19 gli indagati, tra padroni, caporali e intermediari che reclutavano, gestivano e trasportavano i migranti da supersfruttare
Sei arresti per caporalato a Taranto
Sono 19 gli indagati, tra datori di lavoro, intermediari e soggetti che, secondo l’accusa, avrebbero svolto il ruolo di caporali interessati dall’indagine, partita nel luglio 2023. Secondo la procura di Taranto sarebbe emersa l’esistenza di un sistema organizzato che avrebbe consentito di reclutare manodopera, prevalentemente straniera, mettendola a disposizione degli imprenditori agricoli.
Uno degli indagati avrebbe non solo curato il reclutamento dei lavoratori, ma anche il trasporto verso i campi, gli alloggi e la gestione dei rapporti economici, trattenendo i documenti dei migranti e decurtando le spese della traversata. Alcuni lavoratori africani sono arrivati nei campi sullo Jonio dopo aver attraversato il Mediterraneo, subito violenze in Libia e poi sistemati in locali insicuri e insalubri. Le intercettazioni hanno fatto emergere anche la gestione di alcuni infortuni sul lavoro. Nell’ambito dell’indagine sarebbe coinvolto anche un carabiniere in congedo che avrebbe fornito informazioni sui controlli a uno degli indagati.
Diverse intercettazioni agli atti. "Finché arrivo là quello è morto, buttatelo da qualche parte", diceva uno dei 19 indagati. Quello “da buttare da qualche parte” era proprio un bracciante, caduto da una scala mentre era impegnato nella raccolta degli agrumi e privo di un regolare contratto di lavoro. Si tratta, presumibilmente, di uno dei tanti lavoratori africani passati dai campi di prigionia libici alle campagne pugliesi e lucane.
Un'unica organizzazione gestiva l'intero percorso. Dal reclutamento alla traversata del Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, fino all’arrivo in Italia dove erano sfruttati dai caporali con orari di lavoro pesantissimi e paghe da fame.
Uno dei componenti principali di questa organizzazione anticipava il denaro per pagare il viaggio, recuperandolo in seguito dalle buste paga. L'organizzazione si occupava anche del trasporto nei campi - attraverso un'intera flotta di furgoni - e dell'alloggio. In tanti ammassati in locali seminterrati, altri in prefabbricati in lamiera.
Un sistema di videosorveglianza controllava ogni singolo movimento dei braccianti sfruttati.
I braccianti, costretti a lavorare con orari particolarmente gravosi e pause organizzate in modo rigido, versavano in uno stato di difficoltà economica perché spesso i pagamenti avvenivano in ritardo o non erano corrisposti. La situazione diventava più grave per i lavoratori con figli: alcuni di loro hanno riferito che non riuscivano neanche a garantirgli il cibo necessario.
Dalle intercettazioni è emerso anche come un’altra indagata avrebbe gestito una vera e propria contabilità dei lavoratori, annotando giornate e somme dovute e facendo da tramite tra le aziende e la manodopera.
Le condizioni di necessità e di isolamento linguistico e familiare legavano i braccianti a questo sistema. Alcuni vivevano in locali seminterrati, con spazi ridotti, fili elettrici volanti e condizioni di sicurezza e salubrità inadeguate, altri ancora avevano come “alloggio” delle strutture in lamiera prefabbricate, cocenti d’estate e gelide d’inverno. I dispositivi di protezione individuale non erano sempre garantiti, ma erano a carico dei lavoratori, così come la formazione in materia di sicurezza e gli accertamenti medici, praticamente inesistenti. In un’azienda sarebbe stato predisposto anche un sistema di videosorveglianza, per tenere sotto controllo l’attività degli operai a distanza.
Nell’inchiesta, a vario titolo, si contestano anche i reati di corruzione, falso e truffa ai danni dello Stato per alcuni certificati medici falsi, rilasciati per ottenere denaro pubblico. Nel complesso sono stati sequestrati immobili, terreni, veicoli e per un valore di circa un milione di euro. L’indagine si è sviluppata tra il territorio di Ginosa, nel Tarantino, e diverse aree agricole del Materano e per ricostruire gli spostamenti sono stati utilizzati pedinamenti, intercettazioni, droni e analisi dei tracciati satellitari dei mezzi.
Nuovo terribile spaccato della piaga del caporalato e delle condizioni di vita dei migranti sfruttati come bestie nelle campagne del Sud.
Urge fare fuoco e fiamme per distruggere questa piaga riconoscendo ai migranti libero accesso e pari diritti, intensificando i controlli e lottando per il lavoro stabile, a tempo pieno, a salario intero e sindacalmente tutelato per tutti i lavoratori, migranti inclusi.
7 ottobre 2026