Nonostante la conferma delle pene della Corte di Appello
Gli operai ex “Bros” di Napoli ricorrono in Cassazione
Impugnata la sentenza antioperaia. Cade definitivamente l'equiparazione e come associati a delinquere
Redazione di Napoli
Lo aveva già annunciato il collegio difensivo che da più di tre lustri difende con forza e determinatezza la causa delle operaie e degli operai ex “Bros”, oggi, da quasi dieci anni integrati in più di 1.200 unità nella Regione Campania come lavoratrici e lavoratori della manutenzione stradale in lotta per avere un lavoro stabile, a salario pieno, a tempo pieno nella pubblica amministrazione.
Dopo una lotta di piazza durissima durata circa venti anni, infatti, gli ex precari giungevano finalmente all’agognato contratto, sottoscritto nonostante un'ondata repressiva senza pari cominciata con la Procura napoletana agli ordini dell’attuale procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, che costruiva un vero e proprio pool anti-Bros. I lavoratori sceglievano di far valere le loro ragioni affrontando la giustizia borghese e l’istruttoria dibattimentale, condotta con l’aiuto di avvocati del calibro, tra gli altri, di Domenico Ciruzzi, Marco Campora (entrambi già presidenti della Camera penale di Napoli), Mauro Buono, Felice Consoli, Natalia Fuccia, Alfonso Tatarano, che non si sono risparmiati, in più di 10 anni di dibattimento, dimostrando la fallacità della provocatoria equazione disoccupati-associati a delinquere. Momento che ha visto persino la Procura napoletana cedere sul terreno della difesa e chiedere, nella requisitoria finale, l’assoluzione totale per tutto il compendio dei reati contestati, inclusa l'associazione a delinquere finalizzata - secondo gli inquirenti - all’ottenimento estorsivo dei posti di lavoro nella pubblica amministrazione. Una sconfitta che bissava quella del 2002 quando fu tacciato delle stesse accuse l’altro grande movimento storico partenopeo, il “Movimento di lotta Lsu”, formato per lo più da ex operai di fabbrica ed edili, e che fu respinto fin dalla fase genetica del procedimento penale, ricacciando le accuse gravissime contro il movimento operaio al mittente.
Pertanto, ad inizio ottobre i difensori, caduto il più grave reato di associazione a delinquere, hanno annunciato comunque il ricorso per Cassazione clamorosamente confermato dalla Corte di Appello partenopea nella parte relativa ad alcuni reati satellite, come il blocco ferroviario. Tra i destinatari della pena relativa a questo delitto previsto dalla legge speciale del 1948 e reiteratamente modificato, fino ad abolirlo prima e reintrodurlo nuovamente inasprendo la parte della reclusione, è tra gli altri il RSA dell’Usb e amico del PMLI, Umberto Lillio, destinatario della pena di un anno di reclusione senza beneficiare della sospensione condizionale. Nello specifico l’avv. Buono aveva chiesto l’assoluzione perché il fatto non sussiste, per non averlo commesso o perché non costituisce reato, atteso il fatto che Umberto, assieme ad altri manifestanti, “stava esercitando un diritto costituzionalmente garantito quale il diritto di libera manifestazione del pensiero”; lo stesso legale sottolineava che nel corso dell’intero procedimento penale la prova non era stata raggiunta in ordine all’apposizione degli oggetti sui binari, chiedendo, infine, l’esclusione delle circostanze aggravanti contestate. I giudici della Corte di Appello partenopea si spingevano ad affermare che c’era da tutelare l’incolumità pubblica rispetto alla richiesta di lavoro e della manifestazione del pensiero, anche se nella vicenda contestata nessun viaggiatore subirà alcun danno né lo richiederà agli ex precari. I magistrati sottolineano, nella sentenza impugnata dai difensori in Cassazione, che vi è responsabilità penale come concorrenti “morali” anche se “non sia dimostrata una loro fattiva partecipazione al materiale gettito di traversine di legno sui binari” (sic!).
Noi marxisti-leninisti saremo fino alla fine con le lavoratrici e i lavoratori della manutenzione stradale e lotteremo affinché i giudici della Corte di Cassazione azzerino le vergognose sentenze del Tribunale e della Corte di Appello di Napoli, assolvendo definitivamente gli ex precari che hanno sempre rivendicato il lavoro alla luce del sole e tramite la lotta di piazza, tutti momenti che dovrebbero essere “costituzionalmente garantiti” ma che ormai sono sempre più delle chimere in ossequio alla seconda repubblica neofascista e alla sua più putrida gestazione, ossia il governo di Mussolini in gonnella, Meloni.
21 ottobre 2026