Dopo 10 anni di inganni, depistaggi e di problemi procedurali
Condannati gli agenti egiziani per il sequestro di Regeni
Meloni, Mussolini in gonnella, deve rompere col regime torturatore di al-Sisi

Lo scorso 28 settembre la Corte d’Assise di Roma, al termine del processo di primo grado per il brutale assassinio di Giulio Regeni avvenuto nella capitale egiziana nel 2016, ha condannato tre dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati - il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif nonché i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim – a dieci anni per sequestro di persona aggravato mentre il quarto imputato - il generale Tariq Sabir - è stato assolto per tale imputazione.
La Corte d’Assise non ha riconosciuto l’accusa di omicidio, contestata al solo maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il quale la Procura aveva chiesto l’ergastolo, e la sentenza ha riguardato esclusivamente il sequestro di Regeni, un esito che lascia quindi senza nome gli autori materiali del brutale assassinio del giovane ricercatore ma che comunque rappresenta un momento processuale rilevante, anche alla luce del fatto che il processo si è svolto in assenza degli imputati, mai comparsi davanti ai giudici e pienamente coperti dal regime egiziano di al-Sisi, che non ha mai collaborato seriamente con l’autorità giudiziaria italiana per far luce sulla drammatica vicenda e ha attivato non pochi inganni, depistaggi e problemi procedurali che di certo hanno ostacolato, ma non impedito, lo svolgimento del processo.
La sentenza prevede inoltre il risarcimento dei danni – sotto forma di provvisionale, ovvero di acconto da integrare successivamente in sede civile - alla famiglia Regeni e allo Stato italiano: più precisamente, la Corte d’Assise ha riconosciuto a favore di ciascuno dei genitori di Giulio 200 mila euro, a favore della sorella 100 mila euro e a favore dello Stato italiano 150 mila euro.
Per ciò che riguarda le condanne penali, esse diventeranno esecutive solo quando la sentenza a carico degli egiziani diventerà irrevocabile, mentre per quanto riguarda le condanne al risarcimento dei canni, esse sono già provvisoriamente esecutive già in primo grado.
È opportuno ricordare brevemente la vicenda che ha portato alla sentenza di primo grado. Il 25 gennaio 2016 al Cairo si perdono le tracce di Giulio Regeni, giovane ricercatore universitario italiano dottorando a Cambridge che si trovava nella capitale egiziana per un lavoro universitario riguardante il mondo del lavoro egiziano, e il 3 febbraio il suo cadavere viene trovato - con evidenti segni di torture, lividi, fratture, ferite e bruciature che saranno poi confermati nella successiva autopsia svolta in Italia - sulla strada che collega Il Cairo ad Alessandria. Il giorno dopo il tragico rinvenimento il magistrato egiziano che dirigeva le indagini, Khaled Shalabi, escludeva contro ogni evidenza un'azione violenta e la presenza di colpi di armi da fuoco o da taglio, ipotizzando che Regeni fosse rimasto vittima di un’incidente stradale e ordinando l’esecuzione di un’autopsia, ma la Procura della Repubblica di Roma non credeva a tale ricostruzione e apriva un fascicolo per omicidio contro ignoti. I sospetti della Procura si rafforzarono quando il 7 febbraio la salma del giovane rientrò in Italia e venne ripetuta a Roma una nuova autopsia che confermava le orribili torture subite. Nel frattempo la magistratura egiziana inaugurava una lunga stagione di depistaggi, ipotizzando un omicidio a sfondo omosessuale o un assassinio da parte dei Fratelli Musulmani, mentre la procura italiana accertava che Regeni non era omosessuale e non aveva mai avuto contatti con i Fratelli Musulmani. Il 14 aprile 2016 la Procura di Roma richiedeva per rogatoria alle autorità egiziane l’acquisizione dei tabulati telefonici di tredici persone, i video delle zone frequentate dal giovane e l’acquisizione di una serie di testimonianze: emergeva che il presidente del sindacato egiziano dei venditori ambulanti, Mohamed Abdallah, al quale Giulio Regeni si era rivolto per un’intervista relativa al suo lavoro universitario, aveva segnalato ai servizi egiziani l'attività del giovane ricercatore e aveva espresso sospetti sul suo lavoro di ricerca. Alla luce di ciò la Procura della Repubblica di Roma invitò bella capitale italiana il 9 settembre 2016 i magistrati inquirenti egiziani che si occupavano del caso giudiziario, e questi ultimi furono costretti ad ammettere che in Egitto Giulio Regeni veniva sorvegliato dalle autorità, e si impegnarono a consegnare la relativa documentazione alla Procura di Roma, la quale il 4 dicembre 2018, dopo una complessa indagine, iscrisse nel registro degli indagati cinque uomini, tutti membri dei servizi segreti civili e della polizia investigativa dell’Egitto, per sequestro di persona in concorso. Ma il regime di al-Sisi, per niente soddisfatto della piega che aveva preso il procedimento penale in Italia, ordinò ai propri magistrati di interrompere la collaborazione con gli omologhi italiani, che in effetti si interruppe formalmente il 30 novembre 2020. Nonostante ciò, il 25 maggio 2021 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, su richiesta della Procura, rinviò a giudizio quattro dei cinque indagati egiziani con l’accusa per tutti di sequestro di persona e per uno di essi anche di omicidio. Il 14 ottobre 2021 la Corte d'Assise rinviava il procedimento dinanzi al Giudice per l’Udienza preliminare a causa dell’assenza degli imputati nonché della loro assoluta irreperibilità legata al fatto che le autorità italiane hanno sempre ignorato il luogo di domicilio o residenza degli imputati, e questo magistrato sospendeva il processo, una decisione che la Procura impugnava in Cassazione, che comunque rigettava il ricorso, e l’11 aprile 2022 il Giudice dell’Udienza preliminare, accogliendo la richiesta della Procura in tal senso, inviata gli atti alla Corte Costituzionale per comprendere se il processo potesse proseguire anche senza regolari notifiche in quanto era sconosciuto il luogo di residenza o domicilio dei quattro imputati.
La mancata conoscenza della residenza o domicilio dei quattro ufficiali egiziani è dovuta esclusivamente alla mancata collaborazione del regime di al-Sisi con l’Italia, poiché è impossibile pensare che il governo egiziano non conosca il luogo dove risiedono o sono domiciliati quattro suoi ufficiali delle forze armate di grado elevato quali sono un maggiore, due colonnelli e un generale.
La Corte Costituzionale riteneva quindi il 27 settembre 2023 che tale impedimento non era di ostacolo alla prosecuzione del processo, che pertanto iniziava dinanzi alla Corte d’Assise di Roma il 20 gennaio 2024 ma un ulteriore ostacolo proveniva dalla difesa degli imputati che richiedevano, e ottenevano, un nuovo rinvio degli atti alla Corte Costituzionale per questioni tecniche legate al diritto di difesa e alla nomina di consulenti tecnici. Sciolto anche tale nodo giuridico, il processo dinanzi alla Corte d’Assise di Roma poteva riprendere senza intoppi il 30 gennaio di quest’anno, con la Procura di Roma che nella sua requisitoria del 23 giugno scorso chiedeva l’ergastolo per il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif accusandolo di omicidio e sequestro di persona, mentre 17 anni e mezzo venivano richiesti per il generale Tariq Sabir nonché per i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, accusati del solo reato di sequestro di persona. L’esito di tutto questo tormentato percorso è stata la sentenza dello scorso 28 settembre.
In attesa delle motivazioni della sentenza, per la Procura di Roma la decisione giudiziaria rappresenta comunque il riconoscimento di una responsabilità per il sequestro attribuita a persone legate agli apparati dello Stato egiziano, pur lasciando aperta la questione dell’omicidio, e anche la famiglia Regeni, presente in aula, ha accolto la decisione come un risultato importante dopo un percorso giudiziario durato un decennio, ma manca purtroppo l’accertamento sugli autori dell’omicidio.
Se si è giunti a questo risultato il merito è esclusivamente sia della famiglia di Giulio Regeni, che in questi dieci anni ha mobilitato i democratici italiani e fatto pressioni in ogni modo sulle autorità a fare chiarezza, sia della magistratura italiana e della difesa della famiglia Regeni, che hanno condotto una battaglia di legalità in mezzo a mille ostacoli provenienti dal regime egiziano e nonostante l’inerzia politica e diplomatica del governo Meloni, sia della società civile e di quella parte della stampa non asservita al nostro Stato borghese, che hanno costantemente e senza interruzioni dato spazio a questa triste vicenda, e il Bolscevico, organo del Partito Marxista Leninista Italiano, va annoverato tra tale stampa libera.
Al contrario il governo Meloni, Mussolini in gonnella, non ha alzato un dito per costringere, usando ogni mezzo diplomatico, politico ed economico, il regime fascista di al-Sisi a perseguire penalmente gli assassini di Giulio Regeni. E addirittura il ministro degli esteri Tajani ha cercato di difenderlo con queste parole assolutorie: “La sentenza è di primo grado: c’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto, ma tre persone. Vedremo in secondo e terzo grado”.

14 ottobre 2026