Presso l’Associazione “Punk Tank”, organizzata anche dal CpN del PMLI
Celebrate le gloriose Quattro giornate antifasciste di Napoli
“Chi nun ten o’fucile, vott e pret’!”. Applausi quando si parla dell’attuale regime come “neofascista”. Amoretti, figlio di Antonio partigiano delle Quattro Giornate ha rilanciato la tradizione comunista dello studio e della formazione dei militanti sulla base del marxismo-leninismo.

Redazione di Napoli
Una bellissima serata autunnale ha accompagnato sabato 3 ottobre la celebrazione dell'83° Anniversario delle Gloriose Quattro Giornate di Napoli che portarono alla Liberazione della città dal mostro nazifascista.
Presso la saletta interna al primo piano dell’Associazione culturale “Punk Tank” nella centrale piazza Dante, messa a disposizione per descrivere degnamente quello che accadde nel capoluogo campano, si sono ritrovati l’avv. Mauro Buono, avvocato cassazionista, penalista della Camera penale partenopea, in qualità di moderatore; il professore Francesco Amoretti figlio di Antonio, partigiano delle Quattro Giornate, Ordinario di Scienza Politica presso l'Università degli Studi di Salerno, Dipartimento di Scienze Aziendali-Management&Innovation Systems (DISA-MIS), invitato per ricordare il valore storico e politico dell’evento; il professore Antonio Martone, associato di Filosofia Politica presso il Dipartimento di Scienze Aziendali–UNISA.
L’evento vedeva anche l’organizzazione del Comitato provinciale di Napoli del PMLI che campeggiava, con il simbolo rosso in evidenza sui volantini distribuiti e rilanciati sui social network, incluso la pagina Facebook del Partito. C’erano militanti e simpatizzanti della Cellula “Vesuvio Rosso” di Napoli, tra cui il compagno Luigi Prodomo Segretario di Cellula, in prima fila con le spille dei Maestri e del Partito.

L’intervento dell’avv. Buono
L’avv. Buono ringraziava tanto l’Associazione “Punk Tank” per aver concesso, come da quattro anni a questa parte, la saletta, quanto il Comitato provinciale di Napoli del PMLI per aver qualificato politicamente l’avvenimento e per non perdere di vista l’importante memoria di Napoli prima città capoluogo in Europa a scacciare le orde nazifasciste dal proprio territorio. “Le Gloriose Quattro Giornate di Napoli rappresentano, ancora oggi, uno degli episodi più importanti e significativi della Resistenza contro l'occupazione nazifascista - ha ricordato -. È un importante esercizio della memoria perché l’antifascismo come l’antinazismo sono all’ordine del giorno dell’agenda nazionale, europea e internazionale con il ritorno di rigurgiti nazifascisti in ogni angolo del mondo, suggellati, guarda caso, da guerre imperialiste che stanno mietendo vittime giorno dopo giorno”. Dal 27 settembre fino al 1° di ottobre le masse popolari partenopee respinsero con forza l’occupazione della teppaglia agli ordini di Mussolini ed Hitler, prima ancora che gli anglo-americani, qualche giorno dopo, entrassero “trionfalmente” nella città ormai liberata. Buono ha voluto ricordare lo sforzo del PMLI per dedicare la Medaglia d’Oro alla partigiana Maddalena “Lena” Cerasuolo ed un monumento al giovane Gennaro Capuozzo fin dal 2022 e soprattutto in occasione dell’80° Anniversario della Liberazione di Napoli dal nazifascismo, momenti che ad oggi non si sono realizzati a causa delle orecchie da mercante fatte dalla giunta antipopolare Manfredi che, con la sola eccezione dei giardini di via Ruoppolo dedicati in parte al partigiano Antonio Amoretti, ha svolto il solito mero servizio cerimoniale ed istituzionale.

L’intervento dei professori Amoretti e Martone
Particolarmente interessanti gli interventi dei docenti dell’Università di Salerno, Francesco Amoretti e Antonio Martone. Il primo, partendo dalle vicissitudini familiari e dalla storia personale del padre Tonino O’ Biondo, ha voluto rilanciare proprio le parole di suo papà sull’attualità dell’antifascismo, sulla memoria storica delle Quattro Giornate da tenere sempre viva anche nel presente, ma soprattutto - smentendo certa storiografia revisionista e neorevisionista - collocare la lotta delle masse popolari partenopee non in uno spontaneismo quasi anarcoide o movimentista, ma organizzato: “Quei giorni rappresentavano la proiezione di una vera e propria organizzazione armata, con vari episodi spontanei, come quello della ribellione delle donne al rastrellamento dei giovani napoletani”, ha ricordato il professore, rastrellamento da parte dei nazifascisti che avrebbe portato i partenopei presi a sicura morte nei campi di concentramento. “Stiamo parlando, dunque, di una azione ben organizzata dai napoletani che veniva da lontano e che inflisse il duro colpo ai nazifascisti. Non a caso la storiografia partigiana si costruirà anche sulla partecipazione di centinaia forse di migliaia di meridionali nei combattimenti nella zona centrale e settentrionale dell’Italia occupata, dando un contributo le cui stime sono ancora tutte da studiare e verificare”, ha aggiunto Amoretti. E rivolgendosi ai presenti e al PMLI, Amoretti ha giustamente sottolineato l’importanza della tradizione comunista che si è persa nel tempo e che va ripresa: “lo studio e la formazione politica è fondamentale se si vuole avere una solida base marxista-leninista e, dunque, condivido che sia prioritario oggi questo tipo di istruzione. Gli operai che si sono formati nel Sessantotto e negli anni Settanta potrebbero tranquillamente oggi coprire cattedre universitarie vista la preparazione che avevano con i testi classici del comunismo che si portavano e leggevano persino al lavoro. Per questo si dovrebbero rilanciare i centri di studio a riguardo”, concludeva Amoretti.
Stimolato dall’avv. Buono sulla partecipazione importante non solo delle donne e degli scugnizzi, ma anche degli omosessuali e dei “femminielli” napoletani, Amoretti ricordava che proprio il padre era riuscito ad individuare, in alcuni studi comuni, che la base di azione organizzata dei partigiani omosessuali vi era ed era collocata nella zona di piazza S. Carlo, in un classico basso napoletano dove si intrattenevano con le armi prima di attaccare i nazifascisti: “Il contributo degli omosessuali e dei femminielli napoletani fu importante e decisivo. Non sono d’accordo con coloro che vogliono collocare la storia delle Quattro Giornate nella lettura di comodo anglo-americana per “testimoniare” la loro marcia trionfale e la riduzione di quelle giornate nella sola rivolta dei giovani scugnizzi: troppo riduttiva!”, ha detto Amoretti, concludendo tra gli applausi.
Appassionato e netto è stato il professore Antonio Martone che, incalzato dal prof. Rotella della Seconda Università di Napoli, presente tra il pubblico, non solo riteneva che è l’ora di mobilitarsi concretamente senza cadere nella mera narrazione dei fatti seguendo il filo ineludibile dell’unione tra coraggio e giustizia: “Cosa è l’antifascismo oggi? Noi siamo in un 'fascio-sistema', siamo in un uno Stato neofascista, dove il nemico non si mostra in camicia nera, manganello, olio di ricino od orbace, ma sotto nuovi vessilli difficile da comprendere per le masse”. Seguiva un applauso e, prima di recitare la bellissima poesia contenuta in “Canti di rivolta”, Martone affermava che “in questa società di consumi, l’idea del sacrificio e della memoria siano perse, compresse, temperate e questo frena una mobilitazione antisistema per fermare il governo attuale. Ci vorrebbe una rivolta organizzata come fu per le Quattro Giornate!”.
Terminato l’intervento, con l’approvazione dei presenti il professore recitava, dunque, il poemetto “Chi nun ten u fucil, vott e pret”, ossia la frase che veniva ripetuta coinvolgendo la sala a gran voce, significativa ed epica del fatto che anche senza fucili perché non erano troppi a disposizione per respingere le orde nazifasciste, si possono prendere le pietre e utilizzarle per respingere il nemico.

Ricordo del sacrificio dei napoletani
La bellissima e accorata recita del professore Martone riceveva gli applausi convinti della sala e il moderatore Mauro Buono si accingeva a concludere l’evento ricordando proprio il sacrificio dei giovani primi partigiani partenopei: “A caratteri d’oro, scolpiti nella nostra memoria storica, sono i nomi dei caduti, tra i quali giovanissimi vi sono Gennaro Capuozzo, appena ricordato, ma anche Stefano Fadda, Pasquale Formisano e il 17enne Giovanni Pansini. Tra i protagonisti di questi eventi permettetemi di ricordare la figura di Vincenzo Leone, amico storico del PMLI, con il quale da ragazzo mi intrattenevo a parlare di quegli anni sulle scale del Vomero”.
“Le Gloriose Quattro Giornate di Napoli - ha sottolineato in conclusione Buono - non devono essere ricordate soltanto come una vittoria militare: il loro significato è di gran lunga più profondo e riguardò la capacità di una popolazione civile di reagire alla violenza dell'occupazione e alla perdita della libertà, ma anche evitare che altre centinaia se non migliaia di napoletani venissero gettati nell’orrore dei campi di concentramento. Napoli, in quei quattro giorni del settembre 1943, pagò un prezzo altissimo in vite umane e distruzioni, ma dimostrò anche una straordinaria capacità di reagire. Purtroppo, come ha ricordato in una recente opera la professoressa Gabriella Gribaudi dell’Università 'Federico II' di Napoli facoltà di Scienze Politiche, contribuirono anche gli anglo-americani con i loro indiscriminati bombardamenti ad aumentare le ingiuste morti della popolazione civile”.
Con un “W le Gloriose Quattro Giornate di Napoli!”, la serata veniva conclusa con l’Associazione e il PMLI che offrivano un bicchiere di spumante e un piccolo rinfresco ai presenti che alzavano i calici al cielo in onore dell’epica impresa delle masse popolari partenopee.

7 ottobre 2026