Una settimana di scioperi. Occupato l'aeroporto di Genova
In piazza gli operai ex Ilva per il lavoro
L'azienda raddoppia la cassa integrazione
Nazionalizzare subito l'intero settore siderurgico
Le proteste e gli scioperi dei lavoratori ex Ilva sono aumentati d'intensità dopo che la Corte d’Appello civile di Milano ha confermato, per la seconda volta, il provvedimento con cui a luglio è stato disposto lo spegnimento degli altoforni di Taranto da mettere in atto entro fine ottobre. La Corte ha così respinto la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria, in vista dell'udienza della Cassazione, a cui hanno fatto ricorso, già fissata per il 20 ottobre.
Nel provvedimento i giudici hanno ribadito che il "pericolo" che consegue "all'eventuale spegnimento degli altiforni", in riferimento alle conseguenze occupazionali ed economiche per tutto il territorio di Taranto e della Puglia, deve cedere "rispetto al preminente diritto alla salute nell'ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi". La tutela "del diritto alla salute", infatti, è "comunque prevalente, nel doveroso rispetto dell'interpretazione data in sede comunitaria, oltre che delle stesse previsioni costituzionali".
Pochi giorni dopo il pronunciamento della Corte, l'8 ottobre, il governo incontrava a Palazzo Chigi le organizzazioni sindacali Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Uilm-Uil, Ugl Metalmeccanici e Usb, alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso; il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone; il sottosegretario con delega alle Politiche per il Sud, Luigi Sbarra, oltre ai rappresentanti di Invitalia, i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e i commissari straordinari del Gruppo Ilva. Il governo assicurava il finanziamento di nuova cassa integrazione e il mantenimento del preriscaldamento per evitare danni alla struttura, sperando in un pronunciamento di senso opposto della Cassazione e trovare nuovi acquirenti privati.
Nello stesso giorno però Acciaierie Italia, con una nota ufficiale, comunicava che dopo il respingimento del secondo ricorso, e “In assenza di ulteriori margini di intervento, l’Amministrazione Straordinaria ha dovuto assumere una decisione dolorosa, ma inevitabile”, sottolineando come il blocco dell'unica area a caldo influirà su tutti gli stabilimenti: "la fermata temporanea non riguarda soltanto Taranto. Gli stabilimenti di Novi Ligure e Genova dipendono direttamente dalla produzione di Taranto per l’approvvigionamento di acciaio, non disponendo di un’area a caldo autonoma. La conseguente interruzione delle attività a monte comporterà necessariamente anche la fermata degli impianti a valle".
Con queste premesse la reazione non poteva che tramutarsi in una decisa e vigorosa ripresa della mobilitazione. I lavoratori e i sindacati non si accontentano dei tavoli di discussione e della cassa integrazione, che rappresenta un magro sostentamento temporaneo. Gli operai rivendicano lavoro e un piano industriale che assicuri il futuro occupazionale. Il fabbisogno di acciaio è alto, le commesse non mancherebbero, e pretendono che il governo intervenga senza perdere altro tempo assicurando l'operatività di tutti i siti produttivi, avviando immediatamente gli interventi necessari al risanamento ambientale a alla transizione energetica.
Lunedì 12 veniva proclamato lo sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti, allungato poi di altre 48 ore per il 13 e 14 ottobre. A Genova gli operai di Cornigliano ricevevano fin da subito la solidarietà degli studenti e della popolazione. Il primo giorno di sciopero hanno assediato la Prefettura, circondata da ingenti forze di polizia come se la dovessero proteggere da dei delinquenti, e si sono accampati nelle tende. Mercoledì 16 invece, all'improvviso hanno fatto irruzione del locali della Prefettura. Se ne sono andati solo dopo le rassicurazioni che gli stabilimenti non sarebbero stati bloccati e dalla promessa che Cornigliano manterrà la continuità produttiva acquisendo semi lavorati da fuori Taranto, se necessario.
Scioperi e manifestazioni si sono svolti anche negli stabilimenti piemontesi di Novi Ligure e Racconigi. Proteste massicce si sono svolte a Taranto, anche per le dimensioni del siderurgico pugliese, che ha quasi 8mila dipendenti. Qui lo sciopero è diventato ad oltranza, ed è durato tutta la settimana. I lavoratori hanno cominciato a radunarsi davanti alle portinerie alle prime luci dell’alba del 12 ottobre. Poco dopo le sette di mattina si è svolta un’assemblea di due ore nel parcheggio della direzione, poi un gruppo di lavoratori e delegati ha occupato un tratto della statale 7 (che da Massafra va a Bari) e della statale 106 Ionica (verso Reggio Calabria). In seguito hanno mantenuto presidi organizzati sulle statali alle porte della città, accendendo fuochi di fortuna per difendersi dal freddo notturno.
Il blocco degli accessi alla raffineria Eni di Taranto ha provocato contraccolpi negli approvvigionamenti di carburante, con ripercussioni sulla rete distributiva, sul trasporto pubblico e sul traffico aereo. La determinazione dei lavoratori ha indotto anche la regione a convocare il 15 ottobre i sindacati a Bari, mentre centinaia di operai giunti da Taranto protestavano sotto le finestre del Palazzo. Non sono state prese decisioni operative, ma De Caro e il sindaco di Taranto sono stati costretti a fare pressione sul governo centrale per trovare soluzioni immediate ed efficaci per assicurare "La continuità produttiva dello stabilimento, sostenibile e compatibile con la salute”. Perciò la produzione “dovrà essere decarbonizzata introducendo progressivamente l'utilizzo dell'idrogeno verde quando le condizioni tecnologiche lo consentiranno".
Venerdì 16, dopo che il governo ha programmato un nuovo tavolo con i sindacati per il 27 ottobre, i blocchi venivano rimossi. Ma subito dopo la beffa. In serata Acciaierie d’Italia, comunicava l’intento di raddoppiare gli operai in cassa integrazione dagli attuali 4.450 a 8.622 fino al prossimo 27 febbraio “salvo proroghe”. Si tratta di quasi tutti i suoi 9.626 dipendenti. La maggior parte sono a Taranto (6.964 in cig su 7.785), il resto a Genova (870 su 917) e Novi Ligure (515 su 542). Un dramma sociale per migliaia di famiglie e numeri che la rendono la più grave crisi industriale nella storia italiana.
Indubbiamente quella di Taranto è la situazione più difficile e intricata. Le decisioni dei giudici hanno rinvigorito le discussioni, e le divisioni, su politica industriale, ambiente e salute. Da una parte il governo che addossa le responsabilità della chiusura dell'area a caldo ai magistrati, dall'altra i cittadini stanchi di subire le emissioni inquinanti dello stabilimento. In mezzo i lavoratori, che subiscono il ricatto occupazionale e contemporaneamente sono anche i primi a subire conseguenze sulla loro salute. Una divisione che si è palesata sabato 17 ottobre, quando una manifestazione, a cui hanno partecipato alcune migliaia di persone che chiedevano la chiusura dell'ex Ilva, ha attraversato la città.
Ma le responsabilità non sono certo dei magistrati, che non possono far finta di niente di fronte ad una realtà dove dati certi e numeri reali indicano che nei quartieri adiacenti al siderurgico tumori e malattie respiratorie hanno un incidenza di gran lunga superiore alla media, ne si possono biasimare quei cittadini che, basandosi su quelle rilevazioni, magari avendo avuto anche dei morti in famiglia, chiedono la chiusura delle acciaierie.
Le colpe, oltre che sul capitalismo in generale che pone il profitto avanti a tutto, ricadono sulle politiche di questo governo e di quelli precedenti. È dal 2012, dai primi interventi della magistratura e alle inchieste seguite al disastro ambientale causato dalla gestione della famiglia Riva, che aveva acquisito l'Ilva dopo la sua privatizzazione, che va avanti questa situazione. Si sono persi anni a mettere soltanto delle toppe al siderurgico di Taranto, nella speranza di un intervento salvifico di qualche privato. Di rinvio in rinvio la decarbonizzazione è rimasta solo una frase vuota e gli impianti si sono ulteriormente deteriorati continuando ad ammorbare la città e a uccidere gli operai, costretti a lavorare in una fabbrica sempre più obsoleta.
È chiaro a tutti che nessun privato è in grado di garantire l'occupazione di migliaia di persone (18mila con l'indotto) e al tempo stesso tutelare la salute di lavoratori e cittadini. L'unica soluzione adesso praticabile è la nazionalizzazione dell'ex Ilva. Non una semplice iniezione di soldi pubblici, ma un intervento diretto dello Stato che deve avere la completa gestione del siderurgico di Taranto e di tutto il gruppo, sotto lo stretto controllo dei lavoratori e della popolazione. Solo in questo modo è possibile decarbonizzare il siderurgico e salvaguardare l'ambiente, l'occupazione e la sicurezza.
La partita non è ancora chiusa. I picchetti e i blocchi stradali sono stati sospesi, ma la lotta può riprendere in qualsiasi momento anzi, è già ripresa. A Genova, lunedì 19 ottobre gli operai di Cornigliano hanno occupato l'aeroporto Cristoforo Colombo: "Resteremo qui - ha urlato Armando Palombo (Fiom) tra gli applausi e i cori dei lavoratori - finché questo governo non ci dà una risposta". Solo in serata hanno liberato lo scalo dopo una nota del ministero del Lavoro che ha annunciato il congelamento della cassa integrazione prevista, in vista dell’incontro con il governo che si terrà il 27 ottobre.
Questa settimana di proteste ha già dimostrato che i lavoratori dell'ex Ilva, se organizzati e determinati, possono esercitare tutto il loro peso sulle decisioni del governo e dei capitalisti, un esempio per tutta la classe operaia italiana. Importante sarà mantenere l'unità, con l'obiettivo di assicurare il futuro a tutti gli stabilimenti. In particolare a Taranto si deve ritrovare l'unità di tutta la città. Dividere tra di loro i lavoratori delle varie fabbriche, e separare gli operai dai cittadini con il ricatto della scelta tra lavoro e salute, è un obiettivo del governo del Mussolini in gonnella Meloni, e deve essere assolutamente respinto.
21 ottobre 2026