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Lenin, la vita e l'opera Capitolo 23Il potere dei soviet vince sulla controrivoluzione interna e l'aggressore imperialista All'indomani della firma del trattato di pace di Brest-Litovsk, raggiunta a caro prezzo una tregua fragile e temporanea e con la piena consapevolezza che, una volta superata la fase più acuta delle contraddizioni in cui si dibattevano gli opposti campi imperialisti in lotta fra loro, la Repubblica sovietica russa si sarebbe inevitabilmente trovata a combattere una guerra rivoluzionaria decisiva per la sua esistenza contro l'imperialismo mondiale e la borghesia industriale ed agraria interna e quanti erano ancora legati e tramavano per un ritorno del vecchio ordinamento zarista. Lenin spronò il paese ad adempiere e superare questa prova decisiva con l'obiettivo primario di salvare lo Stato sovietico e farlo proseguire saldo e sicuro sulla strada dell'edificazione socialista. La base sociale della rivoluzione sovietica, la classe operaia e i contadini poveri, erano la sola ed essenziale forza in grado di affrontare e vincere questa battaglia decisiva. La forza a cui era affidato il compito di indirizzare e governare lo Stato sovietico, di organizzare e svilupparne in campo sociale ed economico la sua trasformazione e la sua costruzione socialista; la forza in grado di assicurare la difesa da ogni sorta di attacco che dall'interno e dall'esterno del paese poteva essere scatenato contro lo Stato sovietico ed, infine, la forza capace di attrarre e legare a sé tutti gli individui, i ceti e i gruppi sociali in grado di essere uniti per dare il proprio apporto all'edificazione del nuovo ordine politico e sociale e, per contro, annientare con la massima energia e fermezza quanti si fossero gettati anima e corpo nella lotta controrivoluzionaria. Questi compiti immediati a cui, secondo Lenin, dovevano accingersi la classe operaia e i contadini poveri, la sua avanguardia politica rivoluzionaria e le sue organizzazioni rappresentative e di governo erano: la capacità di disciplinare e disciplinarsi, di organizzare e organizzarsi e di dirigere le attività in ogni campo della vita del paese. In campo economico: priorità dell'industria pesante come base indispensabile alla edificazione socialista; produzione per la difesa; produzione per lo sviluppo produttivo nei settori energetico, delle infrastrutture, dei trasporti e dell'edilizia sociale; produzione per lo sviluppo del socialismo nelle campagne: trattori, attrezzi e mezzi agricoli, pezzi di ricambio. Riorganizzazione del commercio e della rete di distribuzione. In campo militare: ricostruzione su nuove basi dell'esercito. In campo culturale: lotta all'analfabetismo; sviluppo delle conoscenze tecniche e di ricerca nei diversi settori attraverso scuole, corsi di specializzazione, ma anche attraverso il lavoro pratico fianco a fianco con gli esperti e gli specialisti borghesi che avessero accettato di servire lealmente ed essere parte integrante del nuovo ordinamento e del nuovo Stato. Nella seduta del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia svoltasi il 29 aprile 1918, Lenin presentò il "Rapporto sui compiti immediati del Potere sovietico" nel quale ebbe tra l'altro a dire: "... la questione da me affrontata in queste tesi sui compiti immediati non è altro che lo sviluppo della risoluzione già approvata dal Congresso straordinario di tutta la Russia tenutosi a Mosca il 15 marzo, risoluzione che non si limitava a trattare la questione allora attuale della pace, ma indicava anche il compito principale del momento, il compito dell'organizzazione, della autodisciplina, della lotta contro la disorganizzazione. Appunto su questo terreno, mi sembra, si sono delineate negli ultimi tempi abbastanza nettamente le nostre correnti politiche, ovvero le principali tra le nostre correnti politiche... Compagni, se voi esaminate le correnti politiche della Russia contemporanea, dovrete porvi innanzi tutto l'obiettivo - anche qui, come sempre, per evitare ogni errore di giudizio - di cercar di prendere in considerazione tutte le tendenze politiche messe insieme, poiché, solo così, solo a questa condizione, potremmo premunirci contro gli errori causati da una scelta di esempi singoli presi a sé. È chiaro, di esempi se ne possono trovare quanti se ne vuole per confermare qualunque tesi. Ma non è questo il problema. Noi possiamo cercare di chiarire il nesso tra le sorti delle correnti politiche del paese, prese nel loro insieme, e le sorti degli interessi di classe che si manifestano sempre in vaste, serie e importanti correnti politiche, se consideriamo queste correnti nel loro complesso, nella loro totalità. Ed ecco che, gettando uno sguardo alle grandi correnti politiche esistenti in Russia, penso non si possa contestare che esse si dividono chiaramente e indiscutibilmente in tre grandi gruppi. Nel primo troviamo tutta la borghesia, integralmente e fortemente unita, come un sol uomo, nella più decisa, si può dire, più frenetica 'opposizione' al potere dei soviet, naturalmente una opposizione tra virgolette, poiché di fatto qui non abbiamo una lotta a oltranza che attragga in questo momento dalla parte della borghesia tutti i partiti piccolo-borghesi, che furono d'accordo con Kerenski durante la rivoluzione, cioè i menscevichi, gli uomini della Novaia Gizn e i socialisti-rivoluzionari di destra, che spesso hanno superato la borghesia per il furore degli attacchi rivolti contro di noi, giacché è noto che il furore degli attacchi e il clamore degli abbaiamenti sono spesso inversamente proporzionali alla forza dell'elemento politico dal quale questi furiosi attacchi provengono. Tutta la borghesia e tutti i suoi tirapiedi e servi, del tipo Cernov e del tipo Tsereteli, si sono uniti nei furiosi attacchi contro il potere dei soviet. Tutti hanno la nostalgia di quella gradevole prospettiva che i loro amici, coloro che condividevano le loro idee politiche, in Ucraina, hanno cercato di realizzare: concludere una pace che permettesse loro, con l'aiuto delle baionette tedesche e della borghesia patria, di schiacciare l'influenza del bolscevichi. Tutto ciò è anche troppo noto... È chiaro che il proletariato, quando ha preso il potere e cominciato ad attuare la dittatura dei lavoratori, la dittatura dei poveri contro gli sfruttatori, non può naturalmente trovarsi di fronte ad altro che a questo... Compagni, se prendete l'altro campo, il campo opposto, non vi troverete che il nostro partito, il partito dei comunisti bolscevichi. Gli avvenimenti si sono svolti in modo tale che quelli che sono stati nostri alleati per gran parte del periodo successivo all'Ottobre - i socialisti-rivoluzionari di sinistra - attualmente hanno rinunciato a partecipare formalmente al potere. Il loro ultimo congresso ha fatto rilevare in modo assai evidente gli estremi oscillamenti di questo partito, e ciò si è manifestato ora in modo più evidente che mai, dato che perfino sulla stampa questo partito esprime la sua assoluta confusione e indecisione. Se pensassimo di tracciare una linea che indicasse, a partire dal febbraio 1917 - cioè, naturalmente, prima della scissione dei socialisti-rivoluzionari in destri e sinistri, - le posizioni assunte, mese per mese, da questo partito, o dalla parte del proletariato, o dalla parte della borghesia, e se tracciassimo questa linea per la durata di un anno, otterremmo un grafico così desolante che, osservandolo, ciascuno direbbe: ma che febbre sorprendente, e sorprendentemente tenace! In effetti, difficilmente si trova un qualsiasi altro partito nella storia della rivoluzione che abbia avuto, come questo, oscillazioni così continue e incessanti. Ebbene, se prendiamo tutte e tre queste correnti principali e le esaminiamo, ci apparirà chiaro che un tale raggruppamento non è casuale, che esso conferma pienamente ciò che noi, bolscevichi, avevamo detto già nel 1915, quando eravamo ancora all'estero, e cominciarono a giungere le prime notizie, le quali dicevano che la rivoluzione andava maturando in Russia e che essa era inevitabile; e quando ci si chiedeva quale sarebbe stata la situazione del partito se gli avvenimenti l'avessero portato al potere prima della fine della guerra, rispondevamo: può darsi che la rivoluzione ottenga una vittoria decisiva dal punto di vista di classe se nei momenti decisivi, nei punti decisivi, gli elementi dirigenti della piccola borghesia penderanno dalla parte del proletariato; è proprio quello ch'è accaduto, alla lettera, così si è svolta e si svolge ora la storia della rivoluzione russa. Certo, noi non possiamo trovare in queste oscillazioni degli elementi piccolo-borghesi il minimo motivo di pessimismo, e tanto meno di disperazione. È chiaro che la rivoluzione, in un paese che si è schierato contro la guerra imperialista prima degli altri, in un paese arretrato che gli avvenimenti hanno posto - certo, per poco tempo e, certo, in modo parziale - notevolmente avanti agli altri paesi più avanzati proprio grazie alla sua arretratezza, questa rivoluzione è inevitabilmente destinata ad attraversare i momenti più difficili, più duri e nel prossimo futuro più penosi; che in tali momenti essa possa mantenere intatto il suo fronte e i suoi alleati senza che appaiano elementi esitanti, sarebbe una cosa assolutamente innaturale; significherebbe non tener conto affatto del carattere di classe che ha avuto la rivoluzione, della natura dei partiti e dei raggruppamenti politici... Ora che siamo arrivati per la prima volta nel cuore della rivoluzione in sviluppo, si tratta di vedere se vincerà la disciplina e l'organizzazione proletaria, o se vincerà invece la forza elementare dei proprietari piccolo-borghesi, che in Russia è particolarmente forte. Il principale campo di battaglia sul quale i nostri nemici del campo piccolo-borghese ci attaccano è il terreno della politica interna e dell'edificazione economica; la loro arma è quella di minare tutto ciò che il proletariato decreta e si sforza di realizzare per costruire un'economia socialista organizzata. Qui l'elemento piccolo-borghese - l'elemento dei piccoli proprietari e dello sfrenato egoismo - agisce come nemico deciso del proletariato. E in questa linea descritta dalla piccola-borghesia attraverso tutti gli avvenimenti della rivoluzione noi vediamo che essa si distacca assai bruscamente da noi; è naturale che qui, in questo campo, noi troviamo la principale opposizione ai compiti attuali e immediati nel senso stretto del termine; qui c'è una opposizione di uomini che non rifiutano un accordo di principio con noi, che ci appoggiano sulle questioni essenziali più che su quelle per le quali ci criticano: un'opposizione che si accompagna a una collaborazione. Noi non ci meravigliamo se sulle pagine della stampa dei socialisti-rivoluzionari di sinistra troviamo dichiarazioni come quelle che io ho trovato sulla Znamia Truda del 25 aprile. Ecco che cosa vi è scritto: 'I bolscevichi di destra sono dei ratificatori' (epiteto orribilmente sprezzante). Che succede se si affibbia loro l'epiteto opposto di guerraioli? Farà un'impressione meno orribile? Ma se ci capita di incontrare tali tendenze anche nel bolscevismo, questo ha un altro significato. Mi è capitato appunto il 25 aprile di gettare uno sguardo sulle tesi pubblicate da un giornale che voleva definire la nostra posizione politica. Dopo aver letto, ho pensato: non ci sarà mica qui qualcuno del giornale dei comunisti di sinistra, il Kommunist, o della loro rivista, tanto si somigliano: ma mi sono dovuto ricredere, perché ho visto poi che erano le tesi di Isuv pubblicate sul Vperiod. Ecco, compagni, quando ci vien fatto di osservare fenomeni politici di questo genere, come la solidarietà dello Znamia Truda con una corrente particolare del bolscevismo o con certe tesi mensceviche formulate da quello stesso partito che ha svolto una politica di blocco con Kerenski, da quello stesso partito in seno al quale Tsereteli realizzava l'accordo con la borghesia, quando ci capita di subire attacchi che coincidono esattamente con quelli che ci vengono da parte di un gruppo di comunisti di sinistra e dalla nuova rivista, dobbiamo dire che qui c'è qualcosa che non va. Qui c'è qualcosa che getta luce sul vero significato di questi attacchi; e su questi attacchi vale la pena di richiamare l'attenzione, se non altro perché qui abbiamo la possibilità di valutare i compiti principali del potere sovietico discutendo con gente con cui è interessante discutere perché abbiamo a che fare con la teoria marxista, analizziamo il significato degli avvenimenti della rivoluzione e c'è l'indubbio desiderio di giungere alla verità. Qui il terreno fondamentale di discussione è dato in sostanza dalla dedizione al socialismo e dalla ferma decisione di stare dalla parte del proletariato, contro la borghesia, nonostante tutti gli errori che, secondo queste o quelle persone, tendenze o gruppi, può commettere il proletariato in lotta contro la borghesia... È qui che obiettivamente consiste ora il compito fondamentale, il compito della lotta rivoluzionaria del proletariato, dettata dalle condizioni in cui si trova la Russia e che deve essere adempiuto con tutti i mezzi, nonostante tutta la pletora delle più diverse tendenze piccolo-borghesi e la necessità per il proletariato di dire a se stesso: su questo punto non bisogna cedere minimamente, poiché è in gioco il destino della rivoluzione socialista, che ha cominciato col togliere il potere alla borghesia e ha continuato con lo spezzare ogni resistenza della borghesia, giacché esso deve risolvere praticamente i problemi della disciplina, dell'organizzazione, della direzione dei lavoratori con rigorosa efficienza e conoscendo bene gli interessi della grande industria, altrimenti subirà una sconfitta. Qui è la vera, principale difficoltà della rivoluzione socialista. Appunto perciò è così interessante, così importante, nel senso storico e politico della parola, discutere con i rappresentanti del gruppo dei comunisti di sinistra, nonostante che, se prendiamo le loro tesi e la loro teoria, non vi scopriamo, ripeto, - ed ora lo dimostrerò - proprio nient'altro che quelle stesse oscillazioni piccolo-borghesi. I compagni del gruppo dei comunisti di sinistra, qualunque sia il nome che si danno, mettono l'accento soprattutto sulle loro tesi. Suppongo che le loro idee siano note alla maggioranza dei presenti, perché nei circoli bolscevichi le abbiamo in sostanza discusse a partire dall'inizio di marzo, e anche chi non si interessa alla grande pubblicistica politica non può non averne sentito parlare e non averle discusse in relazione con i dibattiti che si sono svolti all'ultimo congresso dei soviet di tutta la Russia. Ebbene, noi troviamo anzitutto nelle loro tesi le stesse cose che troviamo in tutto il partito dei socialisti-rivoluzionari, che troviamo anche nel campo della destra, nel campo della borghesia, da Miliukov a Martov, ai quali le difficoltà in cui versa attualmente la Russia appaiono particolarmente gravi, dal punto di vista della perdita della sua posizione di grande potenza, dal punto di vista della sua trasformazione da vecchia nazione, da vecchio Stato oppressore in Stato oppresso, da un punto di vista cioè che costringe ad affrontare, non più sulla carta, ma nei fatti, la questione se i fardelli imposti dalla marcia verso il socialismo, dalla rivoluzione socialista ormai iniziata debbano essere sopportati, se valga la pena che il paese affronti le situazioni più penose per quanto riguarda la sua esistenza statale e la sua indipendenza nazionale. Questo è il punto che divide più profondamente coloro per i quali la sovranità, l'indipendenza statale, che per tutta la borghesia è il supremo ideale, il suo sancta sanctorum, è un limite invalicabile, infrangere il quale significa negare il socialismo, e coloro i quali affermano che la rivoluzione socialista, nell'epoca in cui gli imperialisti hanno scatenato un furioso massacro per la spartizione del mondo, non può avvenire senza che molte nazioni, considerate prima come oppressive, non subiscano una durissima sconfitta. Ma, per quanto tutto ciò sia duro per l'umanità, i socialisti, i socialisti coscienti affronteranno tutte queste prove. Su questo terreno, dove è soprattutto inammissibile esitare, i socialisti-rivoluzionari di sinistra hanno soprattutto esitato, ed è appunto su questo terreno che noi vediamo soprattutto esitare i comunisti di sinistra. Ora, nelle loro tesi che, come sappiamo, hanno discusso con noi il 4 aprile e che hanno pubblicato il 20 aprile, essi ritornano ancora sulla questione della pace. Essi attribuiscono la massima importanza al giudizio sulla questione della pace e si sforzano di dimostrare che la pace è una manifestazione della mentalità di una massa stanca e declassata... oltre a criticare questa posizione favorevole alla pace, ci si viene a dire che essa sarebbe stata avanzata da masse stanche e declassate, - mentre noi constatiamo chiaramente che erano proprio degli intellettuali declassati ad essere contro la pace - ora che ci si offre quella valutazione degli avvenimenti che leggo sui giornali, questo ci dimostra che sul problema della conclusione della pace la maggioranza del nostro partito aveva assolutamente ragione, e noi - quando ci dicevano che il gioco non valeva la candela, che tutti gli imperialisti erano ormai uniti contro di noi, che comunque ci avrebbero soffocato, spinto al disonore, ecc. ecc. - noi abbiamo tuttavia concluso la pace. Questa pace sembrava loro non solo vergognosa, ma anche illusoria. Ci dicevano che non avremmo ottenuto una tregua. Quando noi rispondevamo: non si può sapere che piega prenderanno le relazioni internazionali, ma sappiamo che i nostri nemici imperialistici si trovano in rissa tra loro, gli avvenimenti l'hanno confermato, e lo dovette riconoscere il gruppo dei comunisti di sinistra, nostri avversari su alcune questioni ideologiche e di principio, pur restando nel complesso sulle posizioni del comunismo. Questa sola frase suona pieno riconoscimento della giustezza della nostra tattica e assoluta condanna di quelle esitazioni sul problema della pace che soprattutto separarono da noi una certa ala dei nostri fautori, sia tutta l'ala raggruppata nel partito dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, sia l'ala che era nel nostro partito, c'è e, si può dire quasi con certezza, ci resterà, e che proprio con le sue esitazioni rivela chiaramente la fonte di questo esitare. Sì, la pace che abbiamo accettato non è affatto stabile, la tregua che abbiamo ottenuto può essere rotta un giorno o l'altro sia da Occidente che da Oriente, non c'è dubbio; la nostra situazione internazionale è così critica che dobbiamo tendere tutte le forze per resistere, il più a lungo possibile, finché matura la rivoluzione in Occidente, che matura molto più lentamente di quello che noi ci aspettavamo e speravamo, ma che indubbiamente matura, che indubbiamente raccoglie e conquista sempre più materiale infiammabile. Se noi, come singolo reparto del proletariato mondiale, ci siamo spinti per primi in avanti, non è perché questo reparto sia più fortemente organizzato. No, esso è peggiore, più debole, meno organizzato degli altri, ma sarebbe enormemente sciocco e pedantesco ragionare come fanno molti: certo, se avesse cominciato il più organizzato, seguito da uno meno organizzato, e poi da un terzo ancora meno organizzato, allora avremmo tutti ben volentieri parteggiato per la rivoluzione socialista. Ma poiché le cose non sono andate come è scritto sui libri, poiché il reparto avanzato, si è visto, non è stato appoggiato dagli altri reparti, la nostra rivoluzione è condannata alla rovina. Invece noi diciamo: no, il nostro compito è quello di trasformare tutta l'organizzazione, il nostro compito, proprio perché siamo soli, è di sostenere la rivoluzione, conservare per essa almeno una fortezza del socialismo, per quanto debole e modesta essa sia, fintanto che maturerà la rivoluzione negli altri paesi, finché non arriveranno gli altri reparti. Ma aspettarsi dalla storia che muova i reparti socialisti dei vari paesi secondo una rigorosa gradualità e programmazione, significa non avere un'idea di che cosa è la rivoluzione, o voler rifiutare, per ottusità, ogni aiuto alla rivoluzione socialista... Gli avvenimenti ci hanno dato ragione, noi abbiamo ottenuto una tregua solo perché in Occidente continua il massacro imperialistico, e in estremo oriente la rivalità imperialistica si accende sempre di più: solo così si spiega l'esistenza della repubblica sovietica, che per ora è un tenuissimo giunco al quale ci teniamo aggrappati in questo momento politico... Da ciò la conclusione: continuare nella nostra politica estera quello che abbiamo cominciato a fare da marzo, il che si può formulare con queste parole: manovrare, ritirarsi, attendere. Quando in questo Kommunist di sinistra si incontrano le parole 'politica estera attiva', quando l'espressione: difesa della patria socialista viene messa tra virgolette, che dovrebbero essere ironiche, allora mi dico: questa gente non ha capito proprio nulla della situazione in cui si trova il proletariato occidentale. Anche se si fanno chiamare comunisti di sinistra, essi pencolano tuttavia verso le idee della piccola-borghesia oscillante, che vede nella rivoluzione qualcosa che assicuri un ordine fatto a propria misura. I rapporti internazionali ci dicono nel modo più chiaro: il russo che pensasse, con le sole forze russe, di porsi il compito di rovesciare l'imperialismo internazionale, sarebbe un uomo uscito di senno. E fino a che la rivoluzione non matura in Occidente, anche se matura ora più rapidamente di ieri, il nostro compito non può essere che questo: noi che siamo il reparto che si trova più avanti, nonostante la nostra debolezza, dobbiamo fare di tutto, sfruttare ogni occasione per mantenerci nelle posizioni conquistate. Tutte le altre considerazioni debbono essere subordinate al principio di sfruttare al massimo ogni possibilità per rinviare di alcune settimane il momento in cui l'imperialismo internazionale si coalizzerà contro di noi; se agiremo così, seguiremo una via che sarà approvata da tutti gli operai coscienti dei paesi europei, giacché essi sanno che ciò che noi abbiamo imparato solo dopo il 1905, - ma che in Francia e in Inghilterra hanno imparato da secoli - e cioè che la rivoluzione cresce lentamente in una società libera dove la borghesia è unificata, sanno che a tali forze bisognerà contrapporre un centro di agitazione che faccia la propaganda nel vero senso della parola. Fino a quando non avremo al nostro fianco il proletariato tedesco, francese, inglese insorto, fino ad allora, per quanto ciò possa rattristarci, per quanto ciò possa essere contrario alle tradizioni rivoluzionarie, la tattica è una ed una sola: attendere, manovrare e ritirarsi. Quando si dice che non abbiamo una politica estera, internazionale, io rispondo: ogni altra politica finisce con l'avere, consapevolmente o inconsapevolmente, una funzione di provocazione e col fare della Russia uno strumento di alleanza con gli imperialisti del tipo di Ckhenkeli o di Semionov... Mi sono soffermato sulla questione della politica estera più a lungo di quanto non intendessi, ma mi pare proprio che qui possiamo vedere chiaramente come in sostanza siano di fronte due linee fondamentali: la linea del proletariato, la quale dice che la rivoluzione socialista è più preziosa di tutto e al di sopra di tutto, e che bisogna vedere se essa inizierà presto in Occidente o no; e l'altra linea, la linea borghese, la quale dice che per essa la cosa più preziosa e al di sopra di tutto è la posizione statale di grande potenza e l'indipendenza nazionale. Sulle questioni interne troviamo posizioni analoghe nel gruppo dei comunisti di sinistra, i quali ripetono i principali argomenti che vengono rivolti contro di noi dal campo della borghesia. Ad esempio, l'argomento fondamentale del gruppo dei comunisti di sinistra contro di noi è che si nota una deviazione bolscevica di destra, che minaccia di far imboccare alla rivoluzione la via del capitalismo di Stato. L'evoluzione nel senso del capitalismo di Stato; ecco il male, ecco il nemico contro il quale ci invitano a combattere. Ebbene, quando vedo che sul giornale dei comunisti di sinistra ci si richiama a siffatti nemici, mi domando: che cosa è successo a questa gente, come si può, per qualche citazione, dimenticare la realtà? La realtà dice che il capitalismo di Stato costituirebbe per noi un passo avanti. Se noi riuscissimo in poco tempo a realizzare in Russia il capitalismo di Stato, sarebbe una vittoria. Come hanno potuto non accorgersi che il piccolo proprietario, il piccolo capitale è il nostro nemico? Come hanno potuto vedere il nemico principale nel capitalismo di Stato? Passando dal capitalismo al socialismo, essi non debbono dimenticare che il nostro nemico principale è la piccola-borghesia, con le sue abitudini, i suoi costumi, la sua posizione economica. Il piccolo proprietario teme soprattutto il capitalismo di Stato, perché egli ha un unico desiderio: arraffare, ottenere per sé quanto più è possibile, rovinare i grossi proprietari fondiari, i grossi sfruttatori e infliggere a loro il colpo di grazia. E in questo il piccolo proprietario ci appoggia volentieri. In questo caso è più rivoluzionario degli operai, perché ha in sé più rancore, più indignazione, in quanto si è sollevato ieri da una situazione peggiore e perciò, se si tratta di abbattere la borghesia, lo fa volentieri, ma non come un socialista, per cominciare, una volta infranta la resistenza della borghesia, la costruzione della economia socialista sulla base di una ferma disciplina del lavoro, nel quadro di una rigorosa organizzazione, e a condizione di un giusto controllo e inventario, bensì allo scopo, dopo aver arraffato quanto più è possibile, di sfruttare per sé e ai propri fini i frutti della vittoria, non preoccupandosi minimamente degli interessi di tutto lo Stato e della classe dei lavoratori nel suo insieme. Che cos'è il capitalismo di Stato sotto il potere sovietico?... Ho detto che il capitalismo di Stato sarebbe per noi la salvezza; se lo avessimo in Russia, il passaggio al pieno socialismo sarebbe facile, sarebbe nelle nostre mani, perché il capitalismo di Stato è qualcosa di centralizzato, di calcolato, di controllato e socializzato, ed è proprio questo che a noi manca; noi siamo minacciati dall'elemento dell'indifferentismo piccolo-borghese, ch'è stato preparato soprattutto da tutta la storia e dall'economia della Russia, e che appunto non ci permette di fare quel passo avanti da cui dipende il successo del socialismo... Hanno dimenticato un piccolissimo particolare, e cioè che in Russia abbiamo una massa di piccola-borghesia che vede con simpatia l'annientamento della grande borghesia di tutti i paesi, ma non ha simpatia per la socializzazione, l'inventario e il controllo; e in questo c'è un pericolo per la rivoluzione; ecco dove si crea l'unità delle forze sociali che ha portato e non poteva non portare alla rovina la grande rivoluzione francese e che sola può, se il proletariato russo si dimostra debole, portare alla rovina la rivoluzione russa. La piccola borghesia, noi lo vediamo, impregna tutta l'atmosfera sociale di tendenze piccolo-borghesi, di aspirazioni che si esprimono semplicemente così: ho preso al ricco ciò che volevo e degli altri me ne infischio. Ecco dov'è il pericolo principale. Se i piccoli borghesi fossero subordinati ad altri elementi di classe, fossero subordinati al capitalismo di Stato, l'operaio cosciente dovrebbe compiacersene altamente, perché il capitalismo di Stato in una democrazia come quella di Kerenski sarebbe un passo verso il socialismo, ma col potere sovietico, sarebbe i tre quarti del socialismo, perché di un organizzatore delle imprese del capitalismo di Stato possiamo farne un nostro alleato. I comunisti di sinistra, invece, su questo punto la pensano diversamente, considerano tutto ciò con disprezzo; e, quando noi abbiamo avuto la prima riunione con i comunisti di sinistra, il 4 aprile, - riunione che ha dimostrato, tra l'altro, che questa questione, che ha una lunga storia ed è stata argomento di lunghe discussioni, è ormai cosa del passato - io ho detto che, se abbiamo una esatta concezione dei nostri compiti, dobbiamo imparare il socialismo dagli organizzatori dei trust. Queste parole hanno riempito di indignazione i comunisti di sinistra, e uno di essi - il compagno Osinski - ha dedicato tutto un suo articolo a confutare queste parole. Ecco a che cosa si riduce la sostanza dei suoi argomenti: noi dunque non vogliamo insegnare loro, ma imparare da loro. Noi, bolscevichi "di destra", vogliamo imparare dagli organizzatori dei trust, mentre i veri comunisti, i comunisti di sinistra, vogliono insegnare. Ma che cosa volete insegnare loro? Forse il socialismo? Insegnare il socialismo ai mercanti, ai procacciatori d'affari? Sì, fatelo pure se volete, ma noi non staremo ad aiutarvi, è tempo perso. Insegnare ad essi, a questi ingegneri, affaristi, mercanti non è proprio il caso. Non è il caso di insegnare loro il socialismo. Se avessimo una rivoluzione borghese, non sarebbe il caso che noi imparassimo da loro, se non forse solo ad arraffare quanto più è possibile, e basta, null'altro ci sarebbe da imparare. No, questa non è ancora la rivoluzione socialista. È ciò che è accaduto in Francia nel 1793, è ciò che avviene dove non c'è il socialismo, è solo un primo passo verso il socialismo. Bisogna rovesciare i grandi proprietari fondiari, bisogna rovesciare la borghesia, e i bolscevichi hanno un milione di volte ragione di fronte alla storia, tutte le loro azioni saranno convalidate, tutta la loro lotta, la violenza contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, l'espropriazione, la repressione della loro resistenza con la forza. Nel complesso, questo è stato un grandissimo compito storico, ma è stato solo un primo passo. E adesso il problema è: perché li abbiamo schiacciati? Per dire che ora, dopo averli schiacciati definitivamente, ci inchineremo davanti al loro capitalismo? No, adesso impareremo da loro, perché le nostre conoscenze non sono sufficienti, perché noi non abbiamo queste conoscenze. Noi abbiamo la conoscenza del socialismo, ma la scienza dell'organizzazione su una scala di milioni di uomini, la scienza dell'organizzazione della distribuzione dei prodotti, ecc., non l'abbiamo. Questo i vecchi dirigenti bolscevichi non ce l'hanno insegnato. Di ciò il partito dei bolscevichi, in tutta la sua storia, non può vantarsi. È un corso che non abbiamo ancora seguito. E noi diciamo: sia pure costui un arcimalandrino, ma se ha organizzato un trust, se è un commerciante che ha avuto a che fare con l'organizzazione della produzione e la distribuzione dei prodotti per milioni e decine di milioni di persone, se possiede questa esperienza, noi dobbiamo imparare da lui. Se noi non impareremo questo da loro, noi non avremo il socialismo, e la rivoluzione rimarrà al livello a cui è giunta. Solo lo sviluppo del capitalismo di Stato, solo un'accurata organizzazione dell'inventario e del controllo, solo una rigorosissima capacità organizzativa e di disciplina del lavoro ci porteranno al socialismo. Ma senza di questo non ci sarà socialismo... E noi abbiamo detto: solo queste condizioni materiali, le condizioni della grande industria meccanica, con le sue imprese giganti che servono decine di milioni di persone, solo queste sono la base del socialismo, e imparare a fare questo in un paese piccolo-borghese, contadino, è difficile ma possibile... Le questioni che i signori del Vperiod cercano di mettere da un canto con aria sarcastica, le questioni del salario a cottimo e del sistema Taylor, sono state poste da questa maggioranza prima ancora che le ponessimo noi, nei Consigli dei sindacati, prima ancora che sorgesse il potere sovietico con i suoi soviet; essi si sono levati e si sono messi al lavoro per elaborare le norme della disciplina del lavoro. Questa gente ha dimostrato che, nella sua modestia proletaria, conosceva bene la situazione del lavoro di fabbrica, ed ha afferrato l'essenza del socialismo meglio di coloro che si riempiono la bocca di frasi rivoluzionarie, e poi di fatto scientemente o incoscientemente, sono scesi al livello della piccola borghesia, la cui concezione era: bisogna spremere il ricco, ma non è il caso di sottoporsi all'inventario e al controllo di una organizzazione; ciò è superfluo per i piccoli proprietari, essi non ne hanno bisogno. Invece proprio in questo e solo in questo sta la garanzia della stabilità e della vittoria della nostra rivoluzione. Compagni, non entrerò in ulteriori particolari e non farò altre citazioni dal Lievy Kommunist, ma dirò in due parole: c'è da mettersi a urlare quando si sente qualcuno che arriva a dire che l'introduzione della disciplina del lavoro sarà un passo indietro. E debbo dire che vedo in queste parole un fatto così inaudito e reazionario, una tale minaccia per la rivoluzione, che se non sapessi che lo dice un gruppo senza influenza e che son cose che in ogni assemblea di operai coscienti vengono confutate e respinte, direi: la rivoluzione russa è perduta. I comunisti di sinistra scrivono: 'L'introduzione della disciplina del lavoro, connessa con la restaurazione della direzione dei capitalisti nella produzione, non potrà aumentare sostanzialmente la produttività del lavoro, ma abbasserà invece l'iniziativa di classe, l'attività e la capacità organizzativa del proletariato. Essa minaccia l'asservimento della classe operaia...'. Ciò è falso; se fosse così, la nostra rivoluzione russa, con i suoi compiti socialisti, con la sua essenza socialista, sarebbe sull'orlo della rovina. Questo non è vero. Sono gli intellettuali piccolo-borghesi declassati che non comprendono che per il socialismo la cosa più difficile è assicurare la disciplina del lavoro; di questo i socialisti hanno scritto già molto tempo fa, a questo hanno pensato soprattutto nel lontano passato, a questo problema hanno rivolto la massima sollecitudine e il massimo studio, poiché capivano che cominciano le vere difficoltà per la rivoluzione socialista. E fino ad ora si sono avute varie rivoluzioni che hanno rovesciato implacabilmente la borghesia non meno energicamente di noi, ma quando siamo arrivati a creare il potere dei soviet, con ciò stesso abbiamo dimostrato che effettuavano il passaggio concreto dalla emancipazione economica alla autodisciplina nel lavoro, che il nostro potere doveva essere realmente il potere del lavoro. Quando ci si dice che la dittatura del proletariato è riconosciuta a parole, ma di fatto si scrivono solo delle frasi, ciò dimostra in realtà che non si ha un'idea della dittatura del proletariato, giacché non si tratta soltanto di rovesciare la borghesia o i grandi proprietari fondiari, - ciò è accaduto in tutte le rivoluzioni - la nostra dittatura del proletariato significa assicurare l'ordine, la disciplina, la produttività del lavoro, l'inventario, il controllo, il potere proletario dei soviet, che è più stabile e più solido del precedente. Ecco ciò che voi non risolvete, ecco ciò che noi non abbiamo imparato, ecco ciò che occorre agli operai, ecco perché è bene mostrare loro uno specchio in cui tutti questi difetti sono chiaramente visibili. Io ritengo che questo è un compito utile, perché obbligherà tutte le persone ragionevoli, tutti gli operai e i contadini coscienti a indirizzare in questo senso tutte le loro forze principali. Sì, rovesciando i grandi proprietari fondiari e la borghesia, noi abbiamo ripulito la strada, ma non abbiamo ancora costruito l'edificio del socialismo... Quando ci dicono che l'introduzione della disciplina del lavoro, legata alla reintegrazione dei dirigenti capitalisti, sarebbe una minaccia per la rivoluzione, io dico: questa gente non ha compreso proprio il carattere socialista della nostra rivoluzione e ripete proprio ciò che la accomuna facilmente con la piccola-borghesia, la quale ha paura della disciplina, dell'organizzazione, dell'inventario e del controllo come il diavolo dell'acqua santa. Se diranno: ma voi proponete di darci come dirigenti dei capitalisti, da mettere insieme ai dirigenti operai. Sì, si fa così perché essi hanno, nel campo dell'organizzazione pratica, delle conoscenze che noi non abbiamo. L'operaio cosciente non avrà mai paura di un tale dirigente, perché sa che il potere dei soviet è il suo potere, perché sa di volere imparare la pratica dell'organizzazione... Finché gli operai d'avanguardia non avranno imparato ad organizzare decine di milioni di uomini, non saranno socialisti né creatori di una società socialista, e non possederanno le necessarie conoscenze in materia di organizzazione. Il cammino dell'organizzazione è lungo, e i compiti dell'edificazione socialista esigono un lavoro tenace e prolungato e le relative conoscenze, che noi non abbiamo in misura sufficiente. Forse nemmeno la futura generazione, anche se più evoluta, potrà completare il passaggio al socialismo... E se i nostri critici tra i comunisti di sinistra ci hanno rimproverato che con la nostra tattica noi non andiamo verso il comunismo, ma marciamo all'indietro, i loro rimproveri sono ridicoli: dimenticano che noi siamo rimasti indietro per quanto riguarda l'inventario e il controllo perché è stato assai difficile spezzare questa resistenza e porre al proprio servizio la borghesia e i suoi tecnici, e i suoi specialisti borghesi. Ebbene, le loro conoscenze, la loro esperienza e il loro lavoro ci sono necessari, senza di essi non possiamo conquistare realmente quella cultura che è stata creata dai vecchi rapporti sociali e che è rimasta la base materiale del socialismo. Se i comunisti di sinistra non l'hanno notato, è perché essi non vedono la vita reale, ma mettono insieme le loro parole d'ordine contrapponendo un socialismo ideale al capitalismo di Stato... Questa è la via al socialismo, l'unica via: insegnare agli operai la maniera pratica di dirigere imprese colossali, di organizzare la produzione e la distribuzione su vasta, vastissima scala... E quando replico a coloro che dicono di essere dei socialisti e promettono mari e monti agli operai, dico che il comunismo non può presupporre l'attuale produttività del lavoro. La nostra produttività è troppo bassa, questo è un fatto. Il capitalismo ci ha lasciato in eredità, soprattutto in un paese arretrato come il nostro, una somma di abitudini che fanno considerare tutto ciò che è statale, tutto ciò che riguarda il bene pubblico, come qualcosa da disprezzare e da danneggiare. Questa mentalità propria della massa piccolo-borghese si sente ad ogni passo. E in questo campo la lotta è molto difficile. Solo il proletariato organizzato può farvi fronte. Io ho scritto: "Fino all'avvento della fase 'più elevata' i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo". Questo io scrivevo prima della rivoluzione d'ottobre e su questo insisto ancora. Ora è venuto il momento in cui, schiacciata la borghesia, infranto il sabotaggio, noi abbiamo la possibilità di accingerci a questo lavoro... Il paese rischia la rovina perché dopo la guerra gli mancano le condizioni elementari per una esistenza normale. I nostri nemici marciano contro di noi, ci fanno paura solo perché non abbiamo ancora risolto il problema dell'inventario e del controllo. Quando odo centinaia di migliaia di lamentele, quando il paese è in preda alla carestia, quando si vede e si sa che queste lamentele sono giuste, che abbiamo il grano, ma non riusciamo a trasportarlo, e ci troviamo poi di fronte alla irrisione e alle obiezioni dei comunisti di sinistra contro provvedimenti come il nostro decreto sulle ferrovie - che essi hanno ricordato due volte - diciamo che si tratta di sciocchezze. Nella riunione con i comunisti di sinistra del 4 aprile ho detto: dateci un vostro progetto di decreto, dato che voi siete cittadini della repubblica sovietica, membri delle istituzioni sovietiche, non siete critici dall'esterno, da dietro l'angolo, come i mercantucoli e i sabotatori borghesi, che criticano per sfogare il loro livore. Voi, lo ripeto, siete dirigenti di organizzazioni sovietiche; provatevi a darci un vostro progetto di decreto. Ma essi non possono darlo e non lo daranno mai, perché il nostro decreto sulle ferrovie è giusto, perché, instaurando la dittatura, esso incontra la simpatia di tutte le masse e di tutti i lavoratori coscienti delle ferrovie, e incontra invece l'opposizione di quegli alti funzionari che si riempiono le tasche a furia di bustarelle; perché tentenna di fronte ad esso solo chi tentenna tra il potere dei soviet e i suoi nemici, mentre il proletariato che ha imparato la disciplina alla scuola della grande industria, sa che non ci potrà essere il socialismo finché la grande produzione non sarà organizzata e finché non ci sarà una più rigorosa disciplina. Questo proletariato è con noi sul problema delle ferrovie; esso scenderà in campo contro l'elemento piccolo-proprietario e mostrerà che la rivoluzione russa, che ha saputo riportare brillanti vittorie, saprà anche vincere la sua propria mancanza di organizzazione. E tra le parole d'ordine del 1° Maggio, dal punto di vista dei compiti del momento, saprà apprezzare la parola d'ordine del CC che dice: 'Abbiamo vinto il capitale, vinceremo anche la nostra mancanza di organizzazione'. E solo allora giungeremo alla piena vittoria del socialismo! (fragorosi applausi)".120 Nella primavera del 1918 le potenze imperialistiche dell'Intesa iniziarono il loro attacco allo Stato sovietico. Se lo sbarco dei primi contingenti di truppe inglesi a Murmansk il 19 marzo 1918 e l'occupazione di Vladivostok avvenuta nei primi giorni del mese di aprile ad opera di truppe inglesi e giapponesi, costituirono solo le anticipazioni dell'invasione militare che gli eserciti imperialistici avrebbero attuato di lì a pochi mesi; i piani aggressivi di Francia, Inghilterra e Stati Uniti si concretizzarono, appunto nella prima metà del 1918, attraverso l'organizzazione ed il finanziamento delle forze controrivoluzionarie russe per radicalizzare ed estendere in tutta la Russia la guerra civile. "L'ancora d'oro", albergo di Vologda che dal marzo 1918 era la residenza dei diplomatici di Stati Uniti, Francia e Inghilterra, divenne di fatto il centro della sovversione antisovietica, il punto di riferimento di cadetti e monarchici, di menscevichi, di socialisti-rivoluzionari di destra e di sinistra, di anarchici e di tutti gli altri gruppi clandestini e terroristici che venivano a prendere ordini e soldi per le loro attività controrivoluzionarie, dai diplomatici Francis, Noulens e Lokhart. Nelle campagne sovietiche i kulaki intrapresero la loro azione di sabotaggio contro il potere sovietico puntando ad affamare il paese. In possesso delle più ingenti riserve di grano, i contadini ricchi si rifiutarono di venderlo allo Stato, diffondendo l'accaparramento e finanche la distruzione dei generi alimentari, la disorganizzazione, l'incetta di merci, ogni sorta di boicottaggio all'attività produttiva, la speculazione, il mercato nero e la corruzione. Ciò sprofondò la Russia nella carestia che avvolse il paese nello spettro della fame. Ancora una volta Lenin si appoggiò con convinzione al popolo rivoluzionario, chiamando a raccolta la classe operaia e la sua avanguardia cosciente. Ecco la sua lettera agli operai di Pietrogrado, pubblicata sul n. 101 della "Pravda" il 24 maggio 1918: "Compagni, è stato da me in questi giorni un vostro delegato, un compagno di partito, operaio della officine Putilov. Questo compagno mi ha descritto nei particolari il quadro estremamente duro della fame a Pietrogrado. Noi tutti sappiamo che in tutta una serie di governatorati industriali il problema degli approvvigionamenti è ugualmente acuto, e una carestia ugualmente tormentosa batte alle porte degli operai e dei poveri in generale. Ma accanto a questo osserviamo lo sfrenarsi della speculazione sul grano e sugli altri prodotti alimentari. La carestia non deriva dal fatto che non c'è grano in Russia, ma dal fatto che la borghesia e tutti i ricchi scatenano l'ultima, decisiva battaglia contro il dominio dei lavoratori, contro lo Stato dei lavoratori, contro il potere dei soviet nella questione più importante e più acuta, la questione del grano. La borghesia e tutti i ricchi, compresi i ricchi della campagne, i kulak, sabotano il monopolio del grano, disorganizzano la distribuzione statale del grano che intende fornire il grano a tutta la popolazione e in primo luogo agli operai, ai lavoratori, agli indigenti. La borghesia sabota i prezzi fissi, specula sul grano, impone prezzi di cento, duecento e più rubli per pud di grano, viola il monopolio del grano e la giusta distribuzione dei cereali, con le mance, la corruzione, appoggiando subdolamente tutto ciò che danneggia il potere degli operai, tendente a realizzare il primo, fondamentale, essenziale principio del socialismo: 'chi non lavora non mangia'. 'Chi non lavora non mangia' è un principio chiaro per tutti i lavoratori. Su questo concordano tutti gli operai, tutti i contadini poveri e anche i contadini medi, tutti coloro che hanno conosciuto il bisogno, tutti coloro che hanno vissuto del loro lavoro. I nove decimi della popolazione della Russia concordano con questa verità. In questa semplice, semplicissima ed evidentissima verità è la base del socialismo, la fonte inestinguibile della sua forza, la garanzia indistruttibile della sua definitiva vittoria. ... 'Chi non lavora non mangia': come mettere questo principio in pratica? È chiaro come la luce del sole che per metterlo in pratica è indispensabile, in primo luogo, il monopolio statale dei cereali, cioè il divieto assoluto di qualsiasi commercio privato del grano, la consegna obbligatoria di ogni eccedenza di cereali allo Stato a un prezzo fisso, il divieto assoluto per chiunque di trattenere e nascondere le eccedenze di cereali. In secondo luogo, è a tal fine indispensabile il più rigoroso censimento di tutte le eccedenze di grano e una organizzazione che curi in modo giusto, irreprensibile, il trasporto del grano dai luoghi dov'è in eccedenza ai luoghi dove manca, costituendo scorte per i consumi, la trasformazione, le semine. In terzo luogo, a tal fine è indispensabile una ripartizione del grano tra tutti i cittadini dello Stato che sia esatta, giusta, che non conceda alcun privilegio e vantaggio ai ricchi e che si effettui sotto il controllo dello Stato operaio, proletario. ... Il grano basta per tutti solo a condizione che si effettui il più rigoroso inventario di ogni pud, solo a condizione che si ripartisca in modo assolutamente equo ogni libbra di pane. Anche il pane per le macchine, cioè il combustibile, è estremamente insufficiente: si fermeranno ferrovie e fabbriche, la disoccupazione e la fame porteranno tutto il popolo alla rovina se non si fanno tutti gli sforzi per economizzare nel modo più rigoroso i consumi e per realizzare una giusta distribuzione. La catastrofe pesa su noi, ci minaccia da molto, molto vicino. Dopo un maggio straordinariamente duro verranno un giugno, un luglio e un agosto ancora più duri. Da noi c'è per legge il monopolio statale dei cereali, ma di fatto la borghesia lo sabota ad ogni passo. Il ricco campagnolo, il kulak, la sanguisuga che aveva depredato tutto il circondario per decine di anni, preferisce continuare a vivere con la speculazione, con la distillazione clandestina: questo infatti è così vantaggioso per le sue tasche, mentre la colpa per la carestia egli la fa ricadere sul potere dei soviet. E proprio così agiscono i difensori politici del kulak, i cadetti, i socialisti-rivoluzionari di destra, i menscevichi, che 'lavorano' apertamente o segretamente contro il monopolio dei cereali e contro il potere dei soviet. Il partito degli uomini privi di carattere, cioè i socialisti-rivoluzionari di sinistra, si dimostra senza carattere anche in questo caso: si lascia impressionare dai clamori e dalle grida interessate della borghesia, strilla contro il monopolio del grano, 'protesta' contro la dittatura nel campo degli approvvigionamenti, si lascia spaventare dalla borghesia, teme la lotta contro il kulak e si agita istericamente, consigliando di aumentare i prezzi fissi, di permettere il commercio privato e così via. Questo partito di uomini senza carattere esprime in politica qualcosa di simile a ciò che accade nella vita, quando il kulak sobilla i contadini poveri contro i soviet, li corrompe, dà, per esempio, a qualche contadino povero un pud di grano non a sei ma a tre rubli, affinché questo poveraccio corrotto 'approfitti' anche lui della speculazione, 'se la cavi' anche lui con la vendita speculativa di questo pud di grano a 150 rubli e si trasformi anche lui in uno che protesta a gran voce contro i soviet che proibiscono il commercio privato del grano. Chiunque sia capace di pensare, che abbia una minima capacità di pensare, vede chiaramente su quale linea si svolge la lotta: o gli operai avanzati e coscienti vinceranno, dopo aver raccolto intorno a sé la massa della popolazione povera, instaurato un ordine ferreo, un potere rigoroso e implacabile, una vera dittatura del proletariato, e costringeranno così il kulak a sottomettersi, realizzando una giusta ripartizione del grano e del combustibile su scala di tutto lo Stato; ovvero la borghesia, con l'aiuto dei kulak, con l'appoggio indiretto di uomini confusi e senza carattere (anarchici e socialisti-rivoluzionari di sinistra), spazzerà via il potere dei soviet e porterà avanti un Kornilov russo-tedesco o russo-giapponese, che darà al popolo una giornata lavorativa di sedici ore, cinquanta grammi di grano alla settimana, fucilazioni in massa di operai, torture nelle prigioni come in Finlandia e come in Ucraina. O così, o così. Non c'è via di mezzo. La situazione del paese è giunta agli estremi. Chiunque rifletta alla vita politica, non può non accorgersi che i cadetti, insieme con i socialisti-rivoluzionari di destra e i menscevichi, cercano di trovare un accordo per vedere se un Kornilov russo-tedesco sia 'preferibile', a un Kornilov russo-giapponese, se un Kornilov coronato sia migliore e più sicuro per schiacciare la rivoluzione di un Kornilov repubblicano. È ora che tutti gli operai coscienti e avanzati si mettano d'accordo. È ora che essi si scuotano e capiscano che ogni minuto di ritardo minaccia la rovina del paese e la rovina della rivoluzione. Le mezze misure non servono. Le lamentele non porteranno a nulla. I tentativi di ottenere grano o combustibile 'al dettaglio', 'per sè', cioè per la 'propria' fabbrica, per la 'propria' impresa, non fanno che aggravare la disorganizzazione, che favorire gli speculatori nella loro opera egoista, sudicia e tenebrosa. Ed ecco perché mi permetto di rivolgervi questa lettera, compagni operai di Pietrogrado. Pietrogrado non è la Russia. Gli operai di Pietrogrado sono una piccola parte degli operai della Russia. Ma essi sono uno dei reparti migliori, più avanzati, più coscienti, più rivoluzionari, più saldi, meno propensi alla vuota frase, alla disperazione senza carattere, a lasciarsi spaventare dalla borghesia, della classe operaia e di tutti i lavoratori della Russia. E nei momenti critici della vita dei popoli è avvenuto più di una volta che i reparti avanzati, anche poco numerosi, delle classi d'avanguardia hanno trascinato dietro di sé tutti, hanno infiammato le masse con il fuoco dell'entusiasmo rivoluzionario, hanno compiuto grandiose imprese storiche. Eravamo in quarantamila alle Putilov, - mi diceva il delegato degli operai di Pietrogrado, - ma la maggioranza erano operai 'temporanei', non proletari, gente debole e malsicura. Ora ne sono rimasti quindicimila, ma sono proletari sperimentati e temprati nella lotta. Ecco, proprio questa avanguardia della rivoluzione, - a Pietrogrado e in tutto il paese - deve lanciare l'appello, sollevarsi in massa, capire che la salvezza del paese è nelle sue mani, che ad essa si richiede non minore eroismo che nel gennaio e nell'ottobre del 1905, nel febbraio e nell'ottobre del 1917, che bisogna organizzare una grande 'crociata' contro gli speculatori sul grano, i kulak, i vampiri, i disorganizzatori, i concussionari, una grande 'crociata' contro i violatori dell'ordine statale più rigoroso nel campo della raccolta, del trasporto e della distribuzione del pane per gli uomini e del pane per le macchine. Solo lo slancio di tutta la massa degli operai avanzati è in grado di salvare il paese e la rivoluzione. Ci vogliono decine di migliaia di uomini d'avanguardia, di proletari temprati, tanto coscienti da poter spiegare le cose a milioni di poveri in tutti gli angoli del paese e di mettersi alla testa di questi milioni; tanto saldi da poter respingere e allontanare da sé senza pietà e fucilare chiunque si 'lasci sedurre' - come accade - dalle tentazioni della speculazione e si trasformi da combattente per la causa del popolo in saccheggiatore; tanto decisi e devoti alla rivoluzione da sopportare in modo organizzato tutto il peso della crociata lanciata in tutti gli angoli del paese per restaurare l'ordine, per rafforzare tutti gli organi locali del potere sovietico, per vigilare localmente su ogni pud di grano, su ogni pud di combustibile. ... A questa battaglia vale la pena di consacrare tutte le proprie forze: grandi sono le sue difficoltà, ma grande è anche il compito di distruggere il giogo e l'oppressione, per il quale lottiamo. Quando il popolo è affamato, quando la disoccupazione imperversa in modo sempre più minaccioso, chiunque nasconde un pud di grano in più, chiunque priva lo Stato di un pud di combustibile, è il peggiore dei criminali. ... Bisogna ammassare senza eccezione, fino all'ultimo, tutte le eccedenze di grano e farne delle riserve statali, bisogna ripulire tutto il paese dalle eccedenze di grano nascoste o abbandonate, bisogna riuscire ad ottenere, con ferma mano operaia, che si faccia il massimo sforzo per aumentare la produzione di combustibile e per economizzarlo al massimo, per instaurare il massimo ordine del suo trasporto e consumo. È necessaria una 'crociata' di massa degli operai avanzati verso ogni centro di produzione del grano e di combustibile, verso ogni centro importante di trasporto e di distribuzione, per aumentare l'energia del lavoro, per decuplicarne l'energia, per fornire aiuto agli organi locali del potere sovietico nell'inventario e nel controllo, per annientare con le armi la speculazione, la concussione, l'incuria. Questo compito non è nuovo. A dire il vero, la storia non propone nuovi compiti, essa non fa che aumentare le proporzioni e l'ampiezza dei vecchi compiti a misura che aumenta l'ampiezza della rivoluzione, che crescono le sue difficoltà, che cresce la grandezza della sua missione storica. Uno dei meriti più grandi e indistruttibili del rivolgimento d'ottobre, della rivoluzione sovietica, è che l'operaio avanzato è "andato al popolo" come dirigente dei poveri, come capo delle masse lavoratrici delle campagne, come costruttore dello Stato del lavoro. Pietrogrado ha dato alla campagna migliaia e migliaia dei suoi migliori operai, così come li hanno dati altri centri proletari. I reparti dei combattenti contro Kaledin e Dutov, i reparti di approvvigionamento non sono una novità. Il problema è soltanto che la imminenza della catastrofe, la gravità della situazione, costringe a fare dieci volte più di prima. ... Così, proprio così, stanno le cose oggi in Russia. Se agiremo isolatamente e in ordine sparso non potremo vincere la carestia e la disoccupazione. Ci vuole una 'crociata' di massa condotta dagli operai avanzati in tutti gli angoli del nostro immenso paese. Ci vogliono dieci volte più numerosi reparti di ferro del proletariato cosciente e infinitamente devoto al comunismo. Allora potremo vincere la fame e la disoccupazione. Allora innalzeremo la rivoluzione fino alla soglia stessa del socialismo. Allora saremo capaci di condurre anche una vittoriosa guerra di difesa contro i briganti imperialisti".121 Accanto all'azione di sabotaggio della borghesia e dei kulaki, le organizzazioni e i partiti politici borghesi e piccolo-borghesi si avventurarono in una serie di tentativi insurrezionali e di gravissimi attentati terroristici, nei quali si "distinsero" soprattutto i socialisti-rivoluzionari ormai riunitisi nel loro disperato tentativo di attacco alla rivoluzione sovietica. Militanti e dirigenti bolscevichi, tra i quali Volodarskij e Uritski, furono assassinati. Nei giorni in cui si svolgeva il Quinto Congresso dei soviet dei deputati operai, contadini e soldati di tutta la Russia, tenutosi a Mosca dal 4 al 10 luglio 1918, i socialisti-rivoluzionari di sinistra organizzarono nella città un tentativo fallito di insurrezione controrivoluzionaria uccidendo in un attentato l'ambasciatore tedesco Mirbach, allo scopo evidente di far fallire la pace di Brest-Litovsk. In merito a ciò, Lenin, in una intervista rilasciata l'8 luglio al giornale "Izvestia del Cec", così si espresse: "La rivoluzione porta con straordinaria coerenza alla sua conclusione logica ogni situazione, smaschera senza pietà tutta la vacuità e la delittuosità di ogni tattica sbagliata. I socialisti-rivoluzionari di sinistra, sedotti dalle frasi reboanti, è già qualche mese che gridano: 'Abbasso Brest-Litovsk, viva l'insurrezione contro i tedeschi!'. Abbiamo loro risposto che nelle condizioni attuali, nell'attuale periodo storico, il popolo russo non può e non vuole combattere. Chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, essi hanno continuato con folle ostinazione a seguire la loro linea, non accorgendosi di staccarsi sempre più dalle masse popolari, e tentando a qualunque costo, anche con la violenza, di imporre a queste masse la loro volontà, la volontà del loro Comitato centrale, di cui erano entrati a far parte avventurieri criminali, intellettuali isterici, ecc. E a mano a mano che essi si staccavano dal popolo, hanno cominciato sempre più ad attirarsi le simpatie della borghesia, che sperava di realizzare per mezzo loro i propri disegni. Il criminale atto terroristico e la rivolta hanno aperto completamente gli occhi alle larghe masse del popolo che ora si accorgono in quale abisso getterebbe la Russia popolare dei soviet la tattica criminosa degli avventurieri socialisti-rivoluzionari di sinistra. Nel giorno della rivolta è capitato a me personalmente e a molti compagni di udire espressioni di estrema indignazione contro i socialisti-rivoluzionari di sinistra da parte degli strati anche più arretrati del popolo. Una povera vecchia analfabeta diceva indignata, a proposito dell'assassinio di Mirbach: 'Ah, maledetti, così ci hanno spinto alla guerra!'. Tutti e subito hanno capito chiaramente e valutato che dopo l'atto terroristico dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, la Russia si è trovata a un passo dalla guerra. È appunto così che le masse popolari hanno giudicato l'azione dei socialisti-rivoluzionari di sinistra. Ci provocano alla guerra con i tedeschi, quando noi non possiamo e non vogliamo combattere. Questo grossolano disprezzo della volontà popolare, questa violenta provocazione alla guerra, le masse popolari non la perdoneranno ai socialisti-rivoluzionari di sinistra. E se qualcuno si è rallegrato dell'azione compiuta dai socialisti-rivoluzionari di sinistra e si è malignamente fregato le mani, non sono altro che le guardie bianche e i lacché della borghesia imperialistica. Invece gli operai e le masse contadine si sono strette ancor più forte, ancor più da vicino, in questi giorni, al partito dei comunisti bolscevichi, espressione vera della volontà delle masse popolari".122 Il piano insurrezionale attuato dai socialisti-rivoluzionari di sinistra mirante ad abbattere il potere sovietico e riprecipitare la Russia nella guerra imperialistica, prevede fra l'altro anche l'assassinio di Sverdlov e del Consiglio dei Commissari del Popolo. L'insurrezione fu stroncata con immediatezza e il V Congresso dei soviet decise l'immediata espulsione dei socialisti-rivoluzionari di sinistra dal Comitato Esecutivo Centrale panrusso dei soviet e dai soviet stessi. Fallito questo tentativo, Lenin rimase comunque il bersaglio principale dell'odio controrivoluzionario dei socialisti-rivoluzionari. Il 30 agosto un nuovo attentato colpì il massimo dirigente del Partito comunista bolscevico e dello Stato sovietico. Lenin rimase gravemente ferito e le conseguenze di questo attentato furono causa determinante e diretta della malattia che porterà alla sua prematura scomparsa. A sparare contro Lenin fu la socialista-rivoluzionaria di sinistra Fanny Kaplan, ma il suo non fu un gesto individuale, bensì parte di un attentato ben studiato e ben organizzato e al quale parteciparono altri terroristi oltre alla Kaplan. "Correva l'anno 1918 - racconta S. Ghil, autista personale di Lenin, rievocando la triste giornata dell'attentato -. Un'epoca molto agitata. Nella Russia dei soviet pulsava una vita febbrile, tesa all'inverosimile, la vita di un paese nel primo anno della più grande rivoluzione della storia. Vladimir Ilic si recava quasi giornalmente a tenere comizi, sempre affollatissimi, nelle officine, nelle fabbriche, nelle piazze, nelle formazioni militari. Talvolta Lenin prendeva la parola in due o tre comizi nella stessa giornata. Erano comizi nel vero senso della parola: i cancelli degli stabilimenti venivano spalancati e tutti vi avevano libero accesso. Enormi cartelloni invitavano la popolazione ad ascoltare la parola di Lenin. La vita di Vladimir Ilic veniva messa in pericolo più volte al giorno. Il rischio cui si esponeva era aggravato dal suo categorico rifiuto di accettare una guardia del corpo. Non portava mai armi (ad eccezione di una piccola Browning che non usò mai) e aveva pregato anche me di non tenere armi. Una volta, vedendomi alla cintola un revolver mi disse, affettuosamente, ma con sufficiente fermezza: - A che serve quel coso, compagno Ghil? Tenetelo il più lontano possibile! Nondimeno, io continuai a portare il revolver, avendo però cura di nasconderlo a Vladimir Ilic. Lo portavo alla cintura, sotto la camicia, senza fodero. Quel giorno fatale, il 30 agosto 1918, avevamo già fatto con Vladimir Ilic alcune sortite. Alle sei di sera lasciammo la Borsa del grano, dove si era svolto un comizio, e ci recammo alla fabbrica ex Mikhelson, in via Serpukhovskaia, dove eravamo stati altre volte. Quando entrammo nel cortile, il comizio non era cominciato. Tutti stavano aspettando Lenin. Nel grande reparto per la produzione delle granate erano raccolte alcune migliaia di persone. Per uno strano caso, nessuno ci venne incontro, né i membri del comitato di fabbrica, né altri. Vladimir Ilic scese dall'automobile e si diresse in fretta verso il reparto. Io girai la macchina e la posteggiai nei pressi dell'uscita della fabbrica a circa una decina di passi dall'ingresso al reparto. Dopo pochi minuti, mi si avvicinò una donna, in giacchetta corta, con una cartella in mano. Si fermò proprio accanto alla macchina, così che ebbi modo di osservarla. Giovane, esile, gli occhi scuri tormentati, dava l'impressione di una persona non del tutto normale. Pallida in volto, aveva la voce scossa da un tremito appena percettibile. - A quanto pare, compagno, è arrivato Lenin? - Non so chi sia arrivato. Ella rise nervosamente: - Come, - disse - fate l'autista e non sapete chi portate? - Come faccio a saperlo? Era l'oratore... non posso certo conoscere tutti quelli che porto - risposi tranquillo. Avevo sempre osservato con rigore una regola: non dire mai a nessuno chi portavo, da dove veniva e dove saremmo andati. La giovane storse la bocca e si allontanò. La vidi entrare nei locali della fabbrica. Mi balenò un pensiero: 'Che aveva quella da attaccar discorso? E quell'insistenza poi...'. Ma i curiosi erano sempre tanti. Alle volte arrivavano persino a circondare la macchina da tutti i lati. Non feci quindi particolarmente caso al comportamento e alle parole della donna. Circa un'ora dopo uscì dalla fabbrica la prima ondata di persone, soprattutto operai, che si riversò nel cortile, occupandolo tutto. Compresi che il comizio era finito e avviai il motore dell'automobile. Vladimir Ilic non si vedeva ancora. Passati alcuni minuti, nel cortile si riversò una nuova ondata di gente: avanti a tutti c'era Vladimir Ilic. Mi misi al volante pronto a partire in qualunque momento. Vladimir Ilic veniva verso la macchina conversando animatamente con gli operai. Essi lo tempestavano di domande ed egli rispondeva di buon grado e in modo esauriente, ponendo a sua volta altre domande. Si avvicinava alla macchina molto lentamente. Giunto a due o tre passi, si fermò. Qualcuno aprì lo sportello. La conversazione durò due-tre minuti. Al fianco di Vladimir Ilic, un po' avanti, c'erano due donne. Ad un tratto, proprio mentre Vladimir Ilic faceva gli ultimi passi che lo separavano dal predellino dell'auto, si sentì uno sparo. In quel momento io stavo guardando Vladimir Ilic. Voltai immediatamente la testa in direzione dello sparo e vidi quella donna che un'ora prima mi aveva chiesto di Lenin. Era a sinistra della macchina, accanto al parafango anteriore, e mirava al petto di Vladimir Ilic. Si udì un secondo sparo. In un attimo arrestai il motore, e afferrato il revolver, mi lanciai sulla sparatrice. Aveva il braccio teso, pronta a sparare ancora. Le puntai la canna del revolver contro il capo. Lei se ne accorse, le tremò la mano e in quell'istante rintronò il terzo sparo... La pallottola, come risultò più tardi, andò a conficcarsi nella spalla di una delle due donne che stavano vicino a Lenin. Ancora un secondo e avrei sparato, ma quella delinquente gettò a terra la sua pistola, si voltò di scatto e si eclissò tra la folla verso l'uscita. La gente era molta e non mi risolsi a spararle dietro: avrei potuto uccidere qualcuno degli operai. Feci per precipitarmi all'inseguimento, quando, dopo alcuni passi di corsa, mi balenò il pensiero: 'E Vladimir Ilic?... Che ne è di lui?'. Mi fermai. Per alcuni secondi regnò un pauroso silenzio. Poi si udì esalare da tutte le parti: 'L'hanno ucciso! Hanno ucciso Lenin!'. La folla si lanciò fuori del cortile sulle tracce dell'assassina. La ressa era terribile. Mi voltai verso la macchina e mi sentii gelare: Vladimir Ilic giaceva a terra, a due passi dall'auto. Corsi da lui. Il cortile rigurgitante di gente si era svuotato in pochi secondi e la sparatrice s'era eclissata tra la folla. Caddi in ginocchio davanti a Vladimir Ilic, mi piegai su di lui. Quale non fu la mia gioia: Lenin era vivo, non aveva nemmeno perso conoscenza. - L'hanno acciuffato? - domandò con voce fioca pensando evidentemente che a sparare fosse stato un uomo. Parlava con difficoltà, con la voce mutata, arrochita. - Non parlate - dissi. - Vi affaticate... In quel momento alzai la testa e vidi correre verso di noi dall'officina di riparazioni un uomo dal berretto da marinaio. Agitava freneticamente il braccio sinistro, e teneva la mano destra in tasca. Si stava precipitando, proprio verso Vladimir Ilic. La sua figura e tutto il suo aspetto mi sembrarono estremamente sospetti. Feci scudo col mio corpo a Vladimir Ilic, riparandogli soprattutto la testa, quasi stendendomi su di lui. - Fermo! - gridai con tutte le mie forze puntandogli contro il revolver. Ma l'uomo proseguì la sua corsa avvicinandosi sempre più. Gridai ancora una volta: - Fermo o sparo! Era ormai a pochi passi da Vladimir Ilic, quando svoltò bruscamente e si lanciò di corsa verso l'uscita senza togliersi la mano di tasca. Nel frattempo una donna mi si avvicinò alle spalle gridando: - Cosa fate? Non sparate! Pensava evidentemente che volessi sparare a Vladimir Ilic. Non ebbi il tempo di risponderle che dall'officina si levò un grido: - È uno dei nostri! Dei nostri! Vidi tre uomini correre verso di me con la pistola in pugno. Gridai di nuovo: Fermi! Chi siete? Sparo! Quelli risposero pronti: - Siamo del comitato di fabbrica, compagno... Li guardai attentamente e riconobbi uno di loro: lo avevo visto già prima, al nostro arrivo in fabbrica. Si accostarono a Vladimir Ilic. Il tutto si era svolto rapidamente nel giro di due o tre minuti. Uno di loro insistette perché trasportassi Vladimir Ilic al più vicino ospedale. Ma io risposi con fermezza: - Non lo porterò a nessun ospedale. Lo porterò a casa. Vladimir Ilic, che aveva udito la nostra conversazione, disse: - A casa, a casa... Insieme coi compagni del comitato di fabbrica - uno di loro era del commissariato militare - aiutammo Vladimir Ilic a rimettersi in piedi. Col nostro aiuto percorse i pochi passi che lo separavano dalla macchina. Lo aiutammo a montare sul predellino ed egli si sedette sul sedile posteriore, al suo solito posto. Prima di mettermi al volante, mi fermai un attimo a guardare Vladimir Ilic. Era pallido, con gli occhi socchiusi. Taceva. Sentii una stretta al cuore, un dolore quasi fisico, avevo un groppo in gola... Da quel momento me lo sentii particolarmente vicino e caro, come un familiare che si possa perdere per sempre. Ma non c'era tempo da pensare, bisognava agire. La vita di Vladimir Ilic doveva essere salvata! Due dei compagni salirono in macchina: uno si sedette accanto a me, l'altro accanto ad Ilic. Mi diressi al Cremlino con tutta la velocità permessa dalla strada. Durante il tragitto guardai alcune volte Vladimir Ilic. A metà strada si era appoggiato con tutta la schiena alla spalliera del sedile, ma non gemeva, non emetteva alcun suono. Il suo volto si faceva sempre più pallido. Il compagno seduto accanto a lui lo sorreggeva delicatamente. Passando la Porta della Trinità non mi fermai, mi limitai a gridare alle sentinelle: 'Lenin! E mi diressi verso l'appartamento di Vladimir Ilic. Per non attirare l'attenzione dei passanti e di quanti si trovavano presso l'ingresso della casa di Vladimir Ilic, fermai la macchina davanti alla porta laterale, subito girato l'arco. Qui aiutammo tutti e tre Vladimir Ilic a scendere dall'auto. Si mosse appoggiandosi a noi, soffrendo visibilmente. Mi rivolsi a lui: - Vi portiamo noi, Vladimir Ilic... Egli rifiutò categoricamente. Insistemmo, provammo a persuaderlo che a muoversi e soprattutto a salire le scale gli avrebbe fatto male e lo avrebbe affaticato, ma non ci furono argomenti atti a convincerlo. Disse con fermezza: - Andrò da solo... E, rivolto a me, aggiunse: - Toglietemi la giacca, mi sarà più facile camminare. Gli sfilai la giacca con cautela, ed egli, appoggiandosi a noi, salì la ripida scala fino al terzo piano. Saliva in assoluto silenzio, non lo si udiva nemmeno respirare. Per le scale ci venne incontro Maria Ilinicna. Accompagnammo Vladimir Ilic in camera da letto e lo facemmo coricare - Maria Ilinicna era molto allarmata. - Telefonate immediatamente! Immediatamente! - mi pregò. Vladimir Ilic aperse un poco gli occhi e disse tranquillo: - Calmati, non è nulla... È solo una piccola ferita al braccio. Da un'altra stanza chiamai il segretario del Consiglio dei Commissari del popolo Bronc-Bruevic e gli narrai l'accaduto. Senza quasi farmi finire, senza perdere un secondo, egli si affrettò a dare le disposizioni del caso. Giunse Vinokurov, Commissario del popolo alla previdenza sociale, che era venuto per la seduta del Consiglio dei Commissari del popolo. Ben presto arrivò anche Bronc-Bruevic. Vladimir Ilic era sdraiato sul fianco destro e gemeva fiocamente. La camicia tagliata metteva a nudo il petto e il braccio sinistro, sulla cui parte superiore si vedevano due ferite... Vinokurov passò sulle ferite dello iodio. Vladimir Ilic aprì gli occhi, girò all'intorno il suo sguardo sofferente e disse... - Mi fa male... al cuore... Vinokurov e Bronc-Bruevic tentarono di rassicurarlo: - Il cuore è illeso. Le ferite son ben visibili sul braccio e soltanto lì. È un dolore riflesso, di natura nervosa. - Le ferite si vedono? Sul braccio? - Sì. Chiuse gli occhi e tacque. Un minuto dopo tornò a gemere debolmente, cercando di trattenersi, quasi temesse di disturbare. Il suo volto era divenuto ancor più pallido, e sulla fronte comparve un'ombra giallognola, come di cera. I presenti furono colti da un brivido di terrore: Vladimir Ilic ci abbandonerà davvero per sempre? Che sia la fine? Bronc-Bruevic telefonò al Soviet di Mosca e pregò il deputato di turno e i compagni presenti di andare immediatamente a chiamare i medici, Obukh, Veisbrod, e un chirurgo. Qualcuno venne incaricato di cercare in tutte le farmacie di Mosca delle bombole d'ossigeno. Al Cremlino non era ancora stato organizzato un Pronto Soccorso, non c'erano né una farmacia, né un ospedale, e in caso di necessità bisognava mandare qualcuno in città. Telefonò Sverdlov, che era stato appena informato dell'attentato a Vladimir Ilic. Bronc-Bruevic gli spiegò succintamente l'accaduto e lo pregò di fare chiamare immediatamente un esperto chirurgo. Sverdlov rispose che avrebbe subito provveduto a far venire il professor Mints, e poco dopo arrivò lui stesso... Egli era privo di sensi. Entrò la dottoressa Vera Mikhailovna Velickina, moglie di Bronc-Bruevic. Gli sentì il polso, gli fece un'iniezione di morfina e consigliò di non toccarlo fino all'arrivo del chirurgo, ma di togliergli solo le scarpe e spogliarlo per quanto fosse possibile. Facendoci passare di mano in mano una boccetta di ammoniaca, questa cadde e si ruppe. Un odore penetrante di ammoniaca riempì la stanza. Vladimir Ilic tornò in sé e disse: Oh bene... Sospirò e di nuovo perse i sensi. L'ammoniaca lo aveva evidentemente rianimato, mentre la morfina gli aveva un poco calmato il dolore. Giunse il professor Mints. Senza salutare nessuno, senza perdere un secondo, si avvicinò a Vladimir Ilic, lo guardò in volto e ordinò bruscamente: - La morfina! - Già iniettata - rispose Vera Mikhailovna. Il professor Mints, in camice bianco, misurò con gli indici la distanza fra le due ferite sul braccio di Vladimir Ilic, rifletté un momento e gli tastò il braccio e il petto con le dita sicure e flessibili. Sul suo volto c'era come un senso di incertezza. Nella stanza regnava il silenzio assoluto, gli astanti trattenevano il respiro. Tutti attendevamo le parole decisive del professore. Mints disse, insolitamente piano: - Una è nel braccio... l'altra dov'è? I grossi vasi non sono stati toccati. Ma manca l'altra. Dov'è l'altra? Ad un tratto gli occhi del professore si fissarono in un punto. Il viso gli si raggelò. Si scostò un poco, poi, terribilmente pallido, cominciò a palpeggiare frettolosamente il collo di Vladimir Ilic. - Eccola! Indicò la parte destra del collo. I medici si scambiarono un'occhiata, tra loro capirono molte cose. Regnava un silenzio opprimente. Tutti avvertivano senza bisogno di parole che era accaduto qualcosa di terribile, forse, di irreparabile. Mints fu il primo a riprendersi. - Bisogna stendere il braccio su del cartone! Non c'è del cartone? Fu trovato un pezzo di cartone. Mints ne ritagliò un supporto e vi posò sopra il braccio ferito. - Così andrà meglio - spiegò. Poco dopo abbandonai l'appartamento di Lenin. Benché si trattasse di una ferita grave e le condizioni del malato fossero preoccupanti, tentavo di tranquillizzarmi: i medici lo avrebbero aiutato e poi l'organismo di Lenin era robusto, il cuore resistente. Io non volevo neppure ammettere l'idea della morte di Lenin. Dopo due o tre giorni si seppe con certezza che Vladimir Ilic sarebbe vissuto. La notte stessa dell'attentato vennero chiariti alcuni particolari. Colei che aveva sparato si chiamava Fanny Kaplan ed apparteneva ad una banda di terroristi socialisti-rivoluzionari. Per mano di questi malfattori erano stati uccisi a Pietrogrado Uritski e Volodarskij. Dopo aver sparato contro Vladimir Ilic, l'attentatrice era fuggita dal cortile della fabbrica mescolandosi alla folla. La gente correva senza sapere chi fosse stato a sparare contro Vladimir Ilic. Confondendosi tra la gente, la terrorista pensò di non farsi notare e di farla franca. Sulla strada, non lontano dalla fabbrica l'attendeva una carrozza. Ma non riuscì a salirvi. Alcuni ragazzini che al momento dell'attentato si trovavano nel cortile si lanciarono in frotta all'inseguimento della Kaplan, gridando, e indicandola: - Eccola, eccola! Fu proprio grazie alla prontezza di questi ragazzini che riuscirono a fermare la criminale. Fu raggiunta da alcune persone alla fermata del tram e trascinata nel cortile della fabbrica. La folla era indignata, molti si avventavano contro di lei minacciosamente e l'avrebbero certo fatta a pezzi se un gruppo di operai non avesse tenuto testa all'assalto. Qualcuno ammonì: - Che fate compagni? Deve essere interrogata! Due ore dopo la Kaplan si trovava alla Ceka. L'uomo col berretto da marinaio, che era corso verso Vladimir Ilic dopo gli spari della Kaplan fu anch'egli arrestato. Risultò un complice della terrorista. La tempra robusta di Lenin e le cure eccellenti che gli furono prodigate ebbero il sopravvento sulla malattia: due o tre settimane dopo Vladimir Ilic tornava a presenziare le sedute del Consiglio dei Commissari del popolo. Alcuni mesi dopo, Vladimir Ilic, perfettamente guarito e in perfetta forma parlò in un comizio degli operai di quella stessa fabbrica ex Mikhelson. La gioia degli operai non aveva limiti. La loro prima domanda fu: - Come state, Vladimir Ilic? - Grazie, benissimo - rispose sorridendo Lenin. E il comizio ebbe inizio".123 L'estate 1918 fu teatro del campo di battaglia nel quale si scontravano in una guerra, oramai all'ultimo sangue, il potere sovietico e le classi sociali di cui esso era espressione contro le forze interventiste dell'imperialismo che avevano invaso la Russia e la controrivoluzione interna. Solo vincendo questa guerra il potere sovietico poteva continuare l'opera grandiosa che aveva iniziato con la Rivoluzione d'Ottobre. Lenin parlando il 29 luglio alla seduta comune del Comitato esecutivo centrale, del soviet di Mosca, dei comitati di fabbrica e d'officina e dei sindacati di Mosca, definì il quadro reale e quanto mai grave della situazione: "... Molti consideravano all'inizio il sollevamento cecoslovacco come uno dei tanti episodi della rivolta controrivoluzionaria. Noi sottovalutavamo allora le notizie dei giornali sull'apporto del capitale anglo-francese, sulla partecipazione degli imperialisti anglo-francesi a questo sollevamento. Dobbiamo oggi ricordare come si siano svolti i fatti a Murmansk, nelle unità militari di Siberia, nel Kuban, come gli anglo-francesi, alleati con i cecoslovacchi, abbiano cercato, con il concorso attivo della borghesia inglese, di rovesciare i soviet. Tutti questi fatti rivelano oggi che il movimento cecoslovacco è stato uno degli anelli della politica, meditata a lungo e messa in atto sistematicamente dagli imperialisti anglo-francesi, per soffocare la Russia sovietica e stringere di nuovo il nostro paese nella morsa delle guerre imperialistiche. Oggi spetta alle grandi masse della Russia sovietica di risolvere questa crisi, che si pone dinanzi a noi come una lotta per difendere la repubblica socialista sovietica non solo dal sollevamento cecoslovacco, in quanto aggressione controrivoluzionaria, non solo dalle aggressioni controrivoluzionarie in genere, ma anche dall'offensiva di tutto il mondo imperialistico... Naturalmente, noi non abbiamo mai messo in dubbio che gli imperialisti e i magnati della finanza d'Inghilterra e di Francia avrebbero fatto il possibile e l'impossibile per abbattere il potere dei soviet, per causargli ogni sorta di difficoltà. Ma a quel tempo non si era ancora dipanata tutta la serie di fatti, da cui risulta che siamo in presenza di una campagna controrivoluzionaria militare e finanziaria, perseguita con metodo e inflessibilmente, meditata da lungo tempo e preparata per mesi dai rappresentanti dell'imperialismo anglo-francese contro la repubblica sovietica. Oggi, quando consideriamo questi fatti nel loro insieme, quando colleghiamo il movimento controrivoluzionario cecoslovacco allo sbarco di Murmansk, quando apprendiamo che gli inglesi hanno fatto sbarcare più di diecimila soldati e, con il pretesto di difendere Murmansk, hanno in realtà cominciato ad avanzare verso l'interno, hanno preso Kem e Soroki, da Soroki si sono diretti verso oriente, sono arrivati a fucilare i nostri militanti dei soviet, quando leggiamo nei giornali che migliaia di ferrovieri e operai dell'estremo nord fuggono davanti a questi salvatori e liberatori, cioè, per dire le cose come stanno, davanti a questi nuovi aggressori imperialisti che attaccano la Russia da un altro fronte, quando colleghiamo tutti questi fatti, ci diventa chiara la linea generale degli avvenimenti. Del resto, negli ultimi tempi, si sono avute nuove conferme sul carattere dell'offensiva anglo-francese contro la Russia. Già solo per ragioni di ordine geografico è chiaro che la forma di quest'offensiva imperialistica contro la Russia non può essere identica a quella dell'offensiva contro la Germania. Gli anglo-francesi non hanno come i tedeschi frontiere comuni con la Russia e non dispongono di tanti soldati. Il carattere essenzialmente coloniale e marittimo della potenza militare dell'Inghilterra ha costretto per decenni gli inglesi a operare in modo diverso nelle loro campagne espansionistiche, a sforzarsi soprattutto di tagliare le fonti di rifornimento del paese aggredito e a preferire il metodo dello strangolamento, con il pretesto dell'aiuto, al metodo della violenza militare diretta, immediata, brutale, fulminea. Dalle notizie ricevute negli ultimi tempi risulta chiaro che Alekseev, ben noto da un pezzo ai soldati e agli operai russi e che ha conquistato di recente il villaggio di Tikhoretskaia, è stato aiutato indubbiamente dall'imperialismo anglo-francese. In quella zona il sollevamento ha assunto forme più precise, e di nuovo evidentemente perché l'imperialismo anglo-francese vi ha messo la sua mano. Abbiamo appreso, infine, proprio ieri che l'imperialismo anglo-francese è riuscito a condurre a termine a Baku un'operazione di grande effetto, in quanto ha potuto ottenere al soviet di Baku una maggioranza di circa trenta voti contro il nostro partito, contro i bolscevichi, e contro quei socialisti-rivoluzionari, purtroppo assai pochi, che non hanno imitato i socialisti-rivoluzionari di sinistra di Mosca, nella loro infame avventura e nel loro perfido tradimento, ma sono rimasti sulle posizioni del potere sovietico contro l'imperialismo e la guerra. Ebbene, contro questo nucleo fedele al potere sovietico, che deteneva sinora la maggioranza nel soviet di Baku, l'imperialismo anglo-francese si è assicurato questa volta una maggioranza di trenta voti, poiché una gran parte del Dascnaktsutiun, cioè del partito dei semisocialisti armeni, si è schierata al loro fianco contro di noi ... Non abbiamo pertanto alcun dubbio sul significato assunto dai fatti di Baku nell'insieme della situazione. Ieri abbiamo appreso che una parte delle città dell'Asia centrale è stata coinvolta in un sollevamento controrivoluzionario a cui partecipano apertamente gli inglesi, i quali si sono trincerati in India e, dopo aver soggiogato completamente l'Afghanistan, vi hanno creato da tempo una base per estendere i loro domini coloniali, per soffocare le nazioni e per attaccare la Russia sovietica. Oggi che questi singoli anelli sono per noi chiaramente visibili, la situazione militare e strategica della nostra repubblica si è definita appieno. Murmansk a nord, il fronte cecoslovacco a est, il Turkestan, Baku e Astrakhan a sud-est: noi vediamo che tutti gli anelli della catena forgiata dall'imperialismo anglo-francese sono collegati tra loro. Vediamo oggi molto chiaramente che i grandi proprietari fondiari, i capitalisti e i kulak, i quali per ragioni legittime dal loro punto di vista sono pieni di odio per il potere dei soviet, sono intervenuti qui in forme leggermente diverse da quelle in cui i grandi proprietari fondiari, i capitalisti e i kulak sono intervenuti in Ucraina e in altre regioni strappate alla Russia. Come valletti dell'imperialismo anglo-francese, essi non hanno esitato a fare di tutto, a tentare l'impossibile contro il potere sovietico. E, poiché non potevano servirsi delle forze della Russia, ma avevano deciso di operare non a parole, non con gli appelli, alla maniera dei signori Martov, sono ricorsi a metodi di lotta più potenti, sono ricorsi all'azione armata. Su questo punto dovete concentrare la vostra attenzione, su questo punto dobbiamo concentrare tutta la nostra propaganda e tutta la nostra agitazione, su questo punto dobbiamo trasferire di conseguenza il centro di gravità di tutta la nostra azione sovietica. Il fatto essenziale è che oggi sono intervenute le forze di un'altra coalizione imperialistica, non si tratta più della coalizione tedesca, ma della coalizione anglo-francese, la quale ha occupato una parte del nostro territorio e fa leva su di essa. Se la posizione geografica aveva sinora impedito all'imperialismo anglo-francese di attaccare la Russia, oggi, dopo aver per quattro anni bagnato di sangue il mondo intero pur di assicurarsi il dominio mondiale, questo imperialismo si è avvicinato con una manovra avvolgente alla Russia per schiacciare la repubblica dei soviet e coinvolgere di nuovo il nostro paese nella guerra imperialistica. Voi sapete bene, compagni, che fin dall'inizio della rivoluzione d'Ottobre ci siamo prefissi il compito essenziale di metter fine alla guerra imperialistica, ma non ci siamo mai illusi di poter rovesciare l'imperialismo internazionale con le forze del proletariato e delle masse rivoluzionarie di un solo paese, pur essendo queste forze eroiche, organizzate e disciplinate. Questo si può ottenere soltanto con gli sforzi comuni del proletariato di tutti i paesi. Ma noi siamo riusciti ad ottenere che in un solo paese venissero spezzati tutti i legami con i capitalisti del mondo intero. Non c'è alcun filo che colleghi il nostro governo ad uno qualsiasi degli imperialisti, e, per qualunque strada si avvii la nostra rivoluzione, questo filo non ci sarà mai. In otto mesi di potere siamo riusciti a far compiere al movimento rivoluzionario contro l'imperialismo un enorme passo in avanti, e in uno dei centri principali dell'imperialismo, in Germania si è giunti nel gennaio 1918 ad uno scontro armato e alla repressione nel sangue di questo movimento. Noi abbiamo adempiuto il nostro dovere rivoluzionario su scala internazionale, su scala mondiale, come nessun governo rivoluzionario aveva mai fatto in nessun paese, ma non ci siamo illusi di poter raggiungere lo scopo con le sole forze di un solo paese. Noi sappiamo che i nostri sforzi condurranno inevitabilmente alla rivoluzione mondiale e che i governi imperialisti, i quali hanno scatenato la guerra, sono incapaci di metterle fine. Questa guerra potrà concludersi soltanto con gli sforzi di tutto il proletariato. Il nostro compito, quando siamo andati al potere come partito proletario comunista, mentre negli altri paesi sussisteva ancora la dominazione capitalistica borghese, il nostro compito più urgente, lo ripeto, era di conservare questo potere, questa fiaccola del socialismo, perché continuasse a lanciare quante più scintille poteva sull'incendio crescente della rivoluzione socialista. Questo compito è stato dappertutto di eccezionale difficoltà, e noi lo abbiamo assolto solo perché il proletariato si è posto a difesa delle conquiste della repubblica socialista. Questo compito ci ha posti in una situazione particolarmente difficile e critica, perché la rivoluzione socialista, nel senso proprio del termine, non è ancora scoppiata in nessun paese, sebbene in paesi come l'Italia e l'Austria sia ormai incomparabilmente più vicina. E, poiché la rivoluzione non è ancora scoppiata, ci troviamo oggi in presenza di un nuovo successo dell'imperialismo anglo-francese e, quindi, dell'imperialismo mondiale. Se in Occidente l'imperialismo tedesco sussiste tuttora come forza militare imperialistica di conquista, nel nord-est e nel sud della Russia l'imperialismo anglo-francese ha ottenuto la possibilità di rafforzarsi e ci mostra con chiarezza che questa forza è pronta a trascinare di nuovo la Russia nella guerra imperialistica, è pronta a schiacciare la Russia, Stato socialista indipendente, che continua la sua opera e la sua propaganda socialista su una scala che non ha precedenti nella storia. Contro tutto questo l'imperialismo anglo-francese ha oggi riportato una grande vittoria e, stringendoci in una morsa, cerca con tutti i mezzi di schiacciare la Russia sovietica. Noi sappiamo bene che questa vittoria dell'imperialismo anglo-francese è strettamente legata alla lotta di classe. Abbiamo sempre detto - e le rivoluzioni lo confermano - che, quando sono messe in causa le fondamenta del potere economico, del potere degli sfruttatori, quando è messa in causa quella proprietà che permette loro di disporre del lavoro di decine di milioni di operai e di contadini, quella proprietà che garantisce ai grandi proprietari fondiari e ai capitalisti la possibilità di arricchirsi, quando, lo ripeto, è messa in causa la proprietà privata dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari, questi tali dimenticano tutte le loro belle frasi sull'amor di patria e sull'indipendenza. Noi sappiamo bene che i cadetti, i socialisti-rivoluzionari di destra dei menscevichi hanno battuto tutti i primati in fatto di alleanza con le potenze imperialistiche, nello stipulare accordi briganteschi, nel tradire la patria a vantaggio dell'imperialismo anglo-francese. Ne sono un esempio l'Ucraina e Tiflis. L'alleanza dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari con i cecoslovacchi è abbastanza indicativa a questo riguardo. E l'iniziativa dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, che si prefiggevano di trascinare in guerra la repubblica di Russia nell'interesse delle guardie bianche di Iaroslavl, mostra abbastanza chiaramente che, quando sono in causa i profitti di classe, la borghesia vende la patria e non esita a stipulare compromessi con i primi stranieri che capitano contro il proprio popolo. La storia della rivoluzione russa ha confermato più volte questa verità, dopo che cento e più anni di storia della rivoluzione ci avevano rivelato che proprio questa è la legge degli interessi di classe, della politica di classe della borghesia in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Non meraviglia pertanto che l'attuale aggravamento della situazione internazionale della repubblica sovietica si ricolleghi all'inasprimento della lotta di classe all'interno del paese. Abbiamo detto più volte che sotto questo profilo, nel senso dell'acuirsi della crisi degli approvvigionamenti, il periodo più difficile è quello che precede il nuovo raccolto. Sulla Russia incombe il flagello della fame, che si è aggravato in maniera inverosimile, proprio perché il piano dei predoni imperialisti consiste nel tagliare la Russia dalle sue regioni cerealicole. In questo senso, i loro calcoli sono assolutamente esatti e consistono nella ricerca di un sostegno sociale di classe proprio nelle ragioni produttrici di grano, consistono nella ricerca delle località dove predominano i kulak, i contadini ricchi, che si sono rimpinguati con la guerra, che vivono del lavoro altrui, del lavoro dei contadini poveri. Voi sapete che tutti questi elementi hanno accumulato decine e centinaia di migliaia di rubli e dispongono di ingenti provviste di grano. Sono uomini, voi lo sapete, che si sono arricchiti sulle disgrazie del popolo, che nella fame del popolo della capitale hanno visto solo una nuova occasione per rubare e accrescere i propri profitti. Ebbene, appunto questi kulak hanno assicurato al movimento controrivoluzionario in Russia il sostegno principale e più solido. Ci troviamo qui alla fonte stessa della lotta di classe. Non c'è ormai un solo villaggio in cui non sia esplosa la lotta di classe tra i contadini poveri, tra una parte dei contadini medi, che non avevano eccedenze di grano, che le avevano esaurite e che non partecipavano alla speculazione, tra questa immensa maggioranza di lavoratori, da un lato, e un piccolo pugno di kulak, dall'altro. Questa lotta di classe è penetrata in ogni villaggio. Quando abbiamo definito i nostri piani politici e reso di pubblica ragione i nostri decreti... quando, lo ripeto, abbiamo redatto e applicato i nostri decreti sull'organizzazione dei contadini poveri, abbiamo visto chiaramente che ci stavamo accostando alla questione più importante, alla questione decisiva di tutta la rivoluzione, alla questione del potere: passerà il potere nelle mani del proletariato, saprà il proletariato guadagnare alla sua causa tutti i contadini poveri, con cui non ha alcun punto di dissenso, saprà esso attrarre i contadini, da cui nessuna divergenza lo divide, e unire tutta questa massa dispersa, slegata, disseminata nei villaggi, inferiore sotto quest'aspetto all'operaio urbano, saprà unificarla contro l'altro campo, contro il campo dei grandi proprietari fondiari, degli imperialisti e dei kulak? Ed ecco che i contadini poveri hanno cominciato a unirsi con eccezionale rapidità sotto i nostri occhi. Si dice che la rivoluzione istruisca. La lotta di classe insegna realmente, nella pratica, che ogni ipocrisia manifestatasi nella posizione di un partito qualsiasi lo conduce senza indugi verso il posto che esso si merita. Noi abbiamo visto bene la politica del partito dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, che, a causa della sua mancanza di carattere e della sua stoltezza, ha preso a esitare nel momento stesso in cui il problema dell'approvvigionamento si poneva con grande acutezza; ebbene, il partito dei socialisti-rivoluzionari di sinistra è scomparso in quanto partito, per diventare una pedina nelle mani delle guardie bianche di Iaroslavl. Compagni, l'inasprimento della lotta di classe è connesso con la crisi dell'approvvigionamento: mentre il nuovo raccolto si annuncia abbondante, ma non può ancora essere realizzato, gli abitanti di Pietrogrado e di Mosca, in preda agli orrori della fame, vengono sobillati dalla borghesia e dai kulak, che, compiendo gli sforzi più disperati, dicono: ora o mai più! Tutto questo rende comprensibile l'ondata di sollevazione che si è abbattuta su tutta la Russia... Compagni, dallo sforzo congiunto dell'imperialismo anglo-francese e della borghesia controrivoluzionaria russa è derivato che la guerra civile è scoppiata oggi là dove non tutti se l'aspettavano, e questa guerra, di cui non tutti avevano coscienza, si è fusa in un tutto inscindibile con la guerra esterna. Il sollevamento dei kulak, la rivolta dei cecoslovacchi, il movimento di Murmansk sono un'unica guerra, la guerra che incombe sulla Russia. Da una parte siamo usciti a viva forza dalla guerra, a prezzo di perdite immani, stipulando una pace incredibilmente dura; sapevamo che questa pace ci era imposta con la violenza, ma noi dicevamo che avremmo saputo proseguire la nostra propaganda e la nostra opera di costruzione, disgregando, per questa via, il mondo imperialistico. Siamo riusciti nel nostro proposito. La Germania conduce oggi trattative per stabilire quanti miliardi dovrà sottrarre alla Russia in base alla pace di Brest, ma essa ha pur riconosciuto tutte le nazionalizzazioni che abbiamo effettuato col decreto del 28 giugno. La Germania non ha sollevato la questione della proprietà privata della terra nella nostra repubblica: è un fatto questo che va sottolineato di contro all'incredibile menzogna diffusa dalla Spiridonova e da altri leaders socialisti-rivoluzionari di sinistra della stessa specie, una menzogna che ha fatto il gioco dei grandi proprietari fondiari e che viene ripetuta oggi dai centoneri più oscurantisti e retrivi. Questa menzogna deve essere smentita e denunciata. In effetti, nonostante questa pace per noi tanto dura, abbiamo conquistato la possibilità di costruire liberamente il socialismo nel nostro paese e, su questa strada, abbiamo compiuto passi che cominciano a essere conosciuti in Europa occidentale, dove diventano dei fattori di propaganda incomparabilmente più efficaci dei vecchi argomenti. Le cose si sono messe in modo tale che, mentre per un lato siamo usciti dalla guerra contro una coalizione, adesso subiamo per l'altro lato l'assalto dell'imperialismo. L'imperialismo è un fenomeno mondiale, l'imperialismo è la lotta per la spartizione di tutto il mondo, di tutto il globo, che ciascun gruppo di predoni cerca di assoggettarsi. Oggi un altro gruppo di predoni, il gruppo anglo-francese, si scaglia contro di noi e dichiara: noi vi trascineremo di nuovo in guerra! La loro guerra si fonde con la guerra civile in tutto organico, e sta qui la fonte principale delle difficoltà del momento presente, cioè del momento in cui la questione militare, la questione delle vicende belliche, diventa di nuovo la questione principale, la questione decisiva della rivoluzione. La difficoltà è tutta qui, perché il popolo è stanco come non mai di una guerra che lo ha martoriato... Siamo in stato di guerra, e questa guerra possiamo concluderla vittoriosamente, ma per far questo dobbiamo combattere uno dei nemici più difficili da piegare: dobbiamo lottare conto la stanchezza, contro l'odio e la ripugnanza per la guerra. Bisogna venire a capo di questo stato d'animo, perché altrimenti non potremo risolvere il problema che si pone indipendentemente dalla nostra volontà, il problema della guerra. Il nostro paese è piombato di nuovo nella guerra, e l'esito della rivoluzione dipende oggi per intero dalla risposta che sarà data a questa domanda: chi uscirà vittorioso da questa guerra, i cui agenti principali sono i cecoslovacchi, ma i cui veri dirigenti, promotori e mandanti sono gli imperialisti anglo-francesi? Tutta la questione dell'esistenza della Repubblica socialista federativa sovietica di Russia, tutta la questione della rivoluzione socialista in Russia si riconduce oggi alla questione militare. Se si considera lo stato in cui la guerra imperialistica ha ridotto il popolo, si vede che è proprio lì la fonte delle più gravi difficoltà. Il nostro compito è perfettamente chiaro. Ogni menzogna sarebbe la peggiore delle cose. A nostro giudizio, è un delitto nascondere agli operai e ai contadini questa dura verità. È necessario, invece, che ognuno conosca nel modo più chiaro e col massimo rilievo questa verità... Abbiamo già fatto esperienza più volte di una situazione analoga, e molti dicevano che, pur essendo la pace assai dura per noi, pur imponendoci gravi sacrifici, mentre il nemico si sforzava di strapparci sempre nuovi territori, tuttavia la Russia avrebbe goduto nonostante tutto della pace e avrebbe potuto consolidare le sue conquiste socialiste. Su questa strada siamo andati più lontano di quanto molti di noi immaginassero. Il nostro controllo operaio, per esempio, ha largamente superato le forme che aveva assunto all'inizio, e attualmente siamo vicini alla trasformazione dell'amministrazione statale nell'ordine socialista. Abbiamo compiuto grandi progressi nella nostra attività pratica. L'industria è già interamente gestita dagli operai, ma le circostanze non ci hanno consentito di proseguire tranquillamente questo lavoro, ci hanno ricondotti a uno stato di guerra, e noi ci siamo trovati nella necessità di tendere tutte le nostre forze e di chiamare tutti alle armi. Se avessimo incontrato al riguardo delle esitazioni tra i comunisti, sarebbe stata una vergogna... È nostro compito unire ancora più saldamente le forze proletarie e riorganizzare tutto il lavoro in modo che nelle prossime settimane sia interamente concentrato nella soluzione del problema militare. Siamo oggi in guerra con l'imperialismo anglo-francese e con quanto vi è di capitalistico, di borghese in Russia, siamo in guerra con gli elementi che fanno di tutto per sabotare l'opera della rivoluzione socialista e trascinarci nella guerra. Il problema è che tutte le conquiste degli operai e dei contadini sono oggi in giuoco. Dobbiamo star certi che troveremo ampie simpatie e un forte sostegno nelle file del proletariato, che il pericolo sarà eliminato del tutto e che nuovi reparti di proletari si leveranno per difendere la loro classe e per salvare la rivoluzione socialista. Oggi la questione si pone in modo che la lotta verte su due punti fondamentali e tutte le distinzioni di fondo tra i partiti sono svanite nel fuoco della rivoluzione. Il socialista-rivoluzionario di sinistra, che si sforza di sottolineare che è di sinistra, che si trincera dietro una fraseologia rivoluzionaria, ma che insorge di fatto contro il potere sovietico, costui è soltanto un mercenario delle guardie bianche di Iaroslavl: ecco che cos'è questo tale dinanzi alla storia e dinanzi alla lotta rivoluzionaria! Attualmente, sul campo di battaglia, ci sono solo due classi, oggi si combatte una lotta di classe tra il proletariato, che difende gli interessi dei lavoratori, e coloro che difendono gli interessi dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti...".124 La situazione determinatasi richiedeva di mobilitare tutte le risorse del paese alle necessità e ai bisogni della difesa del paese stesso. Ciò obbligò il potere sovietico a varare delle misure straordinarie e temporanee in campo economico per far fronte ad una situazione essa stessa straordinaria. È il sistema del "comunismo di guerra" che si sviluppò dalla seconda metà del 1918 per protrarsi lungo tutto l'arco della guerra contro l'aggressione imperialistica e la controrivoluzione interna, fino, cioè, alla fine del 1920. Questa politica portò alla nazionalizzazione della piccola industria, la cui proprietà era stata lasciata fino a quel momento nelle mani dei vecchi padroni pur vincolandone l'attività ad una serie di "regole" alle quali le aziende dovevano sottostare. La nazionalizzazione si rese necessaria per sconfiggere l'accanita resistenza dei capitalisti e dei piccoli proprietari nella situazione di guerra. Venne istituito il lavoro obbligatorio in base al principio: chi non lavora non mangia. Venne poi vietato, dal novembre 1918, il commercio privato dei generi di prima necessità, mentre nel gennaio 1919 entrò in vigore il decreto governativo sulle requisizioni del grano e del foraggio, esteso successivamente anche ad altri prodotti agricoli. In base a questo decreto venivano stabilite le quantità di prodotti da lasciare ai contadini per il proprio uso, per la semina e per il nutrimento del bestiame da lavoro e da allevamento, facendo obbligo di consegnare tutte le eccedenze agli organi statali preposti. Il sistema delle requisizioni era basato sul principio di classe: nulla dai contadini poveri, moderatamente dai contadini medi e molto da quelli ricchi. Fu una politica dura e di sacrificio, ma che permise ai contadini di conservare la terra che avevano ricevuto dal potere sovietico con la rivoluzione; di far fronte alle necessità alimentari dei militari e delle popolazioni urbane e di organizzare la produzione industriale in modo da soddisfare le esigenze militari, fornendo all'esercito le armi, le munizioni e le attrezzature necessarie a sconfiggere il nemico. Consolidare il potere sovietico, costruire nel lavoro concreto e quotidiano le condizioni per uno sviluppo sempre maggiore dell'edificazione socialista del paese pur nelle condizioni di estrema difficoltà create dalla guerra civile, dall'aggressione imperialistica, dall'isolamento e dall'accerchiamento ostile in cui, sul piano internazionale, si trovava lo Stato sovietico: questa era per Lenin la necessità ineludibile alla quale non potevano sottrarsi il PCR(b), gli organi di governo, il proletariato e le masse rivoluzionarie russe. A questa necessità e ai compiti che da essa scaturivano, diede risposta l'VIII Congresso del PCR(b) che si tenne a Mosca dal 18 al 23 marzo 1919. Un congresso al quale venne a mancare il contributo di un grande dirigente rivoluzionario bolscevico, Iakov Mikhailovic Sverdlov, morto il 16 marzo 1919 a soli 34 anni a causa di una grave malattia. Lenin, in sua memoria, così si espresse alla Seduta Straordinaria del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia, l'organo di cui Sverdlov era Presidente: "Compagni, in questo giorno in cui gli operai di tutto il mondo celebrano l'eroica sollevazione della Comune di Parigi e la sua tragica fine, noi dobbiamo dare sepoltura a Iakov Mikhailovic Sverdlov. Il compagno Sverdlov, nel corso della nostra rivoluzione, delle sue vittorie, ha avuto modo di esprimere più completamente e pienamente di qualunque altro i tratti più importanti ed essenziali della rivoluzione proletaria, e proprio in questo, assai più che nella devozione senza limiti alla causa rivoluzionaria, sta il suo valore quale capo della rivoluzione proletaria. Compagni, agli occhi di coloro che giudicano superficialmente, agli occhi di molti nemici della nostra rivoluzione o di coloro che oggi ancora esitano tra la rivoluzione e i suoi avversari, la caratteristica più evidente della nostra rivoluzione è l'energia, la spietata fermezza con cui si è fatta giustizia degli sfruttatori e dei nemici del popolo lavoratore. Non c'è dubbio che senza questa caratteristica, senza la violenza rivoluzionaria, il proletariato non avrebbe potuto vincere, ma è altrettanto indubbio che la violenza rivoluzionaria è stata un procedimento necessario e legittimo soltanto in determinati momenti della rivoluzione, soltanto in certe condizioni particolari, mentre l'organizzazione delle masse proletarie, l'organizzazione dei lavoratori è stata e resta una caratteristica assai più profonda, assai più costante di questa rivoluzione e la condizione delle sue vittorie. Ed è in questa organizzazione di milioni di lavoratori che va cercata la migliore condizione della rivoluzione, l'origine più profonda delle sue vittorie. Questa caratteristica della rivoluzione proletaria ha fatto sorgere, nel corso della lotta, dei capi che hanno incarnato nel migliore dei modi questa particolarità della rivoluzione prima sconosciuta, l'organizzazione delle masse. Questa caratteristica della rivoluzione proletaria ha formato anche un uomo come Sverdlov, che è stato prima di tutto e più di tutto un organizzatore... Se diamo uno sguardo alla vita di questo capo della rivoluzione proletaria, vediamo subito che il suo magnifico talento di organizzatore si è formato nel corso di una lunga lotta, che egli ha forgiato ciascuna delle sue magnifiche qualità di grande rivoluzionario attraversando le prove di diverse epoche nelle condizioni più dure dell'attività rivoluzionaria. Nel primo periodo della sua attività ancora giovinetto, e dotato appena di una precisa coscienza politica, egli si diede subito interamente alla rivoluzione. In quell'epoca, all'inizio del XX secolo, il compagno Sverdlov era per noi il tipo più perfetto del rivoluzionario di professione, dell'uomo che aveva rotto completamente con la famiglia, con le comodità e le abitudini della vecchia società borghese, dell'uomo che si era consacrato pienamente e con abnegazione alla rivoluzione, e che per lunghi anni, per decenni, era passato dalla prigione alla deportazione e dalla deportazione alla prigione, forgiando in sé le qualità che hanno temprato i rivoluzionari per tutta la vita. Ma questo rivoluzionario di professione non si è mai staccato dalle masse, neppure per un momento. Se le condizioni dello zarismo lo condannavano, come tutti i rivoluzionari d'allora, a una azione soprattutto clandestina, illegale, anche in quest'attività il compagno Sverdlov marciava sempre spalla a spalla, mano nella mano, con gli operai di avanguardia che proprio all'inizio del XX secolo avevano incominciato a sostituire la precedente generazione di rivoluzionari di origine intellettuale. Precisamente in questo periodo gli operai più avanzati si mettevano al lavoro a decine e centinaia e acquisivano quella tempra alla lotta rivoluzionaria senza la quale, come senza il più stretto legame con le masse, in Russia non vi sarebbe potuta essere rivoluzione proletaria coronata da successo. Proprio questo lungo cammino di lavoro illegale caratterizza quest'uomo che, partecipando costantemente alla lotta, non staccandosi mai dalle masse, non lasciò mai la Russia, lavorò sempre con i migliori operai e, nonostante il distacco dalla vita al quale le persecuzioni condannavano i rivoluzionari, seppe formarsi non soltanto quale dirigente amato dagli operai, non soltanto quale dirigente che conosceva largamente e profondamente la pratica, ma anche quale organizzatore dei proletari d'avanguardia. E se alcuni pensano - di solito così pensano i nostri avversari, o la gente tentennante - che questa facoltà del rivoluzionario di professione di darsi interamente al lavoro illegale, stacchi il rivoluzionario dalle masse, l'esempio dell'attività rivoluzionaria di Sverdlov ci mostra quanto sia profondamente errata questa opinione, e quanto invece proprio la dedizione completa alla causa rivoluzionaria, che ha contrassegnato la vita di coloro che hanno conosciuto molte prigioni e i più lontani luoghi di deportazione della Siberia, abbia contribuito a formare tali dirigenti, il fiore del nostro proletariato. E se la devozione si univa alla capacità di comprendere gli uomini, di avviare il lavoro organizzativo, essa soltanto poteva forgiare grandi organizzatori. Attraverso i circoli illegali, attraverso il lavoro rivoluzionario clandestino, attraverso il partito illegale che nessuno ha incarnato né espresso con tanta pienezza quanto Sverdlov, attraverso questa scuola pratica, e solo per questa via, Sverdlov è riuscito a giungere al posto di primo organizzatore delle grandi masse proletarie. Compagni, tutti coloro che, come me, hanno avuto occasione di lavorare ogni giorno col compagno Sverdlov, si sono resi chiaramente conto che solo l'eccezionale talento organizzativo di quest'uomo ha potuto darci ciò di cui finora siamo stati fieri, e fieri a buon diritto. Egli ci ha assicurato la possibilità di un lavoro concorde, efficace e veramente organizzato, di un lavoro degno delle masse proletarie organizzate e rispondente alle esigenze della rivoluzione proletaria. Senza questo lavoro organizzato e coerente non avremmo ottenuto nessun successo, non avremmo superato nessuna delle innumerevoli difficoltà, nessuna delle dure prove che abbiamo sostenuto e che dovremo ancora sostenere. ... Se per più di un anno siamo riusciti a sopportare le enormi difficoltà che si abbattevano su un ristretto gruppo d'indomabili rivoluzionari, se i gruppi dirigenti sono riusciti a risolvere così rapidamente, fermamente, unanimemente i problemi più difficili, è solo perché un posto eminente fra loro era occupato da un organizzatore d'eccezione e di talento come Iakov Mikhalivovic. Egli solo è riuscito a conoscere - cosa sorprendente - tutti i quadri dirigenti del movimento proletario; egli solo ha saputo in molti anni di lotta, - della quale qui posso parlare solo assai brevemente - sviluppare in sé lo straordinario senso pratico, l'eccezionale talento organizzativo, ha saputo raggiungere l'incontestata autorità grazie alla quale Iakov Mikhailovic, da solo, ha diretto personalmente le più importanti branche di lavoro del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia, lavoro che avrebbe richiesto tutto un gruppo di uomini. Egli solo è riuscito a conquistare una posizione che gli permetteva, in moltissime questioni pratiche d'organizzazione, di grande rilievo e importanza, di dire una sola parola perché senza alcuna discussione, senza votazioni formali, il problema fosse incontestabilmente risolto una volta per tutte, e ognuno fosse pienamente convinto che era stato risolto sulla base di una tale conoscenza pratica e di un tale senso organizzativo, che non soltanto centinaia e migliaia di operai d'avanguardia, ma anche le masse, avrebbero considerato questa soluzione definitiva. La storia ha mostrato da tempo che nel corso della lotta le grandi rivoluzioni portano avanti grandi uomini e sviluppano talenti che prima sembravano impossibili. Nessuno avrebbe creduto che dalla scuola del circolo illegale e del lavoro clandestino, dalla scuola del piccolo partito perseguitato e dalla prigione di Turukhansk, potesse uscire un organizzatore che si è conquistato un'autorità assolutamente incontestabile, l'organizzatore di tutto il potere sovietico in Russia, colui che, fornito di particolari cognizioni, ha organizzato il lavoro del partito il quale ha creato questi soviet e ha tradotto in realtà, nella pratica, il potere sovietico che ora, attraverso difficoltà, sofferenze e sangue, sta compiendo il suo cammino verso tutti i popoli, nei paesi di tutto il mondo. Non potremo mai sostituire quest'uomo che ha saputo formarsi un talento d'organizzatore così eccezionale, se per sostituire intendiamo la possibilità di trovare un uomo, un compagno che disponga di tali capacità. Nessuno fra coloro che hanno conosciuto da vicino Iakov Mikhailovic, che hanno seguito il suo costante lavoro, può dubitare che, in questo senso, Iakov Mikhailovic è insostituibile. Il lavoro che egli ha compiuto da solo nel campo dell'organizzazione, della scelta dei quadri, della loro destinazione a posti di responsabilità in tutti i vari settori, questo lavoro noi saremo in grado di compierlo soltanto se affideremo ciascuna delle grandi branche di lavoro che il compagno Sverdlov dirigeva da solo, a un gruppo di uomini che, seguendo il suo cammino, sappiano avvicinarsi a ciò che compiva un uomo solo. Ma la rivoluzione proletaria è forte proprio perché ha sorgenti profonde. Sappiamo che al posto degli uomini che avevano consacrato e donato con abnegazione la loro vita alla lotta, la rivoluzione fa sorgere intere schiere di altri uomini, forse meno esperti, meno istruiti e meno preparati all'inizio del loro cammino, ma strettamente legati alle masse e capaci di mettere al posto dei grandi talenti scomparsi gruppi di uomini che continueranno la loro opera, seguiranno il loro cammino e porteranno a compimento ciò che essi hanno iniziato. Di questo siamo profondamente convinti: la rivoluzione proletaria in Russia e in tutto il mondo farà sorgere vasti strati di proletari, di contadini lavoratori, che ci porteranno quella conoscenza pratica della vita, quel talento organizzativo collettivo, se non individuale, senza il quale l'esercito di milioni di proletari non può giungere alla vittoria. Il compagno I.M. Sverdlov resterà nella nostra memoria non soltanto come eterno simbolo della dedizione di un rivoluzionario alla sua causa, non soltanto come modello di sintesi fra lucidità e capacità pratiche, di completo legame con le masse e di capacità di dirigerle; il suo ricordo sarà per noi anche la garanzia che masse sempre più larghe di proletari, ispirandosi a questo esempio, andranno sempre avanti, verso la vittoria definitiva della rivoluzione comunista mondiale".125 L'VIII congresso del PCR(b) approvò il nuovo Programma del partito elaborato sotto la vigile direzione di Lenin, nel quale si definivano i compiti del partito nel passaggio dal capitalismo al socialismo; gli indirizzi di politica economica da seguire; le alleanze di classe che il proletariato doveva sviluppare in quel particolare momento, soprattutto l'atteggiamento verso i contadini medi; la questione militare e specificatamente i principi guida da seguire nella formazione dell'Armata Rossa. Per quanto riguarda le problematiche che accompagnavano la costruzione socialista interna alla Russia, Lenin, nel Rapporto dal Comitato centrale all'VIII congresso relazionò in questi termini: "... Passo ora al problema dell'edificazione interna e mi soffermerò brevemente sull'elemento essenziale che caratterizza l'esperienza politica, il bilancio dell'attività politica del Comitato centrale in questo periodo. Quest'attività politica del Comitato centrale si è manifestata ogni giorno in questioni d'immensa importanza. Senza l'intenso lavoro comune di cui ho parlato, non avremmo potuto agire come abbiamo agito, non avremmo potuto risolvere i problemi militari. Sulla questione dell'Esercito rosso, che ora suscita tali dibattiti e alla quale è dedicato un punto particolare dell'ordine del giorno del congresso, abbiamo preso una quantità di piccole decisioni che il Comitato centrale del nostro partito ha proposto e che bisogna attuare per mezzo del Consiglio dei commissari del popolo e del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia. Ancora più numerose sono le direttive particolari, importantissime, date dai commissari del popolo, ciascuno a nome proprio, ma che tutte traducono in pratica, in modo sistematico e conseguente, una stessa linea generale. La questione della struttura dell'Esercito rosso era del tutto nuova, non era mai stata posta, neppure teoricamente... il proletariato, che vuole dominare e che domina, deve darne la prova anche con la sua organizzazione militare. Come può, la classe che finora per gli ufficiali della classe imperialistica dominante è stata carne da macello, come può questa classe creare i suoi ufficiali, come può risolvere il problema di conciliare l'entusiasmo, il nuovo spirito creativo rivoluzionario degli oppressi con l'utilizzazione di questa riserva di scienza e tecnica borghese, del militarismo nelle sue forme peggiori, senza le quali non potrà impadronirsi della tecnica e dei metodi di guerra moderni? Qui è sorto per noi un problema che un anno d'esperienza ha generalizzato. Quando, nel programma rivoluzionario del nostro partito, abbiamo parlato degli specialisti, abbiamo fatto il bilancio dell'esperienza pratica del nostro partito in una delle questioni più importanti. Non ricordo che i precedenti maestri del socialismo, i quali avevano previsto molte caratteristiche della futura rivoluzione socialista e dato molte indicazioni, si siano mai pronunziati su questa questione. Essa non esisteva per loro perché si è posta soltanto quando ci siamo accinti a costruire l'Esercito rosso. Questo significava: da una classe oppressa, che era trattata come carne da macello, costruire un esercito pieno di entusiasmo, e indurlo a utilizzare ciò che il capitalismo ci aveva lasciato in eredità di più violento e di più ripugnante. Questa contraddizione, in cui urtiamo quando si tratta dell'Esercito rosso, esiste in tutti i campi della nostra edificazione. Prendete la questione di cui si è parlato più di ogni altra: il passaggio dal controllo operaio alla gestione operaia dell'industria. Dopo i decreti e le decisioni del Consiglio dei commissari del popolo e degli organi locali del potere sovietico, - i quali, tutti, sono stati artefici della nostra esperienza politica in questo campo - al Comitato centrale, in sostanza, toccava soltanto fare il bilancio. Esso non poteva, in tale questione, dirigere nel vero senso della parola. Basta ricordare quanto erano inefficaci, spontanei e casuali i nostri primi decreti e decisioni sul controllo operaio dell'industria. Ci sembrava fosse facile a farsi. In pratica ciò condusse a dimostrare la necessità della edificazione, ma non avevamo affatto risposto alla domanda: come costruire. Ogni fabbrica nazionalizzata, ogni settore dell'industria nazionalizzata, i trasporti, e soprattutto i trasporti ferroviari, - questa grandissima espressione del meccanismo capitalistico, che è costruito nel modo più centralizzato sulla base di una enorme tecnica materiale, e che per lo Stato è in tutto e per tutto indispensabile - tutto ciò incarnava in sé l'esperienza concentrata del capitalismo e ci procurava immense difficoltà. Da queste difficoltà non siamo affatto usciti neppure adesso. All'inizio consideravamo queste difficoltà in modo assolutamente astratto, come rivoluzionari che fanno della propaganda, ma non sanno assolutamente da che parte cominciare. Molti, naturalmente, ci hanno accusato - e ancora oggi tutti i socialisti e i socialdemocratici ci accusano - di esserci messi all'opera senza sapere come portarla a termine. Ma è un'accusa ridicola di cadaveri viventi. Come se si potesse fare una grandissima rivoluzione sapendo in anticipo come portarla a termine! Come se questa scienza si potesse attingere dai libri! No, la nostra decisione poteva nascere solamente dall'esperienza delle masse. Ed io credo che sia stato un nostro merito di esserci messi, tra difficoltà incredibili, a risolvere un problema che fino allora ci era a metà sconosciuto, di aver chiamato le masse proletarie a un lavoro autonomo, di essere arrivati alla nazionalizzazione degli stabilimenti industriali, ecc. Ricordiamo come, a Smolny, promulgavamo dieci o dodici decreti alla volta. Era una manifestazione della nostra decisione e del nostro desiderio di risvegliare l'esperienza e l'iniziativa delle masse proletarie. Adesso abbiamo quest'esperienza. Adesso siamo passati dal controllo della gestione operaia dell'industria, o ci siamo assai vicini. Adesso, invece di un'impotenza totale, abbiamo una serie di indicazioni della esperienza e, nella misura del possibile, nel nostro programma abbiamo fatto il bilancio di questa esperienza. Bisognerà esaminarla molto a fondo quando tratteremo la questione dell'organizzazione. Non avremmo potuto compiere questo lavoro se i compagni dei sindacati non ci avessero aiutato e non avessero lavorato con noi. Nell'Europa occidentale la questione si pone diversamente. Colà i compagni vedono nei sindacati un malanno, perché questi sono a tal punto dominati dai rappresentanti gialli del vecchio socialismo che i comunisti contano poco sul loro appoggio. Molti comunisti occidentali, e perfino Rosa Luxemburg, propugnano la liquidazione dei sindacati. Ciò mostra quanto sia difficile il nostro compito nell'Europa occidentale. Da noi, invece, non potremmo reggerci neppure un mese senza il loro appoggio. A questo riguardo abbiamo l'esperienza di un immenso lavoro pratico che ci permette di affrontare la soluzione dei problemi più difficili. Prendiamo il problema degli specialisti contro cui urtiamo ad ogni passo, che risorge ogni volta che si fa una nomina, e di cui devono occuparsi sia i rappresentanti dell'economia nazionale sia il Comitato centrale del partito. Nella situazione attuale il Comitato centrale del partito non può lavorare rispettando tutte le formalità. Se non fosse possibile designare dei compagni che, nel loro settore, lavorino autonomamente, non potremmo lavorare affatto. Soltanto perché avevamo degli organizzatori come Sverdlov abbiamo potuto lavorare, durante la guerra, senza nessun conflitto degno di rilievo. Mentre dovevamo per forza avvalerci dell'aiuto di coloro che ci offrivano i loro servigi e avevano una istruzione loro data nei vecchi tempi. Prendiamo in particolare la direzione dell'apparato militare. Qui, senza fiducia nello stato maggiore, negli importanti specialisti dell'organizzazione, non si può risolvere il problema. Sui particolari avevamo alcuni dissensi, ma sulla questione fondamentale non potevano esserci dubbi. Abbiamo fatto ricorso all'aiuto di specialisti borghesi completamente imbevuti di mentalità borghese e che ci hanno traditi e ci tradiranno ancora per anni. Tuttavia, pensare di poter edificare il comunismo soltanto con le mani dei comunisti puri, senza l'aiuto degli specialisti borghesi, è un'idea puerile. Siamo temprati nella lotta, siamo forti e uniti, e dobbiamo seguire il cammino del lavoro organizzato utilizzando le conoscenze e l'esperienza di questi specialisti. È una condizione indispensabile, senza la quale non si può edificare il socialismo. Senza l'eredità della cultura capitalistica, non riusciremo a costruirlo. Non c'è altro materiale per edificare il comunismo, fuorché quello che ci ha lasciato il capitalismo. Dobbiamo ora costruire in pratica, e siamo costretti a creare la società comunista con le mani dei nostri nemici. Sembra una contraddizione, forse addirittura una contraddizione irrisolvibile, ma in realtà soltanto in questo modo si può raggiungere l'obiettivo dell'edificazione comunista. E quando consideriamo la nostra esperienza, le difficoltà quotidiane incontrate per risolvere questo problema, quando vediamo il lavoro pratico del Comitato centrale, mi sembra che, quanto all'essenziale, il nostro partito questo problema l'abbia risolto. Ciò ha presentato enormi difficoltà, ma soltanto così il problema poteva essere risolto. Il comune lavoro creativo e organizzativo doveva mettere gli specialisti borghesi nella condizione di marciare nelle file del proletariato, per quanto essi si opponessero e lottassero ad ogni passo. Dovevamo farli lavorare, come forza tecnica e culturale, per conservarli e per fare di un paese capitalistico barbaro e arretrato, un paese civile, un paese comunista. Penso che nel corso di quest'anno abbiamo imparato a costruire, ci siamo messi sulla giusta via e non ce ne allontaneremo". Su tale questione va sottolineato che l'VIII congresso del PCR(b) approvò un'importante mozione sulla questione militare, presentata dalla Commissione preposta diretta da Stalin. In essa, tra l'altro, si metteva in evidenza che l'Armata Rossa era "un esercito regolare di classe" con direzione centralizzata ed una ferrea disciplina. Il PCR(b) dava così il giusto indirizzo ad un problema che aveva creato dissensi e malcontento nel partito e nell'Esercito rosso a causa soprattutto di concezioni antitetiche, ma, entrambe dannose e sbagliate. Una posizione era quella di Trotzki, allora capo del Consiglio militare rivoluzionario, che anziché trovare il giusto equilibrio nell'inserimento e nell'utilizzo degli "specialisti militari" nell'Armata Rossa, ricorse all'arruolamento massiccio e "incontrollato" degli specialisti, affidando ad essi un ruolo primario e, nel contempo, manifestando un atteggiamento ostile e di non considerazione per i quadri bolscevichi dell'Esercito rosso; l'altra posizione era espressa al congresso dall'"opposizione militare", formata soprattutto da ex esponenti dei comunisti di sinistra, che era totalmente contraria alla creazione di un esercito regolare ed all'utilizzo, al suo interno, di "specialisti militari". "Vorrei - prosegue Lenin nel suo Rapporto al congresso - ancora affrontare in breve la questione dell'approvvigionamento e quella della campagna. La questione dell'approvvigionamento è sempre stata la più difficile da noi. In un paese in cui il proletariato ha dovuto prendere il potere con l'aiuto dei contadini, in cui il proletariato ha avuto la funzione di agente della rivoluzione piccolo-borghese, la nostra rivoluzione è stata in larga misura una rivoluzione borghese fino all'organizzazione dei Comitati dei contadini poveri, cioè fino all'estate e perfino all'autunno del 1918. Non abbiamo paura di dirlo. Abbiamo fatto così facilmente la Rivoluzione d'ottobre perché i contadini, nel loro complesso, ci seguivano, perché marciavano contro i grandi proprietari fondiari, perché vedevano che in questo noi saremmo andati fino in fondo, perché noi attuavamo in forma di leggi ciò che i giornali socialisti-rivoluzionari pubblicavano, ciò che la paurosa piccola-borghesia prometteva, ma non poteva fare. Ma quando si cominciarono a organizzare i comitati dei contadini poveri, allora la nostra rivoluzione divenne una rivoluzione proletaria. Dinanzi a noi è sorto un problema che siamo ancora ben lontani dall'aver risolto. Ma è assai importante l'averlo impostato praticamente. I comitati dei contadini poveri sono stati una fase di transizione. Il primo decreto sull'organizzazione di questi comitati fu promulgato dal potere sovietico per iniziativa del compagno Tsiurupa, che era allora a capo del servizio degli approvvigionamenti. Bisognava salvare dalla morte la popolazione non agricola, tormentata dalla fame. Questo era possibile soltanto per mezzo dei comitati dei contadini poveri, quali organizzazioni proletarie. E quando abbiamo visto che nelle campagne, nell'estate del 1918, incominciava e avveniva la Rivoluzione d'ottobre, soltanto allora ci siamo posti sulla nostra vera base proletaria, soltanto allora la nostra rivoluzione è diventata proletaria nei fatti, e non nei proclami, nelle promesse e nelle dichiarazioni. Adesso non abbiamo ancora risolto il problema che sta di fronte al nostro partito: creare le forme per l'organizzazione del proletariato e del semiproletariato delle campagne. Recentemente mi è capitato di assistere a Pietrogrado a uno dei primi congressi degli operai agricoli del governatorato di Pietrogrado. Ho visto che avanziamo ancora a tentoni in questo campo, ma sono sicuro che si andrà avanti. Debbo dire che l'esperienza principale fornitaci dalla direzione politica di quest'anno è che dobbiamo trovare qui un appoggio sul piano organizzativo. Abbiamo fatto un passo in questa direzione formando i comitati dei contadini poveri, rinnovando i soviet e riorganizzando la nostra politica di approvvigionamenti, nella quale abbiamo incontrato difficoltà incredibili. Forse, nelle zone periferiche della Russia che stanno ora diventando sovietiche, - l'Ucraina, il Don, - dovremo modificare questa politica. Sarebbe un errore copiare semplicemente, secondo un unico modello, i decreti per tutte le località della Russia; commetterebbero un errore i comunisti bolscevichi, i funzionari sovietici in Ucraina e sul Don se si mettessero a diffonderli senza discernimento, in blocco, nelle altre regioni. Ci capiterà di conoscere non poche caratteristiche originali, non dovremo in nessun caso imporci un modello, non decideremo una volta per tutte che la nostra esperienza, l'esperienza della Russia centrale, può essere interamente trasferita in tutte le regioni periferiche. Ci siamo appena messi a costruire veramente, stiamo appena compiendo i primi passi in questo senso e ci si apre un immenso campo d'azione. Ho detto che il primo passo decisivo del potere sovietico è stata l'organizzazione dei comitati dei contadini poveri. Essi sono stati istituiti dagli addetti all'approvvigionamento sotto la spinta della necessità. Ma per raggiungere i nostri obiettivi non ci bastano organizzazioni provvisorie quali sono i comitati dei contadini poveri. Da noi, accanto ai soviet, esistono organizzazioni sindacali che utilizziamo come scuola per le masse arretrate. Lo strato degli operai che hanno di fatto diretto la Russia nel corso di quest'anno e attuato tutte la sua politica, questo strato, che ha costituito la nostra forza, è incredibilmente sottile in Russia. Ce ne siamo convinti, lo risentiamo personalmente. Se nel futuro uno storico raccoglierà i dati per stabilire quali gruppi hanno diretto la Russia in questi diciassette mesi, quali sono le centinaia, le migliaia di persone che si sono sobbarcate tutto questo lavoro, che si sono addossate il peso incredibile di dirigere il paese, nessuno crederà che questo sia stato ottenuto da forze così esigue. Forze esigue, perché i dirigenti politici capaci, colti, istruiti, erano pochi in Russia. Questo strato in Russia era sottile, e durante la lotta trascorsa si è esaurito, estenuato, ha fatto più di quanto poteva. Penso che in questo congresso cercheremo i mezzi pratici per utilizzare nell'industria e, cosa ancora più importante, nelle campagne, forze sempre nuove su scala massiccia, di far partecipare al lavoro dei soviet operai e contadini di livello medio o anche più basso. Senza il loro aiuto su scala massiccia, una attività ulteriore, a nostro parere, sarebbe impossibile. Siccome il mio tempo sta per finire, voglio dire solo qualche parola sul nostro atteggiamento verso i contadini medi. Il nostro atteggiamento nei loro confronti è stato chiaro, in linea di principio, anche prima dell'inizio della rivoluzione. Ci ponevamo l'obiettivo di neutralizzare i contadini. A Mosca, durante una riunione nella quale era stata sollevata la questione dell'atteggiamento verso i partiti piccolo-borghesi, citai le parole precise di Engels, il quale non soltanto diceva che il contadino medio è nostro alleato, ma esprimeva anche la certezza che forse si sarebbe riusciti a evitare le repressioni, le misure coercitive anche nei confronti dei grossi contadini. In Russia questa ipotesi non si è avverata: abbiamo impegnato, impegniamo e impegneremo una guerra civile aperta contro i kulak. È inevitabile. Lo abbiamo visto in pratica. Ma spesso, per la mancanza di esperienza dei funzionari dei soviet e per le difficoltà del problema, i colpi destinati ai kulak sono caduti sui contadini medi. Qui abbiamo commesso un errore di estrema gravità. L'esperienza acquisita in questo campo ci aiuterà a far di tutto per evitarlo in avvenire. Ecco il compito che ci si pone non teoricamente, ma praticamente. Sapete benissimo che è un compito difficile. Non abbiamo beni da offrire al contadino medio, ed egli è un materialista, un uomo pratico ed esige concreti beni materiali che attualmente noi non possiamo dare e dei quali il paese dovrà fare a meno forse ancora per mesi, in questa dura lotta che ora promette una vittoria completa. Ma possiamo fare molto nella nostra pratica amministrativa: migliorare il nostro apparato, correggere una serie di abusi. Possiamo e dobbiamo correggere e rettificare la linea del nostro partito, che non tendeva abbastanza al blocco, all'alleanza e all'accordo col contadino medio. Ecco, in breve, ciò che ho potuto segnalarvi circa l'attività economica e politica del Comitato centrale durante l'anno scorso".126 Il 1919 fu l'anno in cui gli aggressori imperialisti e le guardie bianche strinsero d'assedio la Repubblica sovietica. Fin dalla primavera, a nord del paese, nelle zone di Murmansk e di Arcangelo, inglesi e americani organizzavano direttamente l'invasione della Russia centrale, mentre più ad ovest finanziavano le bande criminali del generale Judenic. A occidente fu la Polonia, dominata dalla borghesia e dai grandi proprietari agrari, ad attaccare la Russia. In Transcaucasia l'Intesa foraggiava e sosteneva i regimi bianchi dei menscevichi in Georgia, dei dasnaki in Armenia e dei musavatisti in Azerbaigian. Nel Caucaso tiranneggiavano le bande controrivoluzionarie di Denikin, mentre nell'Asia centrale gli inglesi si rendevano responsabili di atrocità inaudite. Il generale Kolciak stringeva in una morsa di sanguinario terrore la Siberia e gli Urali, ben presto aiutato dagli americani e dai giapponesi che, partendo dall'estremo oriente attraverso l'occupazione di un territorio importante sul piano economico, andarono ad unirsi alle armate di Kolciak. Furono due anni durissimi per il popolo sovietico il 1919 ed il 1920. Due anni di stenti, di fame, di lutti imposti dalla guerra e dalle rappresaglie, di lavoro duro e continuo per far fronte alle innumerevoli necessità e alle grandi difficoltà del momento. Due anni però, affrontati avendo piena comprensione e ragione di quale era la posta effettivamente in gioco, e con la ferma volontà di uscire vincitori da quel conflitto che avrebbe significato il poter portare avanti l'entusiasmante e storico progetto iniziato con la Rivoluzione d'Ottobre. Due anni affrontati con grande spirito di sacrificio e la cosciente consapevolezza degli obiettivi da raggiungere. Il 1920 iniziò con la liberazione da parte dell'Armata Rossa di tutto il territorio settentrionale della Repubblica russa e, nel febbraio, iniziò, con pieno successo, la riconquista delle zone centrali dell'Asia sovietica. Le armate bianche controrivoluzionarie dei generali Kolciak, Denikin e Judenic furono costrette, passando di sconfitta in sconfitta, ad una completa capitolazione. E subito, ciascuna delle zone liberate si univa al resto del paese per farlo progredire con più vigore nella ricostruzione e nel rilancio dello sviluppo economico socialista. Alla edificazione economica e ai compiti necessari alla sua realizzazione, lavorò il IX Congresso del Partito Comunista Russo (bolscevico) che si tenne tra il 29 marzo e il 5 aprile. Nel discorso di apertura del Congresso Lenin sottolineò: "... Lo sviluppo interno della nostra rivoluzione ha portato, nella guerra civile, alle vittorie più grandi e più rapide sul nemico, e, data la situazione internazionale, queste vittorie sono state null'altro che la vittoria della rivoluzione sovietica, del primo paese che ha compiuto tale rivoluzione, del paese più debole e arretrato, una vittoria sul capitalismo e sull'imperialismo coalizzato del mondo intero. Dopo queste vittorie possiamo affrontare con serena e ferma sicurezza gli attuali compiti della pacifica edificazione economica, con la certezza che il presente congresso farà il bilancio di oltre due anni di esperienza di lavoro sovietico e saprà trarre profitto dall'esperienza acquisita per risolvere il problema più difficile e complesso che ci sta dinanzi, il problema dell'edificazione economica".127 Il Congresso definì una linea politica chiara e incisiva del partito nel campo dell'edificazione economica. Contro questa linea si schierò il gruppo denominatosi "gruppo del centralismo democratico" diretto da Sapronov e Osinski, e sostenuto da Tomski e Rykov. Essi si fecero fautori, in un modo quanto mai astratto perché avulso da ogni realtà concreta, del principio della "collegialità" rispetto a quello della "direzione unica" nelle fabbriche, ecc. Lenin nel corso del dibattito congressuale evidenziò le deformazioni e le incongruenze teoriche di questa opposizione, sottolineando altresì la validità e la necessità della più ferma disciplina come fattore indispensabile alla realizzazione degli obiettivi prefissati e dei compiti a cui assolvere. Nel Rapporto del Comitato centrale al IX Congresso del PCR(b), Lenin disse: "Compagni, prima di cominciare il mio rapporto devo dire che questo è diviso, come nell'ultimo congresso, in due parti: la parte politica e la parte che concerne i problemi organizzativi. Questa divisione induce innanzitutto a pensare al modo in cui è proceduto il lavoro del Comitato centrale dal lato esteriore, dal lato organizzativo. Il nostro partito ha vissuto il suo primo anno senza I. M. Sverdlov, e tutta l'organizzazione del Comitato centrale non poteva non risentire di questa perdita. Nessuno ha saputo unire il lavoro di organizzazione al lavoro politico come faceva il compagno Sverdlov, e noi abbiamo dovuto pensare a sostituire al suo lavoro il lavoro di un gruppo. Il lavoro del Comitato centrale durante l'anno trascorso è stato fatto, per quanto concerneva l'attività corrente, quotidiana, da due collegi eletti dall'assemblea plenaria del Comitato centrale: L'Ufficio di organizzazione del CC e l'Ufficio politico del CC e, per assicurare la concordanza e la coerenza delle decisioni di questi due organismi, il segretario faceva parte dei due Uffici... Non è ancora giunto il momento di scrivere la storia del potere sovietico. E anche se fosse giunto, noi - parlo a nome mio e, credo, anche del Comitato centrale - non abbiamo l'intenzione di fare gli storici. Quel che ci interessa è il presente e l'avvenire. L'attività dell'anno scorso, la consideriamo come una documentazione, un insegnamento, un punto di partenza dal quale dobbiamo procedere oltre. Muovendo da questa considerazione si può dividere il lavoro del Comitato centrale in due grandi rami: il lavoro che si ricollega ai compiti militari e a quelli che determinano la situazione internazionale della Repubblica, e il pacifico lavoro interno di edificazione economica, che è cominciato a passare in primo piano forse soltanto dallo scorso anno o dall'inizio di quest'anno, quando è apparso con perfetta chiarezza che avevamo riportato la vittoria definitiva sui fronti decisivi della guerra civile. Nella primavera dell'anno scorso la nostra situazione militare era estremamente difficile; dovemmo subire, come ricordate, parecchie sconfitte, nuove grandi offensive inaspettate dei rappresentanti della controrivoluzione e dei rappresentanti dell'Intesa, offensive che non potevamo prevedere. È quindi perfettamente naturale che la maggior parte di questo periodo sia stata assorbita dall'attività svolta per risolvere il problema militare, quello della guerra civile, problema che a tutti i pusillanimi, - senza parlare dei partiti dei menscevichi, dei socialisti-rivoluzionari e degli altri rappresentanti della democrazia piccolo-borghese - alla massa degli elementi intermedi, pareva insolubile e che faceva loro dire del tutto sinceramente che così era, che la Russia, arretrata e indebolita, non avrebbe potuto vincere il regime capitalistico in tutto il mondo, poiché la rivoluzione in Occidente ritardava. Noi dovevamo, quindi, senza abbandonare la nostra posizione, dire con piena fermezza e conservandone la certezza assoluta, che avremmo vinto; dovevamo applicare la parola d'ordine: 'Tutto per la vittoria!' e 'tutto per la guerra'. In nome di questa parola d'ordine, dovevamo acconsentire, con piena consapevolezza e senza nasconderlo, a non soddisfare molti bisogni dei più immediati, a lasciare spesso molti senza aiuto, convinti della necessità di dover concentrare tutte le forze per la guerra e di dover vincere nella guerra impostaci dall'Intesa. Unicamente perché il partito stava all'erta, perché esso era rigorosamente disciplinato e il suo prestigio univa tutte le istituzioni e tutti gli organismi, perché decine, centinaia, migliaia e milioni di persone seguivano come un sol uomo la parola d'ordine lanciata dal Comitato centrale, unicamente perché i sacrifici inauditi furono sopportati, il miracolo avvenuto ha potuto prodursi. E per questo soltanto, nonostante la campagna degli imperialisti dell'Intesa e degli imperialisti di tutto il mondo, ripetuta due, tre, quattro volte, fummo in grado di vincere. Certo, non ci limitiamo a sottolineare questo lato della questione; ma dobbiamo vedervi una lezione, e cioè che senza disciplina e senza centralizzazione non avremmo mai adempiuto questo compito. I sacrifici inauditi da noi fatti per salvare il nostro paese dalla controrivoluzione, per assicurare alla rivoluzione russa la vittoria su Denikin, Judenic e Kolciak sono il pegno della rivoluzione sociale in tutto il mondo. Per adempiere questi compiti ci è voluta la disciplina del partito, una centralizzazione severissima, la certezza assoluta che i sacrifici terribilmente penosi di decine e centinaia di migliaia di persone avrebbero contribuito ad adempierli, che ciò poteva effettivamente essere fatto e assicurato. E bisognava che il nostro partito e la classe che esercita la dittatura, la classe operaia, fossero i fattori dell'unione di milioni e milioni di lavoratori in Russia e in tutto il mondo. Se pensiamo alla causa profonda di questo miracolo storico, - la vittoria di un paese debole, esaurito, arretrato sui paesi più forti del mondo - vediamo che in fin dei conti essa risiede nella centralizzazione, nella disciplina e in un'abnegazione senza precedenti. Sorte su quale base? Milioni di lavoratori hanno potuto, nel paese meno colto, giungere a questa organizzazione, a questa disciplina, a questa centralizzazione soltanto perché gli operai, passati per la scuola del capitalismo, erano stati uniti dal capitalismo, e perché il proletariato in tutti i paesi avanzati si era unito, in proporzioni tanto più vaste quanto più il paese era avanzato; dall'altro lato, perché la proprietà, la proprietà capitalistica, la piccola proprietà nella produzione mercantile, divide gli operai. La proprietà divide, e noi uniamo, uniamo in numero sempre maggiore milioni di lavoratori in tutto il mondo... Se ci si domanda, in fin dei conti, perché abbiamo potuto vincere, perché dovevamo vincere, vediamo che ciò è avvenuto unicamente perché tutti i nostri nemici, formalmente uniti da legami di ogni tipo con i governi e i rappresentanti del capitale più forti del mondo - qualunque fosse la loro unione formale - erano risultati divisi; il loro legame interno li divideva, li lanciava gli uni contro gli altri, e la proprietà capitalistica li disgregava, li trasformava da alleati in bestie feroci, cosicché essi non videro che la Russia sovietica faceva aumentare il numero dei suoi fautori tra i soldati inglesi sbarcati ad Arcangelo, tra i marinai francesi sbarcati a Sebastianopoli, tra gli operai di tutti i paesi dove i socialconciliatori si erano schierati dalla parte del capitale, in tutti i paesi avanzati, senza eccezione. E questa causa fondamentale - la più profonda - ci ha dato in definitiva la più sicura vittoria; essa è stata e rimane la fonte principale, invincibile, inesauribile della nostra forza, ed essa ci permette di dire che, quando avremo realizzato completamente nel nostro paese la dittatura del proletariato, la massima unione delle forze di quest'ultimo per mezzo della sua avanguardia, del suo partito di avanguardia, potremo attendere la rivoluzione mondiale. Ed è questa, in realtà, l'espressione della volontà, della decisione del proletariato di unire milioni e decine di milioni di operai di tutti i paesi... Abbiamo un'alleanza internazionale che non è fissata in nessun documento, che non è ufficialmente ratificata, non rappresenta nulla dal punto di vista del 'diritto pubblico', ma è in realtà tutto nel mondo capitalistico in decomposizione. Ogni mese in cui conquistavamo delle posizioni, o in cui resistevamo semplicemente contro un nemico potentissimo, provava a tutto il mondo che avevamo ragione e faceva venire a noi nuovi milioni di uomini. Questo processo è parso difficile, è stato accompagnato da enormi sconfitte. L'inaudito terrore bianco in Finlandia fu seguito, appunto quest'anno, dalla sconfitta della rivoluzione ungherese, soffocata dai rappresentanti dell'Intesa che avevano ingannato i loro parlamentari concludendo un trattato segreto con la Romania. Fu il tradimento più vile, un complotto internazionale dell'Intesa ordito per soffocare la rivoluzione ungherese con il terrore bianco, senza parlare di ciò che i suoi rappresentanti fecero per mettersi d'accordo con i conciliatori tedeschi per soffocare la rivoluzione tedesca e del modo come costoro, dopo aver dichiarato che Liebknecht era un tedesco onesto, si gettarono come cani arrabbiati, insieme con gli imperialisti della Germania, contro questo tedesco onesto. Questi uomini superarono tutto ciò che era possibile immaginare, ogni loro simile repressione non faceva che renderci più saldi e più forti e faceva loro perdere il terreno sotto i piedi... all'inizio della Rivoluzione di ottobre il bolscevismo era considerato come una stranezza; e se in Russia si dovette ben presto abbandonare questo modo di vedere, dovuto allo stato embrionale e alla debolezza della rivoluzione proletaria, anche in Europa esso fu abbandonato. Il bolscevismo è diventato un fenomeno mondiale; la rivoluzione ha alzato la testa. Il sistema sovietico, per la cui istituzione ci ispirammo ai comandamenti del 1905, elaborando la nostra propria esperienza, questo sistema sovietico è diventato un fatto storico universale. Oggi due campi avversi, pienamente consapevoli, stanno l'uno di fronte all'altro nel mondo intero, lo si può dire senza la minima esagerazione. Occorre notare che essi si sono schierati l'uno di fronte all'altro, pronti alla lotta decisiva e finale, soltanto quest'anno, e che oggi, appunto durante i lavori del congresso, attraversiamo forse uno dei momenti di transizione più importanti, difficili, ancora non terminati, dalla guerra alla pace. Voi tutti sapete che i capi delle potenze imperialistiche dell'Intesa, che gridavano ai quattro venti: 'Non cesseremo mai la guerra contro gli usurpatori, i banditi che si sono impadroniti del potere, i nemici della democrazia, i bolscevichi!'; voi sapete come costoro sono stati costretti a togliere il blocco, come è fallito il loro tentativo di unire contro di noi le piccole potenze, perché noi avevamo saputo attrarre dalla nostra parte non soltanto gli operai di tutti i paesi, ma anche la borghesia dei piccoli paesi, poiché gl'imperialisti opprimono non soltanto gli operai dei propri paesi, ma anche la borghesia dei piccoli Stati. Sapete come abbiamo attratto dalla nostra parte la borghesia esitante dei paesi avanzati; ora è venuto il momento in cui l'Intesa viola le sue promesse, i suoi impegni, i suoi trattati, che d'altronde essa aveva concluso decine di volte con ogni tipo di guardie bianche russe. E oggi con questi trattati essa è rimasta con un pugno di mosche perché, per essi, ha sperperato centinaia di milioni senza portare a termine la sua impresa. Levato il blocco, l'Intesa ha iniziato di fatto trattative di pace con la repubblica sovietica, ma non le porta a termine; per questo le piccole potenze hanno perduto la fiducia che avevano in essa e nelle sue forze. La situazione dell'Intesa, la sua situazione internazionale - noi lo vediamo - non può essere definita dal punto di vista dei concetti abituali in giurisprudenza. Gli Stati dell'Intesa non si trovano né in stato di pace, né in stato di guerra con i bolscevichi; essi ci riconoscono e non ci riconoscono. E questa disgregazione completa dei nostri avversari, i quali erano convinti di rappresentare qualcosa, dimostra che essi non rappresentano null'altro che un pugno di belve capitalistiche, che si sono azzuffate tra di loro e non sono assolutamente in grado di fare alcunché contro di noi. La situazione è oggi tale che la Lettonia ci fa ufficialmente proposte di pace; la Finlandia ci ha mandato un telegramma in cui si parla ufficialmente di una linea di demarcazione, ma che in sostanza significa il passaggio a una politica di pace. Infine la Polonia - quella Polonia i cui rappresentanti hanno brandito con foga particolare le armi e continuano a brandirle, quella Polonia che ha ricevuto e riceve ancora il maggior numero di treni carichi di pezzi d'artiglieria e il maggior numero di promesse di aiuto di ogni genere, purché continui la lotta contro la Russia - persino la Polonia, che è costretta, per la situazione così poco sicura in cui si trova il suo governo a gettarsi in tutte le avventure di guerra, ci ha invitati a intavolare trattative di pace. Bisogna essere molto prudenti. La nostra politica esige soprattutto un atteggiamento cauto. La cosa più difficile è trovare la linea giusta, perché nessuno sa ancora su quale binario si trovi il treno, e il nemico stesso non sa che cosa farà domani. I signori rappresentanti della politica francese, che più di tutti aizzano la Polonia, e i capi della Polonia borghese e degli agrari non sanno che cosa avverrà domani, non sanno quel che vogliono. Oggi essi dicono: 'Signori, dateci alcuni treni di cannoni, alcune centinaia di milioni, e siamo pronti a batterci contro il bolscevismo'. Essi tacciono le notizie sugli scioperi che in Polonia vanno estendendosi; accentuano i rigori della censura per nascondere la verità... Noi sappiamo che ogni mese le nostre forze si accrescono in modo prodigioso e continuano ad accrescersi. La nostra situazione nel mondo è quindi oggi più solida che mai. Dobbiamo tuttavia prestare un'estrema attenzione alla crisi internazionale e mostrare di essere pronti a far fronte a qualsiasi eventualità. La Polonia ci ha fatto una proposta ufficiale di pace. Questi signori si trovano in una situazione disperata... La borghesia polacca lancia la sua proposta di pace ben sapendo che per essa un'avventura potrebbe essere un'avventura alla Kornilov. E noi, sapendo che il nostro avversario - il quale non sa che cosa vuol fare, che cosa farà domani - si trova in una situazione disperata, dobbiamo dirci con piena fermezza che la guerra è possibile nonostante le proposte di pace fatteci. È impossibile prevedere quale sarà domani l'atteggiamento dei nostri nemici... Li conosciamo questi signori, e perciò afferriamo con tutte e due le mani la proposta di pace, facendo le massime concessioni, convinti che la pace con le piccole potenze farà avanzare le cose infinitamente meglio della guerra, che è servita agli imperialisti per ingannare le masse lavoratrici, per nascondere loro la verità sulla Russia dei soviet. Qualsiasi pace aprirà quindi alla nostra influenza una strada cento volte più grande e più larga. La nostra influenza è già stata grande negli ultimi anni... Non v'è alcun dubbio che si fanno dei preparativi di guerra. Molti Stati, vicini della Russia, e fors'anche non vicini, ricorrono oggi al riarmo. Ecco perché dobbiamo soprattutto manovrare nella nostra politica internazionale, seguire con fermezza la linea che abbiamo fissato ed essere pronti a tutto. Abbiamo condotto con estrema energia la guerra per la pace. Questa guerra dà risultati magnifici... Ma se anche i piccoli Stati volessero la pace con noi, questa non dipende dalla loro volontà. Essi sono impegolati nei debiti verso i paesi dell'Intesa i quali sono divisi da gravissime discordie e rivalità. Dobbiamo quindi ricordarci che, nella situazione che si è creata su scala storica mondiale, situazione determinata dalla guerra civile e dalla guerra contro l'Intesa, la pace naturalmente è possibile. Ma ad ogni nostro passo in favore della pace dobbiamo, senza disarmare affatto il nostro esercito, tendere tutte le nostre forze per essere interamente pronti alla guerra. Il nostro esercito è la reale garanzia che le potenze imperialistiche non faranno il minimo tentativo, il minimo attacco contro di noi, poiché, anche se potessero contare su qualche effimero successo all'inizio, non ce n'è una fra loro che la Russia sovietica non finirebbe per sconfiggere. Noi lo dobbiamo sapere; questa deve essere la base della nostra agitazione e della nostra propaganda, e a questo dobbiamo saperci preparare; dobbiamo risolvere il problema che ci costringe, nonostante la stanchezza crescente, a unire l'uno e l'altro compito. Passo alle considerazioni di principio essenziali che ci hanno costretto a orientare decisamente le masse lavoratrici verso l'utilizzazione dell'esercito per risolvere i problemi fondamentali e immediati. Ciò che generava la vecchia disciplina, il capitale, si è indebolito, la vecchia origine dell'unificazione è sparita. Dobbiamo creare un'altra disciplina, qualcosa che dia origine a un'altra disciplina e unificazione. Ciò che è costrizione suscita lo sdegno, le grida, il clamore, le urla della democrazia borghese che ripete le parole 'libertà' ed 'eguaglianza' senza comprendere che la libertà del capitale è un delitto contro gli operai, che l'eguaglianza del sazio coll'affamato è un delitto contro i lavoratori. In nome della lotta contro la menzogna, ci siamo decisi ad attuare il servizio obbligatorio del lavoro e l'unione dei lavoratori, senza affatto temere la costrizione, perché la rivoluzione non è mai avvenuta senza costrizione e il proletariato ha il diritto di ricorrervi per conservare ad ogni costo quel che gli appartiene... Le frasi sulla minoranza e la maggioranza, sulla democrazia e la libertà, non decidono nulla, qualsiasi uso ne facciano gli eroi del periodo storico passato. Quel che decide è la coscienza e la fermezza della classe operaia. Se questa è disposta a sacrificarsi, se ha dimostrato di saper tendere tutte le sue forze, il problema è risolto. Tutto per risolvere questo problema. La decisione della classe operaia, la sua inflessibilità nel realizzare la propria parola d'ordine: 'Meglio morire che arrendersi', non costituiscono soltanto un fattore storico, ma il fattore decisivo, il fattore della vittoria. Da questa vittoria, da questa certezza, passiamo e siamo giunti ai problemi dell'edificazione economica pacifica, la cui soluzione è l'oggetto principale del nostro congresso. A questo proposito non si può, secondo me, parlare di un rapporto dell'Ufficio politico del Comitato centrale o, più esattamente, di un rapporto politico del Comitato centrale, ma bisogna dire esplicitamente e francamente: sì, compagni, questa è una questione che voi deciderete, che dovete considerare con l'autorità dell'istanza suprema del partito. Abbiamo chiaramente tratteggiato questa questione dinanzi a voi. Abbiamo preso una posizione determinata. A voi tocca sanzionare definitivamente, correggere e modificare la nostra decisione. Ma il Comitato centrale deve dire nel suo rapporto che in questa questione fondamentale, scottante, esso ha adottato una posizione ben definita. Sì, si tratta ora di consacrare ai compiti pacifici dell'edificazione economica, ai compiti della ricostituzione dell'industria distrutta, tutto ciò che il proletariato può concentrare, la sua unità assoluta. Occorre quella disciplina ferrea, quel regime severissimo, senza il quale non avremmo potuto resistere non due anni e più, ma neanche due mesi. Bisogna saper sfruttare la nostra vittoria. Dall'altro lato bisogna comprendere che questo passaggio esige molti sacrifici da un paese che ne ha già fatti molti. In linea di principio la questione era chiara per il Comitato centrale. Tutta la sua attività è stata subordinata a questa politica, ispirata ad essa. Una questione, per esempio, che pare di dettaglio, e che, presa a sé, staccata dal contesto, non può certo pretendere di avere un'importanza capitale, di principio, - la questione della direzione collegiale o personale, che voi deciderete - deve essere necessariamente esaminata alla luce delle nostre conquiste fondamentali nel campo del sapere, dell'esperienza, della pratica rivoluzionaria. Ci si dice, per esempio: 'La direzione collegiale è una delle forme di partecipazione delle grandi masse all'amministrazione'. Ma noi ne abbiamo parlato nel Comitato centrale, abbiamo preso una decisione e dobbiamo rendervene conto: compagni, non si può ammettere una simile confusione teorica. Se nella questione essenziale - la nostra attività militare, la nostra guerra civile - avessimo tollerato una decima parte di una tale confusione teorica, saremmo stati battuti, e ce lo saremmo meritato. Permettetemi, compagni, - in relazione al rapporto del Comitato centrale e alla questione della partecipazione di una nuova classe all'amministrazione fondata sulla direzione collegiale o personale - di fare un po' di teoria, di indicare come governa una classe, in che cosa si manifesta il dominio di una classe. Perché a questo riguardo noi non siamo dei novizi e la nostra rivoluzione si distingue dalle rivoluzioni precedenti per il fatto che in essa non v'è utopismo. Se una nuova classe ha sostituito l'antica, la prima può mantenersi unicamente a prezzo di una lotta accanita contro le altre classi; e vincerà definitivamente soltanto se riuscirà a ottenere che le classi, in generale, vengano soppresse. Il processo gigantesco e complesso della lotta di classe pone la questione in questi termini; altrimenti rimarrete affondati nel pantano della confusione. In che cosa si manifesta il dominio di una classe? In che cosa si manifestava il dominio della borghesia sui signori feudali? Le Costituzioni parlavano di libertà e di eguaglianza. Menzogna. Finché ci sono dei lavoratori, i proprietari sono capaci, e persino costretti, come proprietari, a speculare. Noi diciamo che l'eguaglianza non esiste, che il sazio non è uguale all'affamato e lo speculatore non è eguale al lavoratore. In che cosa si manifesta oggi il dominio di una classe? Il dominio del proletariato si manifesta nell'espropriazione della proprietà fondiaria e capitalistica. Lo spirito, il contenuto essenziale di tutte le Costituzioni precedenti, compresa la più repubblicana e la più democratica, si riconducevano alla sola proprietà. La nostra Costituzione ha il diritto e si è conquistata il diritto all'esistenza storica perché non si è limitata a scrivere sulla carta che la proprietà è abolita. Il proletariato vittorioso ha abolito e distrutto fino in fondo la proprietà: ecco che cos'è il dominio di una classe. Esso si manifesta innanzitutto nella questione della proprietà. Quando si è risolta praticamente questa questione, si è assicurato il dominio di una classe. Quando la Costituzione ha fissato in seguito sulla carta ciò che la vita aveva deciso - l'abolizione della proprietà capitalistica e fondiaria - ed ha aggiunto: la classe operaia ha, secondo la Costituzione, più diritti che i contadini, e gli sfruttatori non hanno nessun diritto, con ciò si è sancito che avevamo realizzato il dominio della nostra classe ed avevamo unito a noi i lavoratori di tutti gli strati e di tutti i piccoli gruppi. I possidenti piccolo-borghesi sono divisi: coloro, fra essi, che possiedono di più sono nemici di coloro che possiedono meno; e i proletari, abolendo la proprietà, dichiarano loro una guerra aperta. Vi sono ancora molte persone incoscienti, arretrate, che sono del tutto favorevoli a qualsiasi libertà di commercio, ma che, vedendo la disciplina, lo spirito di sacrificio dimostrati nella lotta vittoriosa contro gli sfruttatori, non possono combattere: costoro non sono con noi, ma non hanno la forza di agire contro di noi. Soltanto il dominio di una classe determina il rapporto di proprietà, determina quale classe ha il sopravvento. Chi collega la questione del modo in cui si esprime il dominio di classe con la questione del centralismo democratico, come spesso accade, crea una tale confusione da rendere impossibile qualsiasi lavoro efficace. La chiarezza nell'agitazione e nella propaganda è una condizione fondamentale. Se i nostri avversari hanno detto e riconosciuto che abbiamo fatto prodigi nello sviluppo dell'agitazione e della propaganda, ciò non va inteso in modo superficiale - nel senso, cioè, che abbiamo avuto molti propagandisti e abbiamo consumato molta carta - ma in senso profondo: la verità contenuta in questa propaganda era penetrata in tutti i cervelli. E non è possibile sfuggire a questa verità. Quando le classi si succedettero l'una all'altra, esse mutarono sempre i rapporti di proprietà... Le considerazioni sulla direzione collegiale sono assai spesso imbevute della più crassa ignoranza, di uno spirito di ostilità verso gli specialisti. Con tale spirito non si può vincere. Per vincere bisogna comprendere tutta la profondissima storia del vecchio mondo borghese, e per edificare il comunismo bisogna prendere la tecnica, la scienza e metterle al servizio dei più larghi strati, e non possiamo prenderle che dalla borghesia. Questa questione fondamentale deve essere posta nettamente, deve essere inclusa tra i problemi essenziali dell'edificazione economica. Dobbiamo amministrare con l'aiuto di uomini usciti dalla classe che abbiamo rovesciato, di uomini imbevuti dei pregiudizi della loro classe e che noi dobbiamo rieducare. E al tempo stesso dobbiamo reclutare i nostri amministratori nelle file della nostra classe, utilizzare tutto l'apparato statale perché le scuole, l'istruzione extrascolastica, la preparazione pratica, siano diretti da comunisti e messi a disposizione dei proletari, degli operai, dei contadini lavoratori. Così soltanto possiamo impostare il problema. Dopo un'esperienza di due anni non possiamo ragionare come se ci accingessimo per la prima volta all'edificazione socialista. Abbiamo fatto abbastanza sciocchezze durante e subito dopo il periodo di Smolny. Non vi è in questo nulla di disonorevole. Da dove potevamo prendere le cognizioni, quando ci accingevamo per la prima volta a un'opera nuova? Abbiamo provato in un modo e in un altro. Abbiamo seguito la corrente, perché era impossibile discernere gli elementi del giusto e dell'errato. Ci vuol del tempo per farlo. Questo è oggi un passato non lontano che abbiamo superato. Questo passato in cui regnavano il caos e l'entusiasmo è lontano. Un documento di quel passato è la pace di Brest-Litovsk. È un documento storico, anzi un periodo storico. La pace di Brest-Litovsk ci fu imposta perché eravamo impotenti in tutti i campi. Che cosa fu quel periodo? Fu un periodo d'impotenza dal quale siamo usciti vittoriosi. Un periodo in cui imperava la direzione collegiale. Quando si dice che la direzione collegiale è la scuola in cui s'impara ad amministrare si constata un fatto storico. Non si può tuttavia eternamente rimanere nelle classi preparatorie della scuola! Così non può andare. Noi siamo ora adulti, e se ci comporteremo come scolari ci batteranno in tutti i campi. Bisogna andare avanti. Bisogna, con energia, con unità d'intenti salire più in alto. I sindacati dovranno superare difficoltà enormi. Bisogna fare in modo che essi comprendano il loro compito, il compito di lottare contro le vestigia della famigerata democraticità. Tutte queste grida sulle nomine dall'alto, tutto questo ciarpame dannoso che trova posto in varie risoluzioni o conversazioni, deve essere spazzato via, altrimenti non potremo vincere. Se non abbiamo assimilato questa lezione in due anni, vuol dire che siamo rimasti indietro, e i ritardatari saranno battuti. Il compito è sommamente difficile. I nostri sindacati hanno prestato grandissimo aiuto all'opera di edificazione dello Stato proletario. Essi sono stati l'anello che congiungeva il partito con le masse arretrate, che sono milioni. Siamo franchi. I sindacati sopportarono tutto il peso della lotta contro le calamità che ci hanno colpiti quando hanno dovuto aiutare lo Stato nel lavoro di approvvigionamento. Non è stato forse un grandissimo compito? Poco tempo fa è uscito il Bollettino dell'Ufficio centrale di statistica. In questo Bollettino vi sono dati globali ottenuti da specialisti di statistica che non possono in nessun caso essere sospettati di bolscevismo. Vi si trovano due cifre interessanti: nel 1918 e nel 1919 gli operai dei governatorati consumatori ricevettero sette pud di grano e i contadini dei governatorati produttivi ne consumarono 17. Prima della guerra questi ultimi ne consumavano 16 all'anno. Ecco due cifre che mostrano il rapporto delle classi nella lotta per gli approvvigionamenti. Il proletariato ha continuato a sopportare i maggiori sacrifici. Si grida contro la violenza! Ma il proletariato ha giustificato e legittimato questa violenza perché esso ha sopportato i più grandi sacrifici. La maggioranza della popolazione, i contadini dei governatorati produttori della nostra Russia affamata e devastata, si sono per la prima volta nutriti meglio che durante centinaia di anni nella Russia zarista, capitalistica. E diremo che le masse patiranno la fame fino a quando l'esercito rosso non avrà vinto. Era necessario che l'avanguardia della classe operaia sopportasse questo sacrificio. Essa si è istruita in questa lotta; usciti da questa scuola, dobbiamo proseguire per il nostro cammino... Bisogna ad ogni costo fare oggi un passo in avanti. Come tutti i sindacati, i vecchi sindacati hanno una loro storia e un loro passato. Nel passato essi furono organi di resistenza contro coloro che opprimevano il lavoro, contro il capitalismo. Ma ora che la classe operaia è diventata la classe che detiene il potere statale ed è costretta a sopportare grandi sacrifici, a patire la fame e a morire, la situazione è cambiata. Non tutti comprendono questo cambiamento e non tutti ne hanno completa coscienza. Ci vengono qui in aiuto alcuni menscevichi e socialisti-rivoluzionari, i quali chiedono che alla direzione personale si sostituisca la direzione collegiale. Scusate, compagni, questo numero non va più! Ne sappiamo già abbastanza! Ora abbiamo dinanzi a noi un compito molto complesso: dopo aver vinto sul fronte cruento, vincere sul fronte incruento. È una guerra più difficile. Questo fronte è il più duro. Lo diciamo apertamente a tutti gli operai coscienti. Dopo la guerra che abbiamo sostenuto al fronte ci deve essere una guerra incruenta. Si ha questa situazione: quanto più vincevamo, tanto più occupavamo regioni come la Siberia, l'Ucraina, il Kuban, dove i contadini sono ricchi, non vi sono proletari, e se vi è un proletariato, esso è corrotto dalle abitudini piccolo-borghesi; e noi sappiamo che laggiù chiunque possiede un piccolo pezzo di terra dice: 'Me ne infischio del governo. Farò pagare all'affamato quanto voglio, e del governo me ne frego!'. Il contadino speculatore, che dopo essere stato preda di Denikin ha oscillato dalla nostra parte, sarà oggi aiutato dall'Intesa. La guerra ha cambiato di fronte e di forma. Essa oggi usa l'arma del commercio, della borsa nera, e l'ha fatta diventare internazionale. Nelle tesi di Kamenev, pubblicate sulle Izvestia del CC, sono esposti integralmente i principi su cui tutto ciò si fonda. Si vuole rendere internazionale la borsa nera. Si vuole trasformare l'edificazione economica pacifica in disgregazione pacifica del potere sovietico. Scusate, signori imperialisti, noi stiamo all'erta. Diciamo: abbiamo fatto la guerra e abbiamo vinto, e perciò continuiamo a sostenere, come parola d'ordine essenziale, quella che ci ha aiutati a vincere; la manteniamo integralmente e la trasferiamo nel campo del lavoro; questa parola d'ordine è: fermezza e unità d'intenti del proletariato. Bisogna farla finita con i vecchi pregiudizi, le vecchie abitudini che ancora sono rimaste. Posso soffermarmi, per concludere, sull'opuscolo del compagno Gusev, che, secondo me, merita attenzione per due suoi aspetti: esso è eccellente non soltanto dal lato formale, non soltanto perché è stato scritto per il nostro congresso... Faremmo meglio a scrivere, seguendo l'esempio del compagno Gusev, meno risoluzioni e più opuscoli, anche se questi dovessero contenere tutta la fioritura di errori che il suo opuscolo contiene. Ma, nonostante questi errori, è il miglior lavoro, perché la questione centrale di questo opuscolo è il piano economico fondamentale della ricostruzione dell'industria e della produzione in tutto il paese, perché in esso tutto viene subordinato al piano economico fondamentale. Il Comitato centrale ha incluso nelle sue tesi, distribuite quest'oggi, tutto un paragrafo preso integralmente dalle tesi del compagno Gusev. Con l'aiuto degli specialisti, possiamo elaborare ancora più dettagliatamente questo piano economico fondamentale. Dobbiamo ricordare che questo piano è un piano per molti anni. Non promettiamo di liberare di colpo il paese dalla fame. Diciamo che la lotta sarà più difficile che sul fronte della guerra, ma che essa ci interessa di più; essa affronta più da vicino i nostri veri compiti principali. Essa esige la massima tensione delle forze, l'unità di intenti di cui abbiamo dato prova nel passato e di cui dobbiamo dar prova oggi. Se assolveremo questo compito, riporteremo sul fronte incruento una vittoria non minore di quella riportata sul fronte della guerra civile".128 Chiudendo il IX congresso, Lenin sottolineò: "... facendo un breve bilancio dei lavori del nostro congresso, dobbiamo prima di tutto soffermarci, a mio parere, sui compiti del nostro partito. Il congresso ha approvato una risoluzione dettagliata sull'organizzazione, e in questa risoluzione, come bisognava aspettarsi, il problema dell'educazione, dell'istruzione, dell'utilizzazione organizzata dei membri del partito, occupa il posto principale. La commissione per la verifica dei poteri ha riferito che al presente congresso sono rappresentati più di 600 mila membri del nostro partito. Noi tutti sappiamo bene quali immense difficoltà ha dovuto attraversare il partito in questo periodo di lotte, per esempio quando abbiamo dovuto lottare contro la penetrazione e l'infiltrazione dei peggiori elementi, del ciarpame del vecchio capitalismo, nel partito al governo, naturalmente aperto, poiché è un partito al governo, che apre la via al potere. Uno dei nostri mezzi di lotta sono state le settimane del partito. In tali condizioni, nel momento in cui il partito e il movimento attraversano una situazione particolarmente difficile, in cui Denikin era a nord di Orel, Judenic a 50 verste da Pietrogrado, potevano entrare nel partito soltanto uomini sinceramente devoti alla causa e all'emancipazione dei lavoratori. Adesso queste condizioni, almeno nel futuro immediato, non si ripeteranno e bisogna dire che l'immenso numero di membri del nostro partito, confrontato a quello dei congressi precedenti, suscita qualche preoccupazione; esiste un pericolo del tutto reale, poiché il rapido sviluppo del nostro partito non sempre è andato di pari passo con il lavoro per preparare queste masse a adempiere i loro compiti attuali. Dobbiamo sempre tener presente che questo esercito di 600.000 uomini dev'essere l'avanguardia della classe operaia e che ci sarebbe stato senza dubbio impossibile assolvere i nostri compiti in due anni senza una ferrea disciplina. La condizione fondamentale dell'applicazione e del mantenimento della nostra rigorosissima disciplina è la devozione: tutti i vecchi mezzi e le vecchie fonti di disciplina sono stati distrutti, e noi abbiamo messo alla base della nostra attività soltanto un alto grado di riflessione e di coscienza. Questo ci ha permesso di ottenere una disciplina superiore a quella di ogni altro Stato e che ha una base diversa della disciplina che continua bene o male a esistere, se ancora riesce a esistere, nella società capitalistica. Perciò dobbiamo ricordare che il nostro compito per il prossimo anno, dopo i brillanti successi conseguiti durante la guerra, non consiste tanto nell'allargare il partito, quanto nel lavoro interno per elevare la preparazione dei suoi effettivi. Non per niente le nostre risoluzioni sul problema organizzativo accordano a questo argomento il posto principale. Dobbiamo a qualunque costo fare in modo che questa avanguardia del proletariato, questo esercito di 600.000 iscritti sia all'altezza dei compiti che gli spettano, e sono compiti d'importanza immensa, internazionale e interni! ... Veniamo ora al compito fondamentale, all'oggetto principale che ha richiamato l'attenzione del nostro congresso, quello dell'edificazione. A questo riguardo il congresso ha fatto molto; in particolare è stata approvata all'unanimità la risoluzione sull'aspetto più importante, l'edificazione economica e i trasporti. Ed ora, grazie all'opera educatrice del partito, faremo in modo che questa risoluzione sia applicata dai tre milioni di operai membri dei sindacati come da un sol uomo. Sapremo servircene in modo che tutte le nostre forze, la nostra disciplina, la nostra energia tendano alla ricostruzione dell'economia del paese, in primo luogo quella dei trasporti, e in secondo luogo quella degli approvvigionamenti. ... Stiamo effettuando il passaggio al socialismo, e la questione essenziale, quella del pane, del lavoro, non è un problema privato, non è l'affare privato di un imprenditore, ma il problema di tutta la società. Ogni contadino più o meno capace di riflettere deve avere chiara coscienza, capire che se lo Stato pone in tutta la sua stampa, in ogni articolo, in ogni numero di giornale, il problema dei trasporti, vuol dire che si tratta di un affare di tutti! La nostra edificazione fa passare il contadino dalla cecità e dalle tenebre, che lo rendevano schiavo, alla vera libertà, nella quale i lavoratori conoscono tutte le difficoltà che li attendono e tendono tutte le forze dell'organizzazione sociale, dell'apparato statale, tutte le forze della propaganda per adempiere i compiti più semplici ed essenziali, respingendo tutti i lustrini, i gingilli e la commedia delle risoluzioni di ogni specie e delle promesse più ingegnose di cui sono prodighi gli agitatori della stampa di qualsiasi paese borghese. Bisogna concentrare tutte le forze, tutta l'attenzione su questi compiti economici più elementari, comprensibili ad ogni contadino, contro i quali nessun contadino medio più o meno onesto, anche se agiato, può obiettare nulla e ponendo i quali ci troviamo sempre in qualsiasi assemblea ad avere assolutamente ragione. La massa operaia e contadina meno cosciente confermerà che ora l'essenziale è di rimettere in piedi l'economia in modo che essa non possa ricadere nelle mani degli sfruttatori, in modo che colui che in un paese affamato ha delle eccedenze di grano e se ne serve per arricchirsi e per ridurre alla fame i poveri, non trovi nessuna indulgenza. Non troverete un uomo, sia pure il più ignorante, il meno cosciente, il quale non si renda conto che ciò è ingiusto, che non abbia l'idea nebulosa, confusa, ma tuttavia presente, che gli argomenti dei sostenitori del potere sovietico si accordano pienamente con gli interessi dei lavoratori. Su questi semplici compiti, che nelle grandi società capitalistiche vengono relegati all'ultimo posto e sono considerati un affare privato dei padroni, noi dobbiamo concentrare tutta l'attenzione dell'esercito dei 600.000 membri del partito, tra i quali non dobbiamo tollerare nessuno che non adempia il suo compito; a tal fine dobbiamo indurre gli operai ad unirsi in massa con noi, con la massima abnegazione e devozione! È una cosa difficile da organizzare, ma che dà un immenso prestigio morale, un'immensa forza di persuasione, perché è giusta dal punto di vista dei lavoratori. E nella convinzione che questo compito, grazie ai lavori del congresso, potrà ora essere assolto brillantemente come i compiti militari, sia pure a costo di errori e di sconfitte, possiamo dire che a noi guardano ora gli operai di tutti i paesi d'Europa e d'America; essi guardano a noi e si chiedono se riusciremo a risolvere il problema che ci sta dinanzi, perché esso è più difficile di quello della vittoria militare! Non lo si può risolvere col solo entusiasmo, con la sola abnegazione e con uno slancio eroico! In questo lavoro di organizzazione, in cui noi russi eravamo più deboli degli altri, in questo lavoro di autodisciplina, in questa capacità di lasciare da parte le cose marginali per raggiungere l'essenziale, non si ottiene nulla rapidamente; e in quest'opera di raccolta del grano, di riparazione dei trasporti, di ricostruzione dell'economia, che procede passo dopo passo, ma stabilmente, in quest'opera gli operai di tutti i paesi ci guardano, aspettando nostre nuove vittorie. Sono certo che ispirandoci alle decisioni del nostro congresso, facendo in modo che i 600.000 membri del nostro partito lavorino come un sol uomo, stabilendo un legame più stretto con gli organismi economici e con i sindacati, noi sapremo assolvere questo compito vittoriosamente come abbiamo assolto quello militare, ed avanzeremo con passo fermo e rapido verso la vittoria della repubblica sovietica socialista mondiale!".129 Dopo la sconfitta di Kolciak, Denikin e Judenic, ai piani imperialistici aggressivi contro la repubblica sovietica rimanevano solo le "frecce" della Polonia, - che il 25 aprile 1920 invase l'Ucraina conquistando, il 6 maggio, Kiev - e del generale Vrangel, il barone nero, che aveva riunito in Crimea ciò che era rimasto delle forze controrivoluzionarie di Denikin. Le azioni militari proseguirono per l'intero corso dell'anno. A Riga, nell'ottobre 1920, venne stipulato l'accordo di pace tra le RSFSR e la Polonia; mentre, nel mese di novembre, ciò che restava delle annientate bande di Vrengel lasciava precipitosamente la Crimea imbarcandosi sulle navi inglesi e francesi. Con la distruzione e la dissoluzione degli ultimi focolai antisovietici in Transcaucasia, avvenuta nelle prime settimane del 1921, ebbe termine la guerra di aggressione che l'intervento delle potenze imperialiste e la controrivoluzione interna avevano scatenato nel 1918 contro la RSFSR. E questa guerra ebbe termine con la completa vittoria dello Stato sovietico e del suo nuovo esercito popolare: l'Armata Rossa.
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