|
Agnoletto strumento di Bertinotti per imprigionare il movimento no-global nell'Europa imperialista Vittorio Emanuele Agnoletto nasce a Milano il 6 marzo 1958. Medico del lavoro, obiettore di coscienza, tra i fondatori ed ex presidente della LILA (Lega Italiana per la Lotta all'AIDS). Cattolico praticante ed attivo nella vita parrocchiale, ha fatto parte degli scout per vent'anni, da lupetto ad animatore dei gruppi adulti dell'Agesci negli anni Settanta. Spicca la sua formazione piccolo borghese tutta dedita a chiesa e famiglia, a tutt'oggi le zie gli fanno volantinaggio e il fratello da segretario. E la casa, piuttosto che la sede di Partito, è il luogo dove organizza incontri e dibattiti. A suo dire gli incontri più importanti della sua vita sono stati con il trotzkista e operaista Vittorio Foa e don Luigi Ciotti. Nel 2001 viene nominato portavoce della delegazione italiana al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre. In passato è stato in Autonomia Operaia, nel PdUP e in DP. Alle elezioni politiche del 2001 si presenta come candidato indipendente nella lista di Rifondazione Comunista per la quota proporzionale in Liguria e nelle Marche. In seguito si dedica al Genoa Social Forum, il movimento che promuove il "controvertice" anti G8. Il 24 luglio 2001 Maroni lo espelle dalla Consulta degli esperti sulle tossicodipendenze. Il 29 agosto dello stesso anno Sirchia lo esclude dalla commissione AIDS. I due ministri giustificano tali provvedimenti col suo impegno politico di opposizione al governo. Nonostante questo trattamento riservatogli, non andrà mai oltre una pallida critica dell'operato del neoduce Berlusconi e della sua cricca, preferendo di gran lunga i "grandi temi mondiali" propri dell'"internazionalismo" trotzkista e luxemburghiano. Definisce il Forum Sociale, di cui è tra gli esponenti, un "non-luogo" che si regge "sull'utopia che un altro mondo è possibile" ("il manifesto", 12 novembre 2003). Egli dà quindi per scontato che non cambierà nulla, cioè che il proletariato internazionale e gli oppressi rimarranno col solito pugno di mosche in mano. In un'intervista del 2002 dice che il "movimento deve distinguere il suo ruolo rispetto alla politica ufficiale, senza trasformarsi in partito, né partecipando alle elezioni", salvo poi essere da qualche anno candidato, pur come "indipendente", nel partito della rifondazione trotzkista. Professa la "teoria della partecipazione", dando ad intendere che il sistema capitalista è e rimane al suo posto e non si farà nulla per abbatterlo, accontentandoci eventualmente delle briciole e cercando il "confronto democratico anche con chi ci aggredisce" in puro spirito cattolico nonviolento. La scelta pacifista e nonviolenta traspare in molti scritti di Agnoletto quale scelta "etica, politica e strategica" ("il manifesto", 28 gennaio 2003) Per arrivare, sempre secondo le parole di Agnoletto, ad un "nuovo umanesimo, globale e universale" ("l'Unità", 19 febbraio 2003). Il suo è un eclettismo stile Bertinotti tra: "il marxismo critico (leggi antistalinista), l'ambientalismo consapevole e il cristianesimo sociale" ("l'Unità", 2 giugno 2004). Recentemente ("Liberazione" 1 giugno) emerge definitivamente, se ce ne fosse ancora bisogno, qual è l'intento del PRC nel presentarlo nelle sue liste: ribadisce infatti la sua indipendenza dal PRC, in quanto leader dei "movimenti", però avalla in pieno l'ultimo sgorbio nato: il "Partito della Sinistra Europea" come "sbocco naturale del progetto di costruzione di una sinistra antiliberista e antagonista delle necessarie dimensioni, quelle europee". Questa ambiguità va letta come il chiaro intento di riportare sotto l'ala elettoralista il "movimento" che in passato si è posto in contrasto con i partiti di "centro-sinistra" ed è testimonianza e favoreggiamento nei confronti del PRC che mira anche ad un elettorato più moderato, spaventato dalla parola "comunista". A "Liberazione" del 1 giugno ha confessato che andrà a Strasburgo per proporsi come: "uno dei garanti sia dell'autonomia del movimento sia della necessità per il movimento di avere una sponda politica adeguata", cioè per portare il movimento no-global all'interno delle istituzioni dell'Europa imperialista. Mentre a "l'Unità" del 2 giugno ha spiegato di aver: "incontrato gruppi di volontariato che vivono la propria vita con massimo impegno per 364 giorni all'anno. Si disimpegnano solo il trecentosessantacinquesimo giorno, cioè il giorno delle elezioni. Si astengono perché non sanno per chi votare. Non si riconoscono più nella sinistra riformista, molti di loro hanno rotto con la sinistra riformista ai tempi della guerra in Jugoslavia. Ma non si riconoscono neanche nei modelli politici e organizzativi di Rifondazione. E allora restano fuori. Ecco, io penso che la costruzione di un'area antiliberista sia fondamentale per recuperare alla politica queste forze". è quindi anche una consacrazione dell'ulteriore e vergognoso spostamento a destra del PRC. In una breve intervista realizzata da un compagno romano del PMLI durante la manifestazione nazionale del 21 febbraio 2004 dirà di considerare chiusa l'esperienza del socialismo, riconoscendo la "grande rivoluzione di Lenin", ma subito correndo ai ripari asserisce che "il socialismo è fallito e il movimento ha superato la contrapposizione rivoluzione-riformismo, poiché è approdato al pacifismo". |