L'omicidio rivendicato dalle "BR''

Chi Biagi

ASSASSINATO BIAGI CONSULENTE DEL MINISTERO DEL LAVORO
Bertinotti invoca una risposta liberale

Il 19 marzo, alle ore 20,10, davanti al portone di casa al civico 14 di via Valdonica a Bologna, le sedicenti "BR-Pcc'' hanno barbaramente assassinato Marco Biagi, consulente del ministro del lavoro Roberto Maroni.
Due killer, probabilmente supportati da altri basisti ancora non quantificati, hanno sparato contro Biagi tre colpi alla nuca a distanza ravvicinata, di cui due finiti a segno, col chiaro intento di uccidere. In ba-se ai primi accertamenti, sembra ci siano fondati sospetti che la pistola usata sia la stessa con cui il 20 maggio 1999 è stato assassinato Massimo D'Antona, il consulente dell'allora ministro del lavoro Antonio Bassolino nel governo D'Alema. E i legami e le analogie col delitto D'Antona non si limitano all'arma usata. Entrambi erano considerati delle teste d'uovo del capitalismo italiano, impegnati nella controriforma della Costituzione economica e sociale, soprattutto per quanto riguarda il "mercato del lavoro'' e i diritti dei lavoratori. Biagi, 51 anni, quando è stato ucciso era appena tornato da Modena dove insegnava diritto del lavoro alla facoltà di economia e commercio. Insegnava anche alla Johns Hopkins University di Bologna ed aveva messo in piedi un Centro studi internazionale sulle relazioni industriali, sempre a Bologna. Collaboratore di Confindustria e de "Il Sole 24 Ore''. Allievo di Gino Giugni, con il quale condivide l'origine socialista per approdare sembra alla Margherita alle ultime elezioni politiche. Biagi era un uomo bipartisan, capace di lavorare indifferentemente sia col "centro-sinistra'' che col "centro-destra''. Prima di lavorare a fianco di Maroni, era già stato un collaboratore del ministro del Lavoro Tiziano Treu nel governo Prodi e di Antonio Bassolino, fi-no a quando questi guidò il dica-stero del lavoro nel governo D'Alema. è stato un estensore del "Patto per il lavoro'' di Milano voluto da Al-bertini e del "Patto per la Lombardia'' (incarico quest'ultimo molto meno noto, ma ben conosciuto dai brigatisti che lo ricordano nel loro documento di rivendicazione). Negli ultimi mesi si era concentrato nella stesura del "Libro bianco'' di Maroni e nella trattativa con i sinda-cati sulla modifica dell'articolo 18.

LE RESPONSABILITA' DEL GOVERNO
Se per D'Antona però si può parlare di un delitto per certi versi imprevedibile, dato che l'ultimo assassinio brigatista risaliva all'uccisione di Ruffilli a Forlì undici anni prima, per Biagi si è trattato di un assassinio praticamente annunciato per il quale gravi responsabilità ricadono sul governo e sul ministro dell'Interno Scajola che non hanno preso alcuna misura per proteggerlo. Al contrario dall'autunno scorso era stata revocata a Biagi la scorta nonostante fossero ancora in corso le indagini su pesanti minacce anonime ricevute durante l'estate. E tale scorta non è stata ripristinata nemmeno a seguito delle richieste fatte al Viminale da parte di Maroni, come lui stesso ha confermato, e soprattutto dopo il rapporto dei servizi segreti trasmesso alla presidenza della Camera l'8 marzo scorso "sulla politica informativa e della sicurezza'', riferito al secondo semestre 2001, reso noto, ancor prima di essere conosciuto dai parlamentari, dal settimanale berlusconiano "Panorama''. In tale rapporto, infatti, si legge che sono prevedibili minacce "contro le espressioni e le personalità del mondo politico, sindacale e imprenditoriale maggiormente impegnate nelle riforme economico-sociali e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti''. Lo stesso "Panorama'', commentando il rapporto, precisava: "è chiaro che in cima alla lista dei potenziali obiettivi delle nuove Brigate rosse, anche se non esplicitamente citati, ci sono il ministro del Welfare Maroni e i suoi collaboratori più stretti che lavorano nell'ombra''. Perché queste indicazioni dei servizi segreti sono state prima divulgate e poi completamente ignorate?
La vedova di Biagi, Marina Orlandi, ha rifiutato i funerali di Stato proposti dal governo perché, dicono fonti a lei vicine, quello Stato "non ha saputo proteggere il marito in pericolo''. Pare che lo stesso Biagi abbia depositato da un notaio una sorta di memoriale dove denuncia la mancata protezione.
Certo è che sia per responsabilità dei governi di "centro-sinistra'', prima, e del governo Berlusconi, poi, a distanza di tre anni ancora non è stata fatta luce sul delitto D'Antona, né sui suoi esecutori né, soprattutto, sui mandanti e gli orchestratori occulti.

LA RIVENDICAZIONE
Dopo iniziali telefonate ad alcuni giornali, le "BR-Pcc'' hanno rivendicato formalmente l'esecuzione dell'omicidio Biagi con un documento di 26 pagine recapitato solo due giorni dopo, il 21 marzo, per la prima volta via Internet ad oltre cinquecento indirizzi di posta elettronica, soprattutto appartenenti a sindacati e partiti. In serata lo stesso documento è stato recapitato, questa volta in forma cartacea per posta, anche alla redazione bolognese de "l'Unità'', a "La Stampa'' di Torino e a "la Repubblica''. Nonostante questa inedita quanto ampia divulgazione del documento, esso non è stato inviato al nostro Partito e a "Il Bolscevico''. Anche questo fatto, da una parte, smentisce la presunta matrice di "sinistra'' e "rivoluzionaria'' delle sedicenti "BR'' e, dall'altra, conferma che fra il marxismo-leninismo-pensiero di Mao e il terrorismo non vi è mai stata e mai vi sarà alcuna contiguità e affinità di natura ideologica, politica e pratica.
Torneremo prossimamente sull'analisi del documento brigatista. Alcuni analisti ipotizzano che esso possa essere stato scritto a più mani. Compreso da chi ha firmato documenti con altre sigle. Il riferimento è ai cosiddetti "Nuclei proletari rivoluzionari'' (NPR) e "Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria'' (NIPR) che hanno in passato siglato rispettivamente gli attentati del 6 luglio 2000 a Milano, alla sede della Cisl, e del 10 aprile 2001, in via Brunetti, a Roma, nel portone dello IAI.
I "Nuclei territoriali antimperialisti'' (NTA), che operano soprattutto nel Nord-est, da parte loro il 20 marzo hanno fatto ritrovare un documento di appoggio dell'omicidio in una cabina telefonica di Verona.
Ma se a rivendicare l'esecuzione è il sedicente terrorismo "rosso'', come ci insegna la storia del terrorismo in Italia e i tempi e l'obiettivo di questo ennesimo delitto politico, la sua matrice e i suoi scopi sono sicuramente neri.
Non può certamente sfuggire che questo assassinio avviene mentre è in corso nel Paese uno scontro politico e sindacale che contrappone la classe operaia e i lavoratori al governo e alla vigilia della grandiosa e storica manifestazione nazionale del 23 marzo promossa dalla Cgil per difendere l'articolo 18. Un gravissimo attacco al movimento operaio e sindacale e anche al movimento no global contro la guerra e il neoliberismo e i movimenti spontanei dei "ceti medi riflessivi'' che dal 24 gennaio manifestano in piazza contro la politica liberticida, antidemocratica e antipopolare del governo Berlusconi. Questo delitto ha dato il pretesto al neoduce Berlusconi e ai suoi ministri per sferrare duri attacchi a questi movimenti, alla lotta delle masse e soprattutto al sindacato giungendo a indicarli come i fautori dell'"odio che nutre la mano degli assassini'' e a confermare che proprio in nome di Biagi il governo porterà fino in fondo le sue "riforme'' liberticide, antioperaie e antisindacali.
Ancora una volta dunque il terrorismo arriva puntuale quando le masse rivendicano più giustizia sociale, più benessere, più libertà, più democrazia. E ogni volta che la classe dominante borghese in camicia nera vuol far passare nello Stato, nelle istituzioni e nel Paese una linea, una politica e una legislazione più radicalmente neofascista, liberista, antioperaia e antipopolare.

LA LOTTA AL TERRORISMO
Come ha affermato l'Ufficio politico del PMLI nel documento del 20 marzo, vergognosamente ignorato dai mass media sia di destra che di "sinistra'', "Il terrorismo è quindi nemico giurato delle masse e non può che essere combattuto da tutte le forze politiche, sindacali, sociali, culturali e religiose che si battono per il progresso sociale. Ma non certo a fianco di questo governo, di queste istituzioni, di questo Stato e in difesa del capitalismo e del suo regime che ha reindossato la camicia nera, ripetendo, nella sostanza, le stesse gesta di Mussolini. Non si può fare fronte unito con chi genera, manovra e utilizza il terrorismo. La storia del nostro Paese, fin dalla strage di Portella delle Ginestre, passando dalla strage di Piazza Fontana, dalla stagione del terrorismo degli anni '70 e '80 e dagli attentati successivi fino ad arrivare ai giorni nostri, e tenendo presente il `Piano di rinascita democratica' e dello Schema R della P2 di Gelli, Craxi e Berlusconi, dimostra chiaramente che il terrorismo viene da destra, è manovrato dalla destra ed è funzionale alla destra. Anche se la manovalanza si professa di `sinistra'. Quindi se non si combatte la destra, e l'attuale governo che la esprime, non si riuscirà mai a venire a capo del terrorismo'' (cfr. "Il Bolscevico'' n. 12/2002).
Di ben altro tenore il balbettio del segretario del PRC Fausto Bertinotti, che intervenendo nel dibattito parlamentare sul delitto Biagi ha affermato che la risposta da dare "deve essere liberale - e lo dico io che sono comunista -: non bisogna lasciare che le istituzioni vengano inquinate dal veleno terrorista... Al terrorismo c'è una sola risposta, quella della democrazia, in cui ognuno deve fare la sua parte''. Non è certo un caso che il capofila trotzkista e neorevisionista, nonché liberale di "sinistra'', abbia così ricevuto gli applausi calorosi di tutto il "centro-sinistra'' e anche di parlamentari del "centro-destra''.
La lotta al terrorismo può essere vittoriosa solo se si mobilitano la classe operaia e le masse lavoratrici, disoccupate, pensionate, popolari, femminili e giovanili che abbiano come obiettivo immediato l'abbattimento del governo del neoduce Berlusconi e in prospettiva il socialismo. Con questo spirito e con queste parole d'ordine il PMLI ha partecipato alle manifestazioni contro il terrorismo che si sono svolte in tutta Italia all'indomani dell'assassinio di Biagi e in particolare a quella di Bologna, che ha visto la partecipazione di 80 mila manifestanti, e poi a quelle di Milano, Firenze e Forlì e, infine, alla grandiosa e storica manifestazione del 23 marzo a Roma.

27 marzo 2002