Respingere misure del governo neofascista Meloni, Mussolini in gonnella
Briciole a autotrasportatori, agricoltori e pescatori. Pugno duro con chi non ci sta
La protesta contro il caro gasolio è fuori controllo e mette in difficoltà il governo, che ha iniziato a usare il pugno duro schierando le "forze dell’ordine". Il governo Meloni: “I blocchi devono essere rimossi. Non tolleriamo intimidazioni” I blocchi stradali dei tir sono continuati per tutto mercoledì 21 nel sud Italia, presidi e blocchi che dal Sud ormai si sono spostati fino a Ravenna con centinaia di tir fermi lungo strade e autostrade e code chilometriche in prossimità dei blocchi. Un’altra giornata da incubo con supermercati vuoti dal Veneto alla Sicilia, pompe di benzina rimaste a secco anche a Roma e disagi anche per la sede Nato di Napoli.
Restano, infatti, picchettate le basi di carico della logistica petrolifera del Sud: Milazzo, Priolo, Taranto e Civitavecchia. Nell’incontro del ministro Matteo Salvini con gli autotrasportatori non è arrivata l’apertura richiesta dai comitati autonomi calabresi, pugliesi, campani e siciliani: il taglio immediato del prezzo dei carburanti. Al contempo l’esecutivo cerca di distrarre dalle sue responsabilità, invitando a "distinguere le proteste legittime da eventuali fenomeni di illegalità". Il viceministro Rixi ipotizza "infiltrazioni di bande organizzate che nulla hanno a che vedere con l’autotrasporto" e il ministro Lollobrigida si spinge a chiedere di "controllare qualche casellario giudiziario" dei leader. Insomma il governo sceglie la linea dura, con identificazioni e denunce per blocco stradale. Sono centinaia i soggetti già controllati: 2.065 persone, 79 denunciate e 242 sanzionate. Il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, ha convocato una riunione con prefetti e questori per sollecitare la massima attenzione “su possibili infiltrazioni criminali” e ha disposto la scorta di numerosi mezzi di trasporto.
Pesantissima la ripercussione delle proteste sulla distribuzione di generi alimentari ormai assenti dagli scaffali dei supermercati di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Al che il governo non ha più potuto ignorare la protesta e quindi è passato al contrattacco: i vertici dell’esecutivo hanno fatto sapere che dietro allo stop degli autotrasportatori per il caro-gasolio ci sarebbe la criminalità organizzata. Il ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida alla Camera ha chiesto di guardare il casellario giudiziario degli organizzatori della rivolta, mentre il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha annunciato che il Viminale ha proceduto a identificare tutti coloro che hanno commesso reati. Un altro tentativo di trasformare il malessere sociale in una questione di ordine pubblico.
Le proteste contro il caro carburante si allargano. Mentre gli autotrasportatori hanno sciolto i fermi stradali dopo i nuovi sostegni approvati giovedì dal consiglio dei ministri, stanno aumentando le mobilitazioni di agricoltori e pescatori che lamentano di non avere ricevuto abbastanza aiuti. A questi si sono aggiunti i tassisti e Ncc che manifesteranno davanti al ministero delle Infrastrutture. Il problema è lo stesso per tutti: il costo del gasolio è diventato insostenibile e le misure spot dell’esecutivo non bastano.
La protesta sta montando da sud a nord. Agricoltori e pescatori hanno manifestato in centinaia ieri davanti alla sede della Regione Veneto uniti dallo slogan "Il caro gasolio brucia il nostro futuro". Tensioni anche in Sicilia dove il Comitato agricoltori fa notare che la regione ha stanziato 174 milioni di sostegno straordinario al settore, rendendo "risibili" i 50 milioni previsti per tutta Italia dal decreto di giovedì. Il provvedimento del cdm è insufficiente pure per Cia Calabria: "Ha solo alleviato la difficoltà immediata sulle spese già affrontate ma non ha affatto risolto il problema. Questi interventi non hanno toccato gli speculatori che continuano a macinare utili immensi sulle spalle di tutti", in particolare "i colossi dell’energia e della gdo che governano la filiera agricola". In Toscana alcuni trattori presidieranno fino a lunedì il casello autostradale Valdichiana sull’A1. Prosegue anche lo sciopero a oltranza delle imprese di pesca nelle 43 principali marinerie dell’Adriatico.
I pescherecci sono rimasti in porto a Manfredonia, Termoli, Pescara, Ancona, Civitanova Marche, Chioggia e altre città. Un’uscita in mare è arrivata a costare 2mila euro di gasolio e gli incassi non bastano a coprire le spese. "I fermi proseguiranno, c’è un grande malessere generale", fa sapere Confcooperative Veneto sottolineando che il caro carburanti è "la goccia che ha fatto traboccare il vaso" di una serie di difficoltà che compromettono la pesca tra il riscaldamento del mare e il granchio blu. In Sicilia invece la Federazione degli armatori ha optato per lo "sciopero fiscale" ribadendo che "l’emergenza del comparto non può essere affrontata solo attraverso contributi occasionali". Gli aderenti ad altre 27 sigle si riuniranno a Firenze: "Se non ci saranno risposte dal governo è possibile una mobilitazione della categoria", ha detto il segretario di Uiltrasporti William Zonca.
Quello della logistica e dei trasporti è il settore più critico: spirali di appalti e sub-appalti, catene del valore studiate per risparmiare pochi centesimi sulle tariffe e una competizione spietata hanno trasformato il lavoro povero nel valore aggiunto del comparto e la violazione dei diritti nel suo principale vantaggio competitivo.
Il governo approva un decreto per tamponare le proteste ed eliminare gradualmente i blocchi al Sud, ma la bolla ormai è esplosa. L’evoluzione dell’autotrasporto italiano ha visto l’ascesa del "padroncino", lavoratore autonomo con uno o due veicoli costretto a muoversi in un mercato polverizzato assumendosi l’intero rischio d’impresa. Negli anni Settanta se ne contavano centomila contro i cinquemila della Germania. Nel comparto la tutela sindacale minima non era garantita e il rapporto di forza era a tutto vantaggio dell’intermediario. Da allora è cambiato poco o nulla. Oggi il padroncino contoterzista si muove ancora in un mercato in cui itinerari, orari e tariffe dipendono dalle brutalità del libero mercato. I padroncini costituiscono la categoria più numerosa e instabile, chiamata a sopperire alla storica carenza di manodopera nel settore. Una simile struttura non può che ridurre la redditività, erosa dal caro-carburante. Perché le proteste sono esplose proprio al Sud? La risposta affonda le radici nel dualismo territoriale che si riflette nelle filiere logistiche e distributive. Se al Nord sono sorti consorzi di autotrasportatori e prevalgono grandi piattaforme integrate e centri di smistamento capaci di assorbire le oscillazioni economiche, al Sud la catena di approvvigionamento è polverizzata e incardinata sul “padroncino” in lotta perenne con il suo simile. In questo contesto ci si tira il collo a vicenda rincorrendo tariffe al ribasso per accaparrarsi le merci verso la Grande Distribuzione.
Questa esasperazione ha aperto una crepa nella rappresentanza, svelando un settore frammentato anche su quel versante. Le quindici associazioni dell’Albo nazionale rappresentano un tipo di mediazione che la base degli autotrasportatori del Sud rifiuta, percependo le sigle tradizionali come entità distanti. Per i movimenti spontanei, lo sciopero autonomo e il blocco dei caselli diventano così l’unica arma per esercitare pressione sul governo. Di fronte ai blocchi, la reazione dei vertici associativi e dei sindacati confederali non è stata la comprensione della disperazione dei trasportatori, ma un’opera di delegittimazione.
La situazione è precipitata in poche ore. Dopo l’incontro col ministro delle infrastrutture Salvini, le grandi associazioni di categoria avevano invitato a sciogliere la mobilitazione. Ma il settore conta 99mila piccole imprese iscritte all’Albo degli autotrasportatori, frammentate in decine di organizzazioni autonome che hanno continuato a mantenere le braccia incrociate. Centinaia di tir fermi hanno generato vari chilometri di coda nelle autostrade A1, A2 e A30 in Campania, ostacolato la circolazione lungo le statali 19 e 106 in Basilicata, arrestato le consegne in Puglia e Calabria. Anche l’Associazione autotrasportatori siciliani ha annunciato la prosecuzione dello stop e le adesioni si sono espanse verso nord: una ventina di camion ha occupato la piazza principale di Ravenna e Fiera-Confesercenti ha segnalato le prime difficoltà negli approvvigionamenti in Toscana.
Quando non è in grado di trovare soluzioni, l’unica risposta del governo è la repressione a tappeto. Nel pomeriggio in vari punti della Campania, la regione dove la protesta era più accesa, è intervenuta la polizia imponendo di rimuovere i presidi lungo le autostrade. Il ministero dell’Interno ha fatto sapere di avere identificato 1.339 persone, di cui 242 sanzionati e 71 denunciati con l’ipotesi di reato per blocco stradale. Piantedosi ha addirittura disposto la scorta notturna di 500 tir in Campania per garantire le operazioni di carico e scarico.
Ma in realtà i motivi della protesta non sono affatto risolti. Il diesel è aumentato del 40% in un anno secondo i dati diffusi ieri da Eurostat, arrivando al prezzo medio di 2, 30 euro, il 6% in più rispetto a settembre. Il governo si è limitato a sbloccare 480 milioni di risorse già dovute che erano in ritardo, quelle sul credito d’imposta per coprire i rincari del periodo marzo-agosto. Ma se credevano che bastasse saldare un debito pregresso per calmare i camionisti, si sbagliavano.
La protesta sta avendo conseguenze per 4 imprese su 10 tra negozi, minimarket e supermercati che hanno segnalato difficoltà di approvvigionamento secondo Confesercenti, soprattutto al sud per i prodotti freschi come frutta, verdura e pesce. Anche le pompe di benzina stanno rimanendo senza carburante: in Calabria e Molise sono stati segnalati i primi distributori chiusi e gli aeroporti di Crotone, Reggio Calabria, Napoli e Catania sono privi di jet fuel. Attività ferme anche in diversi caseifici, pastifici, ristoranti e cantieri edili.
Mussolini in gonnella Meloni deciee di convocare un Consiglio dei ministri straordinario per approvare un decreto sull’autotrasporto: in particolare il provvedimento servirà a stanziare sicuramente 126 milioni per il credito di imposta per autotrasportatori e agricoltori. Le altre misure – ad esempio il rinnovo dei mezzi – sono ancora in forse. Una misura che era già stata prevista con un emendamento del governo al decreto Bollette in discussione in commissione Finanze alla Camera e che oggi sarà “travasato” in un testo immediatamente operativo. Fino a ieri sera non erano previste norme di carattere penale. Il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, chiede la possibilità di togliere la patente agli autotrasportatori denunciati e anche la licenza.
480 milioni le risorse promesse "da subito" dal governo agli autotrasportatori per i crediti 71 d’imposta (promessi a maggio) e pugno duro per chi protesta. Ciononostante al Sud le proteste non si sono fermate, anzi in alcuni casi, sono diventate più pesanti.
A Napoli e in Campania i blocchi sono stati tolti come in Calabria e Sicilia, ma i supermercati continuano a lungo ad avere i banchi vuoti.
Il governo Meloni sta perdendo molto consenso tra alcune categorie storicamente vicine alla destra. Insieme agli autotrasportatori, a protestare per le mancate misure di sostegno contro il caro carburante ci sono gli agricoltori, che si sono affiancati alla mobilitazione dei tir sin dal suo inizio la scorsa settimana.
In molti cortei nelle città del sud Italia i trattori hanno sfilato di fianco ai camion. La Cia, una delle maggiori associazioni del settore primario, ha organizzato un presidio davanti a Montecitorio. Tuttavia gli agricoltori sono in breve passati a essere vittime del fermo dei tir, che non sono passati a ritirare i prodotti deperibili come frutta, verdura e latte, facendoli marcire.
Una situazione nazionale ormai insostenibile che vede il governo Meloni palesemente inadeguato nel far fronte al problema e come al solito sbilanciato verso politiche repressive, quando occorrerebbero misure economiche che aiutino le categorie in crisi per il caro carburante e le masse popolari strozzate dal carovita.
28 ottobre 2026