legge elettorale fascista Acerbo e il suo progetto presidenzialista e piduista di premierato.
30 settembre 2026