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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 22
Per uscire dalla guerra imperialista la Repubblica dei Soviet firma il trattato di pace di Brest-Litovsk



L'importanza storica del III Congresso dei Soviet dei deputati operai, soldati e contadini di tutta la Russia svoltosi a Pietrogrado dal 10 al 18 gennaio "... il III Congresso dei soviet - dice Lenin - ha aperto una nuova epoca nella storia universale e che ora, nelle condizioni della rivoluzione mondiale, tutta la sua importanza comincia a essere sempre più riconosciuta. Questo congresso, consolidando l'organizzazione del nuovo potere statale creato dalla rivoluzione d'ottobre, ha posto le pietre miliari della futura edificazione socialista per tutto il mondo, per i lavoratori di tutti i paesi".107
Il rapporto sull'attività del Consiglio dei Commissari del popolo con il quale Lenin ha sottoposto al giudizio del III Congresso dei Soviet l'operato del governo rivoluzionario nei suoi primi settantacinque giorni di vita, rende esplicito altresì quello che sarà il compito primario e fondamentale della rivoluzione, dell'azione di governo e di quella del partito avanguardia di classe del movimento rivoluzionario; nell'interesse, questo, sia degli operai e dei contadini della Russia che, più in generale, dell'intero movimento operaio internazionale. L'edificazione del socialismo in Russia è per Lenin il compito primario e fondamentale presente e futuro della rivoluzione. Dalla realizzazione di questo compito primario e fondamentale dipendono la vittoria degli operai e dei contadini russi; dipendono gli sviluppi positivi del movimento operaio internazionale e della rivoluzione mondiale; dipendono la vittoria del marxismo sul revisionismo, l'affermarsi nel proletariato internazionale delle idee comuniste che hanno il loro fondamento nel marxismo, o di quelle socialdemocratiche imperniate sul riformismo e sulla subalternità alla borghesia e al suo sistema, incarnate dalla II Internazionale e dai suoi dirigenti opportunisti e sciovinisti.
"Compagni! - afferma Lenin nel suo Rapporto al III Congresso panrusso dei soviet - A nome del Consiglio dei commissari del popolo debbo presentarvi il rapporto sulla sua attività nei due mesi e quindici giorni trascorsi dal momento della formazione del potere dei soviet e del governo sovietico in Russia.
Due mesi e quindici giorni: sono in tutto cinque giorni di più del periodo di tempo in cui è esistito il precedente potere degli operai su tutto un paese o sugli sfruttatori e i capitalisti: il potere degli operai parigini all'epoca della Comune di Parigi del 1871.
Questo potere degli operai noi dobbiamo soprattutto ricordare gettando uno sguardo all'indietro e confrontandolo con il potere dei soviet costituitosi il 25 ottobre. E da questo confronto tra la precedente dittatura del proletariato e quella attuale possiamo subito vedere che passo da gigante ha compiuto il movimento operaio internazionale e in quale situazione infinitamente più favorevole si trovi il potere dei soviet in Russia, nonostante le condizioni indicibilmente complesse create dallo stato di guerra e di sfacelo.
Dopo essersi mantenuti al potere per due mesi e dieci giorni, gli operai parigini che avevano creato per la prima volta la Comune, che rappresenta un embrione del potere dei soviet, caddero sotto le fucilate dei cadetti, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari di destra e kalediniani francesi. A prezzo di inauditi sacrifici gli operai francesi dovettero pagare questo primo esperimento di governo operaio, il cui significato e i cui scopi erano ignorati dall'enorme maggioranza dei contadini francesi.
Noi ci troviamo in condizioni molto più favorevoli, perché i soldati, gli operai e i contadini russi hanno saputo creare un apparato che ha fatto conoscere al mondo intero le forme della loro lotta: il governo sovietico. Ecco quello che innanzi tutto cambia la situazione degli operai e dei contadini russi in confronto al potere del proletariato parigino. I proletari parigini non avevano un apparato statale e il paese non li capiva: noi invece ci siamo appoggiati subito sul potere dei soviet e non abbiamo mai dubitato che il potere dei soviet godesse della simpatia e del più caloroso, più illimitato appoggio dell'enorme maggioranza delle masse e che perciò fosse invincibile.
Certa gente, che si dimostrava scettica verso il potere dei soviet e che spesso, coscientemente o incoscientemente, lo vendevano e lo tradivano in nome della conciliazione con i capitalisti e gli imperialisti, ha gridato nelle orecchie di tutti che in Russia non poteva resistere il potere del solo proletariato. Come se uno solo dei bolscevichi o dei loro fautori potesse dimenticare anche per un solo istante che in Russia può essere durevole solo il potere che è capace di unire in modo compatto la classe operaia, la maggioranza dei contadini, tutti i lavoratori e le classi sfruttate in una sola forza che, indissolubilmente unita, lotta contro i grandi proprietari fondiari e la borghesia.
Non abbiamo mai dubitato che solo l'alleanza degli operai e dei contadini poveri, dei semiproletari, di cui parla il programma del nostro partito, può abbracciare in Russia la maggioranza della popolazione e assicurare al potere un solido appoggio. E siamo riusciti, dopo il 25 ottobre, immediatamente, nel corso di poche settimane, a superare tutte le difficoltà e a fondare il potere sulla base di questa solida alleanza.
Sì compagni! Se il partito dei socialisti-rivoluzionari, nella sua vecchia forma, quando i contadini non capivano ancora chi fossero nelle sue file i veri fautori del socialismo, lanciava la parola d'ordine dello sfruttamento egualitario della terra, senza preoccuparsi di sapere da chi questo compito sarebbe stato realizzato, in alleanza con la borghesia o no, noi dicevamo che si trattava di un inganno. E questo partito, che ora si è reso conto di non avere dietro di sé nessuno, di essere una vescica vuota, pretendeva di poter realizzare il godimento egualitario della terra in alleanza con la borghesia; in questo era il principale inganno...
E non appena questo problema è divenuto praticamente chiaro ed evidente per i contadini, è accaduto ciò di cui nessuno aveva mai dubitato, come hanno dimostrato ora i soviet e i congressi contadini: quando è venuto il momento di realizzare di fatto il socialismo, i contadini hanno avuto la possibilità di vedere chiaramente queste due linee politiche fondamentali: alleanza con la borghesia o con le masse lavoratrici. Essi hanno capito allora che il vero interprete delle aspirazioni e degli interessi dei contadini era il partito dei socialisti-rivoluzionari di sinistra. E quando abbiamo concluso con questo partito la nostra alleanza di governo, abbiamo fin dal primo momento posto le cose in modo che essa si fondasse su basi estremamente chiare. Se i contadini della Russia vogliono realizzare la socializzazione della terra in alleanza con gli operai che attueranno la nazionalizzazione delle banche e creeranno il controllo operaio, essi sono i nostri fedeli collaboratori, i collaboratori più fedeli e più preziosi. Non c'è un solo socialista, compagni, che non riconosca questa evidente verità: che tra socialismo e capitalismo c'è un lungo e più o meno difficile periodo di transizione, quello della dittatura del proletariato, e che le forme di questo periodo dipenderanno in gran parte dal predominio della piccola o della grande proprietà, della piccola o della grande coltura...
Ogni socialista cosciente afferma che il socialismo non può essere imposto ai contadini con la violenza e che bisogna contare soltanto sulla forza dell'esempio e sull'assimilazione da parte della massa dei contadini degli insegnamenti dell'esperienza. Qual è il modo che questa massa ritiene più comodo per passare al socialismo? Ecco il compito che si pone ora praticamente ai contadini russi. Come può essa per parte sua appoggiare il proletariato socialista e iniziare il passaggio al socialismo? I contadini hanno cominciato già questo passaggio e noi abbiamo in essi piena fiducia.
L'alleanza che noi abbiamo concluso con i socialisti-rivoluzionari di sinistra è stata creata su una base solida e si rafforza non di giorno in giorno, ma di ora in ora. Se nei primi tempi abbiamo potuto temere, al Consiglio dei commissari del popolo, che la lotta delle frazioni potesse essere di freno al lavoro, ormai sulla base dell'esperienza di due mesi di lavoro in comune debbo dire decisamente che sulla maggiore parte delle questioni riusciamo a prendere una decisione unanime...
Immaginarsi il socialismo in modo che i signori socialisti ce lo presentano su un piatto, su un vassoio ben preparato non è possibile: questo non avverrà. Non una sola questione della lotta di classe è stata mai risolta nella storia se non con la violenza. La violenza quando essa avviene da parte dei lavoratori, delle masse sfruttate contro gli sfruttatori: sì, noi siamo per questa violenza! (Uragano di applausi.) E non ci lasciamo minimamente turbare dai clamori di coloro che, consapevolmente o inconsapevolmente, stanno dalla parte della borghesia, o sono così spaventati, così avviliti dal suo dominio che, vedendo ora questa lotta di classe eccezionalmente aspra, hanno perduto ogni contegno, si sono messi a piangere, hanno dimenticato tutti i loro principi ed esigono da noi l'impossibile, cioè che noi, socialisti, conquistiamo la piena vittoria senza lottare contro gli sfruttatori, senza schiacciarne la resistenza.
I signori sfruttatori fin dall'estate 1917 avevano capito che si trattava delle 'ultime e decisive battaglie', che l'ultimo bastione della borghesia, la fonte principale ed essenziale del suo dominio oppressivo sulle masse lavoratrici le sarebbe stato strappato di mano se i soviet avessero preso il potere.
Ecco perché la rivoluzione d'ottobre ha cominciato questa lotta sistematica e senza tregua affinché gli sfruttatori cessassero la loro resistenza e affinché essi, per quanto ciò fosse difficile anche per i migliori tra loro, si rassegnassero all'idea che non ci sarebbe più stato il dominio delle classi sfruttatrici e che d'ora in poi il semplice mugik avrebbe comandato ed essi avrebbero dovuto ubbidire per quanto ciò potesse loro sembrare sgradevole.
Ciò costerà molte difficoltà, sacrifici ed errori; è una cosa nuova, mai vista nella storia, che non si può leggere nei libri. Si intende che questo è il passaggio più grandioso, più difficile della storia, ma in nessun modo questo grandioso passaggio si potrebbe realizzare altrimenti. E la circostanza che in Russia si è creato un potere dei soviet ha mostrato che l'esperienza rivoluzionaria più ricca è quella della stessa massa rivoluzionaria, quando in aiuto delle poche decine di membri del partito si levano milioni, è la stessa massa che in pratica afferra alla gola i suoi sfruttatori...
Ci dicono che il sabotaggio opposto al Consiglio dei commissari del popolo dai burocrati e dai proprietari fondiari dimostra la riluttanza ad andare verso il socialismo. Come se non fosse chiaro che tutta questa banda di capitalisti e di criminali, di declassati e di sabotatori non è altro che una sola e stessa banda, comprata dalla borghesia, che si oppone al potere dei lavoratori. Certo, chi pensava che fosse possibile saltare subito dal capitalismo al socialismo, o chi si immaginava che fosse possibile convincere la maggioranza della popolazione che questo si potesse ottenere per mezzo dell'Assemblea costituente, chi ha creduto in questa favola democratico-borghese può tranquillamente continuare a credere in questa favola, ma non se la prenda poi con la vita, se essa dissolverà questa favola...
Ecco perché, compagni, a tutti coloro che ci rimproverano e ci accusano di terrorismo, di dittatura, di guerra civile, anche se non siamo affatto arrivati al vero terrorismo, perché noi siamo più forti di loro, - abbiamo i soviet, ci basterà nazionalizzare le banche e confiscare le proprietà per ridurli all'obbedienza - a tutti coloro che ci accusano di scatenare la guerra civile noi diciamo: sì, noi abbiamo proclamato apertamente ciò che nessun governo ha mai potuto proclamare. Il primo governo al mondo che può parlare apertamente di guerra civile è il governo delle masse degli operai, dei contadini e dei soldati. Sì, noi abbiamo cominciato e conduciamo la guerra contro gli sfruttatori. Quanto più apertamente lo diremo, tanto più rapidamente questa guerra avrà fine, tanto più rapidamente tutti i lavoratori e le masse sfruttate ci capiranno, capiranno che il potere dei soviet difende la causa vera e vitale di tutti i lavoratori.
Io non penso, compagni, che riusciremo a ottenere rapidamente la vittoria in questa lotta, ma noi abbiamo una assai ricca esperienza: in due mesi siamo riusciti a ottenere molto. Abbiamo vissuto l'esperienza del tentativo di Kerenski di attaccare il potere dei soviet e del crollo più completo di questo tentativo; abbiamo vissuto e sperimentato l'organizzazione del potere dei Kerenski ucraini: qui la lotta non è ancora finita, ma per chiunque la osserva, per chiunque ha ascoltato almeno qualcuno dei rapporti veritieri dei rappresentanti del potere sovietico, è chiaro che gli elementi borghesi della Rada ucraina stanno vivendo le loro ultime ore. (Applausi.) Sulla vittoria del potere sovietico della Repubblica popolare ucraina sulla Rada borghese non vi è nessuna possibilità di dubbio.
E la lotta a Kaledin? In questo caso effettivamente tutto si fonda sullo sfruttamento dei lavoratori, sulla dittatura borghese, se mai vi sono basi sociali contro il potere sovietico. Il congresso contadino ha chiaramente dimostrato che la causa di Kaledin è senza speranza, che le masse lavoratrici sono contro di lui. L'esperienza del potere sovietico, la propaganda attraverso i fatti, attraverso l'esempio delle sue organizzazioni sovietiche porta i suoi frutti, e la base interna di Kaledin sul Don crolla ora non tanto dall'esterno, quanto dall'interno.
Ecco perché, guardando al fronte della guerra civile in Russia, noi possiamo dire con piena certezza: la vittoria del potere sovietico è completa e pienamente assicurata. E la vittoria di questo potere sovietico compagni, si ottiene perché fin dal principio questo potere ha cominciato a realizzare i principi fondamentali del socialismo, fondandosi conseguentemente e decisamente sulle masse, considerando come sua missione quella di risvegliare a una vera vita gli strati più oppressi e dimenticati della società, di elevarli all'iniziativa creatrice socialista. Ecco perché il vecchio esercito, l'esercito del bestiale addestramento di caserma, delle torture inflitte ai soldati, è ormai cosa del passato. Esso è stato distrutto e di esso non è rimasta la minima traccia. (Applausi.) La piena democratizzazione dell'esercito è un fatto compiuto...
Se della Russia si diceva che non poteva combattere, perché non avrebbe avuto ufficiali, non dobbiamo dimenticare quel che dicevano quegli stessi ufficiali borghesi guardando agli operai che si battevano contro Kerenski e Kaledin: 'Sì, queste Guardie rosse tecnicamente non valgono nulla, ma se avessero un po' d'istruzione, avrebbero un esercito invincibile'. Infatti per la prima volta nella storia della lotta mondiale sono entrati nell'esercito elementi che portano con sé non un bagaglio di nozioni libresche ma che sono guidati dall'idea della lotta per la liberazione degli sfruttati. E quando il lavoro da noi cominciato sarà portato a termine, la Repubblica sovietica russa sarà invincibile. (Applausi.)
Compagni! Il cammino che il potere dei soviet ha compiuto per quanto riguarda l'esercito socialista, esso lo ha compiuto anche per quel che riguarda un'altra arma delle classi dominanti, un'arma ancora più sottile, ancora più complicata, il tribunale borghese, che si raffigurava come la difesa dell'ordine, ma che in effetti era uno strumento cieco, sottile di implacabile oppressione degli sfruttati, a difesa degli interessi del sacco di denari. Il potere dei soviet ha agito così come gli imponevano di agire la tradizione di tutte le rivoluzioni proletarie: esso lo ha distrutto immediatamente. Lasciate pure che gridino che noi non abbiamo riformato il vecchio ordinamento giudiziario e che lo abbiamo immediatamente distrutto. Così facendo abbiamo liberato la strada per una vera giustizia popolare e non tanto come forza di repressione, quanto come esempio delle masse, come autorità dei lavoratori; senza formalismi, di un tribunale che era uno strumento degli sfruttatori, abbiamo fatto uno strumento di educazione sulle solide basi della società socialista. Non vi è il minimo dubbio che non potremo realizzare d'un tratto questa società.
Ecco le misure più importanti che ha realizzato il potere dei soviet, muovendosi su una via che era stata indicata da tutta l'esperienza delle più grandi rivoluzioni popolari di tutto il mondo. Non c'è stata una rivoluzione in cui le masse lavoratrici non abbiano cominciato a prendere misure analoghe, per creare un nuovo potere statale. Purtroppo esse poterono soltanto cominciare, ma non portare a termine la loro opera, non riuscirono a creare un nuovo tipo di potere statale. Noi l'abbiamo creato, da noi è già realizzata la repubblica socialista dei soviet.
Io non mi faccio illusioni: abbiamo soltanto cominciato il periodo di transizione al socialismo, non siamo ancora arrivati al socialismo. Ma avrete ragione di dire che il nostro Stato è una repubblica socialista dei soviet. Avrete ragione di dire così, non meno di coloro che chiamano democratiche molte repubbliche borghesi dell'Occidente sebbene tutti sappiano che non vi è una delle repubbliche anche le più democratiche che sia completamente democratica. Esse danno dei bocconi di democrazia, limitano nei piccoli dettagli i diritti degli sfruttatori, ma le masse lavoratrici vi sono oppresse come dappertutto. E, nondimeno, noi diciamo che il regime borghese è presente sia nelle vecchie monarchie, che nelle repubbliche costituzionali.
Così stanno le cose ora per noi. Noi siamo lontani anche dalla fine del periodo di transizioni dal capitalismo al socialismo. Noi non ci siamo mai lasciati cullare dalla speranza di poterlo portare a termine senza l'aiuto del proletariato internazionale. Non ci siamo mai illusi a questo proposito e sappiamo quanto sia difficile la strada che porta dal capitalismo al socialismo, ma abbiamo il dovere di dire che la nostra repubblica dei soviet è socialista, perché noi ci siamo avviati su questo cammino, e queste parole non saranno vuote parole.
Noi abbiamo cominciato a prendere numerose misure che colpiscono alle radici il dominio dei capitalisti. Sappiamo che il nostro potere doveva unificare l'attività di tutte le istituzioni sulla base di un solo principio, e questo principio lo esprimiamo con le parole: 'La Russia è proclamata repubblica socialista dei soviet'. (Applausi.)... Tratterò ora brevemente delle misure che il governo socialista sovietico della Russia ha cominciato a realizzare. Una delle prime misure dirette non solo a far sparire dalla faccia della terra i grandi proprietari fondiari russi, ma a sradicare altresì il dominio della borghesia e la possibilità per il capitale di opprimere milioni e decine di milioni di lavoratori è stata la nazionalizzazione delle banche. Le banche sono centri importanti dell'economia capitalistica contemporanea. Qui si raccolgono immense ricchezze e si distribuiscono in tutto l'immenso paese, qui è il nervo di tutta la vita capitalista. Sono organi sottili e complicati, cresciuti attraverso i secoli, e contro di essi sono stati rivolti i primi colpi del potere dei soviet, che ha incontrato fin dall'inizio una resistenza disperata nella Banca di Stato. Ma questa resistenza non ha fermato il potere dei soviet. Siamo riusciti a realizzare l'essenziale nell'organizzazione della Banca di Stato, questa cosa essenziale è nelle mani degli operai e dei contadini, e da queste misure essenziali, che dovremo ancora sviluppare per un lungo periodo di tempo, siamo passati a mettere le mani anche sulle banche private.
Noi abbiamo agito non come avrebbero probabilmente raccomandato di fare i conciliatori: prima aspettare l'Assemblea costituente, poi forse elaborare un progetto di legge e portarlo all'Assemblea costituente e così informare i signori borghesi delle nostre intenzioni, in modo che essi potessero trovare una scappatoia, un modo per evitare questa cosa così sgradevole; forse prenderli nella nostra compagnia, e allora creerete delle leggi degne di uno Stato: questo sarebbe un 'atto degno di uomini di Stato'.
Questo sarebbe stato un annullamento del socialismo. Noi abbiamo agito molto semplicemente: senza temere di suscitare i rimproveri delle persone 'istruite' o meglio dei fautori non istruiti della borghesia, che vendono i resti del loro sapere, abbiamo detto: noi abbiamo gli operai e i contadini armati. Essi debbono stamattina occupare tutte le banche private. (Applausi.) E dopo che lo avranno fatto, quando il potere sarà già nelle nostre mani, solo allora discuteremo le misure da prendere. E la mattina le banche sono state occupate, e la sera il Comitato esecutivo centrale ha preso la decisione: 'Le banche sono proclamate proprietà nazionale': era avvenuta la statizzazione, la socializzazione delle banche, e il loro trasferimento nelle mani del potere dei soviet.
Non un sol uomo del nostro ambiente avrebbe potuto immaginarsi che l'apparato bancario, così ingegnoso e sottile, sviluppatosi nei secoli dal sistema capitalistico dell'economia potesse essere spezzato e trasformato in pochi giorni. Questo noi non l'abbiamo mai affermato. E quando gli scienziati o pseudoscienziati scuotevano la testa facendo delle profezie, noi dicevamo: voi potete profetizzare quello che volete. Noi conosciamo solo una via della rivoluzione proletaria: occupare le posizioni del nemico; imparare ad esercitare il potere con l'esperienza, a spese dei propri errori. Noi non minimizziamo affatto le difficoltà del nostro cammino, ma l'essenziale lo abbiamo già fatto. La fonte delle ricchezze capitalistiche, per quanto riguarda la loro distribuzione, è stata eliminata. L'annullamento dei debiti statali, il rovesciamento del giogo finanziario è stato dopo di ciò un passo assai facile. Così pure è stato assolutamente facile confiscare le fabbriche dopo aver instaurato il controllo operaio. Quando ci si rimprovera di spezzettare la produzione in singoli reparti, introducendo il controllo operaio, noi respingevamo questa assurdità. Introducendo il controllo operaio noi sapevamo che sarebbe passato molto tempo prima che esso potesse essere diffuso su tutta la Russia, ma volevamo mostrare che riconoscevamo una sola via, quella delle trasformazioni dal basso, per fare in modo che gli operai stessi elaborassero dal basso le nuove basi del sistema economico. Ma per queste elaborazioni ci vuole molto tempo.
Dal controllo operaio noi siamo passati a creare il Consiglio supremo dell'economia nazionale. Solo questa misura, insieme con la nazionalizzazione delle banche e delle ferrovie, che sarà realizzata nei prossimi giorni, ci permetterà di accingerci alla costruzione della nuova economia socialista. Noi sappiamo benissimo che la nostra opera è difficile ma affermiamo che è socialista nei fatti solo chi affronta questo compito, fidando nell'esperienza e nell'istinto delle masse lavoratrici. Esse commettono molti errori, ma l'essenziale è fatto. Esse sanno che rivolgendosi al potere dei soviet incontreranno solo appoggio contro gli sfruttatori. Non vi è una sola misura mirante ad alleviare il loro lavoro che non sia pienamente appoggiata dal potere sovietico. Il potere dei soviet non sa tutto e non può provvedere a tutto in tempo, e gli tocca continuamente affrontare compiti difficili...
Il capitalismo crea intenzionalmente diverse categorie di operai, per legare strettamente alla borghesia un pugno di dirigenti della classe operaia: i conflitti con loro saranno inevitabili. Senza lotta non raggiungeremo il socialismo. Ma noi siamo pronti alla lotta, l'abbiamo cominciata e la porteremo a termine con l'aiuto di quell'apparato che ha il nome di soviet. Se porteremo i conflitti che si creano al giudizio del soviet dei deputati operai e soldati, qualsiasi questione sarà risolta facilmente. Infatti, per quanto forte possa essere il gruppo degli operai privilegiati, quando li si metterà di fronte alla rappresentanza di tutti gli operai, il suo giudizio, ripeto, sarà per loro inappellabile. Questo modo di regolare le cose è appena iniziato. Gli operai e i contadini non hanno ancora sufficiente fiducia nelle proprie forze, e sono troppo abituati, a causa di una tradizione secolare, ad aspettare gli ordini dall'alto. Essi non hanno ancora pienamente assimilato l'idea che il proletariato è la classe dominante, tra di loro vi sono ancora elementi pieni di paura, depressi, che immaginano di dover passare per la ignobile scuola della borghesia. Questo che è il più ignobile tra i pregiudizi borghesi si è mantenuto più a lungo di tutti, ma deve sparire e sparirà definitivamente. E siamo convinti che ad ogni passo in avanti del potere dei soviet crescerà sempre più il numero delle persone liberatesi definitivamente dal vecchio pregiudizio borghese, secondo cui il semplice operaio e contadino non può dirigere lo Stato. Ma può ben imparare a dirigere, se ci si mette! (Applausi.)
Un compito organizzativo sarà appunto quello di far uscire dalle masse popolari dirigenti e organizzatori. Questo compito immenso, gigantesco è ora all'ordine del giorno. Non si potrebbe neppure pensare di adempierlo se non ci fosse il potere dei soviet, un apparato di selezione che può promuovere gli uomini...".
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Nel discorso conclusivo sul rapporto del Consiglio dei commissari del popolo rispondendo ad alcuni interventi del dibattito sulla sua relazione, Lenin si sofferma, tra l'altro, una volta di più, su "democrazia" e "dittatura del proletariato".
"Dopo aver ascoltato oggi gli oratori di destra e le loro obiezioni al mio rapporto, - afferma Lenin - mi meraviglio che essi non abbiano ancora imparato nulla e che abbiano dimenticato tutto ciò che essi chiamano a torto 'marxismo'. Uno degli oratori che mi ha opposto le sue obiezioni ha dichiarato che noi eravamo per la dittatura della democrazia, che noi avevamo riconosciuto il potere della democrazia. Questa dichiarazione è così sciocca, così assurda e senza senso, che rappresenta un semplice guazzabuglio di parole. È la stessa cosa che dire neve di ferro, o qualcosa del genere. (Ilarità.) La democrazia è una delle forme dello Stato borghese, che viene difesa da tutti i traditori del vero socialismo i quali si trovano ora alla testa del socialismo ufficiale e affermano che la democrazia è in contrasto con la dittatura del proletariato. Finché la rivoluzione non era uscita dal quadro del regime borghese, noi eravamo per la democrazia, ma, non appena abbiamo intravisto in tutto il corso della rivoluzione i primi raggi del socialismo, abbiamo preso fermamente e decisamente posizione in favore della dittatura del proletariato.
Ed è strano che persone che non possono o non vogliono capire questa semplice verità sulla definizione delle parole 'democrazia' e 'dittatura del proletariato' osino intervenire di fronte a una così numerosa assemblea elargendole tutto il vecchio e inutile ciarpame di cui sono fioriti tutti i discorsi dei signori miei contraddittori. La democrazia è il parlamentarismo formale, ma nei fatti, è una costante e crudele vessazione, un soffocante e insopportabile giogo della borghesia sul popolo lavoratore. E obiettare contro di questo possono soltanto coloro che non sono veri rappresentanti della classe operaia, ma meschini uomini in un astuccio, che sono sempre rimasti lontani dalla vita, hanno dormito e, destatisi, hanno accuratamente conservato sotto il guanciale un vecchio, consunto libretto, ormai del tutto inutile, e che è invece per loro guida e manuale per diffondere il socialismo ufficiale. Ma l'intelletto di decine di milioni di creatori di qualcosa di immensamente più grande delle più ampie e geniali previsioni. Il vero socialismo rivoluzionario si è scisso non solo dà oggi, ma dall'inizio della guerra. Non vi è un paese, non vi è uno Stato in cui non sia avvenuta questa significativa scissione, questa fenditura nella dottrina del socialismo. Ed è ottima cosa che tale scissione sia avvenuta!
In risposta all'accusa che noi lottiamo contro i 'socialisti', possiamo dire soltanto che nell'epoca del parlamentarismo questi fautori di esso non hanno più nulla in comune con il socialismo, ma sono corrotti, invecchiati, superati e sono passati, in definitiva, dalla parte della borghesia. I 'socialisti' che levavano grida sulla 'difesa della patria' durante la guerra, provocata dagli incitamenti imperialistici dei rapinatori internazionali, non sono socialisti, ma lacchè, parassiti della borghesia.
Coloro che parlano tanto di dittatura della democrazia lanciano soltanto frasi sciocche e senza senso nelle quali non vi è traccia di scienza economica, né di comprensione politica.
Uno dei miei contraddittori ha detto qui che la Comune di Parigi può essere fiera del fatto che durante l'insurrezione degli operai parigini non vi fu nel loro animo violenza e arbitrio; ma non c'è dubbio che la Comune è caduta solo perché essa non impiegava a sufficienza la forza armata al momento opportuno, nonostante che essa rimanga immortale nella storia, perché ha per prima realizzato in pratica l'idea della dittatura del proletariato".
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La necessità già prima evidenziata quale compito primario e fondamentale della rivoluzione, quella cioè di fare della Russia uno Stato socialista, emerge anche dall'azione svolta da Lenin, sia nel governo che nel partito bolscevico, per far uscire il paese dalla guerra imperialistica.
Senza uscire dalla guerra imperialistica infatti, non era possibile garantire la vittoria della rivoluzione né intraprendere l'edificazione socialista. Dopo la promulgazione del "decreto sulla pace" il governo sovietico fece pervenire, l'8 novembre, ai governi dell'Intesa la proposta di armistizio su tutti i fronti di guerra e di dare, nel contempo, inizio a trattative di pace. Stati Uniti, Francia e Inghilterra rifiutarono la proposta sovietica.
A seguito del diniego delle potenze imperialiste dell'Intesa alle proposte sovietiche, il governo di Pietrogrado diffuse un proprio appello diretto ai popoli e ai governi di tutti i paesi belligeranti nel quale oltre a denunciare la volontà dei poteri imperialisti di non riconoscere il governo dei soviet, informava altresì della decisa volontà russa di proseguire sulla strada della cessazione della guerra. Per questo il governo sovietico avrebbe iniziato trattative di pace e se i rappresentanti dell'Intesa non si fossero presentati, la Russia avrebbe comunque, da sola, intavolato il negoziato con i tedeschi.
Ancora una volta Stati Uniti, Francia e Inghilterra rifiutarono le proposte sovietiche.
Il 20 novembre 1917 iniziarono a Brest-Litovsk, sede dello Stato maggiore del fronte orientale tedesco, le trattative separate fra la Russia, da una parte, e la Germania, l'Austria-Ungheria, la Turchia e la Bulgaria, dall'altra.
Queste trattative portarono ad un primo risultato il 2 dicembre 1917 con la stipula di un armistizio di 28 giorni che si sarebbe automaticamente rinnovato se esso non fosse stato esplicitamente denunciato da una delle parti con un preavviso di sette giorni. Condizione irrinunciabile per la delegazione sovietica per la conclusione dell'armistizio fu l'obbligo, accettato dalla controparte dopo molte resistenze, per la Germania e i suoi alleati di non trasferire le proprie truppe dislocate sul fronte orientale su quello occidentale a rinforzo dei contingenti impegnati contro l'Intesa.
Il 9 dicembre 1917 iniziarono quindi le trattative per il trattato di pace. I sovietici proposero ai tedeschi un documento in sei punti:
1) nessuna annessione dei territori occupati con la guerra e ritiro in tempi brevi delle truppe occupanti dai territori stessi;
2) ripristino dell'indipendenza dei popoli che ne erano stati privati;
3) autodeterminazione per le etnie nazionali che prima della guerra non godevano dell'indipendenza politica
4) garanzie legislative per la tutela dei diritti delle minoranze etniche presenti nei diversi Stati;
5) nessuna richiesta reciproca di pagamento di spese e danni di guerra;
6) nessuna restrizione della libertà degli Stati più piccoli e militarmente ed economicamente deboli da parte delle potenze più forti.
La situazione politica in quei giorni convulsi era in fermento ed in costante evoluzione sia all'interno della RSFSR che fuori di essa.
Lenin ne informò il popolo russo attraverso il radiogramma "A tutti, a tutti" diffuso il 22 gennaio 1918.
"Alcuni giornali stranieri riportano false informazioni su orrori e caos a Pietrogrado, ecc.
Tutte queste informazioni sono assolutamente false. A Pietrogrado e a Mosca regna la calma più completa. Non è stato effettuato nessun arresto di socialisti. Kiev è nelle mani del potere sovietico ucraino. La Rada borghese di Kiev è caduta e i suoi membri sono fuggiti. Il potere del Soviet ucraino di Kharkov è stato pienamente riconosciuto. Sul Don 46 reggimenti cosacchi si sono sollevati contro Kaledin. Orenburg è stata occupata dalle autorità sovietiche, e il capo dei cosacchi, Dutov, è stato sconfitto ed è fuggito. In Finlandia la vittoria del governo operaio finlandese si consolida rapidamente e le truppe della Guardia bianca controrivoluzionaria sono state respinte verso nord, la vittoria degli operai su di esse è assicurata.
La situazione alimentare a Pietrogrado è migliorata; oggi, 22 gennaio 1918 (vecchio calendario), gli operai di Pietrogrado inviano 10 vagoni di prodotti alimentari come aiuto ai finlandesi.
Le informazioni che giungono dalla Germania sono scarse. È chiaro che i tedeschi nascondono la verità circa il movimento rivoluzionario in Germania. Trotzki telegrafa a Pietrogrado da Brest-Litovsk che i tedeschi tirano in lungo le trattative. La stampa borghese tedesca, chiaramente istruita allo scopo, diffonde informazioni menzognere sulla Russia, cercando di spaventare il pubblico.
Ieri, 21 gennaio 1918, è stato pubblicato il decreto sulla completa separazione della Chiesa dallo Stato e sulla confisca di tutti i beni ecclesiastici.".
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Nella vita politica della Germania andava assumendo un'influenza sempre maggiore il gruppo militarista che faceva capo a Hindemburg e Ludendorff, influenza che non poteva non ripercuotersi sulle trattative di pace.
In particolare la coalizione austro-tedesca dimostrò la sua totale contrarietà a ritirare le proprie truppe dai territori occupati, dando anzi ulteriore impulso alla sua azione aggressiva e di conquista.
Il 27 gennaio 1918 infatti la Quadruplice alleanza stipulò, sempre a Brest-Litovsk, un accordo separato con la Rada ucraina, ormai rappresentativa soltanto di se stessa dato che era stata abbattuta nei giorni precedenti dalla vittoriosa rivoluzione sovietica in Ucraina. Ciò all'unico scopo di occupare militarmente il paese e di porre l'Ucraina sotto la propria dittatura militare.
Contemporaneamente essa presentò alla delegazione russa un "piano di pace", che altro non era in realtà che un ultimatum, con il quale venivano imposte alla Russia condizioni assai gravose.
Raggiungere la pace era assolutamente necessario per la salvezza della rivoluzione russa, anche se quella che la situazione oggettiva del momento imponeva al popolo russo era una "pace disgraziata".
Nel partito bolscevico e nel suo Comitato centrale si aprì sulla questione una dura battaglia politica. Lenin, Stalin e Sverdlov sostennero con energia la necessità della firma del trattato di pace con la Quadruplice alleanza anche dovendo sottostare alle brigantesche condizioni che imponeva, contro quanti, Trotzki e i "comunisti di sinistra" rappresentati da Bukharin, Radek e Pjatakov, si fecero fautori della "guerra rivoluzionaria" contro l'imperialismo tedesco. Fu una lotta aspra, ma decisiva per le sorti della rivoluzione russa.
Da grande e lungimirante dirigente politico e di Stato, Lenin aveva previsto quale sarebbe stata nella realtà concreta l'evoluzione della situazione. Già l'8 gennaio 1918, in una assemblea di alti funzionari di partito a Pietrogrado Lenin aveva esposto le sue tesi non a caso titolate proprio: "Tesi sulla conclusione di una pace immediata, separata e annessionistica":
"... 1. La situazione della rivoluzione russa in questo momento è tale che quasi tutti gli operai e la stragrande maggioranza dei contadini sono indubbiamente per il potere sovietico e per la rivoluzione socialista da esso iniziata. Pertanto il successo della rivoluzione socialista è garantito in Russia.
2. D'altra parte la guerra civile, provocata dalla furiosa resistenza delle classi possidenti, perfettamente consce di dover affrontare l'ultima battaglia decisiva per il mantenimento della proprietà privata della terra e dei mezzi di produzione, non ha ancora raggiunto il suo punto culminante. La vittoria del potere sovietico in questa guerra è certa, ma inevitabilmente dovrà passare un certo periodo di tempo; inevitabilmente essa richiederà una tensione di forze assai grande; vi sarà inevitabilmente un periodo di sfacelo e di caos, dovuto ad ogni guerra, e specialmente alla guerra civile, sino al momento in cui la resistenza della borghesia sarà schiacciata.
3. Inoltre, questa resistenza, nelle sue forme meno attive e non militari: il sabotaggio, la corruzione degli elementi spostati, la corruzione degli agenti della borghesia che si insinuano tra i socialisti per condurre alla perdita la causa del socialismo, ecc. ecc., questa resistenza si è dimostrata così ostinata e capace di assumere forme così varie che la lotta contro di essa continuerà inevitabilmente ancora per qualche tempo; ed è poco probabile che finisca, nelle sue forme essenziali, prima di qualche mese. Ora, senza avere decisamente vinto questa resistenza passiva e mascherata della borghesia e dei suoi fautori, il successo della rivoluzione socialista è impossibile.
4. Infine, i compiti organizzativi che la trasformazione socialista in Russia impone sono così vasti e ardui che il loro adempimento - data l'abbondanza dei compagni di strada piccolo-borghesi del proletariato socialista e il livello relativamente basso di quest'ultimo - richiederà anch'esso un periodo di tempo abbastanza lungo.
5. Tutte queste circostanze, prese nel loro insieme, sono tali che ne risulta in modo perfettamente netto la necessità, per assicurare il successo del socialismo in Russia, di un certo periodo di tempo - qualche mese almeno - durante il quale il governo socialista deve avere le mani del tutto libere per vincere la borghesia, dapprincipio nel proprio paese, e gettar le basi di un lavoro organizzativo di massa, largo e profondo.
6. Lo stato presente della rivoluzione socialista in Russia dev'essere messo alla base di ogni definizione dei compiti internazionali del nostro potere sovietico, giacché al quarto anno di guerra la situazione internazionale è tale che non si saprebbe assolutamente prevedere il momento probabile dell'esplosione rivoluzionaria e dell'abbattimento di un qualunque governo imperialista d'Europa (compreso quello tedesco). È fuor di dubbio che la rivoluzione socialista deve avvenire ed avverrà in Europa. Tutte le nostre speranze sulla vittoria definitiva del socialismo sono fondate su questa certezza e su questa previsione scientifica. La nostra attività propagandistica in generale, e l'organizzazione della fraternizzazione in particolare, debbono essere accentuate e sviluppate. Ma sarebbe un errore basare la tattica del governo socialista della Russia tentando di determinare se la rivoluzione socialista scoppierà o no in Europa, e specialmente in Germania, entro i prossimi sei mesi (o altro breve termine analogo). Poiché determinare ciò è cosa assolutamente impossibile; tutti i tentativi di tal genere equivarrebbero oggettivamente a un cieco giuoco d'azzardo.
7. Le trattative di pace di Brest-Litovsk hanno chiaramente dimostrato che nel momento attuale - 7 gennaio 1918 - nel governo tedesco (che tiene per le briglie gli altri governi della quadruplice alleanza) il partito militare ha decisamente preso il sopravvento; in realtà questo partito ha già posto alla Russia un ultimatum (bisogna attendersi da un giorno all'altro ch'esso venga ufficialmente presentato). Questo ultimatum comporta: o la continuazione della guerra o una pace annessionista, alla condizione cioè che noi evacuiamo tutti i territori da noi occupati, mentre i tedeschi si tengono tutti quelli da loro occupati e ci impongono il pagamento di una indennità (in veste di rimborso delle spese per il mantenimento dei prigionieri di guerra), indennità che ammonta a una cifra di circa tre miliardi di rubli, pagabile nel termine di qualche anno.
8. Il governo socialista della Russia si trova di fronte a una questione che richiede di essere decisa senza por tempo in mezzo: accettare subito questa pace annessionista o condurre immediatamente una guerra rivoluzionaria. In sostanza, non c'è via di mezzo. Nessuna proroga è ormai attuabile, poiché abbiamo già fatto tutto il possibile e l'impossibile per tirare artificialmente alle lunghe le trattative.
9. Esaminando gli argomenti che parlano in favore di una guerra rivoluzionaria immediata, ci troviamo innanzi tutto di fronte a questo argomento: la pace separata nel momento attuale sarà, oggettivamente, un accordo con gli imperialisti tedeschi, un 'mercato imperialista', ecc.; e quindi una tale pace sarebbe una rottura totale con i principi fondamentali dell'internazionalismo proletario.
Ma questo argomento è manifestamente falso. Gli operai che sono sconfitti in uno sciopero, accettando condizioni di ripresa del lavoro svantaggiose per loro e vantaggiose per i capitalisti non tradiscono il socialismo. Tradiscono il socialismo soltanto coloro che comprano i vantaggi per una parte degli operai a prezzo dei vantaggi per i capitalisti; soltanto tali accordi sono, in via di principio, inammissibili.
Chi chiama la guerra contro l'imperialismo tedesco una guerra di difesa e giusta, ma effettivamente riceve l'appoggio degli imperialisti anglo-francesi e nasconde al popolo i trattati segreti conclusi con questi ultimi, costui, sì, tradisce il socialismo. Chi, senza nascondere nulla al popolo e senza concludere nessun trattato segreto con gli imperialisti, acconsente a firmare condizioni di pace svantaggiose per una nazione debole e vantaggiose per uno dei gruppi imperialisti se in quel momento gli mancano le forze per continuare la guerra, costui non commette il minimo tradimento verso il socialismo.
10. Un altro argomento in favore della guerra immediata è il fatto che, firmando la pace, noi diventiamo oggettivamente gli agenti dell'imperialismo tedesco, poiché liberiamo e le sue truppe che tengono il nostro fronte e milioni di prigionieri, ecc. Ma anche questo argomento è manifestamente falso, poiché, oggettivamente, la guerra rivoluzionaria farebbe di noi in questo momento gli agenti dell'imperialismo anglo-francese, che fornirebbero a quest'ultimo le forze ausiliarie di cui ha bisogno per raggiungere il proprio fine. Gli inglesi hanno semplicemente proposto al nostro comandante in capo, Krylenco, 100 rubli al mese per ogni soldato russo, se la guerra continuasse. Senza accettare una copeca dagli anglo-francesi, saremmo loro tuttavia oggettivamente utili trattenendo una parte dell'esercito tedesco.
In tutti e due i casi non riusciremmo a liberarci interamente da questo o quel legame imperialista, ed è evidente che non ce ne potremmo liberare totalmente senza abbattere l'imperialismo mondiale. La giusta conclusione che se ne può trarre è che, a partire dal momento della vittoria del governo socialista in un paese, bisogna risolvere la questione non dal punto di vista di dare la preferenza a questo o quell'imperialismo, ma esclusivamente dal punto di vista delle condizioni più favorevoli allo sviluppo e all'affermarsi della rivoluzione socialista che si è già iniziata.
In altre parole: il principio che deve ora determinare la nostra tattica non è quello di sapere quale dei due imperialismi sarebbe più vantaggioso sostenere oggi, ma qual è il mezzo più sicuro ed efficace per assicurare alla rivoluzione socialista la possibilità di consolidarsi o per lo meno di mantenersi in un paese sino a quando gli altri paesi si uniranno ad esso.
11. Si dice che gli avversari della guerra fra i socialdemocratici tedeschi sono oggi diventati 'disfattisti' e ci pregano di non cedere all'imperialismo tedesco. Ma noi ammettevamo il disfattismo soltanto nei confronti della borghesia imperialista di casa nostra; quanto alla vittoria sull'imperialismo straniero, vittoria conseguita mediante un'alleanza formale od effettiva con un imperialismo 'amico', l'abbiamo sempre condannata come un metodo in via di principio inammissibile, e in generale non buono.
Quest'argomento non è dunque che una variante del precedente. Se i socialdemocratici di sinistra tedeschi ci avessero proposto di rimandare la pace separata per un periodo di tempo determinato, garantendoci un'azione rivoluzionaria in Germania durante questo intervallo, la questione potrebbe allora porsi per noi in altri termini. Ma i socialdemocratici di sinistra tedeschi non soltanto non dicono ciò, bensì dichiarano formalmente: 'Resistete sino a quando potete, ma decidete secondo la situazione interna della rivoluzione socialista russa, poiché non si può promettere niente di positivo circa la rivoluzione tedesca'.
12. Si dice che in diverse dichiarazioni del partito noi abbiamo esplicitamente 'promesso' la guerra rivoluzionaria, e che firmare una pace separata sarebbe venir meno alla propria parola.
È falso. Noi abbiamo parlato della necessità per un governo socialista, nell'epoca imperialista, di 'preparare e sostenere' la guerra rivoluzionaria; ne abbiamo parlato per combattere il pacifismo astratto, la teoria della negazione completa della 'difesa della patria' nell'epoca imperialista, e, infine, per combattere gli istinti puramente egoistici di una parte dei soldati; ma non ci siamo assunti l'impegno di incominciare una guerra rivoluzionaria senza tener conto della possibilità di condurla in questo o quel momento.
Anche ora dobbiamo assolutamente preparare la guerra rivoluzionaria. Noi manteniamo questa promessa, come abbiamo mantenuto in generale tutte le nostre promesse che potevano essere immediatamente mantenute: abbiamo annullato tutti i trattati segreti, abbiamo proposto una pace giusta a tutti i popoli, abbiamo in tutti i modi e a più riprese tirato per le lunghe le trattative di pace per dare a altri popoli la possibilità di unirsi a noi.
Ma la questione: 'Si può subito, immediatamente, condurre una guerra rivoluzionaria?', bisogna risolverla esclusivamente tenendo conto delle condizioni materiali della sua realizzazione e degli interessi della rivoluzione socialista, la quale si è già iniziata.
13. Riassumendo la valutazione degli argomenti in favore della guerra rivoluzionaria immediata, bisogna addivenire alla conclusione che questa politica risponderebbe forse alle aspirazioni dell'uomo, a ciò che è bello, produce sensazione, colpisce, ma non terrebbe in alcun conto i rapporti oggettivi delle forze di classe e i fattori materiali nel momento presente della rivoluzione socialista iniziata.
14. È fuor di dubbio che il nostro esercito è nel momento attuale e sarà nelle prossime settimane (e probabilmente anche nei prossimi mesi), nell'impossibilità assoluta di respingere con successo l'offensiva tedesca: primo, causa l'estrema stanchezza e l'esaurimento della maggior parte dei soldati, la disorganizzazione inaudita negli approvvigionamenti, nel cambio delle truppe spossate, ecc.; secondo, causa l'assoluta inefficienza del parco dei cavalli, ciò che condanna la nostra artiglieria a una sicura perdita; terzo, causa l'impossibilità assoluta di difendere il litorale tra Riga e Reval, ciò che dà al nemico la certezza quasi assoluta di poter conquistare il resto della Livonia, poi l'Estonia, e di aggirare alle spalle una gran parte delle nostre truppe e, infine, prendere Pietrogrado.
15. Inoltre, - cosa anch'essa fuor di dubbio, - la maggioranza contadina del nostro esercito si pronunzierebbe in questo momento senza riserve per una pace annessionista e non per una guerra rivoluzionaria immediata, poiché la riorganizzazione socialista dell'esercito, l'afflusso nelle sue file dei distaccamenti della Guardia rossa, ecc., sono appena incominciati.
Data la completa democratizzazione dell'esercito, condurre la guerra contro la volontà della maggioranza dei soldati sarebbe un'avventura; ora, la creazione di un esercito socialista operaio e contadino veramente resistente e ideologicamente forte esige, per lo meno, mesi e mesi.
16. I contadini poveri della Russia sono in grado di sostenere la rivoluzione socialista, diretta dalla classe operaia, ma non possono sostenere subito, nel momento attuale, una guerra rivoluzionaria seria. Ignorare in questa questione il rapporto effettivo delle forze di classe sarebbe un errore fatale.
17. La questione della guerra rivoluzionaria si presenta dunque in questo momento nel modo seguente:
Se la rivoluzione tedesca scoppiasse e trionfasse nei tre o quattro prossimi mesi, la tattica della guerra rivoluzionaria immediata potrebbe forse non essere funesta alla nostra rivoluzione socialista.
Ma se la rivoluzione tedesca non scoppiasse nei prossimi mesi, allora, colla continuazione della guerra, il corso degli avvenimenti sarebbe necessariamente questo: delle gravi sconfitte obbligherebbero la Russia a concludere una pace separata ancora più svantaggiosa, e inoltre questa pace, invece di essere conclusa da un governo socialista, sarebbe conclusa da un altro governo (ad esempio dal blocco della Rada borghese con il partito di Cernov o qualcosa di analogo). Perché l'esercito contadino, spaventosamente estenuato dalla guerra, fin dalle prime sconfitte, - e sarebbe probabilmente questione di qualche settimana e non di mesi, - rovescerebbe il governo operaio socialista.
18. In simili condizioni sarebbe del tutto inammissibile una tattica che puntasse su una carta il destino della rivoluzione socialista, già iniziato in Russia, soltanto perché la rivoluzione tedesca potrebbe scoppiare in un avvenire molto prossimo, in un termine di tempo molto breve che potrebbe essere misurato a settimane. Una tale tattica sarebbe un'avventura. Non abbiamo il diritto di affrontare un tal rischio.
19. E la rivoluzione tedesca, date le sue basi oggettive, non sarà ostacolata se noi concluderemo una pace separata. È probabile che i fumi dello sciovinismo la indeboliranno per un certo tempo, ma la situazione della Germania rimarrà estremamente difficile; la guerra contro l'Inghilterra e l'America sarà lunga; l'imperialismo aggressivo è completamente e definitivamente smascherato da ambo le parti. L'esempio della Repubblica socialista sovietica in Russia si ergerà, esempio vivente, di fronte ai popoli di tutti i paesi, e la forza di propaganda, di penetrazione rivoluzionaria di questo esempio sarà gigantesca. Qui, regime borghese e guerra aggressiva, smascherata fino in fondo, di due gruppi predoni; là, pace e Repubblica socialista sovietica.
20. Concludendo una pace separata ci sbarazziamo, per quanto è possibile nel momento attuale, dei due gruppi imperialisti nemici approfittando della loro ostilità e della guerra che impedisce loro di mettersi d'accordo contro di noi; ne approfittiamo, ottenendo così di avere, per un certo periodo, le mani libere per continuare a consolidare la rivoluzione socialista. La riorganizzazione della Russia sulla base della dittatura del proletariato, sulla base della nazionalizzazione delle banche e della grande industria, in un regime di scambi in natura tra le città e le società rurali di consumo dei piccoli contadini, è perfettamente possibile dal punto di vista economico, a condizione che ci sia assicurato qualche mese di lavoro pacifico. Una simile riorganizzazione renderà il socialismo invincibile in Russia e nel mondo intero, e creerà al tempo stesso una solida base economica per un possente esercito rosso operaio e contadino.
21. Una guerra veramente rivoluzionaria sarebbe in questo momento la guerra che la Repubblica socialista condurrebbe contro i paesi borghesi, ponendosi lo scopo preciso, approvato pienamente dall'esercito socialista, di abbattere la borghesia negli altri paesi. Ma è certo che nel momento attuale non possiamo ancora prefiggerci questo scopo. Noi condurremmo ora oggettivamente una guerra per la liberazione della Polonia, della Lituania e della Curlandia. Ma nessun marxista può negare, a meno di rompere con i principi fondamentali del marxismo e del socialismo in generale, che gli interessi del socialismo stanno al di sopra di quelli del diritto delle nazioni all'autodecisione. La nostra repubblica socialista ha fatto e continua a fare tutto ciò che è in suo potere per realizzare il diritto all'autodecisione della Finlandia, dell'Ucraina, ecc. Ma se la situazione concreta è ormai tale che l'esistenza della Repubblica socialista è minacciata in questo momento dal fatto che il diritto di qualche nazione (Polonia, Lituania, Curlandia, ecc.) all'autodecisione è stato violato, è ovvio che la questione della salvezza della Repubblica socialista sta al di sopra di ciò.
Chi dice quindi: 'Non possiamo firmare una pace disonorevole, ignominiosa, ecc., tradire la Polonia, e così via', non si accorge che, concludendo la pace a condizione che la Polonia sia liberata, non farebbe che rafforzare ancor più l'imperialismo tedesco contro l'Inghilterra, il Belgio, la Serbia e gli altri paesi. Una pace condizionata dalla liberazione della Polonia, della Lituania, della Curlandia sarebbe una pace 'patriottica' dal punto di vista della Russia, ma non cesserebbe di essere una pace con gli annessionisti, con gli imperialisti tedeschi...".
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La maggioranza del Comitato centrale del partito bolscevico accettò e sostenne le posizioni di Lenin, Stalin e Sverdlov, ma si trovò costretta tuttavia a fronteggiare anche le conseguenze assai negative determinatesi in seguito all'operato dei trotzkisti e dei "comunisti di sinistra", condotto contravvenendo alle più elementari norme della disciplina di partito.
Trotzki, nonostante il mandato affidatogli, si rifiutò di firmare il trattato di pace a Brest-Litovsk. Questo comportamento arrecò un danno immenso alla Russia in quanto consentì all'esercito tedesco di attaccare su tutti i fronti la Russia, pur in spregio alle clausole dell'armistizio, occupando vaste zone di territorio sovietico e puntando direttamente contro Pietrogrado.
A seguito dell'attacco tedesco il Consiglio dei commissari del popolo emanò il decreto "La Patria socialista è in pericolo" contenente le norme essenziali più importanti e urgenti per fronteggiare l'attacco del nemico: "... 1) Tutte le forze e le risorse del paese vengono messe interamente a disposizione dell'opera di difesa rivoluzionaria. 2) Tutti i soviet e le organizzazioni rivoluzionarie sono tenute a difendere ogni posizione fino all'ultima goccia di sangue. 3) Le organizzazioni dei ferrovieri e i soviet con esse collegati debbono impedire con tutte le loro forze al nemico di utilizzare il sistema delle vie di comunicazione; effettuando la ritirata debbono distruggere le strade ferrate, far saltare e incendiare gli edifici ferroviari; avviare immediatamente ad est, verso l'interno del paese, tutto il materiale rotabile, vetture e locomotive. 4) Tutte le riserve di grano e, in generale, di derrate alimentari, nonché tutti i beni di valore che corrono il pericolo di cadere nelle mani del nemico devono essere distrutti senza eccezione; i soviet locali, sotto la personale responsabilità dei loro presidenti, hanno il compito di vigilare affinché quest'ordine sia eseguito. 5) Gli operai e i contadini di Pietrogrado, di Kiev e di tutte le città, località, paesi e villaggi situati sulla linea del nuovo fronte devono mobilitare battaglioni per scavare trincee sotto la direzione di specialisti militari. 6) In questi battaglioni devono essere inclusi tutti i membri della classe borghese atti al lavoro, uomini e donne, sotto la sorveglianza di guardie rosse; fucilare chi oppone resistenza. 7) Tutte le pubblicazioni che si oppongono all'azione di difesa rivoluzionaria e si schierano dalla parte della borghesia tedesca, nonché quelle che cercano di approfittare dell'invasione delle orde imperialistiche per rovesciare il potere sovietico, vengono soppresse; i redattori e i collaboratori di queste pubblicazioni abili al lavoro vengono mobilitati per scavare trincee e per altri lavori di difesa. 8) Gli agenti del nemico, gli speculatori, i saccheggiatori, i teppisti, i sobillatori controrivoluzionari, le spie tedesche vengono fucilati sul posto.
La patria socialista è in pericolo! Viva la patria socialista! Viva la rivoluzione socialista internazionale!
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La "Pravda" del 22 febbraio 1918 pubblica un articolo di Lenin contro le posizioni dei "comunisti di sinistra", "La scabbia": "La scabbia è un male doloroso. Quando poi le persone vengono assalite dalla scabbia della vuota frase rivoluzionaria, la sola vista di questa malattia causa sofferenze insopportabili.
Verità semplici, chiare, comprensibili, evidenti a qualunque rappresentante delle masse lavoratrici, verità che sembrano indiscutibili, vengono deformate da chi è affetto dalla suddetta specie di scabbia. Non di rado questa deformazione nasce dalle migliori, più nobili, più elevate intenzioni, 'semplicemente' perché certe verità teoriche non sono state ben digerite o perché, con ingenuità infantile o con servilismo da scolaro, le si ripetono inopportunamente (questa gente non capisce, come si suol dire, 'il come e il quando'), ma non per questo la scabbia cessa di essere una assai brutta scabbia.
Per esempio, che cosa può essere più indiscutibile e più evidente della seguente verità: il governo che ha dato a un popolo estenuato da tre anni di guerra rovinosa il potere sovietico, la terra, il controllo operaio e la pace, sarà invincibile? La pace è la cosa più importante. Se, dopo tanti sforzi compiuti con tutta la buona volontà, per ottenere una pace giusta e generale, è risultato, di fatto, che non si può ottenerla ora, ogni mugik capirà che bisogna scegliere non la pace generale, ma una pace separata (singola) e ingiusta. Ogni mugik, anche il più arretrato e analfabeta, lo capirebbe e apprezzerebbe il governo che gli avesse dato pur una siffatta pace.
Alcuni bolscevichi dovevano ammalarsi di questa brutta scabbia della vuota frase per dimenticare tutto ciò e suscitare il più legittimo mal contento dei contadini, quando questa scabbia ha portato ad una nuova guerra della rapace Germania contro l'esausta Russia!... Qualunque mugik vedendo un 'intellettuale' che cerca di eludere con vuote frasi una verità così evidente direbbe: tu, caro signore, non hai la stoffa per governare lo Stato, ti conviene piuttosto iscriverti tra gli imbonitori o semplicemente andare a farti i bagni per guarire dalla scabbia...".
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E ancora così si esprime Lenin nell'articolo "Dov'è l'errore" scritto il 23 febbraio: "Gli avversari più illustri e più responsabili della conclusione di una pace separata sulla base delle condizioni di Brest-Litovsk hanno espresso l'essenza dei loro argomenti...
Esaminando questi argomenti salta subito agli occhi l'errore fondamentale degli autori. Essi non dicono una parola delle condizioni concrete della guerra rivoluzionaria nel momento attuale. Quella che per i fautori della pace è la considerazione prima e fondamentale, cioè appunto l'impossibilità che noi abbiamo di combattere ora, è passata sotto silenzio. Per tutta risposta, - risposta se non altro alle mie tesi, ben note agli autori fin dall'8 gennaio - vengono portate esclusivamente considerazioni generali, astrazioni, che si trasformano inevitabilmente in vuote frasi. Poiché ogni considerazione storica generale, applicata a un singolo caso senza una particolare analisi delle condizioni proprie del caso dato, diventa vuota frase.
Prendete la prima proposta. Tutto il suo 'sale' è questo: rimproveri, grida di sdegno, declamazioni, volontà di 'riempire di vergogna' l'avversario, appello al sentimento: ecco come siete cattivi, gli imperialisti vi attaccano, 'proclamando' che il loro scopo è di abbattere la rivoluzione proletaria, e voi rispondete acconsentendo a concludere la pace! Ma il nostro argomento, e agli autori è ben noto, consiste appunto nell'affermare che, se rifiutiamo questa dura pace, facilitiamo appunto al nemico il soffocamento della rivoluzione proletaria. E questo nostro argomento è corroborato (per esempio, nelle mie tesi) da una serie di indicazioni estremamente concrete sullo stato dell'esercito, sulla sua composizione di classe, ecc. Gli autori hanno eluso ogni argomento concreto, e così hanno finito col pronunciare vuote frasi. Giacché, se il nemico 'proclama' che il suo fine è di schiacciare la rivoluzione, è un cattivo rivoluzionario colui che, scegliendo una forma di resistenza manifestamente impossibile, ottiene così che gli scopi del nemico passino dalla semplice 'proclamazione' alla realizzazione.
Secondo argomento: i 'rimproveri' si fanno più forti. Ma voi acconsentite a firmare la pace al primo attacco del nemico... Ma davvero gli autori pensano seriamente che ciò possa essere convincente per chi fin dal mese di gennaio, assai prima dell''attacco', aveva analizzato il rapporto di forze e le condizioni concrete della guerra nel momento attuale? Che cos'è se non una vuota frase considerare un 'rimprovero' come una obiezione contro un'analisi?
Acconsentire alla pace in queste condizioni, ci si dice, 'è una capitolazione del reparto avanzato del proletariato internazionale di fronte alla borghesia internazionale'.
Di nuovo una vuota frase. Le verità generali vengono gonfiate in tal modo che divengono false e si trasformano in pura declamazione. La borghesia tedesca non è la borghesia 'internazionale', poiché i capitalisti anglo-francesi salutano con gioia il nostro rifiuto di firmare la pace. La 'capitolazione', generalmente parlando, è una brutta cosa, ma questa rispettabile verità non offre una soluzione per ogni situazione particolare, poiché si può chiamare capitolazione anche il rifiuto di combattere in condizioni chiaramente svantaggiose, e una tale capitolazione è un dovere per ogni serio rivoluzionario. Capitolazione, generalmente parlando, era anche il consenso a partecipare alla III Duma, la sottoscrizione della pace con Stolypin, secondo l'espressione che usarono allora i nostri declamatori 'di sinistra'.
Noi siamo il reparto avanzato nel senso dell'iniziativa rivoluzionaria, questo è indiscutibile; ma che siamo il reparto avanzato nel senso dello scontro militare con le forze dell'imperialismo avanzato, questo...".
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Il governo sovietico ricevette un nuovo ultimatum da parte degli austro-tedeschi il 23 febbraio, da accettare entro 48 ore, con condizioni ancor più gravose delle precedenti.
In merito ad esso lo stesso giorno Lenin, nel suo Rapporto al Comitato esecutivo centrale dei soviet di tutta la Russia, si espresse in questi termini: "Compagni, le condizioni che ci hanno posto i rappresentanti dell'imperialismo tedesco sono incredibilmente dure, estremamente iugulatorie, sono condizioni brigantesche. Gli imperialisti tedeschi, approfittando della debolezza della Russia, ci mettono il ginocchio sul petto. Eppure, in una tale situazione, per non nascondervi l'amara verità di cui sono profondamente convinto, debbo dirvi che per noi non c'è altra via di uscita che sottoscrivere queste condizioni. Ogni altra proposta significherebbe richiamare su di noi, volontariamente o involontariamente, mali ancora peggiori e un ancor maggiore assoggettamento (se si può parlare qui di gradi successivi) e asservimento della repubblica sovietica all'imperialismo tedesco; oppure sarebbe un misero tentativo di eludere con le parole una realtà minacciosa, eccezionalmente dura, ma incontestabile. Compagni, voi tutti sapete bene, e molti di voi lo sanno per esperienza personale, che sulla Russia si è rovesciato tutto il peso della guerra imperialista, che per cause a tutti note e indiscutibili è stata più terribile e più dura che negli altri paesi; voi sapete perciò che il nostro esercito è esausto, estenuato dalla guerra come nessun altro; che tutte le calunnie lanciate contro di noi dalla stampa borghese e dai partiti che la sostenevano o erano ostili al potere sovietico, secondo cui i bolscevichi avrebbero disgregato l'esercito sono assurdità... Tutto ciò che si poteva fare per mantenere in piedi questo esercito, in preda a un'inaudita, tremenda stanchezza, tutto ciò che si poteva fare per renderlo più forte, è stato fatto. Ma ora, dopo che io, per esempio, ho assolutamente evitato nel corso dell'ultimo mese di esprimere il mio pensiero, che avrebbe potuto apparire pessimistico, e dopo che, come si è visto, abbiamo detto nel corso dell'ultimo mese tutto ciò che si poteva dire e fatto tutto ciò che si poteva fare per migliorare la situazione dell'esercito, la realtà ci ha mostrato che dopo tre anni di guerra il nostro esercito non può e non vuole in nessun caso combattere. Ecco la ragione fondamentale, semplice, evidente, in sommo grado amara e dura, ma assolutamente chiara, per cui, vivendo accanto a un predone imperialista, noi siamo costretti a sottoscrivere condizioni di pace mentre egli ci sta con il ginocchio sul petto.
Ecco perché dico e ripeto, con piena coscienza della responsabilità che mi assumo, che a questa responsabilità nessun rappresentante del potere sovietico ha il diritto di sfuggire. Certo, è piacevole e facile dire agli operai, ai contadini, ai soldati, è piacevole e facile osservare come dopo la svolta dell'ottobre la rivoluzione andava avanti, ma quando bisogna ammettere l'amara, dura, incontestabile verità che una guerra rivoluzionaria è impossibile, non è permesso eludere questa responsabilità e bisogna assumersela direttamente. Ritengo per me un obbligo, ritengo necessario compiere il mio dovere e dire senz'altro le cose come stanno, e perciò sono convinto che le classi lavoratrici della Russia, le quali sanno che cosa è la guerra, quanto è costata ai lavoratori, a qual grado di esaurimento e di sfinitezza li ha portati, non dubito un solo istante che, pur ammettendo, insieme con noi, l'inaudita durezza, brutalità e infamia di queste condizioni di pace, giustifichino tuttavia la nostra condotta. Esse diranno: voi dovevate, ne avevate preso l'impegno, proporre le condizioni di una pace immediata e giusta, dovevate sfruttare tutti i mezzi possibili, ritardare la conclusione della pace per vedere se altri paesi si univano a noi, se ci veniva in aiuto il proletariato europeo, senza l'aiuto del quale non possiamo ottenere una duratura vittoria socialista.
Noi abbiamo fatto tutto ciò che era possibile per prolungare le trattative, abbiamo fatto anche più di quello che era possibile, dopo le trattative di Brest abbiamo dichiarato cessato lo stato di guerra, sicuri, come erano sicuri molti di noi, che la situazione interna non avrebbe permesso alla Germania una feroce e selvaggia offensiva contro la Russia. Questa volta abbiamo dovuto subire una dura sconfitta, e la sconfitta bisogna saperla guardare direttamente in viso. Sì, la rivoluzione è andata finora di vittoria in vittoria; ma ora ha subito una dura sconfitta. Il movimento operaio tedesco, così rapido ai suoi inizi, ha subito una battuta d'arresto. Sappiamo che le ragioni fondamentali di questo movimento sono state eliminate, che vanno crescendo e che si allargheranno senza dubbio, perché si trascina una guerra tormentosa, perché la ferocia dell'imperialismo si rivela sempre più profonda e più scoperta, aprendo gli occhi a coloro che sembrerebbero più lontani dalla politica o alle masse che sembrano incapaci di comprendere la politica socialista. Ecco perché si è giunti a una situazione così tragica e disperata che ci costringe ora ad accettare la pace e costringerà le masse lavoratrici a dire: sì, essi hanno agito giustamente, hanno fatto tutto ciò che potevano per proporre una pace giusta e ritardare la sua conclusione, hanno dovuto assoggettarsi alla pace più iugulatoria e disgraziata, perché il paese non aveva altra via d'uscita. Gli imperialisti tedeschi si trovano in una situazione tale per cui sono costretti a combattere una battaglia all'ultimo sangue contro la repubblica dei soviet; se ora non proseguono la marcia su Pietrogrado e Mosca, com'era nei loro piani, è solo perché sono impegnati in una guerra sanguinosa e di rapina contro l'Inghilterra e perché inoltre hanno una crisi interna. Quando mi dicono che gli imperialisti tedeschi possono domani o dopodomani presentare condizioni ancora peggiori, rispondo che bisogna essere pronti anche a questo; è naturale che, vivendo accanto a predoni feroci, la repubblica sovietica debba attendersi un'aggressione. Se ora non possiamo rispondere con la guerra è perché non abbiamo forze, perché far la guerra si può solo con il popolo. Se i successi della rivoluzione spingono molti compagni a sostenere il contrario, questo non è un fenomeno di massa, non è l'espressione della volontà e dell'opinione effettiva delle masse; se voi vi accostate alla vera classe lavoratrice, agli operai e ai contadini, udirete una sola risposta, e cioè che non possiamo far la guerra in nessun caso, non abbiamo fisicamente le forze, siamo sommersi nel sangue, come ci ha detto un soldato. Queste masse ci capiranno e ci daranno ragione quando firmeremo questa pace così dura a cui siamo costretti. Forse il periodo di respiro necessario per dare nuovo slancio alle masse sarà lungo, ma coloro che hanno avuto modo di vivere i lunghi anni delle battaglie rivoluzionarie, i periodi di ascesa della rivoluzione e i periodi in cui la rivoluzione ricadeva nell'abisso, in cui gli appelli rivoluzionari alle masse non trovavano in esse alcuna eco, sanno che tuttavia la rivoluzione si è sempre risollevata.
Perciò noi diciamo: sì, ora le masse non sono in grado di fare la guerra, ora ogni rappresentante del potere sovietico è tenuto a dire tutta l'amara verità in faccia al popolo, ma passerà il periodo delle indicibili difficoltà causate da tre anni di guerra e dal disperato sfacelo provocato dallo zarismo, e il popolo ritroverà in sé le forze e la possibilità di dare la dovuta risposta. Dinnanzi a noi sta ora l'oppressore; all'oppressione, certo, è meglio rispondere con la guerra rivoluzionaria, con l'insurrezione, ma purtroppo la storia ha dimostrato che all'oppressione non sempre si può rispondere con l'insurrezione; la rinuncia all'insurrezione non significa ancora rinuncia alla rivoluzione; non lasciatevi prendere al laccio dalla provocazione che parte dai giornali borghesi, dagli avversari del potere sovietico; sì, essi non hanno altre parole che 'pace infame' e grida di 'vergogna!' a proposito di questa pace, ma di fatto questi borghesi vanno incontro con entusiasmo agli invasori tedeschi. Essi dicono: 'Finalmente, verranno i tedeschi e ci porteranno l'ordine', ecco ciò che essi vogliono e tramano gridando 'pace infame, pace vergognosa'. Essi vogliono che il potere dei soviet dia battaglia, una battaglia disperata, sapendo che non abbiamo forze, e ci spingono verso il pieno asservimento agli imperialisti tedeschi per fare mercato di noi con i poliziotti tedeschi; ma essi non fanno che esprimere i loro interessi di classe, perché sanno che il potere dei soviet si rafforza. Queste voci, queste grida contro la pace sono, a mio avviso, la migliore dimostrazione che coloro che rifiutano questa pace non solo si sono fatti cullare da illusioni ingiustificate, ma hanno prestato il fianco alla provocazione. No, bisogna guardare direttamente in faccia alla terribile verità: davanti a noi è l'oppressore, che ci ha messo un ginocchio sul petto, che noi combatteremo con tutti i mezzi della lotta rivoluzionaria. Ma ora ci troviamo in una situazione disperatamente difficile, il nostro alleato non può correre in nostro aiuto, il proletariato internazionale non può venire ora, ma verrà. Questo movimento rivoluzionario, che non ha ora la possibilità di dare una risposta militare al nemico, si solleverà e darà questa risposta più tardi, ma la darà. (Applausi)".
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Anche il Comitato centrale bolscevico discusse e approvò la proposta di Lenin favorevole alla firma del trattato di pace. I "comunisti di sinistra" si schierarono ancora una volta contro Lenin e nel comitato di partito di Mosca passò una loro mozione di sfiducia verso il Comitato centrale e il rifiuto ad accettarne le decisioni. Eccone il testo: "Dopo aver discusso l'attività del CC, il Comitato della regione di Mosca del POSDR esprime la sua sfiducia nel CC, a causa della sua linea politica e delle persone che ne fanno parte, e alla prima occasione insisterà perché esso venga rinnovato. Inoltre il Comitato della regione di Mosca non si ritiene obbligato a sottomettersi comunque a quelle decisioni del CC che saranno connesse all'applicazione delle condizioni del trattato di pace con la Germania e l'Austria".
Lenin, in un articolo pubblicato sui numeri 37 e 38 della "Pravda", definì ciò "Strano e mostruoso": "Nella risoluzione approvata il 24 febbraio 1918, il Comitato della regione di Mosca del nostro partito ha espresso la sua sfiducia nel CC rifiutandosi di sottomettersi alle sue decisioni 'che saranno legate all'applicazione delle condizioni del trattato di pace con la Germania e l'Austria' e ha dichiarato nel 'testo esplicativo' allegato alla risoluzione che 'ritiene difficilmente evitabile una scissione del partito in un prossimo futuro'.
In tutto ciò non vi è nulla di mostruoso, ma nemmeno di strano. È perfettamente naturale che i compagni che sono in netto disaccordo con il CC sulla questione della pace separata condannino decisamente il CC ed esprimano la convinzione della inevitabilità di una scissione. È questo un diritto assolutamente legittimo dei membri del partito, e si comprende perfettamente.
Ma ecco ciò che è strano e mostruoso. Alla risoluzione è annesso un 'testo esplicativo' che riproduciamo integralmente: 'Il Comitato della regione di Mosca ritiene difficilmente evitabile una scissione del partito nel prossimo futuro, e si assegna quindi il compito di contribuire all'unione di tutti quegli elementi rivoluzionari comunisti conseguenti che lottano sia contro i fautori della conclusione di una pace separata, sia contro tutti gli elementi moderati o opportunisti del partito. Nell'interesse della rivoluzione internazionale riteniamo opportuno ammettere la possibilità di perdere il potere sovietico, che sta diventando ora puramente formale. Continuiamo come per il passato a ritenere nostro compito fondamentale la diffusione delle idee della rivoluzione socialista in tutti gli altri paesi e l'applicazione decisa della dittatura operaia, la repressione implacabile della controrivoluzione borghese in Russia'.
Abbiamo sottolineato qui le parole che sono... strane e mostruose.
Tutto il nodo è in queste parole.
Queste parole portano all'assurdo tutta la linea degli autori della risoluzione, queste parole scoprono con straordinaria chiarezza la radice del loro errore.
'Nell'interesse della rivoluzione internazionale è opportuno ammettere la possibilità di perdere il potere sovietico'... Questo è strano giacché non v'è nessun legame tra i postulati e la deduzione. 'Nell'interesse della rivoluzione internazionale è opportuno ammettere la sconfitta militare del potere dei soviet': una tesi siffatta potrebbe essere giusta o no, ma non si potrebbe chiamarla strana. Questo in primo luogo.
Secondo: il potere dei soviet 'sta diventando ora puramente formale'. Ecco ciò che non è più soltanto strano, ma addirittura mostruoso. È chiaro che i nostri autori si sono avviluppati in una rete inestricabile. Bisognerà districarla.
Sulla prima questione i nostri autori pensano, evidentemente, che sia opportuno nell'interesse della rivoluzione internazionale ammettere la possibilità di una sconfitta militare che porterebbe alla perdita del potere sovietico, ciò alla vittoria della borghesia in Russia. Esprimendo questo pensiero, gli autori riconoscono indirettamente la giustezza di quanto esponevo nelle tesi (dell'8 gennaio 1918, pubblicate sulla Pravda del 24 febbraio 1918), e cioè appunto che il rifiuto delle condizioni di pace proposteci dalla Germania porterebbe la Russia alla sconfitta e all'abbattimento del potere dei soviet.
E così, la raison finit toujours par avoir raison, la verità prende il sopravvento! I miei avversari 'estremisti', i moscoviti che minacciano la scissione, hanno dovuto - appunto perché sono giunti a parlare apertamente di scissione, - arrivare ad esporre anche fino in fondo le loro considerazioni concrete, quelle stesse che le persone che si limitano a frasi generali sulla guerra rivoluzionaria preferiscono eludere. Tutta la sostanza delle mie tesi e dei miei argomenti (come può vedere chiunque voglia leggere attentamente le mie tesi del 7 maggio 1918), consiste nell'indicare la necessità di accettare una pace estremamente gravosa ora, in questo momento, preparando seriamente al tempo stesso la guerra rivoluzionaria (e anzi appunto nell'interesse di questa seria preparazione). Quelli che si limitavano alle frasi generiche sulla guerra rivoluzionaria hanno eluso la sostanza dei miei argomenti o non l'hanno notata, cioè non l'hanno voluta notare. Ed ecco che ora debbo ringraziare di tutto cuore proprio i miei 'avversari estremi', i moscoviti, perché hanno rotto la 'congiura del silenzio' sulla sostanza dei miei argomenti. I moscoviti sono stati i primi a rispondere ad essi.
Quale è stata però la loro risposta?
La loro risposta riconosce la giustezza del mio argomento concreto: sì, ammettono i moscoviti, effettivamente ci attende la sconfitta, se noi affrontiamo la battaglia con i tedeschi* [* L'obiezione contraria, che cioè era comunque impossibile evitare la battaglia, è confutata dai fatti: le mie tesi sono state lette l'8 gennaio; il 15 gennaio potevamo avere la pace. Certamente ci sarebbe stata assicurata una tregua (e per noi una tregua, sia pur di minima durata, avrebbe avuto un'enorme importanza sia materiale che morale, giacché il tedesco avrebbe dovuto dichiarare una nuova guerra) se... se non ci fosse stata la frase rivoluzionaria]. Sì, questa sconfitta porterebbe effettivamente alla caduta del potere sovietico...
Proseguiamo. In che cosa consiste la confutazione dei miei argomenti, la cui giustezza i moscoviti sono stati costretti in sostanza a riconoscere?
Nell'affermare che, nell'interesse della rivoluzione internazionale, bisogna ammettere la perdita del potere sovietico.
Perché gli interessi della rivoluzione internazionale lo esigono? Qui è il nodo, qui è l'essenza stessa dell'argomentazione di coloro che vorrebbero confutare le mie tesi. Ma proprio su questo punto, che è il più importante, fondamentale, essenziale, né la risoluzione, né il testo esplicativo fanno il minimo cenno. Gli autori di questa risoluzione hanno trovato il tempo e la possibilità di parlare di ciò che è universalmente noto e indiscutibile: e della 'repressione implacabile della controrivoluzione borghese in Russia' (con i mezzi e i metodi di una politica che porti alla perdita del potere sovietico?), e della lotta contro tutti gli elementi opportunisti e moderati del partito; ma di ciò che appunto è in discussione, di ciò che riguarda appunto l'essenza stessa della posizione degli avversari della pace, non una parola!
Strano. Oltremodo strano. Non è forse perché sentivano di essere particolarmente deboli su questo punto che gli autori della risoluzione ne hanno taciuto? Dire chiaramente il perché (gli interessi della rivoluzione internazionale richiedono questo) avrebbe significato probabilmente smascherarsi...
Comunque sia, noi dobbiamo cercare gli argomenti che hanno potuto ispirare gli autori della risoluzione.
Forse gli autori ritengono che gli interessi della rivoluzione internazionale vietino qualunque pace con gli imperialisti? Questa opinione è stata espressa da alcuni avversari della pace in una riunione tenuta a Pietrogrado, ma è stata appoggiata da una insignificante minoranza di coloro che si opponevano alla pace separata. È chiaro che questa opinione porta a negare l'opportunità delle trattative di Brest, a negare la pace 'perfino' alla condizione che ci siano restituite la Polonia, la Lituania e la Curlandia. L'erroneità di simili idee (respinte, ad esempio, dalla maggioranza degli avversari della pace a Pietrogrado) salta agli occhi. La repubblica socialista, attorniata dalle potenze imperialistiche, non potrebbe, se ci si mette dal punto di vista di siffatte idee, concludere nessun trattato economico, non potrebbe esistere senza prendere il volo verso la luna.
Forse gli autori ritengono che gli interessi della rivoluzione internazionale esigono che questa venga stimolata, e che un tale stimolo potrebbe essere soltanto la guerra e in nessun modo la pace, che potrebbe produrre nelle masse l'impressione di una specie di 'legittimazione' dell'imperialismo? Una simile 'teoria' sarebbe in assoluto contrasto con il marxismo, che ha sempre negato la possibilità di 'stimolare' le rivoluzioni, le quali si sviluppano a mano a mano che si inaspriscono le contraddizioni di classe che le generano. Una simile teoria equivarrebbe ad affermare che l'insurrezione armata è una forma di lotta obbligatoria sempre ed in qualsiasi condizioni. In realtà gli interessi della rivoluzione internazionale esigono che il potere dei soviet, il quale ha rovesciato la borghesia nel paese, aiuti questa rivoluzione, ma scegliendo una forma di aiuto corrispondente alle sue forze. Aiutare la rivoluzione socialista su scala internazionale, ammettendo la possibilità di una sconfitta di questa rivoluzione in un dato paese, una simile idea non scaturisce nemmeno dalla teoria dello stimolo.
Gli autori della risoluzione ritengono forse che la rivoluzione in Germania sia già cominciata, che sia già arrivata alla guerra civile aperta in tutto il paese, e che noi dobbiamo quindi dedicare le nostre forze ad aiutare gli operai tedeschi, dobbiamo perire noi stessi (perdita del potere sovietico) salvando la rivoluzione tedesca che ha già cominciato la sua battaglia decisiva ed è esposta a duri colpi? Secondo questo punto di vista noi, soccombendo, distrarremmo una parte della forze della controrivoluzione tedesca e così salveremmo la rivoluzione tedesca.
È perfettamente ammissibile che, partendo da tali premesse, non solo sarebbe 'opportuno' (come si esprimono gli autori della risoluzione), ma addirittura obbligatorio ammettere la possibilità di una sconfitta e della perdita del potere dei soviet. Ma è evidente che queste premesse non esistono. La rivoluzione tedesca sta maturando, ma è evidente che è ancora ben lontana dallo scoppiare, dall'arrivare alla guerra civile. È chiaro che noi non aiuteremmo ma anzi ostacoleremmo la maturazione della rivoluzione tedesca 'ammettendo la possibilità di perdere il potere sovietico'. Noi aiuteremmo così la reazione tedesca, faremmo il suo giuoco, ostacoleremmo il movimento socialista in Germania, allontaneremmo dal socialismo larghe masse di proletari e semiproletari tedeschi non ancora passate al socialismo, che sarebbero spaventate dalla disfatta della Russia sovietica, come la disfatta della Comune nel 1871 spaventò gli operai inglesi.
Da qualunque parte si esamini la cosa, è impossibile trovare una logica nei ragionamenti degli autori della risoluzione. Non vi sono argomenti sensati a favore delle tesi che 'nell'interesse della rivoluzione internazionale è opportuno ammettere la possibilità di perdere il potere sovietico'.
'Il potere sovietico sta diventando ora puramente formale': ecco a quale tesi mostruosa sono giunti, come abbiamo visto, gli autori della risoluzione moscovita.
Poiché, si dice, gli imperialisti tedeschi ci imporranno un tributo, poiché ci impediranno di far propaganda e agitazione contro la Germania, il potere sovietico perderebbe ogni significato, 'diventerebbe puramente formale': tale è, con ogni probabilità, il corso dei 'pensieri' degli autori della risoluzione. Diciamo: 'probabilmente', giacché nulla di chiaro e di preciso gli autori hanno fornito a sostegno della tesi che stiamo esaminando.
Uno stato d'animo caratterizzato dal più profondo e desolato pessimismo, un senso di assoluta disperazione: ecco il contenuto della 'teoria' secondo cui il potere sovietico sarebbe puramente formale e sarebbe ammissibile una tattica che contempli l'eventualità di perderlo. Comunque, non c'è salvezza, perisca pure anche il potere dei soviet! Questo è il sentimento che ha dettato questa risoluzione mostruosa. Gli argomenti cosiddetti 'economici' di cui a volte si ammantano simili pensieri si riducono allo stesso disperato pessimismo: ma dov'è più, si dice, la repubblica dei soviet, se si potrà esigere da essa questo tributo, e poi quest'altro, e poi quest'altro ancora?
Niente altro che disperazione: comunque, siamo perduti!
Un sentimento comprensibile nella durissima situazione nella quale si trova la Russia. Ma non 'comprensibile' in un ambiente di rivoluzionari coscienti. Esso è caratteristico proprio perché porta all'assurdo le idee dei moscoviti. I francesi nel 1793 non avrebbero mai detto che le loro conquiste, la repubblica e la democrazia, stavano diventando puramente formali, che bisognava ammettere l'eventualità di perdere la repubblica. Essi non erano pervasi dalla disperazione, ma dalla fede nella vittoria. Ma fare appello alla guerra rivoluzionaria e al tempo stesso affermare in una risoluzione ufficiale che occorre 'ammettere la possibilità di perdere il potere sovietico' significa smascherarsi in pieno...
Perché dovremmo cadere nella disperazione e scrivere risoluzioni, ahimè, più obbrobriose della pace più obbrobriosa, risoluzioni che parlano di un 'potere dei soviet che diventa puramente formale'?
Perché le più dure sconfitte militari subite nella lotta contro i colossi dell'imperialismo contemporaneo non potrebbero temprare anche in Russia il carattere del popolo, rafforzare l'autodisciplina, spazzar via la millanteria e l'amore della frase, insegnare la fermezza, condurre le masse ad adottare la stessa giusta tattica dei prussiani schiacciati da Napoleone: firma pure i trattati di pace più obbrobriosi quando non hai un esercito, raccogli le forze e poi sollevati e risollevati sempre di nuovo?
Perché dovremmo cadere nella disperazione al primo trattato di pace eccezionalmente duro, quando altri popoli hanno saputo sopportare calamità anche peggiori?
La fermezza del proletariato, il quale sa che bisogna sottomettersi se non ci sono le forze e che nondimeno sa poi risollevarsi, a qualunque costo, sempre di nuovo, raccogliendo le forze in qualsiasi condizione, corrisponde forse a questa tattica di disperazione, o non vi corrisponde piuttosto la mancanza di carattere del piccolo-borghese che, impersonata da noi dal partito dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, ha battuto il primato della frase sulla guerra rivoluzionaria?
No, cari compagni moscoviti 'estremi'! Ogni giorno di esperienza in più allontanerà da voi proprio gli operai più coscienti e più fermi. Il potere dei soviet, essi diranno, non sta diventando e non diventerà puramente formale, non solo quando l'invasore entra a Pskov e si prende da noi un tributo di dieci miliardi in grano, minerali e denaro, ma nemmeno quando il nemico arriverà a Nizni e Rostov-sul-Don e si prenderà da noi venti miliardi di tributo.
Mai nessuna invasione straniera renderà 'puramente formale' una istituzione politica del popolo (e il potere dei soviet non è soltanto una istituzione politica, molto più alta, molto più elevata di tutte le altre conosciute dalla storia). Al contrario, l'invasione straniera non farà che rafforzare le simpatie del popolo per il potere dei soviet se... se esso non si lancerà in avventure.
Il rifiuto di firmare la più obbrobriosa delle paci quando non si ha un esercito è un'avventura, di cui il popolo accuserà a buon diritto il potere che abbia opposto un tale rifiuto.
Nel corso della storia sono state firmate paci assai più dure e vergognose di quella di Brest... e questo non portò alla perdita di prestigio del potere, non lo rese formale, non portò alla rovina né il potere né il popolo, ma temprò il popolo, gli insegnò la scienza dura e difficile di preparare un esercito serio anche in condizioni disperatamente difficili, sotto il tallone dell'invasore.
La Russia va verso una nuova guerra, vera guerra in difesa della patria, verso la guerra per mantenere e rafforzare il potere dei soviet. Può darsi che un'altra epoca, - come fu l'epoca delle guerre napoleoniche - sarà l'epoca delle guerre di liberazione (delle guerre, appunto, e non di una sola guerra), imposte dagli invasori alla Russia sovietica. Questo è possibile.
E perciò più vergognosa di ogni pace gravosa e arcigravosa, a cui ci costringe la mancanza di un esercito, più vergognosa della più vergognosa delle paci è la disperazione. Noi non saremo rovinati nemmeno da dieci dei più duri trattati di pace, se penseremo seriamente all'insurrezione e alla guerra. Noi periremo sotto i colpi degli invasori, se lasceremo che la disperazione e le vuote frasi ci portino alla rovina".
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Il 24 febbraio il CEC dei soviet di tutta la Russia decise di accettare le brigantesche condizioni della "Quadruplice alleanza".
Il 3 marzo 1918 una nuova delegazione sovietica, firmò a Brest-Litovsk il trattato di pace, rifiutandosi di esaminare le condizioni in quanto esse erano niente altro che una imposizione dell'imperialismo tedesco alla neocostituita RSFSR.
Il 15 marzo il IV Congresso straordinario dei soviet di tutta la Russia ratificò il trattato di pace. Il partito dei socialisti-rivoluzionari di sinistra si schierò contro questa decisione e i suoi rappresentanti nel governo si dimisero dal Consiglio dei commissari del popolo.
Tra il 6 e l'8 marzo 1918 si svolse anche il VII Congresso del POSDR(b). La sua convocazione si era resa necessaria per risolvere la crisi all'interno del partito determinata dal frazionismo di trotzkisti e "comunisti di sinistra" in opposizione alla linea leninista di ratifica della pace di Brest-Litovsk; per dare corso ad una nuova elaborazione del Programma del partito che tenesse conto dell'esperienza pratica del potere sovietico e, infine, per modificare la denominazione del partito stesso che, per decisione congressuale, divenne quella di Partito Comunista Russo (Bolscevico).
Il Rapporto politico che Lenin tenne al VII Congresso a nome del CC, fu per scelta e per necessità monotematico: "Sulla guerra e la pace". Eccone alcuni estratti: "Il rapporto politico - esordisce Lenin -- potrebbe consistere nella enumerazione dei provvedimenti presi dal CC, ma in questo momento ciò che è urgente e necessario non è un simile rendiconto, bensì uno studio della nostra rivoluzione nel suo complesso; soltanto un tale studio, infatti, può dare una base veramente marxista a tutte le nostre decisioni. Dobbiamo esaminare tutto il precedente corso della rivoluzione e chiarire perché il suo sviluppo ulteriore si è mutato. Nella nostra rivoluzione vi sono svolte che avranno un'enorme importanza per la rivoluzione internazionale: parlo appunto della Rivoluzione d'ottobre.
I primi successi della rivoluzione di febbraio furono dovuti al fatto che dietro al proletariato andò non solo la massa dei contadini, ma anche la borghesia. Di qui la facilità con cui fu conseguita la vittoria sullo zarismo, che non eravamo riusciti a ottenere nel 1905. La creazione spontanea, autonoma, dei soviet dei deputati operai, nella rivoluzione di febbraio, ripeteva l'esperienza del 1905, e a noi non restò che proclamare il principio del potere dei soviet. Le masse apprendevano ad affrontare i compiti della rivoluzione sulla base della propria esperienza di lotta... E fu appunto questa politica, questa parola d'ordine, 'il potere ai soviet', da noi inculcate nella coscienza delle più vaste masse popolari, che ci permisero nell'ottobre di vincere così facilmente a Pietroburgo, e trasformarono gli ultimi mesi della rivoluzione russa in una vera e propria marcia trionfale.
La guerra civile divenne un fatto. Ciò che avevamo predetto all'inizio della rivoluzione e perfino all'inizio della guerra, e verso cui allora una parte notevole degli ambienti socialisti aveva un atteggiamento incredulo e perfino beffardo, cioè la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, il 25 ottobre 1917 divenne un fatto per uno dei più vasti e più arretrati fra i paesi belligeranti. In questa guerra civile la schiacciante maggioranza della popolazione si schierò dalla nostra parte, e in seguito a ciò la vittoria fu per noi estremamente facile...
Ecco perché i primi mesi della rivoluzione russa dopo il 25 ottobre 1917 furono una vera e propria marcia trionfale. Questa vera e propria marcia trionfale fece dimenticare, respinse in secondo piano le difficoltà contro le quali la rivoluzione socialista subito urtò e non poteva non urtare. Una differenza fondamentale fra la rivoluzione borghese e quella socialista è che per la rivoluzione borghese, che nasce dal grembo del feudalesimo, nelle viscere del vecchio regime, si creano gradualmente nuove organizzazioni economiche le quali gradualmente mutano tutti gli aspetti della società feudale. La rivoluzione borghese aveva di fronte a sé un compito solo: spazzare via, eliminare, distruggere tutte le catene della vecchia società. Adempiendo a questo compito, ogni rivoluzione borghese esegue tutto ciò che si esige da lei: cioè rafforza lo sviluppo del capitalismo.
In tutt'altra situazione si trova la rivoluzione socialista. Quanto più arretrato è il paese in cui, in virtù dei zigzag della storia, si è dovuto dare inizio alla rivoluzione socialista, tanto più è difficile per essa passare dai vecchi rapporti capitalistici a quelli socialisti. Qui ai compiti di distruzione si aggiungono i compiti nuovi, di inaudita difficoltà, della organizzazione. Se il genio creativo popolare della rivoluzione russa, passato attraverso la grande esperienza del 1905, non avesse creato i soviet fin dal febbraio 1917, questi non avrebbero in nessun caso potuto prendere il potere in ottobre, poiché il successo dipendeva soltanto dalla presenza di forme già pronte di organizzazione del movimento, che comprendeva milioni di uomini. Questa forma già pronta erano i soviet, e se nel campo politico ci attendevano quei brillanti successi, quella ininterrotta marcia trionfale che abbiamo vissuto, è perché era già pronta una nuova forma di potere politico, e a noi non rimase altro che trasformare con qualche decreto il potere dei soviet, dallo stato embrionale in cui si trovava nei primi mesi della rivoluzione, in una forma legalmente riconosciuta, affermatasi nello Stato russo, di trasformarlo cioè nella Repubblica sovietica russa... Vincere il nemico interno è stato un compito estremamente facile. Creare un potere politico è stato estremamente facile poiché le masse ci avevano dato lo scheletro, il fondamento di questo potere. La repubblica dei soviet è nata di colpo. Ma restavano ancora due compiti di una difficoltà gigantesca, la cui soluzione non poteva essere in nessun modo una marcia trionfale come era stata nei primi mesi la nostra rivoluzione: non avevamo e non potevamo avere dubbi che in seguito la rivoluzione socialista si sarebbe trovata di fronte a compiti di un'estrema difficoltà.
In primo luogo si trattava dei compiti dell'organizzazione interna che ogni rivoluzione socialista si trova di fronte. La differenza tra la rivoluzione socialista e quella borghese consiste appunto nel fatto che nel caso della seconda vi sono forme già pronte di rapporti capitalistici, mentre il potere sovietico - proletario - non riceve questi rapporti già pronti, se si eccettuano le forme più sviluppate di capitalismo, che in sostanza hanno abbracciato poche punte più alte dell'industria e ben poco hanno ancora toccato dell'agricoltura. L'organizzazione di un censimento, il controllo delle aziende più importanti, la trasformazione di tutto il meccanismo economico statale in un'unica grande macchina, in un organismo economico operante in modo che centinaia di milioni di uomini siano diretti secondo un unico piano: ecco il gigantesco compito organizzativo che veniva a pesare sulle nostre spalle. Nelle condizioni di lavoro attuali esso non poteva assolutamente essere risolto 'd'assalto', come eravamo riusciti a risolvere i compiti della guerra civile. L'essenza stessa del problema non permetteva una soluzione di questo genere... Qui ci trovammo di fronte a difficoltà gigantesche. A questo punto fu chiaro a tutti coloro che volevano affrontare seriamente i compiti della nostra rivoluzione che soltanto uno sforzo di autodisciplina tenace e prolungato avrebbe permesso di vincere la disgregazione che la guerra aveva portato nella società capitalistica, solo con uno sforzo eccezionalmente intenso, duro e tenace avremmo potuto superare questa disgregazione e vincere quegli elementi che la aggravavano, poiché consideravano la rivoluzione come un mezzo per liberarsi dalle vecchie catene strappando ad essa tutto ciò che era possibile. La comparsa di un gran numero di questi elementi era inevitabile in un paese piccolo-borghese che attraversa un periodo di incredibile sfacelo, e contro di essi ci attende una lotta cento volte più difficile, che non promette risultati di grande effetto, una lotta che abbiamo appena cominciato. Siamo al primo gradino di questa lotta. Qui ci attendono prove durissime, qui, data la situazione oggettiva, non potremo in nessun caso limitarci ad una marcia trionfale a bandiere spiegate, come abbiamo fatto contro i seguaci di Kaledin. Chiunque cercasse di trasferire questo metodo di lotta ai compiti di organizzazione che la rivoluzione deve affrontare sarebbe votato a un completo fallimento come politico, come socialista, come protagonista della rivoluzione socialista.
Questo appunto doveva toccare ad alcuni dei nostri giovani compagni che si erano lasciati inebriare dalla iniziale marcia trionfale della rivoluzione, quando di fronte a quest'ultima sorse concretamente la seconda di quelle gigantesche difficoltà che gravano su di essa: la questione internazionale. Se con tanta facilità ci siamo liberati delle bande di Kerenski, se con tanta facilità abbiamo creato il potere nel nostro paese, se abbiamo ottenuto senza la minima fatica il decreto sulla socializzazione della terra, sul controllo operaio, se abbiamo ottenuto così facilmente tutto questo, è stato solo perché le favorevoli condizioni che si erano venute a creare ci avevano messo al riparo per un breve momento dell'imperialismo internazionale. L'imperialismo internazionale, con tutta la potenza del suo capitale, con la sua tecnica militare altamente organizzata, che costituisce una vera forza, un vero baluardo del capitale internazionale, non poteva in nessun caso e a nessuna condizione rassegnarsi a vivere accanto alla repubblica dei soviet, sia per la sua situazione obiettiva che per gli interessi economici di quella classe capitalistica di cui esso è l'incarnazione; non poteva farlo in virtù dei legami commerciali, dei rapporti finanziari internazionali. Qui il conflitto è inevitabile. Qui è la difficoltà più grande della rivoluzione russa, il suo più grande problema storico: la necessità di risolvere i compiti internazionali, la necessità di suscitare la rivoluzione internazionale, di effettuare questo passaggio della nostra rivoluzione, strettamente nazionale, alla rivoluzione mondiale.
Questo compito ci si poneva di fronte in tutta la sua inaudita difficoltà. Ripeto che molti nostri giovani amici, che si considerano di sinistra, hanno finito col dimenticare la cosa più importante: la ragione per cui, durante le settimane e i mesi del nostro massimo trionfo dopo l'ottobre, noi abbiamo avuto la possibilità di passare così facilmente di trionfo in trionfo. Va detto che le cose sono andate così perché la speciale congiuntura internazionale che si era venuta a creare ci ha temporaneamente messo al riparo dall'imperialismo. Questo non aveva tempo di occuparsi di noi. E ci sembrò che anche noi potevamo fare a meno di occuparci dell'imperialismo. Ma i singoli imperialisti si disinteressavano di noi solo perché tutta l'immensa forza politico-sociale e militare dell'imperialismo mondiale contemporaneo era in quel momento divisa in due gruppi da una guerra intestina. I predoni imperialisti trascinati in questa lotta erano giunti a superare ogni limite, a impegnare un duello mortale, al punto che nessuno dei due gruppi poteva concentrare forze di una certa importanza contro la rivoluzione russa. Ci trovammo appunto in una tale situazione nell'ottobre... Soltanto perché la nostra rivoluzione è capitata in questo momento propizio, allorché nessuno dei due giganteschi gruppi di predoni poteva fare meno di gettarsi l'uno contro l'altro né poteva unirsi contro di noi; solo di questo momento dei rapporti politici ed economici internazionali poteva approfittare e approfittò la nostra rivoluzione per effettuare la sua brillante marcia trionfale nella Russia europea, passare in Finlandia, cominciare a conquistare il Caucaso e la Romania. Solo così si spiega perché da noi sono apparsi nei circoli avanzati del nostro partito militanti intellettuali-superuomini che si sono fatti inebriare da questa marcia trionfale e hanno detto: con l'imperialismo internazionale ce la caveremo facilmente; anche là sarà una marcia trionfale, non ci sono delle vere difficoltà.
In questo c'è un distacco dalla situazione obiettiva della rivoluzione russa, che ha semplicemente approfittato di una temporanea debolezza dell'imperialismo internazionale, dovuta al fatto che si era momentaneamente inceppata la macchina destinata a muoversi contro di noi come il treno muove contro una carriola e la fa in pezzi; e la macchina si era inceppata perché si scontravano due gruppi di predoni. Sia là che qui il movimento rivoluzionario cresceva, ma in tutti i paesi imperialistici senza eccezione esso si trovava ancora, nella maggioranza dei casi, in uno stadio embrionale. Il ritmo con cui esso si sviluppava non era affatto uguale al nostro. Per tutti coloro che avevano riflettuto sulle premesse economiche della rivoluzione socialista in Europa, non poteva non essere evidente che in Europa è infinitamente più difficile cominciare la rivoluzione e da noi è stato infinitamente più facile cominciarla, ma sarà più difficile continuarla. Questa situazione obiettiva ha fatto sì che noi abbiamo dovuto sopportare una svolta molto difficile e molto brusca della storia. Dalla continua marcia trionfale in ottobre, novembre e dicembre, sul nostro fronte interno, contro la nostra controrivoluzione, contro i nemici del potere sovietico, siamo dovuti passare alla lotta contro l'attuale imperialismo internazionale, che aveva aperto le ostilità contro di noi. Dal periodo della marcia trionfale si è dovuti passare ad un periodo in cui la situazione è divenuta straordinariamente difficile e grave, da cui, certo, non si può uscire con le parole, con brillanti parole d'ordine, - per quanto ciò possa essere piacevole - giacché noi avevamo, nel nostro paese disorganizzato, masse incredibilmente stanche, ridotte in un tale stato per cui non era assolutamente possibile combattere, talmente abbattute da tre anni di una guerra estenuante da essere ridotte in condizioni di assoluta inefficienza militare. Ancor prima della Rivoluzione d'ottobre avevamo visto rappresentanti delle masse dei soldati, non appartenenti al partito bolscevico, che non temevano di dire in faccia alla borghesia la verità, e cioè che l'esercito russo non avrebbe combattuto. Questa situazione dell'esercito provocò una crisi gigantesca. Questo paese di piccoli contadini, disorganizzato dalla guerra, ridotto da essa in condizioni disperate, si è trovato in una situazione straordinariamente grave: non abbiamo più esercito. Ma ci tocca continuare a vivere accanto a un bandito armato fino ai denti, che finora è rimasto e rimane un bandito e che, naturalmente, non si lascia commuovere dall'agitazione in favore di una pace senza annessione e senza indennità. Un pacifico animale domestico giaceva accanto a una tigre e cercava di convincerla che la pace doveva essere senza annessioni e senza indennità, quando questa pace poteva essere raggiunta soltanto attaccando la tigre. Da questa prospettiva alcuni dirigenti del nostro partito - intellettuali e una parte di organizzazioni operaie - hanno cercato di liberarsi soprattutto con frasi e sofismi, dicendo: non deve essere così. Questa pace era una prospettiva troppo poco credibile perché noi, che avevamo fino allora marciato alla battaglia aperta con le bandiere spiegate, che avevamo messo in fuga con le sole nostre grida tutti i nemici, potessimo cedere ed accettare condizioni umilianti. Giammai. Noi siamo rivoluzionari troppo fieri, noi dichiariamo innanzitutto: 'Il tedesco non può attaccare'.
Questo era il primo sofisma con il quale costoro cercavano di consolarsi. La storia ci ha posto ora in una situazione straordinariamente difficile; noi dobbiamo con un lavoro di organizzazione eccezionalmente difficile superare una serie di dolorose sconfitte. Se guardiamo la cosa da un punto di vista storico-universale, non v'è alcun dubbio che la vittoria finale della nostra rivoluzione, se questa restasse isolata, se non vi fosse movimento rivoluzionario negli altri paesi, sarebbe una causa senza speranza. Se noi abbiamo preso questa causa nelle nostre mani, nelle mani del solo partito bolscevico, l'abbiamo presa convinti che la rivoluzione maturava in tutti i paesi e che, alla fin delle fini, - e non all'inizio degli inizi - quali che fossero le difficoltà che avremmo dovuto superare, quali che fossero le sconfitte che avremmo dovuto subire, sarebbe sopravvenuta la rivoluzione socialista internazionale; giacché essa verrà; sarebbe maturata, giacché essa matura e maturerà. La nostra salvezza da tutte le difficoltà - lo ripeto - è la rivoluzione in tutta Europa. Partendo da questa verità, verità assolutamente astratta, e ispirandoci ad essa, noi dobbiamo fare in modo che essa non si trasformi con il tempo in una vuota frase, giacché qualsiasi verità astratta, se la si applica senza nessuna analisi, si trasforma in vuota frase... E così, sarebbe un'avventura del tutto senza senso trasferire il vecchio metodo, che risolveva il problema della lotta con una marcia trionfale, al nuovo periodo storico che si è iniziato e che ha posto di fronte a noi non gente ormai putrida come Kerenski e Kornilov, ma il bandito internazionale, l'imperialismo della Germania, dove la rivoluzione ha soltanto cominciato a maturare, ma, evidentemente, non è ancora giunta a completa maturazione. Un'avventura analoga era l'affermazione che il nemico non si sarebbe risolto ad attaccare la rivoluzione. Le trattative di Brest-Litovsk non rappresentavano ancora di per sé un fatto tale per cui noi dovessimo in quel momento accettare qualsiasi condizione di pace. Il rapporto oggettivo delle forze era tale che non sarebbe bastato ottenere una tregua. Le trattative di Brest dovevano dimostrare che il tedesco avrebbe attaccato, che la società tedesca non era ancora così gravida della rivoluzione da poter questa scoppiare immediatamente; e non si può rimproverare agli imperialisti tedeschi di non aver preparato ancora questo scoppio con la loro condotta o, come dicono certi nostri giovani amici che si considerano sinistri, una situazione in cui il tedesco non potesse attaccare. Quando si dice loro che non abbiamo un esercito, che siamo stati costretti a smobilitarlo, - e siamo stati costretti, sebbene non avessimo affatto dimenticato che, vicino al nostro pacifico animale domestico, giace una tigre, - essi non lo vogliono capire. Se siamo stati costretti a smobilitare l'esercito, non abbiamo affatto dimenticato che non si può metter fine alla guerra se una sola delle parti ordina di deporre le armi.
Ma come è potuto accadere che nemmeno una corrente, nemmeno una tendenza, nemmeno l'organizzazione del nostro partito sia stata contraria a questa smobilitazione? Avevamo forse completamente perduto il senno? Niente affatto. Ufficiali non bolscevichi avevano detto ancor prima dell'Ottobre che l'esercito non poteva combattere, che non era possibile trattenerlo al fronte nemmeno per poche settimane. Dopo l'Ottobre ciò divenne evidente per chiunque volesse vedere i fatti, la nuda, amara realtà, e non nascondersi o calcarsi il cappello sugli occhi e cavarsela con frasi altisonanti. L'esercito non c'è più, trattenerlo è impossibile. La cosa migliore che si possa fare è di smobilitarlo al più presto. È una parte malata dell'organismo, che ha subito tormenti inauditi, che è esausta dalle privazioni della guerra, nella quale è entrata tecnicamente impreparata e dalla quale è uscita in uno stato tale che ad ogni offensiva cade in preda al panico. Non se ne può fare una colpa agli uomini che hanno sopportato così inaudite sofferenze... Quanto più presto lo smobilitiamo, quanto più rapidamente sarà assorbito dalle parti non ancora malate, tanto più rapidamente il paese potrà essere pronto a nuove dure prove. Ecco di che cosa noi eravamo convinti, quando abbiamo preso all'unanimità la decisione che appariva assurda dal punto di vista degli avvenimenti internazionali di smobilitare l'esercito. Ma era un provvedimento giusto, e noi dicevamo che trattenere l'esercito era una illusione puerile. Quanto più rapidamente si smobilitava l'esercito, tanto più presto sarebbe cominciata la guarigione di tutto l'organismo sociale nel suo insieme. Ecco perché la vuota frase rivoluzionaria: 'Il tedesco non può attaccare' era un errore così profondo, una così triste sopravvalutazione dei fatti, come l'altra che derivava da essa: 'Noi possiamo proclamare cessato lo stato di guerra. Né guerra, né firma della pace'. Ma se il tedesco sferrerà l'offensiva? 'No, egli non potrà sferrare l'offensiva'. Ma avete voi il diritto di mettere in giuoco, non dico la sorte della rivoluzione internazionale, ma questo problema concreto: non vi troverete ad essere complici dell'imperialismo tedesco, quando verrà quel momento? Ma noi, che dall'ottobre 1917 siamo diventati tutti difensisti, fautori della difesa della patria, noi tutti sappiamo di aver rotto con gli imperialisti, non a parole, ma con i fatti: abbiamo annullato trattati segreti, abbiamo vinto la borghesia nel nostro paese e abbiamo proposto apertamente una pace onorevole, sì che tutti i popoli hanno potuto vedere nei fatti le nostre intenzioni. Come hanno potuto degli uomini che erano seriamente fautori della difesa della repubblica sovietica lasciarsi andare a questa avventura che ha portato i suoi frutti? Ma purtroppo è un fatto, perché la grave crisi che attraversa il nostro partito in seguito alla formazione di una opposizione 'di sinistra' al suo interno, è una delle maggiori crisi che abbia attraversato la rivoluzione russa.
Questa crisi sarà superata. In nessun caso né il nostro partito, né la nostra rivoluzione periranno per questo, anche se a un certo momento la cosa era apparsa molto vicina, molto probabile. La garanzia che per questo non periremo è che invece del vecchio metodo di risolvere i dissensi di frazione, - con un numero straordinario di pubblicazioni e di discussioni, e un numero sufficiente di scissioni - invece di questo vecchio metodo, gli avvenimenti hanno fornito agli uomini un nuovo metodo di studio. Questo metodo consiste nella verifica di tutto alla luce dei fatti, degli avvenimenti, degli insegnamenti della storia del mondo. Voi dite che il tedesco non può attaccare. Dalla vostra tattica risultava che si poteva dichiarare cessato lo stato di guerra. La storia vi ha dato una lezione, ha confutato questa illusione. Sì, la rivoluzione tedesca si sviluppa, ma non come noi vorremmo, non con la rapidità che sarebbe gradita agli intellettuali russi, e non con il ritmo che la nostra storia manifestò in ottobre, quando, arrivati in una qualsiasi città, proclamavamo il potere dei soviet e dopo pochi giorni i nove decimi degli operai erano con noi. La rivoluzione tedesca ha la sfortuna di non procedere così rapidamente. Ma chi di noi due deve tener conto dell'altro: noi di essa o essa di noi? Voi volevate che essa tenesse conto di voi, ma la storia vi ha dato una lezione. Sì, una lezione, perché è una verità assoluta che senza la rivoluzione tedesca noi saremmo perduti, forse non a Pietrogrado né a Mosca, ma a Vladivostok, o in qualche altra località ancora più lontana, dove dovremmo trasferirci, a una distanza forse maggiore di quella che separa Pietrogrado da Mosca; ma in ogni caso, ammettendo tutte le vicende possibili e immaginabili, se la rivoluzione tedesca non scoppierà, noi saremo perduti. Tuttavia, ciò non scuote nemmeno di un pollice la nostra ferma convinzione che dobbiamo saper affrontare senza fanfaronate anche la situazione più difficile.
La rivoluzione non verrà così presto come ci aspettavamo. La storia lo ha dimostrato e bisogna saperlo accettare come un dato di fatto, bisogna saper tener conto del fatto che la rivoluzione socialista mondiale non può cominciare nei paesi avanzati così facilmente come è cominciata la rivoluzione in Russia, nel paese di Nicola e di Rasputin, dove a una grandissima parte della popolazione non importava assolutamente nulla sapere quali popoli vivessero ai confini e che cosa vi accadesse. In un paese simile era facile cominciare la rivoluzione, facile come sollevare una piuma.
Ma cominciare senza preparazione la rivoluzione in un paese in cui si è sviluppato il capitalismo, che ha dato, fino all'ultimo uomo, una cultura e un metodo di organizzazione democratica è sbagliato, è assurdo. Qui noi cominciamo appena ad affrontare il periodo doloroso che contraddistingue l'inizio delle rivoluzioni socialiste. Questo è un fatto. Noi non sappiamo, nessuno sa, forse, - ciò è pienamente possibile - se essa vincerà tra qualche settimana, o addirittura tra qualche giorno, ma non si può puntare su una simile possibilità. Bisogna essere preparati ad affrontare difficoltà eccezionali, sconfitte eccezionalmente dure, che sono inevitabili perché in Europa la rivoluzione non è ancora cominciata, anche se può cominciare domani; e quando comincerà, certo, non ci tormenteranno più i nostri dubbi, non ci saranno più problemi circa la guerra rivoluzionaria, ma ci sarà soltanto una vera e propria marcia trionfale. Ciò avverrà, avverrà inevitabilmente, ma ancora non avviene. Ecco il semplice fatto che la storia ci ha insegnato, con il quale ci ha dato un colpo assai doloroso; ma, uomo avvisato mezzo salvato. Perciò io ritengo che, avendoci la storia duramente colpito in questa speranza - che il tedesco non ci avrebbe attaccato e che avremmo potuto avanzare 'a suon di urrà' - questa lezione penetrerà molto presto nella coscienza delle masse della Russia sovietica, grazie alle nostre organizzazioni dei soviet. Queste si danno da fare, si preparano al congresso, presentano risoluzioni, riflettono e discutono su quanto è accaduto. Da noi non avvengono più quelle dispute prerivoluzionarie che restavano all'interno di ristretti circoli di partito. Tutte le questioni vengono portate all'esame delle masse, le quali esigono che vengano controllate con l'esperienza, la pratica, e non si fanno mai sedurre dai facili discorsi, non si lasciano mai deviare dal cammino segnato dal corso obiettivo degli avvenimenti. Certo, se vi trovate di fronte a un intellettuale o un bolscevico di sinistra, potrete vedere come si possano eludere le difficoltà che stanno dinanzi a noi; egli, certo, potrà eludere il fatto che non c'è esercito e che la rivoluzione in Germania non incomincia. Le masse sono fatte di milioni di uomini, e la politica comincia laddove ci sono milioni di uomini. Non dove ce ne sono migliaia, ma dove ce ne sono milioni comincia la politica seria: i milioni sanno che cos'è l'esercito, hanno visto i soldati che tornavano dal fronte. Essi sanno - se consideriamo non le singole persone, ma la massa effettiva - che non possiamo combattere, che ogni uomo al fronte ha sopportato tutto ciò che era immaginabile. La massa ha capito questa verità: se non avete un esercito e avete i predoni alle costole, dove firmare il trattato di pace anche più gravoso e umiliante. È inevitabile, finché non nascerà la rivoluzione, fino a quando non riuscirete a rimettere in sesto il vostro esercito, finché non l'avrete rimandato a casa. Fino ad allora l'ammalato non ritroverà la salute. E noi non prenderemo il predone tedesco con un semplice 'urrà', non lo abbatteremo, come abbiamo abbattuto Kerenski e Kornilov. Ecco la lezione che le masse hanno imparato, senza le riserve che alcuni, desiderosi di eludere l'amara realtà, cercavano di imporre loro.
Dapprincipio una vera e propria marcia trionfale in ottobre e novembre; poi, ad un tratto, sconfitta in poche settimane dal predone tedesco, la rivoluzione russa è pronta ad accettare le condizioni di un trattato di rapina. Sì, le svolte della storia sono dolorose; da noi tutte queste svolte sono dolorose...
Qui bisogna sapere ritirarsi. Non si può nascondere sotto una vuota frase la realtà, incredibilmente triste e amara; bisogna dire: voglia Iddio che ci si possa ritirare in un certo ordine, guadagnare anche il più piccolo intervallo di tempo, affinché la parte malata del nostro organismo si possa almeno un poco ristabilire. L'organismo nel suo complesso è sano: supererà la malattia. Ma non si può pretendere che la superi di colpo, da un momento all'altro, non si può arrestare un esercito in fuga... Se non sai adattarti, se non sei disposto a strisciare sul ventre, nel fango, non sei un rivoluzionario ma un chiacchierone; e se propongo di andare avanti così, non è perché questo mi piaccia, ma perché non c'è altra via, perché la storia non è stata così piacevole da far maturare la rivoluzione dappertutto allo stesso tempo...
Dopo aver avuto questa lezione, noi supereremo la nostra scissione, la nostra crisi, per quanto grave sia questa malattia, perché ci verrà in aiuto un alleato infinitamente più sicuro: la rivoluzione mondiale. Quando ci si chiede se si debba ratificare questa pace di Tilsit, questa pace inaudita, più umiliante e spoliatrice di quella di Brest, io rispondo: assolutamente sì. Dobbiamo farlo perché guardiamo dal punto di vista delle masse... Quando ci dicono che la tregua è una fantasia, quando un giornale chiamato Kommunist, - a quanto pare dalla parola Comune - quando questo giornale riempie una colonna dopo l'altra cercando di confutare la teoria della tregua, allora dico: mi è toccato di vivere molti conflitti di frazione, molte scissioni, sì che ne ho una grande pratica, ma debbo dire che vedo chiaramente che non il vecchio metodo - quello delle scissioni frazioniste nel partito - potrà curare questa malattia, perché prima la curerà la vita stessa. La vita procede con grande rapidità. A questo riguardo essa opera in modo eccellente. La storia spinge a tale velocità la sua locomotiva che, prima ancora che la redazione del Kommunist abbia il tempo di far uscire il suo prossimo numero, la maggioranza degli operai di Pietrogrado comincerà a disilludersi delle sue idee, perché la vita dimostrerà che la tregua è un fatto. Ecco, noi ora firmiamo la pace, abbiamo una tregua, ne approfittiamo per difendere meglio la patria, perché se avessimo la guerra, avremmo quell'esercito in fuga, in preda al panico, che bisognerebbe cercare di fermare e che i nostri compagni non possono e non hanno potuto fermare perché la guerra è più forte delle prediche, più forte di diecimila ragionamenti. Se essi non hanno compreso la situazione oggettiva, non possono fermare l'esercito e non avrebbero potuto fermarlo... Intanto approfitteremo di questa tregua per convincere il popolo a unirsi, a battersi, per dire agli operai, ai contadini russi: 'Create un'autodisciplina, una disciplina severa, altrimenti dovrete giacere sotto il tallone dello stivale tedesco, come vi accade ora, come inevitabilmente vi accadrà, finché il popolo non imparerà a lottare, a creare un esercito capace non di fuggire ma di andare incontro a sofferenze inaudite'. Ciò è inevitabile perché la rivoluzione tedesca non è ancora avvenuta e non si può garantire che avverrà domani.
Ecco perché la teoria della tregua, che viene assolutamente negata dal fiume di articoli del Kommunist, è sostenuta dalla vita stessa...
Se accetto la pace mentre l'esercito è in fuga e non può non fuggire senza perdere migliaia di uomini, l'accetto perché non mi capiti di peggio. È vergognoso il trattato? Ma ogni contadino e operaio serio mi giustificherà, perché essi comprendono che la pace è un mezzo per raccogliere le forze...
L'ultima guerra ha dato al popolo russo una lezione amara, dolorosa ma seria: deve organizzarsi, disciplinarsi, obbedire, creare una disciplina che sia esemplare. Imparate dai tedeschi la disciplina, altrimenti saremo un popolo perduto e cadremo eternamente in schiavitù...
Tutta la storia delle guerra di liberazione ci mostra che se queste guerre abbracciavano larghe masse, la liberazione era rapida. Noi diciamo: se la storia procederà così, dovremo por fine alla pace, tornare alla guerra, e questo può anche toccarci fra pochi giorni. Ognuno deve essere preparato... Questa belva sa fare bene i suoi balzi. L'ha già dimostrato. Ne farà ancora degli altri. Su questo non c'è il minimo dubbio. Bisogna quindi essere preparati, bisogna saper non fare i fanfaroni, ma prendere anche un sol giorno di tregua, perché anche un solo giorno può servire per evacuare Pietrogrado, la cui occupazione costerebbe sofferenze inaudite a centinaia di migliaia di nostri proletari. Dirò ancora una volta che sono pronto a firmare e mi riterrò obbligato a firmare venti volte, cento volte una pace più umiliante, se possa ottenere anche solo pochi giorni per evacuare Pietrogrado, perché così allevio le sofferenze degli operai che altrimenti possono cadere sotto il giogo dei tedeschi; così facilito il trasporto fuori da Pietrogrado di quei materiali, polvere da sparo, ecc., che ci sono necessari; perché io sono per la difesa della patria, sono per la preparazione di un esercito, sia pure nelle più lontane retrovie, dove si stanno ora curando le ferite dell'attuale esercito smobilitato, malato... Firmando questa pace, come può comprendere ogni persona di buon senso, noi non cessiamo la nostra rivoluzione operaia; ognuno comprende che firmando la pace con i tedeschi, noi non cessiamo il nostro aiuto militare: noi mandiamo ai finlandesi armi, ma non truppe, che sono incapaci di combattere.
Può darsi che accetteremo la guerra; forse domani cederemo anche Mosca: ma poi passeremo all'offensiva: lanceremo contro l'esercito nemico il nostro esercito, se nello stato d'animo popolare avverrà quella svolta che già va maturando, per la quale occorrerà forse molto tempo, ma che avverrà quando le larghe masse diranno ciò che oggi non dicono. Sono costretto ad accettare la pace anche se durissima perché oggi non posso dire a me stesso che il momento è venuto. Quando giungerà il tempo del rinnovamento, tutti lo sentiranno, vedranno che l'uomo russo non è uno sciocco; egli vede, egli capisce che bisogna controllarsi, che questa parola d'ordine deve essere realizzata: questo è il compito principale del congresso del nostro partito e del congresso dei soviet.
Bisogna saper lavorare su una nuova strada. È infinitamente più duro, ma non è affatto impossibile. Ciò non farà cadere affatto il potere dei soviet, se noi stessi non lo faremo cadere con la più sciocca delle avventure. Verrà il tempo in cui il popolo dirà: non permetto che mi si tormenti più a lungo. Ma questo può accadere se noi non ci lanceremo in questa avventura, ma sapremo lavorare in condizioni difficili, in presenza di un trattato indicibilmente umiliante, che noi abbiamo firmato pochi giorni fa, giacché una tale crisi storica non si risolve con una guerra né con un trattato di pace...
La nostra parola d'ordine deve essere una sola: imparare seriamente a fare la guerra, mettere ordine nelle ferrovie. Senza le strade ferrate la guerra rivoluzionaria e socialista è il più dannoso dei tradimenti. Bisogna creare l'ordine e bisogna suscitare tutta quella energia, tutta la forza che darà vita a quanto c'è di meglio della rivoluzione.
Afferrate la tregua, anche solo di un'ora, poiché ve l'hanno data, per mantenere il contatto con le retrovie lontane, per creare colà nuovi eserciti. Abbandonate le illusioni, che la vita vi ha fatto già pagare e vi farà pagare ancora più caro. Davanti a noi si delinea un'epoca di durissime sconfitte, essa è già cominciata, bisogna saperne tener conto, bisogna essere pronti a un tenace lavoro in condizioni di illegalità, in condizioni di aperta schiavitù sotto i tedeschi: non c'è ragione di addolcire le cose: questa è una vera pace di Tilsit. Se sapremo agire in questo modo, allora noi, nonostante le sconfitte, possiamo dire con assoluta certezza che vinceremo".
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Sul Rapporto politico di Lenin si aprì un dibattito nel quale gli oppositori riproposero i loro argomenti che Lenin analizzò particolareggiatamente e metodicamente ed ai quali rispose nel discorso conclusivo al dibattito sulla guerra e la pace insistendo, ancora una volta, sulla necessità e sulla capacità di tutti i delegati, di tutti i militanti, dell'intero partito, insomma, di cogliere e capire quale, nella realtà, era il problema del momento, quale il significato essenziale di esso.
Dice Lenin nel suo intervento conclusivo: "... Torno al compagno Riazanov e a questo proposito vorrei notare che, come un'eccezione che accade una volta ogni dieci anni non fa che confermare la regola, così anche a lui è accaduto di dire senza volerlo una frase seria. Egli ha detto che Lenin cede spazio per guadagnare tempo. È quasi un giudizio filosofico. Ma questa volta è accaduto che al compagno Riazanov è venuta fuori una frase, per la verità, assolutamente seria, il cui significato essenziale è tutto qui: io voglio cedere spazio al reale vincitore, allo scopo di guadagnar tempo. In questo è tutta la sostanza, e solo in questo. Tutto il resto sono solo vuoti discorsi: la necessità della guerra rivoluzionaria, lo slancio dei contadini, ecc. Quando il compagno Bukharin presenta la cosa come se a proposito della possibilità della guerra non vi possano essere due opinioni e dice: 'Chiedetelo a qualsiasi militare' (ho scritto le sue parole), io gli rispondo: questo qualsiasi militare è stato un ufficiale francese con il quale ho avuto l'occasione di parlare. Quest'ufficiale francese, guardandomi, naturalmente, con occhio ostile, - non avevo forse ceduto la Russia ai tedeschi? - mi diceva: 'Io sono realista, sono fautore della monarchia anche in Francia, sono fautore della sconfitta della Germania, e non crediate che sia fautore del potere sovietico, - e come pensarlo, se era un monarchico - ma io ritenevo giusto che voi firmaste il trattato a Brest, perché ciò era indispensabile'. Ecco qua, 'chiedete a qualsiasi militare'. Qualsiasi militare doveva dirvi quel che io vi ho detto: bisognava firmare il trattato a Brest. Se adesso dal discorso di Bukharin risulta che i nostri dissensi si sono molto attenuati, è perché i suoi partigiani hanno nascosto il punto principale di questi dissensi.
Quando ora Bukharin tuona contro di noi dicendo che abbiamo demoralizzato le masse, ha perfettamente ragione; tuona però contro se stesso e non contro di noi. Chi ha causato questa confusione nel Comitato centrale? Voi, compagno Bukharin. E per quanto voi gridiate 'no', la verità avrà il sopravvento: noi nella nostra famiglia, tra compagni, al nostro congresso, non abbiamo nulla da nascondere, e dobbiamo dire la verità. E la verità è che nel CC c'erano tre tendenze. Il 17 febbraio Lomov e Bukharin non hanno votato. Io chiesi che i risultati di quella votazione venissero riprodotti in più copie e che ogni membro del partito andasse, se lo desiderava, alla Segreteria e prendesse conoscenza della votazione, della storica votazione del 21 gennaio, la quale dimostra che sono stati loro ad esitare, mentre noi non abbiamo esitato affatto, noi abbiamo detto: 'Accettiamo la pace di Brest, - non ne avrete una migliore - per preparare la guerra rivoluzionaria'... Quando il compagno Bukharin ha cominciato il suo discorso conclusivo con la domanda minacciosa: 'È possibile la guerra in un prossimo futuro?', mi ha molto meravigliato. Rispondo senza esitazioni: è possibile, ma ora bisogna accettare la pace. E in questo non vi è alcuna contraddizione...
Debbo poi occuparmi della posizione del compagno Trotzki. Nella sua attività bisogna distinguere due aspetti: quando egli cominciò le trattative di Brest, sfruttandole magnificamente per l'agitazione, noi eravamo tutti d'accordo con il compagno Trotzki. Egli ha citato una parte di un colloquio avuto con me, ma io aggiungo che fra di noi era stato stabilito di tener duro fino all'ultimatum dei tedeschi e di cedere però dopo l'ultimatum. Il tedesco ci ha preso per la gola: di sette giorni ce ne ha rubati cinque. La tattica di Trotzki, fin tanto che portava a tirare in lungo le trattative, era giusta: essa è divenuta sbagliata quando si dichiarò cessato lo stato di guerra senza che la pace fosse stata firmata. Io proposi in modo assolutamente preciso di firmare la pace. Non potevamo ottenere una pace migliore di quella di Brest. Tutti capivano che la tregua sarebbe durata un mese, che noi non avremmo perduto. Poiché la storia ha rifiutato questa soluzione, non è il caso di ritornarci sopra, ma è ridicolo che Bukharin dica: 'La vita mostrerà che noi avevamo ragione'. Io avevo ragione, perché avevo scritto a questo proposito fin dal 1915: 'Bisogna prepararsi a fare la guerra, essa è inevitabile, essa viene, essa verrà'. Ma bisognava accettare la pace senza inutili fanfaronate. Bisognava accettarla tanto più che la guerra sarebbe venuta, ed ora noi, perlomeno, rendiamo più facile l'evacuazione di Pietrogrado, l'abbiamo resa più facile. Questo è un fatto. Quando il compagno Trotzki avanza nuove condizioni: 'Promettete di non firmare la pace con Vinnicenko', io dico che in nessun caso mi assumerò questo impegno. Se il congresso prendesse questo impegno, né io né nessun altro di quelli che la pensano come me ce ne prenderemmo la responsabilità. Ciò significherebbe, invece di tenere una chiara linea di manovra, - ritirandosi quando è possibile, a volte attaccando - significherebbe invece legarsi di nuovo con una decisione formale. È ridicolo non conoscere la storia militare, non sapere che un trattato è un mezzo per raccogliere le forze: ho già fatto l'esempio della storia prussiana. Alcuni pensano proprio come i bambini: ho firmato un trattato, allora mi sono dato a Satana, andrò all'inferno. Questo è semplicemente ridicolo, allorché la storia militare ci dice, nel modo più chiaro, che firmare un trattato quando si è sconfitti è un mezzo per raccogliere le forze...
Il compagno Trotzki dice che questo è tradimento nel vero senso della parola. Io affermo che questa è un'opinione assolutamente sbagliata. Per dimostrarlo concretamente prenderò un esempio: due uomini vanno per la loro strada, vengono assaliti da dieci uomini, uno si batte, l'altro scappa: questo è tradimento; ma se ci sono due eserciti di centomila uomini ciascuno e contro di loro ci sono cinque eserciti; e un esercito è circondato da duecentomila uomini, e l'altro dovrebbe accorrere in suo aiuto; ma, sapendo che vi sono trecentomila uomini disposti in modo da prenderlo in trappola, può accorrere in aiuto? No, non può. Questo non è tradimento, non è viltà: il semplice aumento di numero ha mutato tutti i concetti. Ogni militare lo sa. Qui non vale il concetto personale: agendo così, io proteggo il mio esercito, prendano pure prigioniero quello, io rinnoverò il mio, ho degli alleati, aspetterò finché arrivino. Solo così si può ragionare; ma quando alle considerazioni militari se ne mescolano altre, non si fanno altro che vuote frasi. Così non si può fare la politica. Noi abbiamo fatto tutto ciò che poteva esser fatto. Firmando il trattato abbiamo salvato Pietrogrado, almeno per qualche giorno. (Che i segretari e gli stenografi non pensino di scrivere quel che ho detto). Il trattato ci impone di ritirare le truppe dalla Finlandia, - truppe che non sono chiaramente in grado di combattere - ma non ci è vietato di introdurre armi in Finlandia. Se Pietrogrado fosse già caduta qualche giorno addietro, il panico sarebbe dilagato nella città, e noi non saremmo riusciti a evacuare nulla, mentre in questi cinque giorni abbiamo aiutato i nostri compagni finlandesi, e non dirò quanto, perché essi lo sanno.
Le chiacchiere secondo cui noi avremmo tradito la Finlandia sono nient'altro che frasi vuote e puerili. Noi l'abbiamo aiutata proprio ritirandoci in tempo davanti ai tedeschi. La Russia non sarà affatto perduta anche se cadrà Pietrogrado, qui ha mille volte ragione il compagno Bukharin, ma se si manovra alla Bukharin, si rischia di rovinare una buona rivoluzione. (ilarità)...
Dopo aver spiegato perché non posso assolutamente accettare la proposta di Trotzki, - non si può fare così la politica - debbo dire che l'esempio di quanto i nostri compagni al congresso si siano allontanati dalla frase vuota, che di fatto è rimasta peculiarità di Uritski, ce lo ha dato Radek. Io non posso affatto rimproverarlo di essersi lasciato andare a vuote frasi nel suo intervento. Egli ha detto: 'Non c'è ombra di tradimento, né di infamia; perché è chiaro che vi siete ritirati di fronte a una forza militare schiacciante'. Questo è un giudizio che demolisce tutta la posizione di Trotzki. Quando Radek dice: 'Bisogna stringere i denti e preparare le forze', questo è vero, questo lo sottoscrivo pienamente: non fare smargiassate, ma stringere i denti e prepararsi.
Stringere i denti, non fare smargiassate ma raccogliere le forze...
Riguardo al discorso del compagno Bukharin, debbo notare che, quando non ha più argomenti, egli ne prende qualcuno in prestito da Uritski e dice: 'Il trattato ci disonora'. Qui non c'è bisogno di controbattere: se fossimo disonorati, avremmo dovuto raccogliere le nostre cose e fuggire, ma anche se 'disonorati', non credo che le nostre posizioni siano state scosse. Il compagno Bukharin ha cercato veramente di analizzare il fondamento di classe delle nostre posizioni, ma invece di far questo ha raccontato un aneddoto su una economista moscovita defunta. Quando hanno voluto trovare nella nostra tattica un legame con il mercato nero - ridicolo - si sono dimenticati che l'atteggiamento della classe nel suo insieme, - della classe, e non dei trafficanti del mercato nero - ci dimostra che la borghesia russa e tutti i suoi tirapiedi - la gente del Dielo Naroda o della Novaia Gizn - cercano di spingerci in questa guerra con tutte le loro forze. Ma proprio questo che è un fatto di classe voi non lo mettete in rilievo: dichiarare ora guerra alla Germania significa cadere nella provocazione della borghesia russa. Questa non è una cosa nuova, perché è il mezzo più sicuro - non dico: assolutamente sicuro, perché non c'è nulla di assolutamente sicuro - il mezzo più sicuro di spazzarci via immediatamente. Quando il compagno Bukharin dice che la vita darà ragione a lui e ai suoi, che noi finiremo per ammettere la guerra rivoluzionaria, egli celebra una facile vittoria, poiché fin dal 1915 noi avevamo previsto l'inevitabilità della guerra rivoluzionaria. I nostri dissensi erano se il tedesco avrebbe attaccato o no; se dovevamo dichiarare cessato lo stato di guerra; se nell'interesse della guerra rivoluzionaria dovevamo ritirarci fisicamente, cedendo territorio per guadagnare tempo. La strategia e la politica ci impongono di firmare un trattato di pace per infame che esso sia. I nostri dissensi spariranno completamente, una volta che noi saremo d'accordo su questa tattica".
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Fu di Lenin anche il Rapporto sulla revisione del Programma e il cambiamento della denominazione del Partito. Rapporto che Lenin svolse l'8 marzo nella seduta serale del VII Congresso del partito bolscevico.
"Compagni, sulla questione del mutamento della denominazione del partito, come sapete, si è svolta nel partito fin dall'aprile 1917 una discussione abbastanza approfondita, e perciò nel CC si è riusciti a raggiungere subito una decisione che non ha suscitato, a quanto pare, grandi contrasti, forse, anzi, non ne ha suscitati nessuno: e precisamente il CC vi propone di cambiare la denominazione del nostro partito, chiamandolo partito comunista russo, fra parentesi: bolscevico. Questa aggiunta è ritenuta da noi tutti necessaria, perché la parola 'bolscevico', ha acquistato diritto di cittadinanza non solo nella vita politica della Russia, ma anche in tutta la stampa straniera, che segue lo sviluppo degli avvenimenti in Russia nelle sue grandi linee. Che la denominazione 'partito socialdemocratico' sia scientificamente inesatta è stato già spiegato dalla nostra stampa. Quando gli operai hanno creato il loro proprio Stato, hanno fatto sì che il vecchio concetto di democrazia, - di democrazia borghese - è risultato superato nel processo di sviluppo della nostra rivoluzione. Noi siamo arrivati a un tipo di democrazia che non è mai esistita nell'Europa occidentale. Essa ha avuto la sua prefigurazione soltanto nella Comune di Parigi, e della Comune di Parigi Engels ha detto che non era uno Stato nel senso proprio del termine...
D'altro canto, dando inizio alle trasformazioni socialiste, noi dobbiamo definire chiaramente lo scopo a cui sono in definitiva volte queste trasformazioni, e cioè lo scopo di creare una società comunista, che non si limiti soltanto all'espropriazione delle fabbriche, delle officine, della terra e dei mezzi di produzione, che non si limiti soltanto a un rigoroso inventario e controllo della produzione e della ripartizione dei prodotti, ma che vada oltre, verso l'attuazione del principio: da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. Ecco perché la denominazione di partito comunista è l'unica scientificamente esatta...
D'altra parte il motivo più importante per cambiare la denominazione del partito è che finora i vecchi partiti socialisti ufficiali in tutti i paesi avanzati d'Europa non si sono riavuti da quell'infezione di socialsciovinismo e di socialpatriottismo che ha portato al completo fallimento il socialismo europeo ufficiale durante la guerra attuale, sì che finora quasi tutti i partiti socialisti ufficiali sono divenuti un vero e proprio freno per il movimento socialista rivoluzionario operaio, un vero e proprio ostacolo. Perciò il nostro partito, al quale le masse dei lavoratori di tutti i paesi attualmente guardano senza alcun dubbio con eccezionale simpatia, il nostro partito deve dichiarare in modo quanto è più possibile deciso, netto, chiaro, inequivocabile che esso rompe i suoi legami con questo vecchio socialismo ufficiale, e il cambiamento della denominazione del partito sarà il mezzo più adatto per raggiungere questo scopo.
Inoltre, compagni, una questione molto più difficile è quella della parte teorica del programma e della parte pratica e politica... Si sono delineati due modi di vedere principali che, a mio avviso, non divergono radicalmente, almeno dal punto di vista dei principi; un punto di vista, che io ho sostenuto, ritiene che non vi sia nessuna ragione per noi di eliminare la vecchia parte teorica del nostro programma, e che anzi ciò sarebbe addirittura sbagliato. Bisogna soltanto integrarlo con la caratterizzazione dell'imperialismo quale stadio supremo di sviluppo del capitalismo e poi con la caratterizzazione dell'era della rivoluzione socialista, partendo dal fatto che questa era della rivoluzione socialista è cominciata. Quali che siano le sorti della nostra rivoluzione, del nostro reparto dell'esercito proletario internazionale, quali che siano le ulteriori peripezie della rivoluzione, in ogni caso la situazione obiettiva dei paesi imperialistici invischiatisi in questa guerra, e che hanno portato alla fame, alla rovina, alla barbarie i paesi più avanzati, è una posizione obiettivamente senza via d'uscita. E qui bisogna dire quello che trenta anni fa, nel 1887, disse Friedrich Engels, considerando la probabile prospettiva di una guerra europea. Egli diceva che le corone si troveranno a dozzine in Europa e nessuno vorrà raccoglierle; che rovine inimmaginabili toccheranno ai paesi europei, e che il risultato finale degli orrori della guerra europea può essere uno solo, da lui così espresso: 'o la vittoria della classe operaia, o la creazione di condizioni che renderanno questa vittoria possibile e necessaria'.
A questo proposito Engels si era espresso con una precisione e una prudenza straordinaria. A differenza di coloro che deformano il marxismo e ci ammanniscono in ritardo le loro escogitazioni, secondo cui il socialismo non può sorgere sulle rovine, Engels capiva benissimo che qualsiasi guerra, anche in qualsiasi società avanzata, creerà non solo rovine, imbarbarimento, sofferenze e calamità per le masse che affogheranno nel sangue, ma, anche se non si può garantire che porterà alla vittoria del socialismo, egli diceva, tuttavia significherà: 'o la vittoria della classe operaia, o la creazione di condizioni che renderanno questa vittoria possibile e necessaria'; cioè, di conseguenza, è possibile ancora una serie di gradi intermedi assai duri in cui possono avvenire enormi distruzioni e danno della cultura e dei mezzi di produzione, ma il risultato può essere solo un maggiore slancio dell'avanguardia delle masse lavoratrici, della classe operaia, e il passaggio alla presa del potere da parte della classe operaia per la creazione di una società socialista. Giacché, quali che possano essere le distruzioni che subirà la civiltà, questa non può essere cancellata dalla storia; sarà difficile ricostruirla, ma nessuna distruzione potrà mai portare alla scomparsa completa di questa civiltà. In questa o quella sua parte, in questi o quei residui materiali, questa civiltà è indistruttibile, sarà soltanto difficile ricostruirla. Ecco dunque un punto di vista secondo cui noi dobbiamo mantenere il vecchio programma, integrandolo con la caratterizzazione dell'imperialismo e degli inizi della rivoluzione sociale.
Questo punto di vista l'ho espresso nel progetto di programma da me pubblicato... Un altro punto di vista è stato espresso nei nostri colloqui in particolare dal compagno Bukharin, e sulla stampa dal compagno V. Smirnov, nella raccolta di articoli pubblicati a Mosca. Secondo questo punto di vista, bisognerebbe cancellare completamente, o quasi, la vecchia parte teorica del programma e sostituirla con una nuova che caratterizzi non la storia dello sviluppo della produzione mercantile e del capitalismo, come faceva il nostro programma, ma lo stadio attuale di estremo sviluppo del capitalismo - l'imperialismo - e il passaggio immediato all'era della rivoluzione sociale. A me non pare che questi due punti di vista divergano radicalmente e nei principi, tuttavia continuerò a difendere il mio punto di vista. Mi sembra teoricamente sbagliato cancellare il vecchio programma che caratterizza lo sviluppo della produzione di merci al capitalismo. Esso non contiene nulla di sbagliato. Le cose sono andate e vanno così, giacché la produzione di merci ha generato il capitalismo e questo ha portato all'imperialismo. Questa è la prospettiva storica generale, e dimenticare i fondamenti del socialismo non si può.
Quali che possano essere le ulteriori peripezie della lotta, per quanti parziali zigzag ci toccherà passare (e saranno moltissimi; vediamo dall'esperienza quali gigantesche svolte fa la storia della rivoluzione, e ancora soltanto da noi; la cosa diventerà assai più complessa e più rapida, il ritmo di sviluppo sarà più impetuoso e le svolte saranno più complicate quando la rivoluzione diventerà europea), e per non perdersi in questi zigzag, in queste brusche svolte della storia e conservare la prospettiva generale, per vedere il filo rosso che lega tutto lo sviluppo del capitalismo e la strada verso il socialismo, che a noi naturalmente si presenta come diritta, e che dobbiamo rappresentarci diritta, per vederne il principio, la continuazione e la fine, - nella vita essa non sarà mai diritta, essa sarà incredibilmente tortuosa - per non perdersi in queste brusche svolte, per non perdersi nei periodi in cui si fanno passi indietro, nelle fasi di ritirata, nei momenti di sconfitta temporanea o quando la storia o il nemico ci respingono indietro, è importante a mio avviso, ed è teoricamente l'unica cosa giusta, non eliminare il nostro vecchio programma di base. Giacché ci troviamo ora soltanto nella prima fase di passaggio dal capitalismo al socialismo, da noi, in Russia. La storia non ci ha dato quella situazione mondiale che noi avevamo teoricamente concepito in un certo periodo e che sarebbe stata per noi desiderabile, permettendoci di superare rapidamente queste fasi di transizione. Noi vediamo bene come la guerra civile abbia creato molte difficoltà in Russia e come questa guerra civile si intrecci a tutta una serie di guerre. I marxisti non hanno mai dimenticato che la violenza avrebbe inevitabilmente accompagnato il crollo del capitalismo in tutta la sua ampiezza e la nascita della società socialista. E questa violenza si estenderà per tutto un periodo storico, per tutta un'epoca di guerre che assumeranno le più varie forme, guerre imperialistiche, guerre civili all'interno del paese, combinazioni di queste e quelle, guerre nazionali, di liberazione delle nazionalità oppresse dagli imperialisti, diverse combinazioni di potenze imperialistiche destinate inevitabilmente ad entrare in diverse alleanze in questa epoca di enormi trust e cartelli capitalistico-statali e di guerra. Quest'epoca - epoca di crolli giganteschi, di guerre di massa, di crisi - è incominciata, lo vediamo chiaramente che è appena agli inizi. Perciò non abbiamo motivo di eliminare dal programma tutto ciò che si riferisce alla caratterizzazione della produzione di merci e del capitalismo in generale.
Noi abbiamo fatto appena i primi passi per liberarci completamente dal capitalismo e cominciare a passare al socialismo. Quante fasi di transizione al socialismo dovremo ancora superare, non lo sappiamo e non lo possiamo sapere... Il programma del partito marxista deve invece fondarsi su fatti stabili con precisione assoluta. Solo in ciò è la forza del nostro programma, confermato da tutte le peripezie della rivoluzione. Solo su questa base i marxisti devono costruire il loro programma. Noi dobbiamo partire da fatti stabiliti con assoluta certezza, e cioè che lo sviluppo dello scambio e della produzione delle merci in tutto il mondo è divenuto il fenomeno storico predominante, ha portato al capitalismo, e il capitalismo è cresciuto fino a diventare imperialismo: questo è un fatto assolutamente incontrovertibile, che bisogna senz'altro mettere nel nostro programma. Che questo imperialismo inizi l'era della rivoluzione sociale, anche questo è un fatto per noi evidente e di cui dobbiamo parlare chiaramente. Mettendo in rilievo questo fatto nel nostro programma, in faccia a tutto il mondo, noi solleviamo la fiaccola della rivoluzione sociale non soltanto come si fa nei discorsi propagandistici, la leviamo in alto come nuovo programma, dicendo a tutti i popoli dell'Europa occidentale: 'Ecco che cosa noi, insieme con voi, abbiamo tratto dall'esperienza dello sviluppo capitalistico. Ecco che cosa è stato il capitalismo, ecco come è arrivato all'imperialismo, ed ecco l'era della rivoluzione sociale che comincia e nella quale a noi è toccato essere i primi in ordine di tempo'. Noi ci presenteremo dinanzi a tutti i popoli civili con questo manifesto, che non sarà solo un appello caloroso, ma sarà giustificato con assoluta precisione e scaturirà da fatti riconosciuti da tutti i partiti socialisti...
Noi dobbiamo partire dalla base generale dello sviluppo della produzione di merci, del passaggio al capitalismo e della trasformazione del capitalismo in imperialismo. Così noi occupiamo e rafforziamo teoricamente la posizione che nessuno - che non abbia tradito il socialismo - potrà farci abbandonare. Da questo deriva una conclusione altrettanto inevitabile: l'era della rivoluzione sociale è cominciata.
Noi facciamo questo fondandoci su fatti incontestabilmente accertati.
Inoltre, nostro compito è definire il tipo sovietico di Stato. A questo proposito ho cercato di esporre delle concezioni teoriche nel libro Stato e rivoluzione. Mi pare che la concezione marxista dello Stato sia stata deformata in sommo grado dal socialismo ufficiale predominante nell'Europa occidentale, come è stato confermato con straordinaria evidenza dalla esperienza della rivoluzione sovietica e dalla creazione dei soviet in Russia. Nei nostri soviet c'è ancora molto di rozzo, incompleto, su questo non c'è dubbio, questo è chiaro a chiunque osservi il loro funzionamento, ma quello che in essi c'è d'importante, di storicamente valido, che rappresenta un passo in avanti nello sviluppo mondiale del socialismo, è che qui è stato creato un nuovo tipo di Stato. Nella Comune di Parigi ciò era avvenuto per poche settimane, in una sola città, senza una precisa coscienza di quello che si faceva. Gli stessi uomini che crearono la Comune non la capirono: essi la crearono con l'istinto geniale delle masse risvegliatesi, e nessuna delle tendenze in cui erano divisi i socialisti francesi si rese conto di ciò che essa faceva. Noi ci troviamo in condizioni in cui, grazie al fatto che abbiamo potuto sfruttare l'esperienza della Comune di Parigi e del lungo sviluppo della socialdemocrazia tedesca, possiamo vedere chiaramente quello che facciamo creando il potere sovietico. Le masse popolari, nonostante tutta la rozzezza e l'indisciplina che c'è nei soviet, che è un residuo del carattere piccolo-borghese del nostro paese, nonostante tutto questo, hanno creato un nuovo tipo di Stato. Esso si applica non da settimane, ma da mesi, e non in una sola città, ma in un paese immenso, in più di una nazione...
In Russia tutto questo è appena cominciato, e cominciato male. Se noi prendiamo coscienza di quello che c'è di male in ciò che abbiamo cominciato, riusciremo a superarlo, se la storia ci darà la possibilità di lavorare per un periodo di tempo sufficiente a perfezionare questo potere sovietico. Perciò mi pare che la caratterizzazione del nuovo tipo di Stato deve occupare un posto importante nel nostro programma... Sarebbe estremamente sbagliato, mi pare, limitare l'importanza internazionale della nostra rivoluzione ad appelli, manifestazioni, proclami, ecc. Ciò sarebbe ben poco. Noi dobbiamo mostrare concretamente agli operai d'Europa a che cosa ci siamo accinti, e come ci siamo accinti alla nostra impresa, come bisogna comprenderla; e ciò li spingerà a porsi concretamente la questione: come arrivare al socialismo? A questo punto essi debbono rendersi conto di quanto accade e dire: i russi si sono accinti a un magnifico compito, e che se loro lo svolgono male, noi possiamo fare meglio. A questo scopo bisogna fornire quanto più è possibile materiale concreto e dire quello che noi abbiamo cercato di creare di nuovo. Nel potere sovietico noi abbiamo un nuovo tipo di Stato; cerchiamo di delineare i suoi compiti, la sua struttura, cerchiamo di spiegare perché questo nuovo tipo di democrazia, nel quale vi sono tanti elementi caotici e disperati, vive e che cosa costituisce la sua anima vivente: il passaggio del potere ai lavoratori, l'abolizione dello sfruttamento, dell'apparato di oppressione.
Lo Stato è un apparato di oppressione. Bisogna opprimere gli sfruttatori, ma non si può opprimerli con la polizia, li può opprimere solo la massa stessa; l'apparato deve essere legato alle masse, deve rappresentarle, come fanno i soviet. Questi sono molto più vicini alle masse, danno la possibilità di essere più vicino ad esse, danno più possibilità di educarle. Sappiamo benissimo che il contadino russo ha un grande desiderio di apprendere, ma vogliamo che esso impari non da libri, ma dalla sua stessa esperienza. Il potere sovietico è un apparato, un apparato costruito in modo che la massa possa cominciare a imparare immediatamente ad amministrare lo Stato e ad organizzare la produzione su scala nazionale. È un compito di una difficoltà gigantesca. Ma la cosa storicamente importante è che noi ci accingiamo a risolverlo, e risolverlo non solo dal punto di vista del nostro singolo paese, ma chiamando in aiuto gli operai dell'Europa. Noi dobbiamo spiegare concretamente il nostro programma proprio da questo punto di vista generale. Ecco perché riteniamo che questo vuol dire continuare la via intrapresa dalla Comune di Parigi. Ecco perché siamo convinti che gli operai europei, una volta che si siano messi su questa via, sapranno venirci in aiuto. Essi potranno fare meglio quello che noi già facciamo, trasportando il centro di gravità da un punto di vista formale alle condizioni concrete... E per noi è importante far partecipare all'amministrazione dello Stato tutti i lavoratori senza eccezione. È un compito di una difficoltà enorme. Ma il socialismo non può essere instaurato da una minoranza, da un partito. Lo debbono instaurare decine di milioni di persone, quando impareranno a farlo da se stesse. Ciò che noi consideriamo nostro merito è che ci sforziamo di aiutare le masse a intraprendere immediatamente questo compito, e non ad apprenderlo dai libri, dalle conferenze. Ecco perché se enunceremo concretamente e chiaramente questi nostri compiti, spingeremo tutte le masse d'Europa a discutere questo problema e ad impostarne la pratica soluzione. Noi, forse, facciamo male quello che deve essere fatto, ma spingiamo le masse a fare quello che esse debbono fare. Se ciò che fa la nostra rivoluzione non è casuale, - e noi ne siamo profondamente convinti - non è il frutto di una semplice decisione del nostro partito, ma il prodotto inevitabile di qualsiasi rivoluzione che Marx ha chiamato popolare, cioè di qualsiasi rivoluzione fatta dalle masse popolari stesse con le loro parole d'ordine, con le loro aspirazioni, e non ripetendo i programmi della vecchia repubblica borghese, se poniamo così la questione, riusciremo a realizzare ciò che è essenziale... Qui deve essere determinato con assoluta esattezza e chiarezza ciò che è stato cominciato da noi, e ciò che non è stato ancora compiuto. Noi tutti sappiamo benissimo che una grandissima parte di ciò che abbiamo cominciato non è stato completato. Senza affatto esagerare, in modo assolutamente obiettivo, attenendoci strettamente ai fatti, dobbiamo indicare nel programma quello che già c'è e quello che ci accingiamo a fare. Questa verità la mostreremo al proletariato europeo e diremo: questo bisogna fare, affinché essi dicano: questo e quello i russi lo fanno male, mentre noi lo faremo meglio...
Tutti questi errori li correggeremo nel processo del nostro lavoro, nell'assoluta certezza che daremo al potere dei soviet la possibilità di realizzare questo programma. Se almeno dichiariamo con precisione, senza distaccarci dalla realtà, che il potere dei soviet è un nuovo tipo di Stato, una forma della dittatura del proletariato, che alla democrazia noi abbiamo affidato altri compiti, che i compiti del socialismo li abbiamo trasferiti, dall'astratta formula generale della 'espropriazione degli espropriatori', in formule concrete come la nazionalizzazione delle banche e della terra, questa sarà senza dubbio la parte essenziale del programma. La questione della terra va modificata nel senso che qui noi vediamo i piccoli contadini, desiderosi di schierarsi dalla parte del proletariato e di aiutarlo nella rivoluzione socialista, compiere i primi passi in questa direzione e, con tutti i loro pregiudizi, con tutte le loro concezioni invecchiate, porsi il compito pratico di passare al socialismo. Noi non imponiamo questa via agli altri paesi, ma il fatto resta. I contadini hanno dimostrato, coi fatti e non a parole, che desiderano aiutare e aiutano il proletariato, che ha conquistato il potere, a realizzare il socialismo. Ci attribuiscono a torto di voler imporre con la forza il socialismo. Noi divideremo con giustizia la terra, dal punto di vista soprattutto della piccola azienda, dando tuttavia la preferenza alle comuni e alle grosse artel operaie. Noi sosteniamo il monopolio del commercio del grano. Noi sosteniamo - come hanno detto i contadini - l'espropriazione delle banche e delle fabbriche. Siamo pronti ad aiutare gli operai a realizzare il socialismo. Io penso che bisogna pubblicare in tutte le lingue la legge fondamentale sulla socializzazione della terra. Questa pubblicazione si farà, se non è già stata fatta. Esprimeremo concretamente questa idea nel programma, ma bisogna anche darle un'espressione teorica senza scostarsi di un passo dai fatti concretamente costatati. In occidente si farà altrimenti. Forse commettiamo degli errori, ma speriamo che il proletariato dell'occidente li corregga. E ci rivolgiamo perciò al proletariato europeo, pregandolo di aiutarci nel nostro lavoro.
In tal modo noi possiamo elaborare il nostro programma in poche settimane, e gli errori che faremo li correggerà la vita, li correggeremo noi stessi. Tuttavia essi saranno lievi come una piuma in confronto ai risultati positivi che saranno raggiunti".
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Quando si trattò di votare, il VII Congresso approvò la risoluzione sulla guerra e la pace che ratificava il trattato di pace di Brest-Litovsk firmato dal potere dei soviet; la risoluzione sul Programma del partito e quella sul cambiamento della denominazione del Partito, respingendo tutti gli emendamenti ad esse presentate da Trotzki, Radek, Zinoviev, Larin, Pelsce e Bukharin.