Intervista a
Il Fatto quotidiano
di Travaglio, Putin e Conte
Il falso comunista Canfora sta con Putin
Usa e 27 paesi europei “conducono una guerra alla Russia attraverso l'utilizzo dell'Ucraina”
Luciano Canfora, l'intervistatissimo storico, saggista e professore emerito di filologia greca e latina presso l'Università di Bari, ha rilasciato un'intervista a Il fatto Quotidiano
del 25 settembre in cui ribadisce le sue note posizioni anti ucraine e filo russe, prendendosela in questo caso con chi paragona la resistenza ucraina all'invasione nazizarista di Putin alla resistenza partigiana in Italia, ma che a ben guardare si riallaccia direttamente al suo ultimo libro, “Comunismo un'altra storia”, in cui reinterpreta in chiave revisionista la storia del comunismo e il pensiero di Marx, Engels e Lenin.
“È una tesi che gronda malafede, eppure viene riproposta di continuo”, dice Canfora a proposito del suddetto paragone, adducendo per confutarlo fatti noti come l'ostilità del re e degli Alleati verso le formazioni comuniste, l'ordine di smobilitazione del generale Alexander alle forze partigiane nell'autunno-inverno 1943-1944 e il “tentativo di trasformare il CLN nella base di un governo nazionale”. “Oggi invece – sostiene Canfora a sottolineare la differenza - abbiamo 27 Paesi europei e gli Usa (in modo intermittente a seconda di chi governa) che conducono una guerra alla Russia attraverso l’utilizzo dell’Ucraina, dopo che fallì il processo di smembramento della Federazione russa iniziato con Eltsin”.
È questa infatti la tesi centrale della sua intervista a Il fatto Quotidiano
di Travaglio, Putin e Conte, che come vedremo rimanda anche al suo libro: non solo cioè per Canfora non si può parlare di resistenza ucraina ad un'invasione russa, ma è vero il contrario; è la Russia che si sta difendendo dalla guerra condotta dall'Europa e dagli Usa, utilizzando l'Ucraina, per completare il suo smembramento iniziato nel 1991 con la dissoluzione dell'Urss.
Il resto sono argomentazioni tese a rafforzare questa tesi, opportunamente sollecitate dalle domande dell'intervistatore, come quella se la sproporzione delle forze in campo non rimandi al concetto di resistenza. Alla quale il professore ribatte con i “quattrini a non finire” inviati dai paesi europei, a un paese dove “la corruzione regna sovrana”, e “le stesse armi circolano in un commercio illegale”. E come quella se la spontaneità fu un elemento caratterizzante della Liberazione, alla quale l'intervistato risponde con una sentenza, tanto perentoria quanto falsa, che tradisce la sua inconfessata faziosità putiniana: “Certo, perché rende la Resistenza una lotta di popolo. In Ucraina non è così”. E via di questo passo.
Rilettura tendenziosa della storia del comunismo
Su cosa fonda Canfora la sua convinzione sulla guerra dell'Occidente alla Russia attraverso l'utilizzo dell'Ucraina? Come altri falsi comunisti filo putiniani e filo socialimperialisti, sulla nota tesi revisionista e truffaldina che il nuovo zar Putin e il nuovo imperatore Xi Jinping avrebbero in qualche misura ereditato il ruolo anticolonialista e antimperialista svolto nel '900 dall'Urss e dalla Cina; ruolo che avrebbero ripreso ad esercitare attraverso organizzazioni internazionali come i BRICS, per contrastare lo strapotere e il neocolonialismo dell'imperialismo occidentale e costruire un mondo “multipolare”, rispettoso degli interessi del Sud del mondo.
Canfora cerca però di aggiungere a questa nota tesi una sostanza storica e politica, reinterpretando col suo libro la storia del comunismo per dimostrare che essa non è andata come previsto dai suoi padri fondatori Marx ed Engels, e nemmeno secondo l'idea di socialismo che voleva realizzare Lenin, ma è stata un continuo adattamento ai mutamenti imprevisti della storia, che hanno portato a risultati anche molto diversi da quelli che si volevano ottenere. Per cui alla fin fine, la Russia neozarista e la Cina socialimperialista di oggi non sarebbero altro, insieme ai BRICS, che il prodotto storico attuale e possibile di questi continui adattamenti alle svolte improvvise e imprevedibili della storia.
A questo scopo Canfora parte dalle fondamenta stesse del comunismo, cioè dal Manifesto del 1848, che cerca di smontare confutandone il valore teorico, ideologico e politico determinante nell'ispirare e nell'influenzare la storia del movimento operaio internazionale tra '800 e '900, compresa la Rivoluzione d'Ottobre realizzata da Lenin. E lo fa, da una parte, attraverso una pedantesca dimostrazione che il Manifesto, contrariamente a certa “tradizione” comunista, non può aver ispirato l'insurrezione parigina del febbraio 1848, in quanto fu stampato a Londra solo a marzo. E questo come se i suoi due autori avessero mai rivendicato quel supposto ruolo, e trascurando che lo stesso Engels, nella prefazione all'edizione italiana del 1893, scrisse che la sua pubblicazione “coincidette, quasi giorno per giorno, con le rivoluzioni di Milano e di Berlino del 18 marzo 1848”
.
E dall'altra parte, Canfora lo fa descrivendo nella sostanza il Manifesto come un'opera intellettualistica, un testo abborracciato in tutta fretta, confuso e pieno di contraddizioni, con interi brani incomprensibili per gli operai, e i suoi autori come due giovani intellettuali presuntuosi e staccati dalla situazione reale delle masse operaie di cui non avevano il polso, e così via. “Ho voluto fare una piccola revisione, un po' pedantesca se vogliamo – riconosce in un'intervista sul suo libro a Libero
del 7 giugno – ma che ridimensiona una forma ingenua di descrivere quel fenomeno storico (il Manifesto del 1848, ndr) i cui effetti piuttosto furono molto ritardati nel tempo”.
Il valore storico incancellabile del Manifesto del 1848
Evidentemente il professore non trova squalificante dare interviste a fogliacci neofascisti come quello diretto da Sallusti (così come peraltro scrivere un libro contro il sostegno occidentale all'Ucraina insieme al pennivendolo del quotidiano neofascista La Verità
, Francesco Borgonovo), che gli ha dedicato un'intera pagina. Per di più avvalorando l'affermazione dell'intervistatore che sia stato compiuto un “falso storico”, retrodatando a febbraio la pubblicazione del manifesto e che esso “è pieno di errori, ma anche di contraddizioni tra i vari capitoli”. “È vero – conviene infatti Canfora – il libretto andò in stampa quattro volte, a piccole dosi, correggendo qua e là in grande fretta, perché in effetti si voleva, su volontà della Lega comunista tedesca, che arrivasse a Parigi in tempo. Alcuni bravi studiosi hanno individuato non solo gli errori scomparsi ma anche quelli subentrati. Però non so se oggi sia questa l'opinione prevalente...”.
In realtà questo falso comunista spacca il capello in quattro su questioni tanto dotte quanto insignificanti, sottolineando con la matita blu le inevitabili contraddizioni e caducità del Manifesto, che gli stessi autori hanno sempre riconosciuto (“Il Manifesto, però, è un documento storico, al quale non ci sentiamo più in diritto di fare modificazioni”
, rivendicavano nella prefazione all'edizione russa del 1882), al solo scopo di oscurare il vero valore storico incommensurabile del Manifesto. Valore che l'Ufficio politico del PMLI ha così sottolineato nel documento in celebrazione del 150° Anniversario della sua pubblicazione: “Quantunque fatto proprio e impugnato, quando apparve, da una ristrettissima minoranza di operai costituita da quell'avanguardia che aveva aderito al socialismo scientifico di Marx ed Engels, da allora niente è più come prima e il corso storico ne è rimasto sconvolto
”. E che più oltre aggiungeva: “Il Manifesto rappresenta l'atto di nascita del movimento operaio organizzato: chiude definitivamente la preistoria del proletariato, quale classe ignara del suo stato di schiavitù e del suo posto peculiare occupato nel sistema capitalistico, priva di una concezione del mondo e di un progetto di trasformazione rivoluzionaria della società autonomi da ogn'altra classe sociale, e schiude la nuova fase storica contraddistinta dalla lotta del proletariato per l'emancipazione e per il socialismo
”.
Engels, Lenin e il “fallimento del comunismo”
Dopo quella del Manifesto, Canfora riscrive anche la storia della seconda metà dell'Ottocento, scindendo i cammini di Marx ed Engels, con il primo che si immerge nell'analisi della società capitalistica, e che sarà sostanzialmente riportato in vita solo con Lenin, costituendo il filone storico della rivoluzione e del comunismo; mentre Engels avrebbe scelto la via parlamentare e del suffragio universale, costituendo con Turati, Kautsky e Togliatti, il filone storico della socialdemocrazia riformista. Una tesi revisionista tanto falsa quanto assurda e inventata dalla socialdemocrazia del tempo, che abbiamo già smascherato a fondo sul n. 34/2026 de Il Bolscevico
. Una tesi da trotzkista parlamentarista democratico-borghese che ripete nel suo libro: “In questo senso può dirsi – secondo una definizione dovuta al giovane Engels – che democrazia e comunismo coincidono” (sic).
Lenin invece, sempre secondo Canfora, si ispira alla strategia delineata da Marx, ma la cambia adattandosi al mondo che è cambiato con la Prima guerra mondiale. Con la Rivoluzione d'Ottobre cerca di instaurare il socialismo in Russia, ma le condizioni della guerra civile e dell'accerchiamento imperialista lo rendono impossibile. Alla domanda del giornalista di Libero
se “il comunismo di tipo marxista-leninista è morto perché contro natura, cioè la natura delle società occidentali, o perché non ha trovato interpreti e leader adeguati, Lenin compreso”, Canfora risponde infatti: “Guardi che il mondo europeo occidentale capì subito il fallimento del comunismo”; e citando una “non molto nota” intervista di Lenin ad un giornale giapponese, aggiunge : “Noi – disse (Lenin, ndr) – lo realizziamo a casa nostra ma non è comunismo, è una forma di proletarizzazione”.
Secondo il professore questo “fallimento” era dovuto al fatto che i bolscevichi hanno dovuto “esercitarsi in un lavoro di alfabetizzazione di massa, di industrializzazione, che è stato sostenuto con la forza di una minoranza che si impone sulla maggioranza”. Maggioranza a cui si richiamava anche Marx nel manifesto, “ma la maggioranza in realtà non rispondeva”. Insomma, la Rivoluzione d'Ottobre non portò il socialismo in Russia, ma solo un'industrializzazione e modernizzazione forzata imposte da una minoranza politica “giacobina” a una maggioranza di masse operaie e contadine.
“Lenin è anche quello che scioglie l'Assemblea costituente e getta le basi del regime sovietico di oppressione”, lo incalza infatti il giornalista di Libero, e Canfora rincara: “Un vero Robespierre della Rivoluzione russa. Un atto di forza il suo che ha avuto le conseguenze che conosciamo (sic). La figura di Lenin costituisce l'altro grande tema del mio libro. Se da Engels nasce la grande socialdemocrazia, da Lenin parte un'altra storia, completamente diversa: sebbene abbia bisogno di dire 'sono un marxista ortodosso', in realtà lui è un giacobino che ha capito che l'imperialismo è il principale problema. E mentre la Rivoluzione di ottobre si è auto-rappresentata come l'inizio del socialismo, in realtà è da leggersi ormai, anche alla luce del presente in cui viviamo, come la prima rivoluzione del Terzo mondo, cioè l'inizio di un grande processo di decolonizzazione”.
Un'“altra storia” per ingannare i sinceri comunisti
Ed eccoci arrivati al punto. Questo “cambio di direzione della rivoluzione” (come se le due cose si escludessero necessariamente a vicenda), dall'instaurazione del socialismo alla creazione di una grande potenza industriale che si schiera contro l'imperialismo e a favore della decolonizzazione, imposto a Lenin dalla guerra civile e dall'aggressione delle potenze occidentali, secondo Canfora si estenderebbe fino ad oggi; e, dopo il crollo dell'Urss, sarebbe portato avanti dalla Russia di Putin e dalla Cina di Xi, alla testa dei BRICS e del Sud globale, contro il blocco imperialista occidentale: “L’approdo di quello che fu il 'secondo' comunismo, rifondato dall’intuizione leninista della centralità dell’imperialismo, è, a oggi, una cangiante collaborazione di stati diversissimi tra loro ma accomunati dall’antagonismo nei confronti del suprematismo 'occidentale'”, scrive infatti il professore nell'introduzione al libro.
“Oggi – aggiunge in un altro passaggio - siamo in grado di comprendere che il 'tornante storico avviato dalla rivoluzione d’ottobre' era in realtà una tappa. Una tappa conflittuale, internamente conflittuale, dagli esiti problematici e passibile di sconfitta (come poi è stato), soprattutto in ragione del nesso inscindibile e decisivo con gli equilibri della politica di potenza e dei conflitti settoriali e generali […] Non bastò aver vinto la Seconda guerra mondiale. Solo con il crollo dell’URSS e la spinta aggressiva della NATO fino al nuovo accerchiamento della Russia (2014-2022) la scelta per la decolonizzazione come cardine e senso dei conflitti in corso si è affermata come durevole e necessaria”. “E invero – sostiene in un altro passaggio del libro - è il processo inarrestabile, e perciò contrastatissimo, di decolonizzazione il 'lascito' della Rivoluzione d’Ottobre e della Russia sovietica”.
E qui è il collegamento con la recente intervista di Canfora a Il Fatto Quotidiano
, con la sua tesi che con la guerra all'Ucraina Putin non stia portando avanti un disegno imperialista neozarista, bensì l'eredità antimperialista e anticolonialista dell'Urss socialista di Lenin contro l'imperialismo occidentale e per un mondo multipolare. Ingannando così i sinceri comunisti – come del resto egli faceva da revisionista cossuttiano appoggiando il socialimperialismo sovietico - per indurli ad appoggiare l'imperialismo dell'Est in lotta con quello dell'Ovest per l'egemonia mondiale, anziché combatterli entrambi come i principali nemici dei popoli e della pace mondiale.
Del resto la biografia politica di questo falso comunista è tutta interna ai partiti revisionisti e trotzkisti: prima iscritto al PdUP, poi nel 1988 al PCI revisionista fino a entrare nel Comitato centrale; dopo la liquidazione di tale partito sostiene Armando Cossutta e aderisce al PdCI e nel 1999 si presenta con questa lista come candidato per le elezioni europee, infine nel 2018 appoggia la lista organica al “centro-sinistra” Liberi e Uguali (LeU).
7 ottobre 2026