Invece di più controlli, prevenzione, stretta sugli appalti e pene certe, col governo Meloni peggiora la sicurezza del lavoro
Giovane operaio muore al Colosseo
Un'ecatombe: 17mila morti sul lavoro in dieci anni
L'ennesima vittima dello sfruttamento capitalistico

Un altro morto sul lavoro, un'altra vittima dello sfruttamento capitalistico. Ogni anno in Italia viene superata abbondantemente quota mille, tanto che in un decennio, considerando i caduti sul posto di lavoro e quelli in itinere (durante il tragitto casa-lavoro), si raggiunge la spaventosa cifra di 17mila morti. Una vera e propria ecatombe che non accenna ad attenuarsi, tanto da rappresentare una costante che caratterizza il nostro Paese. Il tasso dei morti sul lavoro in Italia è storicamente più alto della media UE: 2,5 contro 2,1 decessi ogni 100mila occupati, (escludendo i trasporti, un settore su cui influiscono molteplici fattori, e gli incidenti in itinere).
In questa strage si inserisce la morte di Andrea Moretti. La giovanissima età del lavoratore, soltanto 22 anni, e il luogo, il Colosseo, hanno fatto sì che la vicenda abbia occupato ampio spazio su tutti i media. Il giovane, originario di un piccolo paese in provincia di Teramo, seppur tramite una ditta in subappalto, non stava lavorando in un cantiere sperduto, ma nella Capitale e sul sito archeologico più visitato d'Italia e uno dei monumenti più conosciuti al mondo. È deceduto a mezzanotte e mezzo mentre stava lavorando al nuovo impianto di illuminazione artistica dell’anfiteatro Flavio, nell'ambito del restauro finanziato dal gruppo Tod's di Diego Della Valle. È precipitato dal secondo anello del Colosseo, da un altezza di 10 metri, ed è morto sul colpo.
L'orario in cui è avvenuta la morte ha acceso le polemiche. Nessuno può dire che di giorno non sarebbe successo, sta di fatto che il lavoro notturno, con luci elettriche e scarsa visibilità, non è la condizione migliore per svolgere lavori delicati che richiedono particolari attenzioni, non a caso questi tipi di interventi vengono definiti “edilizia acrobatica”. Ma si preferisce il massimo profitto e il Colosseo, almeno di giorno, non deve mai chiudere, perché è monumento principale del Parco archeologico della capitale che, secondo gli ultimi dati disponibili, ha registrato in un anno 15 milioni di visitatori e quasi 102 milioni di euro di incassi. Oramai da testimonianza storica è diventato una macchina per fare soldi, sempre più mercificata e dove l'ingerenza dei privati è sempre più forte.
Una sete di profitto che non si è fermata neppure di fronte a questo dramma. In televisione è apparso il Ministro della cultura Giuli, con la faccia affranta e la voce sommessa. Ha affermato solennemente di aver fatto chiudere l'accesso al Colosseo per dimostrare la “partecipazione al lutto” delle istituzioni. In realtà in un primo momento era stata disposta la chiusura del solo settore in cui era avvenuta la tragedia. Solo qualche ora più tardi, dopo le proteste di Cgil Roma e Lazio, Fp Cgil Nazionale e Usb contro la decisione di mantenere aperto il monumento, un secondo comunicato del Ministero ha annunciato la chiusura dell’Anfiteatro Flavio. Nel frattempo, però, il primo turno di visita era già entrato, con migliaia di persone da dover accompagnare fuori, anche tra qualche protesta, perché completamente ignare dell’accaduto.
Nel frattempo le indagini sulla dinamica dell'accaduto hanno rilevato che l'operaio era imbragato, ma sembra che non fosse agganciato alla corda di sicurezza. Comunque una prima irregolarità è già emersa: Andrea era da solo, mentre la procedura prevede che in questi casi a terra sia presente un assistente. Ci sono già sette indagati dalla Procura per omicidio colposo in violazione della legge sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. Si tratta dei responsabili dei lavori del Parco archeologico del Colosseo, dei due coordinatori della sicurezza in fase di progettazione e di esecuzione, insieme al delegato per la sicurezza da parte del ministero della Cultura e al responsabile della sicurezza del Parco. E i dirigenti delle due ditte incaricate, quella appaltante e quella in subappalto.
Ascoltare le parole degli esponenti governativi su questa ennesima morte sul lavoro, a partire dalla Meloni, provoca soltanto rabbia, perché sono solo lacrime di coccodrillo e di circostanza. La presidente del Consiglio dichiarava: “Morire a 22 anni è inaccettabile, e lo è ancora di più se questo accade sul posto di lavoro. Anche nel nome di Andrea continueremo a fare la nostra parte, ad impegnarci e a compiere ogni sforzo affinché tragedie simili non si ripetano più”. Ma si sa, pur di fare propaganda, si arriva a manipolare persino i dati dell'Inail, come ha fatto la ministra del Lavoro Calderone, pur di dimostrare che l'esecutivo lavora alacremente per la sicurezza. I fatti però dimostrano che l'operato del governo Meloni in realtà va nella direzione opposta.
Non lo dicono solo i numeri, ma anche chi, fino al 2023, ha diretto l'Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL). Stiamo parlando di Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione, già docente di Diritto della sicurezza del lavoro all’università di Milano, che in un intervista al quotidiano il Manifesto ha dichiarato: “dal governo solo annunci”, a cominciare dalla patente a crediti predisposta dall’esecutivo dopo la strage al supermercato Esselunga di Firenze, che per il magistrato è “una autocertificazione di obblighi che sono previsti da 32 anni. Un semplice giro di carte che è servito ai vari consulenti a far pagare le parcelle alle piccole e medie imprese edili, ma non ha modificato né in termini preventivi né in termini repressivi nulla che riguardi la sicurezza del lavoro”.
Il magistrato critica aspramente l'inasprimento di alcune pene da una parte, e il “premio alle aziende virtuose” dall'altra: “Non si tratta di conteggiare ma di adottare una politica economica che guardi alla persona, non al profitto, che non dia incentivi alle imprese ma che tuteli le vittime e le famiglie”. E quando il giornalista gli ricorda che il governo ha promesso nuovi ispettori, Giordano risponde: “Ascoltiamo da troppo tempo annunci che non sono seguiti dalla messa in pratica. Erano stati promessi 500 ispettori tra Inps e Inail. Il concorso di quest’ultimo era per 93 posti e ancora si deve concludere. Un contributo irrilevante, meno della media di un ispettore per ogni provincia italiana. Cosa vogliono che cambi quando in città come Roma, Napoli, Milano arriva solo un ispettore in più rispetto alla carenza di organico?”.
Del resto le poche ispezioni che vengono fatte evidenziano irregolarità nell'80-90% dei casi. Questo rileva che siamo in presenza di un tratto distintivo del capitalismo, dove tutto è assoggettato al massimo profitto. Lo stesso avanzare della tecnologia metterebbe a disposizione nuovi strumenti per la sicurezza, se utilizzata nell'interesse collettivo, ma ciò non avviene. Inoltre, per quanto riguarda il nostro Paese, tutto è aggravato dalla precarizzazione sempre più spinta del mercato del lavoro italiano, a cui si aggiunge l’assenza di controlli e prevenzione da parte dei padroni e delle istituzioni.
Anzi, il governo di Mussolini in gonnella Meloni in questi 4 anni ha sempre lavorato per offrire maggiore libertà e meno controlli alle aziende, con la cosiddetta semplificazione, la riduzione di vincoli normativi e della responsabilità delle aziende appaltanti verso le ditte appaltatrici. Non a caso nel suo primo discorso da premier alla Camera annunciò: “Il nostro motto sarà non disturbare chi vuole fare. Chi fa impresa va sostenuto e agevolato, non vessato”.

30 settembre 2026