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Lenin, la vita e l'opera Capitolo 25Il potere sovietico sconfigge la controrivoluzione Dall'8 al 16 marzo 1921 si tenne a Mosca il X Congresso del PCR(b). Fu questo, tra i congressi dei comunisti sovietici, uno dei più importanti e difficili; che impegnò delegati e dirigenti del partito ad affrontare, approfondire e dare soluzione, in un dibattito serrato in cui non mancarono asprezza polemica e momenti di duro scontro politico, a temi e problematiche attinenti alla situazione internazionale, alla vita politica, economica e sociale del paese e alla realtà dello stesso PCR(b). Un anno separava il X Congresso del partito bolscevico dall'ultima assise dei comunisti russi. Un anno, come ebbe a sottolineare Lenin nel suo discorso di apertura del congresso, "assai ricco di avvenimenti, di storia internazionale e interna". Un periodo in cui sono stati tangibili gli sviluppi positivi, i progressi, le vittorie del proletariato russo, del movimento operaio internazionale, dei comunisti. Dalla nascita dell'Internazionale comunista che, come sottolineato da Lenin, "ha cessato di essere soltanto una parola d'ordine, ed è diventata realmente una possente organizzazione che ha le sue basi, delle vere basi, nei più grandi paesi capitalistici avanzati"; fino ad arrivare alla vittoria completa del popolo russo e del suo esercito, l'Armata Rossa, nella guerra contro l'aggressione imperialistica e la controrivoluzione interna che aveva liberato completamente il territorio della RSFSR dalle truppe controrivoluzionarie e dalle forze militari degli invasori. Ma, accanto a questi aspetti positivi, vi sono anche i compiti difficili che stanno di fronte ai comunisti russi: sul piano economico, principalmente, ma anche nella politica interna e internazionale. La RSFSR ha vinto sì, infatti, la guerra sul terreno militare, ma i suoi tanti nemici nella condizione di pace non hanno affatto smesso, né smetteranno, di lottare contro di essa. Per questo il partito bolscevico ha bisogno di una forte unità. "Un'unità del partito - dice Lenin - più salda, più unanime e sincera". Una unità vera e non formale che per essere tale deve vedere bandita dal partito ogni frazione ed ogni traccia di frazionismo. Sette anni quasi ininterrotti di guerra, gli anni del conflitto mondiale più quelli condotti contro l'aggressione della coalizione imperialistica e della controrivoluzione interna, avevano lasciato in eredità una crisi economica profonda nella RSFSR. Un paese disastrato nei suoi impianti di produzione, in forte difficoltà sul piano della capacità produttiva sia industriale che agricola; con un popolo stremato costretto a duri sacrifici, alla fame e, tuttavia, ancora indomito e deciso a proseguire il suo cammino rivoluzionario sulla strada del socialismo. Lo dimostra la strenua lotta condotta dalla classe operaia russa per dare soluzione al dissesto economico imperante. Una lotta affrontata con abnegazione e vero e proprio eroismo sotto la guida del partito comunista e dell'analisi sempre puntuale e profonda che Lenin seppe fare della situazione. Tra la fine del 1920 e l'inizio del 1921 particolare attenzione fu data all'incremento della produzione di carbone ed al riassetto della rete dei trasporti. In quel periodo gli operai del deposito di Mosca della ferrovia bielorussa decisero di lavorare ininterrottamente, senza giornate libere. Stessa cosa fecero i portuali di Novorossijsk. I minatori delle zone del Donez e degli Urali, così come quelli dei bacini carboniferi di Mosca e Kiselovo decisero di attuare il lavoro straordinario e gratuito il sabato pomeriggio e la domenica. Non solo. Essi crearono anche delle squadre di minatori per scortare i treni carichi di carbone e difenderli dai furti operati dalle numerose e violente bande di ladri che imperversavano in varie parti del paese. Un problema questo, assai serio, legato al passaggio dalla guerra alla pace e dovuto essenzialmente alla smobilitazione delle armate controrivoluzionarie delle guardie bianche. Molte di queste guardie bianche e di sbandati si riunirono infatti in bande criminali dedite ad ogni genere di furti, saccheggi e violenze. Queste bande criminali vennero ben presto utilizzate e appoggiate dall'imperialismo internazionale e dagli sconfitti partiti controrivoluzionari della Russia: cadetti, nazionalisti, menscevichi e socialisti-rivoluzionari; ed usate come strumento di lotta contro il potere sovietico, per fomentare il malcontento e l'insicurezza fra la popolazione. Dietro e dentro queste bande criminali agivano la borghesia, i grandi proprietari fondiari, i kulaki, gli ex funzionari zaristi e del governo provvisorio, soldati e ufficiali del vecchio esercito, affiliati cadetti, menscevichi e socialisti-rivoluzionari: in buona sostanza, le vecchie classi spodestate. La lotta contro queste bande non fu quindi una semplice lotta al crimine, ma una lotta politica contro il colpo di coda della controrivoluzione che portò inevitabilmente ad un inasprimento della lotta di classe. In alcune zone del paese si accesero focolai di sommosse antisovietiche. Questa situazione toccò il suo punto culminante il 28 febbraio 1921 con lo scoppio della rivolta controrivoluzionaria di Kronstadt. Una località, questa, non scelta a caso; dove la massa quantitativamente più grande degli operai era di giovane formazione e composta in prevalenza da ex contadini provenienti da quelle campagne dove la politica economica del "comunismo di guerra", imposta dalla guerra civile, aveva indubbiamente acuito tensioni e malessere sociale, e dove, inoltre, il partito bolscevico si trovava in una situazione di debolezza e di riorganizzazione a causa della perdita, quantitativamente e qualitativamente alta, dei suoi migliori militanti e dirigenti nel corso della guerra civile. Nella rivolta vennero coinvolti anche gran parte dei marinai soprattutto appartenenti alle unità navali militari "Petropavlovsk" e "Sebastopoli". A capo della rivolta si pose un sedicente "Comitato rivoluzionario" presieduto da Kozlovskij, un ex generale dell'esercito zarista e dal socialista-rivoluzionario di sinistra Petricenko. Fu una rivolta che aveva come obiettivo principale il potere sovietico. Ma questo potere, l'organizzazione sovietica dello Stato, godeva dell'appoggio incondizionato delle masse popolari. Per questo i rivoltosi, per non vedere minati fin da subito i loro piani, lanciarono come parola d'ordine della rivolta lo slogan: "Il potere ai soviet e non ai partiti" indicando il Partito Comunista Russo (b) come bersaglio della rivolta. Così facendo essi seguirono alla lettera le indicazioni impartite loro dai veri architetti della sommossa controrivoluzionaria: un manipolo di ex membri dell'Assemblea costituente guidati da Kerenski, l'ex presidente dell'ultimo governo provvisorio; da Miljukov, ex ministro del governo provvisorio del principe Lvov; da Konovalov e Rodicev. Questi inguaribili controrivoluzionari si riunirono a Parigi nel gennaio 1921 per preparare minuziosamente il tentativo insurrezionale. Non a caso furono proprio i giornali francesi che ben quindici giorni prima del 28 febbraio, già davano notizia di moti di rivolta a Kronstadt. Tanto il potere sovietico, quanto il PCR(b) fecero tutti i tentativi necessari ad evitare l'uso della forza per risolvere il problema. Lo stesso presidente del Comitato Esecutivo Centrale dei soviet, Kalinin, si recò a Kronstadt il primo marzo tenendo anche un comizio in piazza dell'Ancora dove sottolineò il tranello dentro al quale i controrivoluzionari stavano trascinando i marinai e quanti si sentivano partecipi della rivolta. I controrivoluzionari cercavano lo scontro, volevano lo scontro armato. Il governo sovietico ordinò all'Armata Rossa di porre fine alla rivolta. Il 16 marzo 1921 reparti dell'Esercito rosso e trecento delegati del X Congresso del PCR(b) con a capo Voroscilov, diedero l'assalto ai bastioni di Kronstadt ed espugnandone la resistenza conquistarono la fortezza, ripresero possesso della città e liquidarono in maniera definitiva ogni focolaio di rivolta. L'inasprirsi della lotta di classe in Russia ebbe le sue ripercussioni anche all'interno del partito bolscevico, generando smarrimento ed esitazioni negli elementi oscillanti e titubanti ed in alcuni dirigenti, in particolare: Trotzki, Bukharin, Scliapnikov e la Kollontai. Questi dirigenti minarono non poco l'attività del partito provocando un colpevole rallentamento della sua azione; pericolose "deviazioni" politico-ideologiche e uno scadimento nel frazionismo che minava la base dei principi politico-organizzativi del partito. E questo in un momento politico cruciale della vita della Russia sovietica: il passaggio dalla guerra alla pace. Occorreva per Lenin in questa fase rinsaldare l'alleanza operai-contadini, senza la quale nessun potere sovietico sarebbe possibile, migliorando le condizioni materiali di vita di queste due classi sociali. Per fare ciò Lenin riteneva indispensabile attuare il passaggio dal "comunismo di guerra" a una nuova politica economica, passaggio che il Comitato centrale bolscevico decise di iniziare a preparare proprio all'inizio del 1921. Parlando alla Conferenza allargata dei metallurgici di Mosca il 4 febbraio 1921 Lenin chiarisce la necessità di questo passaggio: "... Bisogna concentrare tutti gli sforzi per migliorare i rapporti tra operai e contadini. I contadini sono un'altra classe; vi sarà il socialismo quando non ci saranno più classi, quando tutti gli strumenti di produzione saranno in mano ai lavoratori. Da noi le classi esistono ancora, la loro abolizione richiederà lunghi, lunghi anni, e chi promette di abolirle presto è un ciarlatano. ... Da noi c'è la dittatura del proletariato, e questa parola spaventa i contadini, ma è l'unico mezzo per unirli e per farli avanzare sotto la guida degli operai. Noi pensiamo che sia una soluzione giusta; la classe operaia unirà i contadini. Soltanto allora la strada sarà aperta, soltanto allora potremo andare avanti verso l'abolizione delle classi. ... Ci si dice: bisogna rivedere la campagna delle semine. Io dico: nessuno ha sofferto quanto l'operaio. In questo periodo il contadino ha ricevuto la terra e ha potuto prendersi il grano. Quest'inverno i contadini si sono trovati in una situazione senza via d'uscita, e il loro malcontento è comprensibile. Rivediamo dunque i rapporti tra operai e contadini. Abbiamo detto che gli operai hanno sopportato sacrifici inauditi; quest'anno sono i contadini che si trovano nella situazione più difficile, e noi questa situazione la conosciamo. Non siamo contro la revisione di questi rapporti. Qual è l'obiettivo fondamentale della campagna delle semine? È di seminare tutte le terre arative, altrimenti la nostra rovina sarà inevitabile. Sapete quanto grano è stato preso ai contadini quest'anno? Circa 300 milioni di pud, altrimenti che cosa avrebbe fatto la classe operaia? E ha sofferto egualmente la fame. Sappiamo che la situazione dei contadini è difficile, ma non c'è altro rimedio. Adesso stiamo sospendendo completamente i prelevamenti in tredici governatorati ...".141 Nell'abbozzo preliminare delle "Tesi sui contadini" dell'8 febbraio 1921 Lenin definisce i modi di sostituzione del prelevamento forzato delle eccedenze con un'imposta in natura: "1. Soddisfare il desiderio dei contadini senza partito di sostituire i prelevamenti (cioè il prelevamento delle eccedenze) con un'imposta in grano. 2. Diminuire l'entità di questa imposta in confronto ai prelevamenti dell'anno scorso. 3. Approvare il principio che stabilisce l'entità dell'imposta secondo la solerzia dell'agricoltore, nel senso cioè che la percentuale dell'imposta venga diminuita se la solerzia dell'agricoltore aumenta. 4. Estendere la libertà per l'agricoltore di utilizzare le eccedenze rimaste dopo il pagamento dell'imposta nel circuito economico locale, a condizione che l'imposta sia versata subito e completamente".142 La nuova politica economica puntava a consolidare la dittatura del proletariato, cioè il potere popolare che in Russia poteva esistere esclusivamente attraverso l'alleanza operai-contadini. Inoltre la nuova politica economica era lo strumento necessario, in un periodo che si profilava di pace più stabile e duratura, per far penetrare nelle campagne il processo di costruzione del socialismo e spingere i contadini verso di esso. Nella Russia sovietica si potevano e dovevano schiacciare i capitalisti ed i grandi proprietari fondiari; ma, ammoniva Lenin, non si poteva né si doveva usare lo stesso metro e lo stesso metodo con i piccoli produttori. Con essi, ripeteva Lenin, è necessario trovare l'accordo per rieducarli, trasformarli e conquistarli al socialismo attraverso un lavoro deciso, ma basato sulla persuasione e la cautela e che certo aveva bisogno di tempi lunghi per la sua realizzazione. Fu, dunque, in questa situazione che - come in precedenza sottolineato - l'azione di alcuni dirigenti ed elementi particolarmente incerti, esitanti e in balia degli avvenimenti, portarono il partito bolscevico in una situazione di crisi assai seria e ad un pericolo quanto mai concreto di scissione. Tra i principali temi di scontro politico nella discussione sviluppatasi in quel periodo nel partito bolscevico, particolare importanza ebbero quelli relativi a: - ruolo e compiti dei sindacati in uno Stato governato dal potere sovietico, - modalità e strumenti di direzione necessari all'effettivo esercizio del potere popolare nella società, - ruolo del partito comunista. "... Bisogna avere il coraggio di guardare in faccia l'amara verità". - così scriveva Lenin nell'articolo La crisi del partito pubblicato dalla Pravda il 21 gennaio 1921. E proseguiva: "Il partito è malato. Il partito ha brividi di febbre. Tutto sta nel vedere se la malattia ha colpito soltanto i 'dirigenti febbricitanti', e forse soltanto quelli di Mosca, o se ha colpito tutto l'organismo. E in quest'ultimo caso, sarà capace quest'organismo di guarire completamente in alcune settimane (fino al congresso e durante il congresso del partito) e di rendere impossibile ogni ricaduta, oppure la malattia diventerà cronica e pericolosa?... Cercherò di esporre per sommi capi il mio modo d'intendere il fondo delle divergenze e le successive fasi della lotta. Prima fase. V Conferenza dei sindacati di tutta la Russia, tenutasi dal 2 al 6 novembre. Incomincia la lotta. I soli 'combattenti' del Comitato centrale sono Trotzki e Tomski. Trotzki ha lanciato il 'motto': bisogna 'scuotere' i sindacati. Tomski ha aspramente discusso. La maggior parte dei membri del Comitato centrale osserva. Il loro immenso errore (e il mio in primo luogo) è stato di 'aver lasciato passare inosservate' le tesi di Rudzutak sui 'compiti dei sindacati nella produzione', approvate dalla V Conferenza. È questo il più importante documento di tutta la discussione. Seconda fase. Assemblea plenaria del Comitato centrale del 9 novembre. Trotzki presenta un 'abbozzo di tesi': I sindacati e la loro nuova funzione, dove sviluppa la politica di 'scuotimento', dissimulata o ornata da ragionamenti sulla 'gravissima crisi' dei sindacati e sui nuovi compiti e metodi. Tomski, energicamente sostenuto da Lenin, ritiene che il centro di gravità della discussione sia proprio la politica dello 'scuotimento' dovuta alle irregolarità e agli eccessi di burocrazia dello Tsektran. - (Tsektran: Comitato centrale del sindacato unificato dei lavoratori dei trasporti ferroviari e fluviali, creato nel settembre del 1920. I trotzkisti, infiltratisi tra la fine del 1920 e l'inizio del 1921 nella direzione dello Tsektran, usavano metodi di coercizione e di comando e tentavano di sollevare contro il partito gli operai senza partito, facendo opera di divisione tra la classe operaia. Questa attività fu denunziata e condannata dal Comitato centrale del partito. Il Congresso degli operai dei trasporti di tutta la Russia, svoltosi nel marzo del 1921, espulse i trotzkisti dalla direzione dello Tsektran) - Lenin si permette nella discussione alcuni 'attacchi' palesemente eccessivi e perciò errati, e da qui nasce la necessità di un 'gruppo cuscinetto', che si costituisce con dieci membri del Comitato centrale (ne fanno parte Bukharin e Zinoviev, ma non Trotzki, né Lenin). Il 'cuscinetto' decide di 'non sottoporre a una larga discussione le divergenze', e, annullando il rapporto di Lenin (ai sindacati), designa come relatore Zinoviev prescrivendogli di 'fare un rapporto concreto, non polemico'. Le tesi di Trotzki sono respinte. Vengono approvate le tesi di Lenin. La risoluzione, nella sua forma definitiva, passa con dieci voti contro quattro (Trotzki, Andreiev, Krestinski, Rykov). In questa risoluzione si difendono le 'forme sane di militarizzazione del lavoro', si condanna la 'degenerazione del centralismo e delle forme militarizzate del lavoro in burocratismo, dispotismo, schematismo', ecc. Lo Tsektran è invitato a 'partecipare più attivamente al lavoro generale del Consiglio centrale dei sindacati, entrando a farne parte con diritti eguali a quelli delle altre unioni sindacali'. Il Comitato centrale elegge una commissione sindacale, includendovi il compagno Trotzki. Egli rifiuta di lavorare nella commissione e soltanto questo rifiuto provoca l'aggravamento del suo errore iniziale che porterà in seguito alla formazione di frazioni. Senza di ciò, l'errore del compagno Trotzki (la presentazione di tesi errate) sarebbe stato assai lieve, come è capitato di farne a tutti i membri del Comitato centrale, senza eccezione. Terza fase. Conflitto degli addetti ai trasporti fluviali con lo Tsektran in dicembre. Assemblea plenaria del Comitato centrale del 7 dicembre. I 'combattenti' principali non sono più Trotzki e Lenin, ma Trotzki e Zinoviev. Zinoviev, come presidente della commissione sindacale, ha esaminato in dicembre la controversia degli addetti ai trasporti fluviali con lo Tsektran. Assemblea plenaria del Comitato centrale del 7 dicembre. Zinoviev fa la proposta pratica di cambiare subito la composizione dello Tsektran. La maggioranza del Comitato centrale si pronunzia contro. Rykov passa dalla parte di Zinoviev. Viene approvata la risoluzione di Bukharin che, nella sua parte pratica, si pronunzia per i tre quarti a favore degli addetti ai trasporti fluviali, ma nell'introduzione, respingendo la 'riforma dall'alto' dei sindacati (paragrafo 3), approva la famigerata 'democrazia della produzione' (paragrafo 5). Il nostro gruppo in seno al Comitato centrale resta in minoranza, essendo contro la risoluzione di Bukharin principalmente perché pensa che il 'cuscinetto' esista soltanto sulla carta: la mancata partecipazione di Trotzki alla commissione sindacale significa di fatto che la lotta continua e viene portata fuori dell'ambito del Comitato centrale. Proponiamo di fissare il Congresso del partito per il 6 febbraio 1921. La proposta è accettata. Il rinvio al 6 marzo viene approvato in seguito, su richiesta delle regioni più lontane. Quarta fase. VIII Congresso dei soviet. Il 25 dicembre Trotzki presenta il suo 'opuscolo-piattaforma': La funzione e i compiti dei sindacati. Dal punto di vista della democrazia formale Trotzki aveva indiscutibilmente il diritto di presentare la sua piattaforma poiché il Comitato centrale del 24 dicembre aveva permesso la libertà di discussione. Dal punto di vista dell'opportunità rivoluzionaria ciò voleva dire estendere grandemente l'errore, creare una frazione su una piattaforma errata. L'opuscolo cita, dalla risoluzione del Comitato centrale del 7 dicembre, soltanto ciò che si riferisce alla 'democrazia della produzione' e non cita ciò che vi si dice contro la 'riforma dall'alto'. Il cuscinetto creato da Bukharin il 7 dicembre con l'appoggio di Trotzki è distrutto da Trotzki il 25 dicembre. Tutto l'opuscolo, dall'inizio alla fine, è interamente imbevuto dell'idea che si debbano 'scuotere' i sindacati. I 'nuovi compiti e metodi' che dovevano abbellire, dissimulare o giustificare questa idea, l'opuscolo non è riuscito a indicarli, se non si tiene conto degli arzigogoli intellettualistici ('atmosfera della produzione', 'democrazia della produzione') teoricamente errati e che nella loro parte pratica rientrano interamente nella concezione, nei compiti, nell'ambito della propaganda della produzione. Quinta fase. Discussione davanti a migliaia di funzionari responsabili del partito di tutta la Russia, alla frazione del PCR dell'VIII Congresso dei Soviet, tenutosi il 30 dicembre. La discussione si sviluppa in pieno. Zinoviev e Lenin da una parte, Trotzki e Bukharin dall'altra. Bukharin vuole far da 'cuscinetto', ma parla soltanto contro Lenin e Zinoviev, non dice una parola contro Trotzki. Egli legge un brano delle sue tesi (pubblicate il 16 gennaio), ma soltanto quello in cui non si parla della rottura col comunismo e del passaggio al sindacalismo. Scliapnikov legge (a nome dell''opposizione operaia') - gruppo anarco-sindacalista diretto da Scliapnikov, Medvedev, ecc. Si costituì nel secondo semestre 1920 e lottò contro la linea leninista. Il X Congresso del PCR(b) condannò 'l'opposizione operaia' e riconobbe la propaganda delle idee anarco-sindacaliste incompatibile con l'appartenenza al partito comunista. In seguito gli elementi residui di questo gruppo sconfitto si unirono al trotzkismo - una piattaforma sindacalista che è già stata ridotta in polvere dal compagno Trotzki (tesi 16 della sua piattaforma) e che nessuno prende sul serio (in parte, probabilmente, proprio per questo). Personalmente penso che il centro di tutta la discussione del 30 dicembre sia la lettura delle tesi di Rudzutak. Infatti non soltanto il compagno Bukharin e il compagno Trotzki non hanno potuto obiettare una sola parola per opporvisi, ma hanno anche inventato la leggenda secondo la quale la 'metà migliore' di queste tesi sarebbe stata elaborata da membri dello Tsektran: Goltsman, Andreiev, Liubimov. E Trotzki ha fatto dell'ironia, con brio e affabilità, sulla sfortunata 'diplomazia' di Lenin, che avrebbe voluto 'far fallire, sabotare' la discussione, cercava un 'parafulmine' e 'per caso si è aggrappato non a un parafulmine, ma allo Tsektran'. Questa favola è stata confutata quel giorno stesso, il 30 dicembre, da Rudzutak, il quale ha detto che non esisteva nessun Liubimov, nella natura del 'Consiglio centrale dei sindacati', che Goltsman aveva votato contro le tesi di Rudzutak alla presidenza del Consiglio centrale dei sindacati, e che esse erano state elaborate da una commissione composta da Andreiev, Tsyperovic e Rudzutak. Ma ammettiamo per un istante che la favola dei compagni Bukharin e Trotzki sia un fatto. Niente li distrugge quanto una simile supposizione. Perché se i 'membri dello Tsektran' hanno introdotto le loro 'nuove' idee nella risoluzione di Rudzutak, se Rudzutak le ha accettate, se tutti i sindacati hanno approvato questa risoluzione (2-6 novembre!), se Bukharin e Trotzki non hanno nulla da obiettarvi, che cosa ne consegue? Ne consegue che tutte le divergenze di Trotzki sono inventate, che egli non ha nessun 'nuovo compito e metodo', come non ne hanno i 'membri dello Tsektran'; che i sindacati hanno esposto, approvato, deciso tutti i problemi concreti essenziali e prima ancora che la questione fosse stata posta al Comitato centrale. Se c'è qualcuno che bisogna rimproverare e 'scuotere', non è il Consiglio centrale dei sindacati, ma piuttosto il CC del PCR che 'ha lasciato passare inosservate' le tesi di Rudzutak e che, a causa di questo errore, ha permesso che si sviluppasse la più vacua delle discussioni. Non c'è bisogna di dissimulare l'errore dei membri dello Tsektran (errore, in sostanza, niente affatto straordinario, ma assolutamente comune, che consiste in un certo eccesso di burocratismo). E non bisogna né dissimularlo, né abbellirlo, né giustificarlo, ma correggerlo. Tutto qui... Sesta fase. Intervento dell'organizzazione di Pietrogrado con un 'appello al partito' contro il programma di Trotzki e contrattacco del Comitato di Mosca (Pravda del 13 gennaio). Passaggio dalla lotta delle frazioni organizzate dall'alto all'intervento delle organizzazioni di base. È un grande passo avanti, verso la guarigione. È curioso che il Comitato di Mosca abbia notato il lato 'pericoloso' della piattaforma dell'organizzazione di Pietrogrado, e non abbia voluto vedere il lato pericoloso della frazione creata dal compagno Trotzki il 25 dicembre! Alcuni begli spiriti definiscono questa cecità (da un occhio solo) cecità 'cuscinetto'. Settima fase. La commissione sindacale finisce il suo lavoro e pubblica una piattaforma (un opuscolo intitolato Progetto di risoluzione del X Congresso del PCR sulla funzione e sui compiti dei sindacati, in data 14 gennaio, firmato da nove membri del Comitato centrale: Zinoviev, Stalin, Tomski, Rudzutak, Kalinin, Kamenev, Petrovski, Artem, Lenin e dal membro della commissione sindacale Lozovski; i compagni Scliapnikov e Lutovinov si sono evidentemente 'rifugiati' nell''opposizione operaia'). Questo progetto viene pubblicato sulla Pravda il 18 gennaio con l'aggiunta delle firme di Schmidt, Tsyperovic e Miliutin. Sulla Pravda del 16 gennaio sono pubblicate le piattaforme di Bukharin (firma: 'Per incarico di un gruppo di compagni: Bukharin, Larin, Preobragenski, Serebriakov, Sokolnikov, Iakovleva') e di Sapronov (firma: 'Un gruppo di compagni fautori del centralismo democratico': Bubnov, Boguslavski, Kamenski, Maximovski, Osinski, Rafail, Sapronov. - il gruppo del 'Centralismo democratico' era diretto da Sapronov e Osinski. Sorse nel periodo del comunismo di guerra. I suoi componenti negavano la funzione dirigente del partito nei soviet e nei sindacati; si opponevano al principio della direzione unica e della responsabilità personale dei direttori nell'industria e alla linea leninista nelle questioni d'organizzazione; esigevano la libertà delle frazioni e dei raggruppamenti nel partito. Il IX e X Congresso li condannarono come gruppo antipartito. Nel 1927 il gruppo del 'centralismo democratico' fu espulso dal partito dal XV Congresso del PCR(b) - Alla riunione allargata del Comitato di Mosca, il 17 gennaio, intervengono i rappresentanti di queste piattaforme e i sostenitori di Ighnatov (le loro tesi sono pubblicate sulla Pravda del 19 gennaio con la firma di Ighnatov, Orekhov, Korzinov, Kuranova, Burovtsev, Maslov - questo gruppo era di tendenza anarco-sindacalista -. Vediamo qui, da una parte, l'aumento della coesione (poiché il programma dei nove membri del Comitato centrale si accorda completamente con la risoluzione della V Conferenza dei sindacati di tutta la Russia); dall'altra, vediamo sbandamento e disgregazione. E il colmo della disgregazione ideologica sono le tesi di Bukharin e soci. Qui si è verificata una di quelle 'svolte' che in passato i marxisti ridicolizzavano, definendole 'svolte non tanto storiche, quanto isteriche'. Nella tesi 17 leggiamo: '... attualmente è necessario rendere obbligatorie' queste candidature (cioè le candidature dei sindacati ai 'comitati principali e ai centri' corrispondenti). Si tratta di una rottura completa col comunismo, del passaggio alle posizioni del sindacalismo e, in sostanza, della ripetizione della parola d'ordine di Scliapnikov: 'sindacalizzare lo Stato'; il che vuol dire mettere un pezzo per volta l'apparato del Consiglio superiore dell'economia nazionale nelle mani dei sindacati corrispondenti. Dire: 'Io pongo delle candidature obbligatorie' e dire: 'io designo', è la stessa cosa. Il comunismo dice: l'avanguardia del proletariato, il partito comunista, dirige la massa degli operai senza partito, illuminando, preparando, istruendo, educando ('scuola' di comunismo) questa massa, dapprima gli operai, e poi anche i contadini, affinché essa possa giungere e giunga a concentrare nelle sue mani l'amministrazione di tutta l'economia nazionale. Il sindacalismo affida la gestione delle branche dell'industria ('comitati principali e centri') alla massa degli operai senza partito, divisi per branche di produzione, annullando in tal modo la necessità del partito, senza compiere nessun lungo lavoro né per educare le masse, né per concentrare effettivamente nelle loro mani l'amministrazione di tutta l'economia nazionale. Il programma del PCR dice: '... i sindacati debbono giungere' (dunque non sono giunti o non giungono ancora) 'a concentrare effettivamente nelle loro mani' (nelle loro, cioè quelle dei sindacati, cioè quelle delle masse unite nella loro totalità; ognuno vede quanto siamo ancora lontano persino da un primo avvicinamento a questa concentrazione effettiva)... concentrare che cosa? 'la gestione di tutta l'economia nazionale, come unico complesso economico' (dunque, non delle singole branche dell'industria, né dell'industria, ma dell'industria più l'agricoltura, ecc. Siamo forse vicini all'effettiva concentrazione della gestione dell'agricoltura nelle mani dei sindacati?). Anche i passi successivi del programma del PCR parlano del 'legame' tra 'amministrazione centrale dello Stato' e 'larghe masse lavoratrici', della 'partecipazione dei sindacati alla direzione dell'economia'. Se i sindacati, cioè gli operai per nove decimi senza partito, designano ('candidature obbligatorie') la direzione dell'industria, allora a che serve il partito? Sia logicamente, sia teoricamente, sia praticamente la conclusione a cui giunge Bukharin significa scissione del partito o, meglio, rottura tra sindacalisti e partito. Finora il 'capo' nella lotta era Trotzki. Adesso Bukharin lo ha di gran lunga 'superato' e del tutto 'eclissato'; ha creato un rapporto completamente nuovo nella lotta, poiché è arrivato a un errore cento volte più grande di tutti gli errori di Trotzki presi insieme. Come ha potuto Bukharin giungere a una tale rottura col comunismo? Noi conosciamo tutta la dolcezza del compagno Bukharin, una delle qualità per cui lo si ama tanto e non si può non volergli bene. Sappiamo che più volte egli è stato chiamato per scherzo: 'cera molle'. Dunque, su questa 'cera molle' qualsiasi uomo 'senza principi', qualsiasi 'demagogo' può scrivere ciò che vuole. Queste dure espressioni messe tra virgolette sono state usate dal compagno Kamenev nella discussione del 17 gennaio, ed egli aveva il diritto di adoperarle. Ma, naturalmente, né a Kamenev né a nessun altro verrà in mente di spiegare l'accaduto adducendo la demagogia senza principi, di vedere la sola causa. Anzi. La lotta delle frazioni ha una sua logica oggettiva che pone inevitabilmente anche i migliori, se essi insistono su una posizione errata, in una situazione che di fatto non differisce dalla demagogia senza principi. Ce lo insegna tutta la storia delle guerre di frazione (esempio: l'alleanza del gruppo Vperiod e dei menscevichi contro i bolscevichi). Proprio per questo non bisogna soltanto studiare l'essenza astratta delle divergenze, ma anche il loro sviluppo concreto e le loro trasformazioni nel corso delle diverse fasi della lotta. La discussione del 17 gennaio ha espresso il bilancio di questo sviluppo. Non è più possibile difendere né l'idea di 'scuotere' i sindacati, né i 'nuovi compiti della produzione' (perché tutto ciò che vi era di concreto e di efficace è entrato nelle tesi di Rudzutak). Resta soltanto da trovare in se stessi, secondo l'espressione di Lassalle, 'la forza fisica dell'intelletto' (e del carattere) di riconoscere l'errore, correggerlo e voltare pagina della storia del PCR, oppure... oppure aggrapparsi agli alleati rimasti, quali che siano, 'senza far caso' a nessun principio. Restano soltanto i sostenitori della 'democrazia' a oltranza. E Bukharin rotola verso di loro, verso il sindacalismo. Mentre noi a poco a poco raccogliamo ciò che vi era di sano nell''opposizione operaia' 'democratica', Bukharin deve aggrapparsi a ciò che vi era di malsano ...".143 Già il 30 dicembre 1920, Lenin - che, fra l'altro, era alle prese con uno stato di salute che iniziava ad essere particolarmente sofferente - intervenendo all'VIII Congresso dei soviet dei membri del consiglio centrale dei sindacati di tutta la Russia e del Consiglio dei sindacati di Mosca iscritti al PCR(b), aveva lucidamente espresso il suo pensiero sull'attuale situazione, sui sindacati e sugli errori di Trotzki: "Compagni, innanzi tutto debbo scusarmi per dover turbare l'ordine dei lavori, dato che, naturalmente, per partecipare alla discussione sarebbe stato necessario ascoltare il rapporto, il corapporto e il dibattito. Purtroppo mi sento poco bene e non sono stato in grado di farlo. Tuttavia ieri ho avuto la possibilità di leggere i principali documenti stampati e di preparare le mie osservazioni. È naturale che questa violazione dell'ordine dei lavori, come ho detto, provochi per noi degli inconvenienti: forse mi ripeterò, ignorando ciò che hanno detto gli altri, non risponderò a questioni che meriterebbero risposta. Ma non mi è stato possibile fare altrimenti. Il documento fondamentale al quale mi riferirò è l'opuscolo del compagno Trotzki Funzione e compiti dei sindacati. Confrontando questo opuscolo con le tesi presentate da Trotzki al Comitato centrale, leggendolo attentamente, mi sorprende il numero di errori teorici e di palesi inesattezze ivi concentrate. Come si poteva, affrontando una grande discussione del partito su questo problema, preparare una cosa così infelice invece di presentare un lavoro più meditato? Indicherò in breve i punti fondamentali che, secondo me, contengono radicali errori teorici. I sindacati non sono soltanto l'organizzazione storicamente necessaria del proletariato industriale, ma anche l'organizzazione storicamente inevitabile di questo proletariato, che, nelle condizioni della dittatura del proletariato, viene da essa quasi interamente reclutato. È questa la considerazione fondamentale che il compagno Trotzki dimentica costantemente, dalla quale non prende le mosse, di cui non tiene conto. Eppure il tema che egli si propone, Funzione e compiti dei sindacati, è straordinariamente ampio. Da quanto ho detto già discende che nell'esercizio della dittatura del proletariato la funzione dei sindacati è estremamente importante. Ma qual è questa funzione? Passando all'esame di questo problema, uno dei problemi teorici fondamentali, giungo alla conclusione che questa funzione è assai originale. Da una parte, i sindacati comprendono, includono nelle loro file la totalità degli operai dell'industria e sono quindi un'organizzazione della classe dirigente, dominante, della classe al potere che esercita la dittatura, che applica la costrizione esercitata dallo Stato. Ma non si tratta di un'organizzazione statale, di un'organizzazione coercitiva, ma di un'organizzazione che si propone di educare, di far partecipare, di istruire, di una scuola, di una scuola che insegna a dirigere, ad amministrare, di una scuola del comunismo. Si tratta di una scuola di tipo assolutamente insolito, perché non abbiamo a che fare con insegnanti e studenti, ma con una determinata combinazione estremamente originale di ciò che è rimasto del capitalismo, e che non poteva non rimanere, con ciò che i reparti rivoluzionari avanzati, l'avanguardia rivoluzionaria del proletariato, per così dire, esprimono dal loro seno. Ed ecco perché parlare della funzione dei sindacati senza tener conto di queste verità significa arrivare inevitabilmente a una serie d'inesattezze. I sindacati, per il posto che occupano nel sistema della dittatura del proletariato, stanno, se così si può dire, tra il partito e il potere dello Stato. La dittatura del proletariato è inevitabile al momento del passaggio al socialismo, ma essa non viene esercitata dall'organizzazione che riunisce tutti gli operai dell'industria. Perché?... Accade che il partito assorba, per così dire, l'avanguardia del proletariato e quest'avanguardia eserciti la dittatura del proletariato. Ma se non si hanno fondamenta, quali i sindacati, è impossibile esercitare la dittatura, adempiere le funzioni dello Stato. Bisogna adempierle per tramite di diverse istituzioni, anch'esse di tipo nuovo, e precisamente per tramite dell'apparato dei soviet. In che cosa consiste la peculiarità di questa situazione dal punto di vista delle conclusioni pratiche? Nel fatto che i sindacati creano il legame dell'avanguardia con le masse, che con il loro lavoro quotidiano essi convincono le masse, le masse della sola classe capace di farci passare dal capitalismo al comunismo. Questo da un lato. Dall'altro lato, i sindacati sono la 'riserva' del potere statale. Ecco che cosa sono i sindacati nel periodo di passaggio senza l'egemonia della sola classe educata dal capitalismo per la grande produzione, della sola classe che ha rotto con gli interessi del piccolo proprietario. Ma non si può attuare la dittatura del proletariato per mezzo dell'organizzazione che riunisce tutta questa classe. Perché non soltanto da noi, in uno dei paesi capitalistici più arretrati, ma anche in tutti gli altri paesi capitalistici, il proletariato è ancora così frazionato, umiliato, qua e là corrotto (proprio dall'imperialismo in certi paesi), che l'organizzazione di tutto il proletariato non può esercitare direttamente la sua dittatura. Soltanto l'avanguardia che ha assorbito l'energia rivoluzionaria della classe può esercitare la dittatura. In tal modo si forma una specie di ingranaggio. E questo meccanismo è la base stessa della dittatura del proletariato, l'essenza del passaggio dal capitalismo al comunismo. Già questo basta per vedere che, quando, nella sua prima tesi, il compagno Trotzki, richiamandosi alla 'confusione ideologica', parla particolarmente e appositamente della crisi dei sindacati, c'è in questo qualcosa di fondamentalmente errato sul piano dei principi. Se si vuol parlare di crisi bisogna prima analizzare il momento politico. La 'confusione ideologica' si ha proprio in Trotzki, perché è proprio lui che, esaminando il problema fondamentale della funzione dei sindacati sotto l'aspetto del passaggio dal capitalismo al comunismo, ha perso di vista, non ha considerato che c'è tutto un complesso sistema di ingranaggi, che non può esserci un sistema semplice perché non si può esercitare la dittatura del proletariato per mezzo dell'organizzazione che riunisce tutto il proletariato. Non è possibile realizzare la dittatura senza alcune 'cinghie di trasmissione' che colleghino l'avanguardia alla massa della classe avanzata, e quest'ultima alla massa dei lavoratori. In Russia questa massa è una massa di contadini, che in altri paesi non esiste; ma anche nei paesi più avanzati c'è una massa non proletaria o non puramente proletaria. Già da qui deriva effettivamente una confusione ideologica. E Trotzki ha torto di accusarne gli altri. Quando considero il problema della funzione dei sindacati nella produzione, vedo che Trotzki commette un errore capitale parlandone sempre 'in linea di principio', di 'principio generale'. Tutte le sue tesi sono concepite dal punto di vista del 'principio generale'. Già questa impostazione è radicalmente errata... In generale il gravissimo errore, l'errore di principio, del compagno Trotzki è di trascinare indietro il partito e il potere sovietico, ponendo oggi la questione 'di principio'. Grazie a Dio, siamo passati dai principi al lavoro pratico, concreto. Allo Smolny abbiamo chiacchierato dei principi, e certamente più del necessario. Oggi, dopo tre anni, su ogni punto del problema della produzione, su tutta una serie di elementi costitutivi di questo problema esistono dei decreti - triste cosa questi decreti! - che vengono firmati e che poi noi stessi dimentichiamo e non applichiamo. E dopo s'inventano dei ragionamenti sui principi, s'inventano dei dissensi di principio. Parlerò poi di un decreto relativo alla funzione dei sindacati nella produzione, decreto che abbiamo tutti dimenticato, me compreso, lo debbo confessare. Le divergenze reali che esistono non concernono affatto i principi generali, se si eccettuano quelli che ho ora menzionato. Quanto alle mie 'divergenze' col compagno Trotzki, che ho ora elencato, le dovevo menzionare perché, scegliendo un tema vasto come 'la funzione e i compiti dei sindacati', il compagno Trotzki ha commesso, a mio parere, una serie di errori che riguardano il contenuto stesso del problema della dittatura del proletariato. Ma se si trascura questo fatto, ci si domanda: perché in realtà non riusciamo a lavorare d'accordo, mentre ne avremmo tanto bisogno? Perché dissentiamo sul modo di accostarsi alle masse, di conquistare le masse, di legarsi con le masse. È questa la sostanza del problema e qui sta la particolarità dei sindacati, istituzioni create durante il capitalismo e indispensabili durante il passaggio dal capitalismo al comunismo, il cui lontano avvenire è un punto interrogativo... La vera divergenza, lo ripeto, non sta affatto là dove la vede il compagno Trotzki, ma sul modo di conquistare le masse, di accostarsi ad esse, di legarsi ad esse. Debbo dire che se studiassimo attentamente e dettagliatamente, sia pure su piccola scala, la nostra pratica, la nostra esperienza, eviteremmo le centinaia di 'divergenze' e di errori di principio inutili, di cui questo opuscolo del compagno Trotzki è pieno. Per esempio, intere tesi di questo opuscolo sono dedicate alla polemica contro il 'tradunionismo sovietico'. Non c'erano abbastanza guai, bisognava inventare un nuovo spauracchio! E chi dunque l'ha fatto? Il compagno Riazanov. Conosco il compagno Riazanov da oltre vent'anni. Voi lo conoscete da un minor numero di anni, ma non meno di me conoscete la sua opera. Sapete benissimo che tra le sue qualità, ed egli ne ha certamente, non c'è quella di saper valutare le parole d'ordine. E noi dovremmo far figurare nelle tesi come 'tradunionismo sovietico' ciò che il compagno Riazanov ha detto una volta non del tutto a proposito! Ma vi pare una cosa seria? ... Il compagno Trotzki commette subito a sua volta un errore. Secondo lui in uno Stato operaio la funzione dei sindacati non è di difendere gli interessi materiali e spirituali della classe operaia. È un errore. Il compagno Trotzki parla di uno 'Stato operaio'. Scusate, ma questa è una astrazione. Quando, nel 1917, noi parlavamo di uno Stato operaio, ciò era comprensibile; ma oggi, quando ci si viene a dire: 'Perché difendere la classe operaia, da chi difenderla, visto che non c'è più la borghesia, visto che lo Stato è operaio', si commette un errore palese. Questo Stato non è completamente operaio. Ecco il punto. Qui sta uno dei fondamentali errori del compagno Trotzki. Adesso siamo passati dai principi generali alla discussione concreta e ai decreti, e ci si vuole tirare indietro da questo lavoro pratico e concreto. È inammissibile. In realtà il nostro non è uno Stato operaio, ma operaio-contadino; questo in primo luogo. E ne derivano molte conseguenze. (Bukharin: 'Come? Operaio-contadino?') E benché il compagno Bukharin gridi qui dietro: 'Come? Operaio-contadino?', non starò a rispondergli su questo argomento. E chi lo desidera si ricordi del congresso dei soviet appena finito, e troverà la risposta. Ma non basta. Il programma del nostro partito, documento che l'autore dell'Abbiccì del comunismo conosce assai bene, mostra che il nostro Stato è uno Stato operaio con una deformazione burocratica. E noi abbiamo dovuto apporgli questa triste, come dire?, etichetta. Eccovi il periodo di transizione nella sua realtà. Dunque, in uno Stato che si è formato in condizioni concrete di questo genere, i sindacati non avrebbero niente da difendere, se ne potrebbe fare a meno per difendere gli interessi materiali e spirituali del proletariato interamente organizzato? È un ragionamento del tutto errato dal punto di vista teorico, che ci riporta nel campo dell'astrazione o dell'ideale che raggiungeremo tra quindici o vent'anni; e non sono neppure certo che lo raggiungeremo entro questo termine. Dinanzi a noi vi è una realtà che conosciamo bene se non cadiamo in preda all'euforia, se non ci lasciamo trasportare da discorsi intellettualistici o da ragionamenti astratti o da ciò che talvolta sembra 'teoria', ma in realtà è errore, errata valutazione delle particolarità del periodo di transizione. Il nostro Stato attualmente è tale che il proletariato interamente organizzato deve difendersi, e noi dobbiamo utilizzare queste organizzazioni operaie per difendere gli operai contro il loro Stato, e perché gli operai difendano il nostro Stato. Queste due difese si effettuano mediante una combinazione originale dei nostri provvedimenti governativi e del nostro accordo, mediante la 'simbiosi' con i nostri sindacati. Dovrò parlare ancora di questa simbiosi. Ma questa sola parola mostra che è sbagliato farsi un nemico del 'tradunionismo sovietico'. Perché il concetto di 'simbiosi' implica l'esistenza di cose distinte che bisogna amalgamare; nel concetto di 'simbiosi' è implicito che bisogna sapersi servire delle misure del potere statale per difendere da questo potere statale gli interessi materiali e spirituali del proletariato interamente unito. E quando, invece della simbiosi, avremo una saldatura e una fusione, ci riuniremo a congresso per discutere concretamente la nostra esperienza pratica e non le nostre 'divergenze' di principio o i nostri ragionamenti astrattamente teorici. Il tentativo di scoprire divergenze di principio con i compagni Tomski e Lozovski, che Trotzki dipinge come 'burocrati' professionali, non è felice; preciserò in seguito da che parte vi è in questa discussione, una tendenza burocratica. Sappiamo benissimo che se il compagno Riazanov ha talvolta la piccola debolezza d'inventare parole d'ordine quasi di principio, il compagno Tomski non aggiunge questo peccato ai molti di cui è colpevole. Perciò mi sembra che aprire qui un conflitto di principio (come fa il compagno Trotzki) contro il compagno Tomski sia cosa che sorpassa ogni misura. Ne sono veramente stupito. C'è stato un tempo in cui abbiamo molto peccato in materia di divergenze frazionistiche, teoriche e di altro genere - ma, naturalmente, abbiamo fatto anche qualcosa di utile - e sembrava che da allora fossimo cresciuti. Ed è ora di passare dall'invenzione e dall'esagerazione delle divergenze di principio al lavoro concreto... Passo ora alla 'democrazia della produzione'; questo, per così dire, è per Bukharin... All'assemblea plenaria del Comitato centrale del 7 dicembre egli ha scritto quasi con voluttà una risoluzione sulla democrazia della produzione. E quanto più rifletto su questa 'democrazia della produzione', tanto più chiaramente vedo una falsa teoria, insufficientemente meditata. Non c'è altro che una gran confusione. E questo esempio ci induce a dire ancora una volta, almeno in una riunione di partito: 'Compagno Bukharin, un po' meno frasi ben tornite, e meglio sarà per voi, per la teoria, per la repubblica'. La produzione è sempre necessaria. La democrazia è una categoria attinente soltanto al campo politico. Non c'è niente da obiettare contro l'impiego di questa parola in un discorso, in un articolo. Un articolo prende una sola correlazione, per esporla chiaramente, e basta. Ma quando se ne fa una tesi, quando se ne vuole fare una parola d'ordine che riunisce quelli che sono 'd'accordo' e quelli che non lo sono, quando si dice, come fa Trotzki, che il partito dovrà 'scegliere tra due tendenze', ciò suona assai strano. Dirò in seguito se il partito dovrà o no 'scegliere' e di chi è la colpa se esso è stato posto nella situazione di dover 'scegliere'. Ma siccome è andata così, dobbiamo dire: 'In ogni caso sceglierete il minor numero possibile di parole d'ordine teoricamente errate, che non contengono altro che confusione, come la 'democrazia della produzione'. Né Trotzki né Bukharin hanno ben riflettuto sul significato teorico di questo termine e si sono messi nei pasticci. La 'democrazia della produzione' fa sorgere idee assai lontane da quelle che li hanno affascinati. Essi volevano mettere l'accento sulla produzione, dedicarle più attenzione. Mettervi l'accento in un articolo, in un discorso, è una cosa, ma quando se ne fanno delle tesi e il partito deve scegliere, io dico: scegliete contro, perché questa non è che confusione. La produzione è sempre necessaria, la democrazia non sempre. La democrazia della produzione genera una serie d'idee radicalmente false. È passato ben poco tempo da quando abbiamo preconizzato la direzione unica. Non si deve seminare confusione creando il pericolo che la gente si disorienti e si chieda: quando occorre la 'democrazia' quando la direzione unica, quando la dittatura? Non bisogna in nessun caso ripudiare neppure la dittatura; sento qui dietro Bukharin ruggire: 'Giustissimo'. Proseguiamo. Da settembre stiamo parlando del passaggio dalla politica della priorità a quella del livellamento, lo diciamo nella risoluzione della conferenza generale del partito, approvata dal Comitato centrale. È un problema difficile. Perché bisogna coordinare in un modo o in un altro queste due politiche, e questi concetti si escludono a vicenda. Ma noi abbiamo pure imparato un po' il marxismo, abbiamo imparato quando e come si possono e si debbono unire elementi contrapposti e, soprattutto durante i tre anni e mezzo della nostra rivoluzione, abbiamo più volte unito praticamente gli elementi contrapposti. È evidente che bisogna affrontare questo problema con molta cautela e riflessione. Non abbiamo forse già discusso queste questioni di principio durante quelle tristi assemblee plenarie del Comitato centrale nelle quali si sono costituiti i gruppi di sette e di otto e il famoso 'gruppo-cuscinetto' del compagno Bukharin, e nelle quali abbiamo già stabilito che il passaggio dalla politica delle priorità a quella del livellamento non sarebbe stato facile? E per attuare questa risoluzione della conferenza di settembre dobbiamo lavorare parecchio. Perché queste nozioni opposte si possono combinare in modo da ottenere una cacofonia, ma anche in modo da ottenere una sinfonia. La politica della priorità è la preferenza accordata a una produzione tra tutte le produzioni indispensabili, in nome della sua maggiore urgenza. In che consiste questa preferenza? Fino a che punto la si può spingere? È un problema difficile e debbo dire che per risolverlo non basta la coscienziosità nell'esecuzione, non basta neppure essere un uomo eroico, dotato forse di molte eccellenti qualità, ma che serve soltanto al suo posto; qui bisogna saper affrontare una questione specifica. E se si pone la questione della priorità e del livellamento, bisogna in primo luogo rifletterci bene, ed è proprio questo che non si vede nell'opera del compagno Trotzki; quanto più egli rimaneggia le sue tesi iniziali, tanto più numerose diventano le tesi errate. Ecco quello che leggiamo nelle sue ultime tesi: ... nel campo del consumo, cioè delle condizioni di esistenza individuale dei lavoratori, occorre condurre la politica del livellamento. Nel campo della produzione il principio della priorità resterà ancora a lungo decisivo per noi... (Tesi 41, p. 31 dell'opuscolo di Trotzki). Teoricamente è una confusione completa. È assolutamente errato. La priorità è una preferenza, ma la preferenza senza il consumo non è niente. Se mi si dà la preferenza concedendomi un ottavo di libbra di pane, io ringrazio umilmente per tale preferenza! La preferenza sul piano della priorità è preferenza anche sul piano del consumo. Senza di ciò la priorità è un sogno, una nuvoletta, e noi siamo pur sempre dei materialisti. Anche gli operai sono dei materialisti; se si parla di priorità bisogna dare pane, abiti, carne. È soltanto così che abbiamo inteso e intendiamo la questione, discutendone centinaia di volte, su casi concreti, al Consiglio della difesa, dove ciascuno tira l'acqua al suo mulino dicendo: 'Io sono un settore prioritario', e l'altro afferma: 'No, lo sono io, altrimenti i tuoi operai non reggeranno e il tuo settore prioritario andrà in malora'. Come risultato, il problema delle priorità e del livellamento è posto nelle tesi in maniera radicalmente errata. Inoltre si fa un passo indietro rispetto a ciò che si è già verificato nella pratica e conquistato. Non si può fare così; non se ne può ottenere nulla di buono. Proseguiamo e affrontiamo il problema della 'simbiosi'. In questo momento la cosa più giusta sarebbe tacere. La parola è d'argento e il silenzio è d'oro. Perché? Perché ce ne siamo già occupati praticamente; non c'è un solo importante Consiglio economico di governatorato, una sola sezione importante del Consiglio superiore dell'economia nazionale e del Commissariato del popolo per le comunicazioni, ecc., in cui praticamente non esista la 'simbiosi. Ma i risultati sono completamente soddisfacenti? Ecco il punto. Bisogna studiare l'esperienza pratica, il modo in cui la 'simbiosi' è stata effettuata e ciò che abbiamo ottenuto. I decreti sulla 'simbiosi' in questa o quella istituzione sono talmente numerosi che non si possono enumerare. Ma non abbiamo ancora saputo studiare concretamente la nostra esperienza pratica, studiare che cosa ha dato quella tale 'simbiosi' e quella determinata branca dell'industria quando quel tale membro del sindacato di governatorato occupava quella determinata carica nel Consiglio economico di governatorato, che cosa ne è risultato, in quanti mesi si è effettuata questa 'simbiosi', ecc. Abbiamo saputo inventare divergenze di principio sulla 'simbiosi' e commettere inoltre un errore: siamo diventati maestri in quest'arte, ma non siamo capaci di studiare la nostra esperienza e di verificarla... Ma se, dopo tre anni che stiamo effettuando la 'simbiosi', ci si presentano 'tesi' nelle quali s'inventano divergenze di principio sulla 'simbiosi', che cosa ci può essere di più triste e di più errato? Noi ci siamo messi sulla via della 'simbiosi', e non dubito che abbiamo fatto bene, ma non abbiamo ancora studiato come si deve i risultati della nostra esperienza. Perciò la sola tattica intelligente da seguire su questa questione è il silenzio. Bisogna studiare l'esperienza pratica... Che abbiamo commesso molti errori, è fuori dubbio. Può anche darsi che la maggior parte dei nostri decreti debba essere modificata. Sono d'accordo, e non sono affatto innamorato dei decreti. Ma allora fate proposte concrete: trasformate questo e quello. Questa sarebbe un'impostazione efficace. Non sarebbe un lavoro improduttivo. Quando esamino la VI sezione dell'opuscolo di Trotzki, Conclusioni pratiche, vedo che le sue conclusioni pratiche hanno proprio questo difetto. Vi si dice che nel Consiglio centrale dei sindacati di tutta la Russia e nella presidenza del Consiglio superiore dell'economia nazionale ci dev'essere da un terzo a una metà dei membri appartenenti a entrambe queste istituzioni, e nel collegio questa proporzione deve variare tra la metà e i due terzi, ecc. Perché? Semplicemente così, 'a occhio'. Certo, nei nostri decreti queste proporzioni sono state più volte fissate precisamente 'a occhio'; ma perché questo è inevitabile nei decreti? Non sono un difensore di tutti i decreti e non voglio raffigurarli migliori di quanto in realtà siano. Accade spesso che vi si stabiliscano a occhio certe proporzioni, come la metà o un terzo di tutti i membri, ecc. Quando un decreto lo dice, vuole dire: provate a fare così e poi faremo un bilancio della vostra 'prova'. Esamineremo in seguito che cosa ne è risultato. E quando avremo capito, andremo avanti... Ma, mi sembra, mi son messo a fare la 'propaganda della produzione'? È inevitabile! Parlando della funzione dei sindacati nella produzione, è indispensabile trattare questo problema. Passo dunque al problema della propaganda della produzione. È ancora una volta una questione pratica, e noi la poniamo praticamente. Sono già stati creati organi statali addetti alla propaganda della produzione. - si tratta dell'Ufficio di propaganda per la produzione presso il Consiglio centrale dei sindacati di tutta la Russia, costituito per iniziativa di Lenin - Non so se siano buoni o cattivi; bisogna metterli alla prova, e non c'è nessun bisogno di scrivere delle 'tesi' a questo proposito. Se si parla in complesso della funzione dei sindacati nella produzione, quanto a democrazia non occorre nulla, tranne i normali principi democratici. Le sottigliezze del tipo della 'democrazia della produzione' sono errate e non possono approdare a nulla. Questa è la prima questione. La seconda è la propaganda della produzione. Gli organismi sono già stati creati. Le tesi di Trotzki parlano della propaganda della produzione. È inutile, perché in questo campo le 'tesi' sono già superate. Se questi organismi sono buoni o cattivi, ancora non lo sappiamo. Mettiamoli alla prova, e allora lo potremo dire. Studiamo il problema e poniamo delle domande. Supponiamo che in un congresso si formino dieci sezioni di dieci persone: 'Hai fatto propaganda della produzione? Come, e con quale risultato?'. Dopo aver esaminato questo materiale, premieremo coloro che hanno avuto i risultati migliori e scarteremo l'esperienza infruttuosa. Abbiamo già un'esperienza pratica, debole, scarsa, ma l'abbiamo; e ci si spinge indietro da questa esperienza verso 'tesi di principio'. Si tratta piuttosto di un movimento 'reazionario' che non di 'tradunionismo'. In terzo luogo i premi. Ecco la funzione e il compito dei sindacati nella produzione: la concessione di premi in natura. Si è incominciato. La cosa è avviata. Sono stati assegnati a questo scopo cinquecentomila pud di grano; e centosettantamila sono già stati distribuiti. Se sono stati distribuiti bene, giustamente, non lo so. Al Consiglio dei commissari del popolo si è detto che non sono stati ben distribuiti, che invece di un premio si è avuto un supplemento di salario; i sindacalisti e i membri del Commissariato del popolo per il lavoro lo hanno affermato. Abbiamo incaricato una commissione di studiare la questione, ma non è stata ancora studiata. Centosettantamila pud di grano sono stati assegnati, ma bisogna distribuirli in modo da premiare coloro che hanno dato prova di eroismo, di zelo, di abilità e di devozione, in una parola delle qualità che Trotzki esalta. Ma adesso non si tratta di esaltarle nelle tesi, ma di distribuire grano e carne. Non è meglio, per esempio, togliere la carne a una determinata categoria di operai e darla, in forma di premio, ad altri, agli operai dei settori 'prioritari'? Noi non respingiamo una simile concezione del principio della priorità. Esso ci è necessario. Studieremo accuratamente la nostra esperienza pratica nell'applicazione del principio della priorità. Poi, in quarto luogo, i tribunali disciplinari. La funzione dei sindacati nella produzione, la 'democrazia della produzione', sia detto senza offesa per il compagno Bukharin, non sono che bazzecole, se non abbiamo tribunali disciplinari. Ma nelle vostre tesi non se ne parla. E sul piano dei principi, e su quello teorico, e su quello pratico la conclusione sulle tesi di Trotzki e sulla posizione di Bukharin è quindi una sola: sono una cosa pietosa! E giungo ancor più a questa conclusione quando mi dico: voi non impostate la questione da marxisti. Nelle tesi ci sono molti errori teorici, e inoltre il modo di valutare 'la funzione e i compiti dei sindacati' non è marxista perché non si può affrontare un tema così ampio senza riflettere sulle particolarità del momento attuale dal punto di vista politico. Non per niente abbiamo scritto col compagno Bukharin, nella risoluzione del IX congresso del PCR sui sindacati, che la politica è l'espressione più concentrata dell'economia. Analizzando la situazione politica attuale, potremmo dire che stiamo attraversando un periodo di transizione in un periodo di transizione. Tutta la dittatura del proletariato è un periodo di transizione, ma adesso abbiamo, per così dire, tutta una serie di nuovi periodi di transizione. Smobilitazione dell'esercito, fine della guerra, possibilità di una tregua assai più lunga di prima, di un passaggio più stabile dal fronte militare al fronte del lavoro. Questo, soltanto questo cambia già i rapporti tra la classe del proletariato e la classe dei contadini. Come li cambia? Bisogna esaminare attentamente la questione, ma dalle vostre tesi ciò non risulta affatto. Finché non avremo esaminato il problema dovremo saper aspettare. Il popolo è estenuato, molte riserve che bisognava utilizzare per determinate produzioni prioritarie sono già state impiegate, l'atteggiamento del proletariato verso i contadini sta cambiando. La stanchezza dovuta alla guerra è immensa, i bisogni sono aumentati, e la produzione non è aumentata o è aumentata in misura insufficiente. D'altra parte ho già detto nel mio rapporto all'VIII Congresso dei soviet che abbiamo impiegato giustamente e con successo la costrizione quando abbiamo saputo basarla sulla convinzione. Debbo dire che Trotzki e Bukharin non hanno assolutamente tenuto conto di questa importantissima considerazione. Abbiamo gettato una base abbastanza larga e solida di convinzione per tutti i nuovi compiti della produzione? No, abbiamo appena incominciato. Non abbiamo ancora trascinato le masse. E le masse possono passare di colpo a questi nuovi compiti? No, perché se si tratta di stabilire se bisogna abbattere il grande proprietario fondiario Wrangel, se vale la pena di fare dei sacrifici per questo scopo, non c'è bisogno di una propaganda particolare. Ma la funzione dei sindacati nella produzione, se non si tiene conto della questione 'di principio', dei ragionamenti sul 'tradunionismo sovietico' e simili futilità, ma si considera dal lato pratico, è un problema che abbiamo appena incominciato a elaborare; abbiamo appena creato l'organismo addetto alla propaganda della produzione, non abbiamo ancora esperienza. Abbiamo istituito i premi in natura, ma non abbiamo ancora esperienza. Abbiamo creato i tribunali disciplinari, ma non ne conosciamo i risultati. Ma dal punto di vista politico l'essenziale è proprio la preparazione delle masse. La questione è stata preparata, studiata, meditata, considerata sotto questo aspetto? Ne siamo ben lontani. Ed è un errore politico radicale, assai profondo e pericoloso perché in questo più che in ogni altro campo, bisogna agire secondo la regola: 'Misura sette volte e poi taglia una volta', mentre ci si è messi a tagliare senza aver misurato neppure una volta. Si dice che 'il partito deve scegliere tra due tendenze', ma non si è misurato nemmeno una volta e si è inventata la falsa parola d'ordine della 'democrazia della produzione'... L'ultima cosa che volevo dirvi, e per la quale ieri avrei dovuto darmi dello stupido, è che ho lasciato passare inosservate le tesi del compagno Rudzutak. Rudzutak ha il difetto di non saper parlare forte, con aria imponente, con eloquenza. Non lo si nota, lo si lascia passare inosservato. - Lenin legge ora le tesi di Rudzutak per la V Conferenza dei sindacati di tutta la Russia - I compiti dei sindacati nella produzione. (Tesi del rapporto del compagno Rudzutak) 1. Subito dopo la Rivoluzione d'ottobre, i sindacati erano quasi i soli organismi che, accanto all'esercizio del controllo operaio, potevano e dovevano assumersi il lavoro di organizzazione e di direzione della produzione. Nel primo periodo di esistenza del potere sovietico l'apparato statale di amministrazione dell'economia nazionale non era ancora costituito, mentre il sabotaggio dei padroni degli stabilimenti e dei quadri tecnici superiori poneva acutamente alla classe operaia il problema della salvaguardia dell'industria e del ritorno a un funzionamento normale di tutto l'apparato economico del paese. 2. Nel periodo successivo dell'attività del Consiglio superiore dell'economia nazionale, che si occupava principalmente di liquidare le imprese private e di organizzare la loro gestione da parte dello Stato, i sindacati hanno compiuto questo lavoro accanto e insieme agli organi di Stato preposti alla gestione economica. La debolezza degli organi statali non soltanto spiegava, ma giustificava tale parallelismo; esso era storicamente giustificato dal pieno contatto stabilitosi tra i sindacati e gli organi di gestione economica. 3. La direzione degli organi economici statali, la graduale presa di possesso da parte loro dell'apparato di produzione e di amministrazione, il coordinamento delle singole parti di questo apparato, tutto questo ha spostato il centro di gravità del lavoro di gestione dell'industria e di elaborazione del programma in questi organi. Di conseguenza, l'attività dei sindacati nel campo dell'organizzazione della produzione si è ridotta alla partecipazione alla formazione dei collegi dei comitati principali, dei centri e delle amministrazioni d'officina. 4. Nel momento attuale affrontiamo di nuovo in pieno il problema di stabilire un legame assai stretto tra gli organi economici della repubblica sovietica e i sindacati, perché è indispensabile utilizzare ad ogni costo razionalmente ogni unità lavorativa, far partecipare coscientemente al processo produttivo tutta la massa dei produttori nel suo complesso; ora che l'apparato statale di gestione economica, diventando gradualmente più grande e più complesso, si è trasformato in una macchina burocratica smisurata, enorme in confronto alla produzione stessa, i sindacati sono inevitabilmente spinti a partecipare direttamente all'organizzazione della produzione non soltanto con la loro rappresentanza personale negli organi economici, ma come organizzazione nel suo complesso. 5. Se il Consiglio superiore dell'economia nazionale affronta l'elaborazione del programma generale di produzione fondandosi sugli elementi materiali della produzione esistenti (materie prime, combustibile, stato delle macchine, ecc.), i sindacati debbono affrontarla dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro, in funzione degli obiettivi della produzione e della sua utilizzazione razionale. Perciò il programma generale di produzione, nelle sue parti e nel suo complesso, dev'essere stabilito coll'immancabile partecipazione dei sindacati al fine di coordinare nel modo più razionale l'utilizzazione delle risorse materiali e della manodopera. 6. L'instaurazione di una vera disciplina del lavoro, la lotta vittoriosa contro la diserzione dal lavoro, ecc., sono concepibili soltanto se tutta la massa dei produttori partecipa consapevolmente alla realizzazione di questi obiettivi. Questo scopo non si può raggiungere con i metodi burocratici e le direttive dall'alto; bisogna che ogni partecipante alla produzione non si accontenti di adempiere i compiti fissati dall'alto, ma partecipi coscientemente alla correzione di tutti i difetti tecnici e organizzativi della produzione. I compiti dei sindacati in questo campo sono enormi. Essi debbono insegnare ai loro membri, in ogni reparto, in ogni fabbrica, a prender nota e a tener conto di tutti i difetti nell'utilizzazione della forza-lavoro che risultano dall'utilizzazione errata dei mezzi tecnici o da un lavoro amministrativo insoddisfacente. La somma dell'esperienza delle diverse imprese e industrie dev'essere messa a profitto per lottare decisamente contro le lungaggini burocratiche, l'incuria e il burocratismo. 7. Per sottolineare particolarmente l'importanza di questi compiti di produzione, essi debbono avere un posto determinato, sul piano organizzativo, nel lavoro corrente. Le sezioni economiche, costituite presso i sindacati conformemente alla decisione del III Congresso di tutta la Russia, devono sviluppare la loro attività per chiarire e definire gradatamente il carattere di tutto il lavoro sindacale. Così, per esempio, nelle condizioni sociali attuali, mentre tutta la produzione tende a soddisfare i bisogni dei lavoratori, il sistema delle tariffe e dei premi deve dipendere strettamente dal grado di realizzazione del piano di produzione. I premi in natura e il versamento di una parte del salario in natura si devono gradatamente trasformare in un sistema di approvvigionamento degli operai secondo il grado della produttività del lavoro. 8. Tale impostazione del lavoro dei sindacati deve, da una parte por fine all'esistenza di organi paralleli (sezioni politiche, ecc.), e dall'altra ristabilire uno stretto legame tra le masse e gli organismi di gestione economica. 9. Dopo il III Congresso i sindacati non sono riusciti a realizzare in notevole misura il loro programma di partecipazione all'edificazione economica, da una parte a causa delle condizioni militari, e dall'altra a causa della loro debolezza organizzativa e del distacco degli organismi economici dal lavoro pratico e di direzione. 10. I sindacati debbono quindi porsi i seguenti obiettivi pratici immediati: a) partecipare nel modo più attivo alla soluzione dei problemi di produzione e di amministrazione; b) partecipare direttamente, con i relativi organi economici, alla creazione di organismi di gestione competenti; c) i vari tipi di amministrazione debbono controllare attentamente la produzione e influire su di essa; d) partecipare obbligatoriamente all'elaborazione e alla determinazione dei piani economici e dei programmi di produzione; e) organizzare il lavoro secondo la priorità dei compiti economici; f) sviluppare una larga organizzazione dell'agitazione e della propaganda della produzione. 12. Per assicurare in modo regolare i beni materiali agli operai, i sindacati devono esercitare la loro influenza sugli organismi di distribuzione del Commissariato per gli approvvigionamenti, sia locali che centrali, realizzando una partecipazione e un controllo pratico ed efficace su tutti gli organismi di distribuzione, e dedicando particolare attenzione all'attività delle commissioni centrali e di governatorato per l'approvvigionamento degli operai. 13. Siccome la cosiddetta 'politica della priorità' è diventata estremamente caotica a causa delle aspirazioni particolaristiche dei singoli comitati generali, centri, ecc., i sindacati devono levarsi dappertutto in difesa dell'applicazione reale del principio della priorità nell'economia e della revisione del sistema esistente per determinare la priorità conformemente all'importanza della produzione e alle risorse materiali del paese. 14. Occorre concentrare particolarmente l'attenzione sul gruppo dei cosiddetti stabilimenti modello in modo da renderli veramente esemplari mediante un'amministrazione competente, la disciplina del lavoro, e l'attività del sindacato. 15. Nell'organizzazione del lavoro, accanto all'attuazione di un sistema armonico di tariffe e alla revisione totale delle norme di produzione, i sindacati devono prendere fermamente nelle loro mani la lotta contro le diverse forme di diserzione dal lavoro (assenze ingiustificate, ritardi, ecc.). I tribunali disciplinari, ai quali finora non si è dedicata la dovuta attenzione, devono diventare un vero mezzo di lotta contro la violazione della disciplina proletaria del lavoro. 16. L'adempimento dei compiti elencati e l'elaborazione di un piano pratico di propaganda produttiva e di una serie di misure per migliorare la situazione economica degli operai devono essere affidati alle sezioni economiche. Perciò è necessario incaricare la sezione economica del Consiglio centrale dei sindacati di convocare al più presto una speciale conferenza delle sezioni economiche di tutta la Russia per esaminare i problemi pratici dell'edificazione economica in relazione col lavoro degli organi economici di Stato. Spero che ora vediate - riprende Lenin - perché ho dovuto coprirmi di rimproveri. Ecco una piattaforma cento volte migliore di quella che il compagno Trotzki ha redatto dopo averci più volte riflettuto, e di quella che ha steso il compagno Bukharin (risoluzione dell'assemblea plenaria del 7 dicembre) senza averci riflettuto affatto. Tutti noi, membri del Comitato centrale che da molti anni non lavoriamo nel movimento sindacale, dovremmo imparare dal compagno Rudzutak, e anche il compagno Trotzki e il compagno Bukharin dovrebbero imparare da lui. I sindacati hanno approvato questo programma. Noi tutti abbiamo dimenticato i tribunali disciplinari, ma senza i tribunali disciplinari, senza i premi in natura, la 'democrazia della produzione' non è che vaniloquio. Confronto le tesi di Rudzutak con quelle presentate da Trotzki al Comitato centrale. Alla fine della quinta tesi di Trotzki leggo: '... è indispensabile affrontare subito la riorganizzazione dei sindacati, cioè prima di tutto la selezione del personale dirigente proprio da questo punto di vista...'. Ecco la vera burocrazia! Trotzki e Krestinski selezioneranno 'il personale dirigente' dei sindacati! Ancora una volta: ecco la spiegazione dell'errore dello Tsektran. Il suo errore non è di aver fatto pressione; questo è il suo merito. L'errore è di non aver saputo affrontare i problemi comuni a tutti i sindacati, di non aver saputo servirsi esso stesso e di non aver saputo aiutare tutti i sindacati a servirsi in modo più giusto, più rapido e più efficace dei tribunali disciplinari di compagni. Quando ho letto nelle tesi di Rudzutak il passo relativo ai tribunali disciplinari, ho pensato: probabilmente esiste già un decreto in proposito. E infatti esiste. È il Regolamento dei tribunali disciplinari di compagni, promulgato il 14 novembre 1919 (Raccolta degli atti legislativi, n. 537). In questi tribunali la funzione più importante spetta ai sindacati. Io non so se questi tribunali siano buoni, se operino con successo e se funzionino sempre. Studiare la nostra esperienza pratica ci sarebbe un milione di volte più utile di tutto ciò che hanno scritto i compagni Trotzki e Bukharin. Concludo. Riassumendo tutto ciò che sappiamo su questo problema, debbo dire che sottoporre queste divergenze a una larga discussione di partito e a un congresso di partito è un errore grandissimo. È un errore politico. In una commissione, e soltanto in una commissione, avremmo avuto una discussione concreta e saremmo andati avanti, mentre adesso andiamo indietro e per alcune settimane andremo indietro verso posizioni teoriche astratte, invece di affrontare concretamente il problema. Quanto a me, ne sono mortalmente stufo, e anche se non fossi malato me ne sarei allontanato col massimo piacere e sarei pronto a scappare non importa dove. In conclusione, le tesi di Trotzki e di Bukharin contengono una serie di errori teorici, una serie d'inesattezze di principio. Il loro modo di affrontare la questione manca assolutamente di accortezza. Le 'tesi' del compagno Trotzki sono politicamente dannose. La sua è insomma una politica di seccature burocratiche nei confronti dei sindacati. E il congresso del nostro partito, ne sono convinto, condannerà e respingerà questa politica".144 Al X congresso del PCR(b) Lenin, oltre a tenere i discorsi di apertura e chiusura dell'Assise, vi svolse i Rapporti: sull'attività politica del Comitato centrale; sulla sostituzione dei prelevamenti delle eccedenze con l'imposta in natura; sull'unità del partito e sulla deviazione anarco-sindacalista. Intervenne anche nei dibattiti inerenti le questioni dei sindacati e del combustibile. Infine, preparò i Progetti di Risoluzione sull'attività del partito e sulla deviazione sindacalista e anarchica nel partito. Il X congresso del PCR(b), l'azione, il pensiero e le proposte di Lenin in esso e le decisioni congressuali adottate, rappresentano un patrimonio che va oltre il momento contingente della vita politica della Russia sovietica, ma costituiscono, senza alcun dubbio, una pietra miliare stabile e duratura per la vita e l'organizzazione non solo del partito bolscevico, ma per qualsiasi partito che in ogni parte del mondo voglia non solo definirsi, ma essere realmente un partito marxista-leninista. "Tra i punti cruciali del nostro lavoro dell'ultimo anno - afferma Lenin nel Rapporto sull'attività politica del CC - che richiamano soprattutto l'attenzione, e ai quali, a mio parere, è connessa la maggior parte dei nostri errori, il primo è il passaggio dalla guerra alla pace... Questo passaggio provocò scosse che eravamo ben lungi dal prevedere. Indubbiamente questa fu una delle cause principali della somma di errori, di sbagli politici che commettemmo in quel periodo e di cui soffriamo ora le conseguenze. La smobilitazione dell'esercito che si era dovuto costituire in un paese il quale aveva sostenuto uno sforzo inaudito, che si era dovuto creare dopo parecchi anni di guerra imperialistica, la smobilitazione dell'esercito, il cui spostamento causò incredibili difficoltà a causa del pessimo stato dei nostri mezzi di comunicazione, nel momento in cui erano sopravvenute anche la fame, dovuta al cattivo raccolto, e la mancanza di combustibile che in misura notevole aveva fermato i trasporti, ci pose, come ora vedremo, di fronte a problemi che avevamo di gran lunga sottovalutato. È qui che dobbiamo cercare le cause fondamentali di tutta una serie di crisi: economica, sociale e politica... Nel lavoro del partito e nella lotta di tutto il proletariato si sono manifestate numerose discrepanze ancora più profonde, errori di calcolo o di pianificazione, e non soltanto di pianificazione, ma anche errori nel determinare i rapporti di forza tra la nostra classe e le classi con le quali, in collaborazione e talvolta in conflitto, il proletariato deve decidere le sorti della repubblica. Muovendo da questo punto di vista dobbiamo fare il bilancio del passato, dell'esperienza politica compiuta e di quello che il Comitato centrale, che ha diretto questa politica, deve chiarire a se stesso e cercare di chiarire a tutto il partito... Per i prelevamenti e il modo di attuarli, l'anno trascorso si è dimostrato incomparabilmente più favorevole di quello precedente. In quest'anno il totale del grano ammassato oltrepassa i 250 milioni di pud. Al primo febbraio è stata data la cifra di 235 milioni di pud, mentre in tutto l'anno precedente ne erano stati ammassati 210 milioni; vuol dire che in un periodo più breve l'ammasso ha superato quello di tutto l'anno precedente. Ed è risultato, tuttavia, che di questi 235 milioni, ammassati entro il primo febbraio, ne abbiamo consumati durante il primo semestre circa 155 milioni, cioè in media 25 milioni di pud al mese o anche più. Naturalmente, dobbiamo riconoscere in generale di non aver saputo distribuire in maniera giusta le nostre risorse quando sono risultate più abbondanti di quelle dell'anno precedente. Non abbiamo saputo valutare giustamente tutto il pericolo della crisi che si preparava per la primavera e abbiamo ceduto al nostro naturale desiderio di aumentare la razione agli operai affamati. Naturalmente, anche qui dobbiamo dire che mancavamo di un punto di riferimento per i nostri calcoli. In tutti i paesi capitalistici, nonostante l'anarchia, nonostante il caos proprio del capitalismo, i punti di riferimento per i calcoli del piano economico sono il risultato di esperienze di decenni, esperienze che gli Stati capitalistici - i quali hanno strutture economiche identiche e si differenziano soltanto nei particolari - possono confrontare. Da questo confronto si può dedurre una legge veramente scientifica, un determinato sistema, una regola. Da noi non c'è stato e non può esserci, per un simile calcolo, nulla di paragonabile a quest'esperienza; ed è per tutto naturale che, quando alla fine della guerra abbiamo intravisto la possibilità di dare finalmente di più alla popolazione affamata, non abbiamo saputo trovare subito la giusta misura. È chiaro che avremmo dovuto limitare l'aumento delle razioni per creare un determinato fondo di riserva per i giorni neri che dovevano sopravvenire in primavera e che sono sopravvenuti. Non l'abbiamo fatto. Ed ecco un nuovo errore e di un tipo che è comune a tutto il nostro lavoro, un errore che dimostra come il passaggio dalla guerra alla pace ci abbia posto di fronte a numerosi problemi e difficoltà, per il cui superamento non avevamo né l'esperienza né la preparazione, né gli elementi necessari, e in tal modo si è avuto uno straordinario inasprimento e aggravamento della crisi. Qualcosa di analogo, indubbiamente, si è verificato con il combustibile. Si tratta di un problema fondamentale dell'edificazione economica. Tutto il passaggio dalla guerra alla pace, tutto il passaggio all'edificazione economica - di cui si è discusso durante l'ultimo congresso del partito e che è stato il principale oggetto delle nostre preoccupazioni e della nostra attenzione, di tutta la nostra politica nello scorso anno - tutto questo, naturalmente, non poteva non basarsi sul calcolo della produzione di combustibile e sulla sua giusta distribuzione. Senza di ciò non si può neppure parlare né di superamento delle difficoltà né di ricostruzione industriale. È chiaro che in questo campo ci troviamo in condizioni migliori dell'anno scorso. Prima eravamo tagliati fuori dalle zone carbonifere e petrolifere. Dopo le vittorie dell'esercito rosso abbiamo ottenuto carbone e petrolio, e indubbiamente le risorse di combustibile sono aumentate. Sappiamo che le risorse di combustibile con le quali abbiamo iniziato l'anno erano maggiori che nel passato. E basandoci sull'aumento delle nostre risorse di combustibile abbiamo commesso un errore, permettendo subito una distribuzione così vasta da esaurirle: ci siamo così trovati di fronte alla crisi del combustibile prima di aver organizzato tutto il lavoro. Su ognuno di questi problemi ascolterete qui un rapporto... Comunque, tenendo presente l'esperienza del passato, dobbiamo dire che questo errore è dovuto a una valutazione errata della situazione e alla rapidità del passaggio dalla guerra alla pace... Occorre una preparazione molto più prolungata, un ritmo più lento: ecco la lezione che abbiamo ricevuto durante l'anno scorso, lezione che tutto il partito dovrà assimilare a fondo per fissare i nostri compiti fondamentali per l'anno prossimo ed evitare nel futuro errori simili... Ora passerò a un altro punto, in un campo del tutto diverso, cioè alla discussione sui sindacati che tanto tempo ha preso al partito... Vorrei richiamare la vostra attenzione su un aspetto del problema, e precisamente sul fatto che indubbiamente si è avuta qui una conferma del proverbio che 'non tutto il male vien per nuocere'. Purtroppo, di male ce n'è stato un po' troppo, e poco compensato dal bene. Ma tuttavia c'è stato anche del bene: dopo aver perso tempo, dopo aver distratto l'attenzione dei nostri compagni di partito dai problemi immediati della lotta contro l'elemento piccolo-borghese che ci circonda, abbiamo imparato a renderci conto di alcuni rapporti che prima ci sfuggivano. Il bene è consistito nel fatto che il partito non ha potuto non imparare qualcosa durante questa lotta. Benché tutti sapessimo che, quale partito al potere, non potevamo non fondere le 'sfere dirigenti' del partito con le 'sfere dirigenti' dei soviet, - che da noi sono fuse e tali resteranno, - il partito ha ricevuto, durante questa discussione, una lezione che è necessario tener presente... In questa discussione il partito ha dato prova di una tale maturità che, notando una certa esitazione nelle 'sfere dirigenti', vedendo che dicevano: 'Non ci siamo messi d'accordo, giudicate voi', si è mobilitato rapidamente per questo scopo, e l'enorme maggioranza delle organizzazioni più importanti del partito ci ha risposto subito: 'Abbiamo un'opinione e ve la diremo'. ... Questa discussione doveva aiutarci a capire che il nostro partito, in quanto partito che ha raggiunto non meno di mezzo milione di iscritti, e anche di più, è diventato, in primo luogo, un partito di massa e, in secondo luogo, un partito di governo e che, essendo un partito di massa, rispecchia in parte ciò che avviene al di fuori delle sue file. È molto importante comprenderlo. Una piccola deviazione sindacalista oppure semianarchica non sarebbe pericolosa: il partito l'individuerebbe rapidamente e si metterebbe decisamente a correggerla. Ma quando questa deviazione si manifesta in un paese con un'enorme preponderanza di contadini, quando il malcontento di questi contadini nei confronti della dittatura del proletariato cresce, quando la crisi dell'economia contadina giunge al massimo e la smobilitazione dell'esercito contadino getta sul lastrico centinaia e migliaia di uomini avviliti, i quali non trovano un'occupazione - abituati come sono a occuparsi soltanto della guerra come di un mestiere - e danno origine al banditismo, allora non è il momento di discutere sulle deviazioni teoriche. E noi dobbiamo dire apertamente, in pieno congresso: non ammetteremo discussioni sulle deviazioni, dobbiamo dire punto e basta. Il congresso del partito può e deve farlo; esso deve trarre da tutto ciò l'opportuno insegnamento, e aggiungerlo al rapporto politico del Comitato centrale, stabilirlo e trasformarlo in un impegno per il partito, in una legge. L'atmosfera della discussione diventa estremamente pericolosa, diventa un vero e proprio pericolo per la dittatura del proletariato... Desidero ora soffermarmi sugli avvenimenti di Kronstadt. Non ho ancora le ultime notizie, ma non dubito che questa sommossa, dietro la quale compaiono le ben note figure dei generali bianchi, sarà liquidata nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore. Non vi può essere alcun dubbio. Ma è necessario esaminare in modo circostanziato gli insegnamenti politici ed economici che derivano da questo avvenimento. Che cosa esso significa? Significa il passaggio del potere politico dalle mani dei bolscevichi in quelle di un aggregato amorfo, di un blocco composto di elementi disparati che apparentemente sembrano soltanto un poco più a destra dei bolscevichi, e, forse, persino un po' più 'a sinistra', tanto indeterminato è quell'insieme di raggruppamenti politici che a Kronstadt hanno tentato di prendere il potere nelle loro mani. È certo che, nello stesso tempo, i generali bianchi - voi tutti lo sapete - vi hanno avuto una parte importante. È stato pienamente stabilito. Due settimane prima degli avvenimenti di Kronstadt, nei giornali parigini si poteva già leggere che in quella città era scoppiata una rivolta. È perfettamente chiaro che ci troviamo di fronte al lavoro dei socialisti-rivoluzionari e delle guardie bianche emigrate all'estero; nello stesso tempo, questo movimento si è ridotto a una controrivoluzione piccolo-borghese, a un movimento piccolo-borghese anarchico. È già qualcosa di nuovo. Questo avvenimento, considerato in legame con tutte le crisi, deve essere attentamente valutato e esaminato in modo assai circostanziato dal punto di vista politico. Qui si è manifestato l'elemento piccolo-borghese, anarchico, con le sue parole d'ordine della libertà di commercio, e sempre orientato contro la dittatura del proletariato. E questo stato d'animo ha influito notevolmente sul proletariato, ha avuto una ripercussione nelle aziende di Mosca, in quelle di parecchi centri della provincia. Questa controrivoluzione piccolo-borghese è, indubbiamente, più pericolosa di Denikin, Ludenic e Kolciak messi insieme, perché abbiamo a che fare con un paese dove il proletariato rappresenta una minoranza, abbiamo a che fare con un paese nel quale la proprietà contadina è stata rovinata, e inoltre abbiamo quella smobilitazione dell'esercito dalla quale è uscito un numero incredibile di elementi insurrezionali. Per quanto piccolo o poco notevole sia stato all'inizio quello - come chiamarlo? - spostamento di potere che i marinai e gli operai di Kronstadt proponevano, essi volevano correggere i bolscevichi per quanto concerne la libertà di commercio; lo spostamento era apparentemente piccolo, le parole d'ordine parevano identiche: 'Potere sovietico', ma con una piccola modificazione, o soltanto una rettifica, e in realtà gli elementi senza partito servivano qui soltanto da piedistallo, da gradino, da ponte, sul quale sono apparse le guardie bianche. Politicamente ciò è inevitabile. Abbiamo conosciuto gli elementi piccolo-borghesi, anarchici, nella rivoluzione russa; abbiamo lottato contro di loro per decine di anni. Dal febbraio 1917 abbiamo visto questi elementi piccolo-borghesi in azione: durante la grande rivoluzione, abbiamo visto i tentativi dei partiti piccolo-borghesi per dimostrare che essi, nel loro programma, si allontanavano di poco dai bolscevichi, ma volevano solamente attuarlo con altri metodi. Lo sappiamo dall'esperienza non soltanto della Rivoluzione d'ottobre, lo sappiamo dall'esperienza delle regioni periferiche di varie parti dell'ex impero russo, dove rappresentanti di un altro potere si erano sostituiti al potere sovietico. Ricordiamo il Comitato democratico di Samara. Tutti questi elementi si presentavano con le parole d'ordine dell'eguaglianza, della libertà, dell'Assemblea costituente, e non una volta, ma molte volte, ci si accorse che erano semplicemente un gradino, un ponte per il passaggio al potere delle guardie bianche. L'esperienza di tutta l'Europa ci dimostra in pratica come termina il tentativo di tenere il piede in due staffe. Ecco perché proprio a questo proposito dobbiamo dire che gli attriti politici costituiscono un grandissimo pericolo. Dobbiamo considerare attentamente questa controrivoluzione piccolo-borghese che lancia le parole d'ordine della libertà di commercio. Questo pericolo ci conferma quanto ho detto a proposito delle nostre discussioni circa le piattaforme; di fronte a questo pericolo dobbiamo comprendere che dobbiamo porre fine non soltanto formalmente alle discussioni di partito; naturalmente lo faremo, ma non basta! Dobbiamo ricordare che è necessario affrontare il problema più seriamente. Dobbiamo comprendere che in un periodo di crisi dell'economia contadina non possiamo esistere se non facendo appello a questa economia contadina perché aiuti la città e la campagna. Dobbiamo ricordare che la borghesia tenta di istigare i contadini contro gli operai, tenta di istigare contro di questi gli elementi anarchici piccolo-borghesi con le stesse parole d'ordine degli operai, ciò che porterà direttamente alla caduta della dittatura del proletariato e, di conseguenza, alla restaurazione del capitalismo, del vecchio potere dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti. Il pericolo politico è evidente. Molte rivoluzioni hanno seguito nettamente questa strada, questa strada non l'abbiamo mai dimenticata. Essa si è delineata davanti a noi in maniera ben chiara. Essa esige indubbiamente dal partito comunista al governo, dagli elementi rivoluzionari dirigenti del proletariato un atteggiamento diverso da quello da noi spesso assunto nello scorso anno. Questo pericolo esige indubbiamente maggiore compattezza, maggiore disciplina, un lavoro più affiatato! Senza di ciò è impossibile scongiurare quei pericoli che la sorte ci ha riservato. Vengono poi i problemi economici... Nei rapporti tra il proletariato e i piccoli coltivatori esistono dei problemi ben difficili, dei problemi che non abbiamo ancora risolto. Parlo dei rapporti tra il proletariato vittorioso e i piccoli proprietari quando la rivoluzione proletaria si sviluppa in un paese dove il proletariato è in minoranza, dove la maggioranza è composta da elementi piccolo-borghesi. La funzione del proletariato in tale paese consiste nel dirigere il passaggio di questi piccoli proprietari al lavoro socializzato, collettivo, comune. È teoricamente indiscutibile. Abbiamo trattato quest'argomento in tutta una serie di atti legislativi, ma sappiamo che non si tratta solo di legiferare, bensì di tradurre le leggi nella pratica, e sappiamo che ciò si ottiene quando si dispone di una grande industria molto forte, capace di offrire al piccolo produttore benefici tali da fargli vedere in pratica la superiorità della grande economia. ... Noi abbiamo non soltanto una minoranza, ma una piccola minoranza di proletariato e un'enorme maggioranza di contadini. E le condizioni nelle quali abbiamo dovuto difendere la rivoluzione hanno fatto sì che la soluzione dei nostri problemi risultasse terribilmente difficile. Non potevamo dimostrare in pratica tutti i vantaggi della grande produzione poiché tale produzione è stata distrutta e costretta a condurre un'esistenza quanto mai grama e la si può rimettere in piedi soltanto imponendo sacrifici a quegli stessi piccoli coltivatori... Quando noi concentriamo tutta la nostra attenzione sulla ricostruzione economica, dobbiamo sapere che di fronte a noi sta il piccolo coltivatore, il piccolo proprietario, il piccolo produttore, il quale lavora per il mercato fino alla completa vittoria della grande produzione, fino alla sua ricostruzione, e questa ricostruzione non può avvenire sulla vecchia base: si tratta di un lavoro di molti anni, di non meno di un decennio, probabilmente anche di più, data la situazione disastrosa in cui ci troviamo. Fino a quel momento dovremo avere a che fare, per lunghi anni, con questo piccolo produttore in quanto tale, e la parola d'ordine della libertà di commercio sarà inevitabile. Il pericolo che questa parola d'ordine rappresenta non sta nel fatto che essa serve a mascherare le aspirazioni delle guardie bianche e dei menscevichi, bensì nel fatto che essa può diffondersi, nonostante l'odio di quella stessa massa contadina per le guardie bianche. Essa si diffonderà proprio perché risponde alle condizioni economiche di esistenza del piccolo produttore. Ed è muovendo da queste considerazioni che il CC ha preso la sua decisione e ha aperto la discussione sul problema della sostituzione del sistema dei prelevamenti con un'imposta; oggi ha posto direttamente questo problema al congresso, e voi l'avete approvato con la vostra risoluzione odierna... D'altro canto il prelevamento delle eccedenze era una misura resa assolutamente necessaria dallo stato di guerra, ma che non corrisponde alle condizioni dell'economia contadina in tempo di pace più o meno sicura. Il contadino deve avere la certezza che egli darà un tanto e potrà disporre di tanto per il commercio locale. Tutta la nostra economia, sia nel suo insieme sia nelle sue singole parti, era condizionata da cima a fondo dallo stato di guerra. Tenendo conto di queste condizioni fummo costretti a raccogliere una determinata quantità di viveri, senza tenere in alcun conto le conseguenze che ciò avrebbe avuto nella circolazione sociale. Ora, quando dai problemi della guerra passiamo a quelli della pace, cominciamo a considerare diversamente l'imposta in natura: la consideriamo non soltanto dal punto di vista degli interessi dello Stato, ma anche da quello degli interessi delle piccole aziende contadine. Dobbiamo comprendere le forme economiche della rivolta dei piccoli coltivatori nei confronti del proletariato che si sono manifestate e che vengono acuite dalla presente crisi. Dobbiamo cercare di fare il massimo possibile a questo riguardo. Questo è per noi il problema più importante... Finora ci siamo conformati ai compiti che la guerra ci imponeva. Ora dobbiamo conformarci alle condizioni dei tempi di pace... D'altro canto, durante questo periodo di transizione, in un paese dove predominano i contadini, dobbiamo saper prendere misure che diano ai contadini la sicurezza economica, il massimo numero di misure atte a migliorare la loro situazione economica. Finché non avremo cambiato i contadini, finché la grande produzione meccanizzata non li avrà trasformati, bisogna garantire loro la possibilità di fare liberamente i loro affari. La situazione in cui ci troviamo è fluida, la nostra rivoluzione è accerchiata da paesi capitalistici. E finché ci troviamo in questa situazione, dobbiamo cercare forme di rapporti molto complesse. Schiacciati dalla guerra, non abbiamo potuto concentrare la nostra attenzione sul modo come impostare i rapporti economici e trovare forme di convivenza tra il potere statale proletario - che ha nelle sue mani una grande industria incredibilmente rovinata - e i piccoli coltivatori, i quali, finché rimangono tali, non possono vivere se alle loro piccole aziende non viene garantito un determinato sistema di scambio. Ritengo che attualmente questo sia il problema economico e politico più importante per il potere sovietico... Noi guardiamo a questi fenomeni dal punto di vista della lotta di classe e non abbiamo mai nutrito dubbi sul fatto che i rapporti tra il proletariato e la piccola borghesia costituiscono un problema difficile, che esige, per la vittoria del potere del proletariato, misure complesse o, più precisamente, tutto un insieme di complesse misure di transizione. Il fatto che alla fine del 1918 è stato da noi emanato un decreto sull'imposta in natura prova che questo problema era presente nella coscienza dei comunisti, ma allora non potemmo risolverlo a causa della congiuntura militare. Mentre era in corso la guerra civile ci toccò ricorrere a misure da tempi di guerra. Ma commetteremmo un errore gravissimo se ne traessimo la conclusione che soltanto quelle misure e rapporti sono possibili. Ciò significherebbe il sicuro fallimento del potere sovietico e della dittatura del proletariato. Quando il passaggio alla pace avviene mentre si attraversa una crisi economica, bisogna ricordare che è più facile edificare uno Stato proletario in un paese di grande industria che non in un paese nel quale predomina la piccola produzione. Questo compito deve essere affrontato in vari modi, e noi non chiudiamo affatto gli occhi di fronte a queste difficoltà e non dimentichiamo che una cosa è il proletariato e un'altra la piccola produzione. Non dimentichiamo che esistono diverse classi, che la controrivoluzione piccolo-borghese anarchica costituisce una fase politica che porta al dominio delle guardie bianche. Dobbiamo avere in merito una visione chiara, realistica, tenendo presente che qui è necessario, da un lato, la massima compattezza, fermezza e disciplina all'interno del partito del proletariato, mentre, dall'altro lato, è necessaria tutta una serie di misure economiche che non abbiamo potuto per ora realizzare a causa della congiuntura militare. Dobbiamo riconoscere che sono necessarie le concessioni, l'acquisto di macchine e attrezzi per i bisogni dell'agricoltura, affinché, scambiandoli col grano, si possano ristabilire tra il proletariato e i contadini rapporti tali che garantiscano la loro esistenza nelle condizioni dei tempi di pace... Per concludere, due parole soltanto sul problema della lotta contro il burocratismo, che ci ha preso tanto tempo. Già nell'estate scorsa, nell'agosto, questo problema è stato trattato dal Comitato centrale che lo ha posto all'ordine del giorno in una circolare diretta a tutte le organizzazioni; nel settembre esso è stato discusso dalla conferenza di partito, e infine, durante il congresso dei soviet, svoltosi a dicembre, è stato posto su un piano più ampio. Senza dubbio la piaga della burocrazia è un fatto accertato, ed occorre una lotta effettiva contro di essa... Dobbiamo comprendere che la lotta contro il burocratismo è una lotta assolutamente necessaria e che essa è altrettanto complessa quanto quella contro l'elemento piccolo-borghese. Il burocratismo è divenuto nel nostro ordinamento statale una piaga talmente grave da costringerci a parlarne nel nostro programma di partito, e ciò perché esso è legato all'elemento piccolo-borghese che si trova dappertutto. Questa malattia si può guarire soltanto mediante l'unione dei lavoratori, facendo sì che essi non soltanto acclamino i decreti dell'Ispezione operaia e contadina - forse che un buon numero di decreti non viene acclamato? - ma sappiano far valere attraverso l'Ispezione i loro diritti, il che attualmente non avviene, non soltanto nelle campagne, ma neppure nelle città e neanche nelle capitali! Spesso non si sanno far valere questi diritti, neppure dove si grida di più contro la burocrazia. A questa circostanza dobbiamo prestare una grande attenzione. Osserviamo spesso che alcuni, lottando contro questo male, vogliono, forse anche sinceramente, aiutare il partito proletario, la dittatura proletaria, il movimento proletario, mentre in pratica aiutano l'elemento anarchico-borghese, che più di una volta si è dimostrato nel corso della rivoluzione il nemico più pericoloso della dittatura del proletariato. E ora - e sono queste la conclusione e la lezione principale da trarre dagli avvenimenti di quest'anno - esso ha dimostrato ancora una volta di essere il nemico più pericoloso, che più può trovare seguaci e appoggi in un paese come il nostro, che più può modificare lo stato d'animo di vaste masse, di contagiare persino una parte degli operai senza partito. La situazione dello Stato proletario diventa allora molto difficile. Se non lo capiremo, se non trarremo una lezione, se il nostro congresso non segnerà una svolta e nella politica economica e per la massima compattezza del proletariato, dovremo impiegare nei nostri riguardi queste tristi parole: delle cose talvolta vuote e meschine non abbiamo dimenticato quelle che andavano dimenticate e dalle cose serie non abbiamo imparato nulla di quel che avremmo dovuto imparare durante quest'anno di rivoluzione. Spero che ciò non accadrà!".145 Nel Rapporto sulla sostituzione dei prelevamenti delle eccedenze con l'imposta in natura, Lenin si sofferma sulle tematiche connesse alla creazione di un'economia socialista nello Stato sovietico: "Compagni, la sostituzione dei prelevamenti con l'imposta in natura è innanzi tutto e soprattutto una questione politica, perché il nocciolo della questione è nell'atteggiamento della classe operaia verso i contadini. Porre questo problema significa che dobbiamo riesaminare in modo nuovo, o, direi forse in modo più prudente e più giusto, rivedere in una certa misura i rapporti tra queste due classi principali, la lotta o l'accordo tra le quali deciderà le sorti della nostra rivoluzione. Non ho bisogno di soffermarmi particolareggiatamente sulle ragioni di questo riesame. Voi tutti certamente sapete benissimo quanti avvenimenti, soprattutto a causa dell'estremo aggravamento della miseria provocato dalla guerra, dalla rovina, dalla smobilitazione e dal pessimo raccolto, quante circostanze hanno reso particolarmente grave e acuta la situazione dei contadini, aumentando inevitabilmente i loro tentennamenti che, allontanandoli dal proletariato, li hanno fatti avvicinare alla borghesia. Due parole sull'importanza teorica di questo problema o sulla sua impostazione teorica. Non c'è dubbio che non si può realizzare la rivoluzione socialista in un paese dove l'immensa maggioranza della popolazione è formata da piccoli produttori agricoli se non mediante una serie di particolari misure transitorie, che sarebbero perfettamente inutili nei paesi capitalistici avanzati, dove gli operai salariati, nell'industria e nell'agricoltura, costituiscono l'immensa maggioranza. In quei paesi vi è una classe di salariati agricoli formatasi nel corso dei decenni. Soltanto questa classe può costituire un appoggio sociale, economico e politico per il passaggio diretto al socialismo. Soltanto nei paesi dove questa classe è abbastanza sviluppata, il passaggio diretto dal capitalismo al socialismo è possibile e non richiede particolari misure di transizione su scala statale... Sappiamo che soltanto l'accordo con i contadini può salvare la rivoluzione socialista in Russia finché la rivoluzione non sarà scoppiata negli altri paesi. Ed è questo che bisogna dire apertamente in tutte le riunioni, su tutta la stampa. In ogni caso, non bisogna cercare di nascondere qualcosa, ma dire apertamente che i contadini non sono contenti della forma di rapporti che abbiamo stabilito con loro, che essi non vogliono rapporti simili e non vogliono continuare a vivere come vivono. Ciò è indiscutibile. Questa volontà si è chiaramente espressa. È la volontà di larghe masse della popolazione lavoratrice. Dobbiamo tenerne conto, e siamo degli uomini politici abbastanza lucidi per dire esplicitamente: rivediamo la nostra politica nei confronti dei contadini. Non si può più mantenere la situazione che è esistita finora. Dobbiamo dire ai contadini: 'Se volete tornare indietro, se volete restaurare integralmente la proprietà privata e il libero commercio, ricadrete certamente e inevitabilmente sotto il potere dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti... Esaminiamo la questione. Conviene o non conviene ai contadini separarsi dal proletariato per tornare indietro, e permettere che il paese torni verso il potere dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari? Fate i vostri calcoli, facciamoli insieme'. Pensiamo che a ben calcolare, pur avendo piena coscienza del profondo disaccordo tra gli interessi economici del proletariato e quelli del piccolo agricoltore, il calcolo sarà a nostro vantaggio. Per quanto precarie siano le nostre risorse, bisogna risolvere il compito di dare soddisfazione al contadino medio. I contadini medi sono diventati assai più numerosi di prima, le contraddizioni si sono attenuate, la terra è stata divisa e concessa in godimento in modo assai più egualitario, i kulak sono stati indeboliti e in gran parte espropriati, in Russia più che in Ucraina, in Siberia meno. Ma in complesso i dati statistici stabiliscono indiscutibilmente che la campagna è stata livellata, pareggiata, che, cioè, si è attenuata la netta divisione tra kulak e contadini senza terra. Tutto è diventato più uniforme, in generale i contadini sono diventati contadini medi. Possiamo soddisfare i contadini medi così come sono, con le loro particolarità economiche, con le loro radici economiche? Se qualche comunista ha pensato che in tre anni si potessero trasformare le basi economiche, le radici economiche della piccola agricoltura, egli era, naturalmente, un sognatore. Non c'è motivo di nasconderlo, tra di noi vi erano parecchi di questi sognatori. E non c'è niente di male. Come sarebbe incominciata la rivoluzione socialista in un paese come il nostro senza i sognatori? La pratica, certo, ha mostrato quale funzione immensa possono avere gli esperimenti e le iniziative di ogni genere nel campo della conduzione collettiva dell'agricoltura. Ma la pratica ha anche dimostrato che questi esperimenti, in quanto tali, hanno avuto anche una funzione negativa quando persone piene delle migliori intenzioni e dei migliori desideri andavano in campagna a fondare delle comuni, delle collettività, senza sapere amministrare perché mancavano di esperienza collettiva. ... Soltanto la base materiale, la tecnica, l'utilizzazione su vasta scala di trattori e di macchine nell'agricoltura, la elettrificazione su vasta scala può risolvere questo problema, risanare, per così dire, la mentalità del piccolo agricoltore. Ecco quello che avrebbe potuto trasformare radicalmente e con immensa rapidità il piccolo agricoltore. Quando dico che ci vogliono generazioni, non intendo dire che ci vogliano secoli, capite benissimo che per procurarsi i trattori, le macchine, per elettrificare un paese immenso occorrono almeno, in ogni caso, tre decenni. Ecco qual è la situazione oggettiva. Dobbiamo sforzarci di soddisfare le esigenze dei contadini che sono insoddisfatti, scontenti, e legittimamente scontenti, e non possono non esserlo. Dobbiamo dir loro: 'Sì, questa situazione non può durare oltre'. Come soddisfare il contadino e che cosa vuol dire soddisfarlo? Dove trovare la risposta alla domanda: come soddisfarlo? Naturalmente, nelle rivendicazioni stesse dei contadini. Noi conosciamo queste rivendicazioni, ma dobbiamo verificarle, esaminare dal punto di vista della scienza economica tutto ciò che sappiamo delle rivendicazioni economiche dell'agricoltore. Esaminando a fondo questo problema, ci diremo subito: in sostanza si può soddisfare il piccolo agricoltore con due cose. In primo luogo, ci vuole una certa libertà di scambio, una libertà per il piccolo proprietario; in secondo luogo dobbiamo procurarci merci e derrate. Che cos'è la libertà di scambio, se non c'è niente da scambiare, e che cos'è la libertà di commercio se non c'è di che commerciare! Questa libertà resterà sulla carta, ma le classi non si soddisfano con la carta, ma con oggetti materiali. Bisogna capir bene queste due condizioni. Della seconda condizione: come procurare le merci, sapremo noi procurarcele, parleremo in seguito. Ma sulla prima condizione, la libertà di scambio, bisogna soffermarsi. Che cos'è la libertà di scambio? È la libertà di commercio, e libertà di commercio significa tornare al capitalismo. Libertà di scambio e libertà di commercio significano scambio di merci tra singoli piccoli proprietari. Tutti noi, che abbiamo studiato almeno l'abbiccì del marxismo, sappiamo che da questo scambio e da questa libertà di commercio discende inevitabilmente la divisione dei produttori di merci in possessori di capitale e possessori di mano d'opera, la divisione in capitalisti e operai salariati, cioè la rinascita della schiavitù salariata capitalistica, che non cade dal cielo ma sorge in tutto il mondo precisamente dall'economia agricola mercantile. Lo sappiamo benissimo in teoria, e chiunque abbia osservato da vicino la vita e le condizioni economiche del piccolo agricoltore in Russia non può non constatarlo. Ci si domanda: ma come, il partito comunista può riconoscere la libertà di commercio, accettarla? Non ci sono qui delle contraddizioni insolubili? A ciò bisogna rispondere che la soluzione pratica del problema, s'intende, è assai difficile. Prevedo fin d'ora, e lo so dalle conversazioni con i compagni, che il progetto preliminare di sostituzione dell'imposta in natura ai prelevamenti, progetto che vi è stato distribuito, suscita il maggior numero d'interrogativi, legittimi e inevitabili, circa lo scambio che si tollera nei limiti del mercato locale. Lo si dice alla fine del paragrafo 8. Che cosa significa questo scambio, quali sono i suoi limiti, come si realizza? Se qualcuno pensa di avere al congresso una risposta a questa domanda si sbaglia. La risposta ci verrà dalla nostra legislazione; il nostro compito è soltanto di fissare la linea secondo un determinato principio, di presentare la parola d'ordine. Il nostro è un partito di governo, e la decisione che prenderà il congresso sarà impegnativa per tutta la repubblica, qui dobbiamo risolvere il problema in linea di principio. Dobbiamo risolverlo in linea di principio e informarne i contadini, perché siamo alla vigilia delle semine. E poi dobbiamo mettere in moto tutto il nostro apparato, tutti i nostri quadri teorici, tutta la nostra esperienza pratica per vedere come agire. Lo si può fare, teoricamente parlando? Si può ripristinare in una certa misura la libertà di commercio, la libertà del capitalismo per i piccoli agricoltori senza minare le basi del potere politico del proletariato? È ciò possibile? È possibile perché tutto sta nella misura. Se fossimo in grado di avere una quantità sia pure modesta di merci, se esse fossero nelle mani dello Stato, nelle mani del proletariato che esercita il potere politico e se potessimo immetterle nel circuito, noi, come Stato, aggiungeremmo il potere economico al potere politico. L'immissione di queste merci nel circuito commerciale ravviverebbe la piccola agricoltura che ora è in un terribile stato di marasma, schiacciata dal peso delle dure condizioni della guerra, dalla rovina e dalla sua impossibilità di svilupparsi. Il piccolo agricoltore, finché resta piccolo, deve avere uno stimolo, un impulso, una spinta corrispondente alla sua base economica, cioè alla piccola azienda singola. Non si può fare a meno della libertà di scambio su scala locale. Se questo scambio dà allo Stato, in cambio dei prodotti dell'industria, una quantità minima di grano sufficiente per coprire i bisogni delle città, delle fabbriche e dell'industria, lo scambio economico sarà ripristinato in modo che il potere statale resti nelle mani del proletariato e si rafforzi. Il contadino vuole che gli si dimostri in pratica che l'operaio che ha nelle sue mani le fabbriche, le officine, l'industria può organizzare gli scambi con lui. D'altro canto, un immenso paese agricolo con cattivi mezzi di comunicazione, con distese sconfinate, climi diversi, varie condizioni agricole, ecc., presuppone inevitabilmente una determinata libertà di scambio dei prodotti agricoli e industriali su scala locale. In questo abbiamo sbagliato molto andando troppo lontano: siamo andati troppo oltre sulla via della nazionalizzazione del commercio e dell'industria, sopprimendo gli scambi locali. È stato un errore? Senza dubbio. In questo abbiamo fatto molte cose semplicemente errate, e sarebbe un grande delitto non vedere e non capire che siamo andati oltre la misura, non abbiamo saputo limitarci. Ma c'è anche una necessità imperiosa: siamo vissuti finora nelle condizioni di una guerra così accanita, così incredibilmente aspra, che non ci restava nulla da fare se non agire alla militare anche in campo economico. È stato un miracolo che un paese rovinato abbia sopportato questa guerra, e questo miracolo non è caduto dal cielo, ma è dovuto agli interessi economici della classe operaia e dei contadini che lo hanno compiuto con il loro slancio di massa; grazie a questo miracolo abbiamo resistito ai grandi proprietari fondiari e ai capitalisti. Ma, nello stesso tempo, è incontestabile, e non dobbiamo nasconderlo nella nostra agitazione e propaganda, che siamo andati più lontano di quanto si dovesse dal punto di vista teorico e politico. Possiamo tollerare in misura notevole il libero scambio locale, senza distruggere, anzi rafforzando il potere politico del proletariato. Come farlo, è un problema pratico. Il mio compito è di dimostrarvi che è una cosa concepibile sul piano teorico. Se il proletariato che detiene il potere dello Stato ha determinate risorse, è del tutto possibile metterle in circolazione e soddisfare così, in una certa misura, il contadino medio, sulla base degli scambi economici locali... Oggi abbiamo la possibilità d'accordarci con i contadini e dobbiamo farlo praticamente, con abilità, intelligenza e duttilità. Conosciamo l'apparato del commissariato per gli approvvigionamenti e sappiamo che è uno dei migliori. Confrontandolo con gli altri, vediamo che è l'apparato migliore e che bisogna conservarlo; ma l'apparato dev'essere subordinato alla politica. Questo eccellente apparato non ci servirebbe a nulla se non sapessimo stabilire dei buoni rapporti con i contadini. Se non sapremo stabilirli esso non servirà alla nostra classe, ma a Denikin e a Kolciak. Poiché la politica esige un netto cambiamento, duttilità, e un'abile transizione, bisogna che i dirigenti lo capiscano. Un apparato solido deve essere adatto a tutte le manovre. Se invece la solidità si trasforma in rigidità e ostacola le svolte, la lotta è inevitabile. Perciò bisogna utilizzare tutte le forze per raggiungere assolutamente il nostro scopo, ottenere la subordinazione completa dell'apparato alla politica. La politica è un rapporto tra le classi, ed è ciò che decide le sorti della repubblica. L'apparato è un mezzo sussidiario, e quanto più è solido tanto più è utile e adatto alle manovre. Ma se non è in grado di compierle, non serve a nulla. V'invito a non perdere di vista l'essenziale, cioè che l'elaborazione dei particolari e delle interpretazioni richiederà alcuni mesi. E ora la cosa più importante è che questa sera stessa la radio annunzi a tutto il mondo che il congresso del partito al governo sostituisce in linea di massima l'imposta ai prelevamenti, dando in tal modo al piccolo contadino stimoli che lo inducano a estendere la sua azienda, ad aumentare le semine; che il congresso, imboccando questa strada, corregge il sistema di rapporti tra il proletariato e le masse contadine ed esprime la certezza che così facendo i rapporti fra di loro poggeranno su stabili basi".146 Circa i problemi connessi alla deviazione anarco-sindacalista e all'unità del partito, nel Rapporto su tali questioni, Lenin afferma: "... Quanto alla risoluzione 'sull'unità', essa contiene nella maggior parte una caratterizzazione della situazione politica. Voi tutti, naturalmente, avrete letto il testo stampato di questa risoluzione, che è stato distribuito. Non sarà pubblicato: il punto sette, che istituisce una misura eccezionale: il diritto di espulsione dal Comitato centrale, a una maggioranza di due terzi dell'assemblea generale dei membri effettivi e dei candidati del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo. Questo provvedimento è stato discusso più volte in riunioni particolari, dove si sono pronunziati i rappresentanti di tutte le tendenze. Speriamo, compagni, che non ci sia bisogna di applicare questo punto, ma esso è necessario nella nuova situazione, nel momento in cui stiamo per compiere una svolta abbastanza brusca e vogliamo cancellare le tracce della divisione. Passo alla risoluzione sulle deviazioni sindacaliste e anarchiche. È la questione che è stata trattata nel punto quattro dell'ordine del giorno del congresso. Il fulcro di tutta la risoluzione è la definizione del nostro atteggiamento verso alcune correnti o deviazioni del pensiero. Dicendo 'deviazioni', sottolineiamo che non vi scorgiamo ancora nulla di definitivamente costituito, nulla di assoluto e di completamente definito, ma soltanto l'inizio di un orientamento politico che il partito non può fare a meno di giudicare... Siamo giunti a una situazione in cui, avendo posto per primi praticamente la questione della scomparsa delle classi, siamo rimasti ora in un paese contadino con due classi fondamentali: la classe operaia e i contadini. Accanto ad esse vi sono interi gruppi di residui e sopravvivenze del capitalismo. Il nostro programma dice esplicitamente che stiamo compiendo i primi passi, che avremo tutta una serie di fasi transitorie. Ma abbiamo sempre visto con la massima evidenza nell'attività dei nostri soviet e in tutta la storia della rivoluzione che è sbagliato dare definizioni teoriche come quelle che dà in questo caso l'opposizione. Sappiamo benissimo che nel nostro paese le classi esistono ed esisteranno a lungo, che in un paese con una popolazione prevalentemente contadina esse esisteranno inevitabilmente a lungo, per molti anni. Il termine minimo nel quale si potrebbe organizzare una grande industria in grado di creare dei fondi per sottomettere a sé l'agricoltura è di dieci anni. Questo termine è il minimo, se vi saranno condizioni tecniche eccezionalmente favorevoli. Ma noi sappiamo di trovarci in condizioni straordinariamente sfavorevoli. Il piano di edificazione della Russia, sulla base di una grande industria moderna, lo abbiamo, è il piano di elettrificazione, elaborato da scienziati. Vi si fissa il termine minimo di dieci anni, presupponendo l'esistenza di condizioni più o meno vicine alla normalità... La deviazione non è ancora una corrente definita; è una cosa che si può correggere. Della gente si è un po' allontanata dalla giusta via o incomincia ad allontanarsene, ma è ancora possibile correggerla. È questo, a mio parere, ciò che esprime la parola russa 'deviazione'. Essa sottolinea che non c'è ancora nulla di definitivo, che è una cosa facile da correggere, esprime il desiderio di mettere in guardia e di porre il problema in tutta la sua pienezza, sul piano dei principi. Se qualcuno trova la parola russa che esprima meglio quest'idea, la dica, prego. Spero che non ci metteremo a discutere sui termini, ma che esamineremo questa tesi a fondo, in quanto fondamentale, per non correr dietro alle moltissime idee dello stesso genere, tanto numerose nel gruppo dell''opposizione operaia'... Non siamo un circolo di discussione. Possiamo e dobbiamo naturalmente far uscire miscellanee, pubblicazioni specifiche, e lo faremo, ma dobbiamo innanzitutto lottare in condizioni difficilissime, e perciò dobbiamo unirci saldamente... Abbiamo aperto la discussione più ampia, più libera. La piattaforma dell''opposizione operaia' è stata pubblicata nell'organo centrale del partito in 250.000 copie. L'abbiamo soppesata in tutti i suoi aspetti, in ogni modo, abbiamo votato in base a questa piattaforma, abbiamo riunito, infine, il congresso che fa il bilancio della discussione politica e dice: la deviazione si è determinata, non giochiamo a nascondino, diciamo apertamente: una deviazione è una deviazione, bisogna correggerla; correggiamola, e la discussione sia una discussione teorica. Ecco perché rinnovo e sostengo la proposta di approvare tutte e due queste risoluzioni, di rafforzare l'unità del partito, e di che cosa sono liberi di occuparsi nei momenti liberi le singole persone, i marxisti, i comunisti; che vogliono aiutare il partito e occuparsi di questo o quel problema teorico".147 Le decisioni adottate dal X congresso su queste questioni, sono evidenziate dall'approvazione dei due progetti di risoluzione redatti da Lenin. Progetto di Risoluzione del X congresso del PCR sull'attività del partito: "1. Il congresso richiama l'attenzione di tutti i membri del partito sul fatto che l'unità e la compattezza delle sue file, la garanzia di una completa fiducia reciproca tra i membri del partito e di un vero affiatamento nel lavoro, che incarni effettivamente l'unità d'intenti dell'avanguardia proletaria, sono assolutamente necessarie in questo momento in cui un complesso di circostanze accentua i tentennamenti tra gli strati piccoli-borghesi della popolazione. 2. Tuttavia, ancor prima della discussione generale sui sindacati, nel partito si sono manifestati alcuni sintomi di frazionismo, sono cioè apparsi gruppi con una piattaforma propria e con una certa tendenza a isolarsi e a creare una propria disciplina di gruppo. Tali sintomi di frazionismo si sono avuti, ad esempio, in una conferenza di partito a Mosca (novembre 1920) e a Kharkov, sia nel gruppo della cosiddetta 'opposizione operaia', sia, parzialmente, nel gruppo del cosiddetto 'centralismo democratico'. È necessario che tutti gli operai coscienti comprendano chiaramente quanto dannoso e inammissibile sia ogni genere di frazionismo, in quanto, anche se i rappresentanti dei singoli gruppi desiderano salvaguardare l'unità del partito, esso porta inevitabilmente a indebolire l'affiatamento nel lavoro e a intensificare i reiterati tentativi dei nemici che si sono infiltrati nel partito al governo di approfondire la scissione e di utilizzarla a vantaggio della controrivoluzione. La sommossa di Kronstadt è stata forse l'esempio più lampante del modo in cui i nemici del proletariato sfruttano ogni deviazione dalla linea comunista rigorosamente conseguente. In quell'occasione la controrivoluzione borghese e le guardie bianche di tutti i paesi del mondo hanno dimostrato immediatamente di essere persino disposte ad accettare le parole d'ordine del regime sovietico, pur di abbattere la dittatura del proletariato in Russia; i socialisti-rivoluzionari, e la controrivoluzione in genere, hanno utilizzato a Kronstadt le parole d'ordine dell'insurrezione, in nome, dicevano, del potere sovietico, contro il governo sovietico della Russia. Questi fatti dimostrano chiaramente che le guardie bianche cercano, e vi riescono, di travestirsi da comunisti e persino da comunisti di estrema sinistra, pur di indebolire e di abbattere il baluardo della rivoluzione proletaria in Russia. I manifestini menscevichi distribuiti a Pietrogrado, alla vigilia della sommossa di Kronstadt, mostrano anche come i menscevichi hanno sfruttato le divergenze e certi elementi di frazionismo in seno al Partito comunista russo per istigare e sostenere di fatto gli ammutinati di Kronstadt, i socialisti-rivoluzionari e le guardie bianche, fingendo, a parole, di avversare la sommossa e di difendere il potere sovietico, con qualche modificazione secondo loro di poca importanza. 3. Nella propaganda su questo argomento si deve spiegare particolareggiatamente, da un lato, come il frazionismo danneggi e metta in pericolo l'unità del partito e l'attuazione dell'unità di intenti dell'avanguardia proletaria, condizione principale per il successo della dittatura del proletariato e, dall'altro lato, il carattere originale dei nuovi metodi tattici seguiti dai nemici del potere sovietico. Persuasi che la controrivoluzione tentata apertamente sotto la bandiera delle guardie bianche era un'impresa disperata, questi nemici fanno adesso ogni sforzo per aggrapparsi alle divergenze in seno al Partito comunista russo e per far progredire in un modo o nell'altro la controrivoluzione trasferendo il potere alla tendenza politica apparentemente più vicina al potere sovietico. Nella propaganda si deve anche spiegare l'esperienza delle rivoluzioni precedenti, in cui la controrivoluzione sosteneva l'opposizione più vicina al partito più rivoluzionario per scuotere e abbattere la dittatura rivoluzionaria, aprendo in questo modo la via alla completa vittoria della controrivoluzione, dei capitalisti e dei grandi proprietari fondiari. 4. Nella lotta pratica contro il frazionismo è necessario che ogni organizzazione di partito vigili con molto rigore affinché non sia tollerata nessuna azione frazionistica. La critica, assolutamente necessaria, dei difetti del partito deve essere fatta in modo che ogni proposta pratica sia inviata subito, senza ritardo, nella forma più chiara possibile, agli organi dirigenti, locali e centrali, del partito perché la discutano e la decidano. Chi formula una critica deve inoltre tener presente, per la forma in cui esprimerla, la situazione del partito, accerchiato da nemici, mentre per il contenuto deve, con la sua partecipazione diretta al lavoro dei soviet e del partito, verificare in pratica come correggere gli errori del partito o di singoli suoi membri. Ogni analisi della linea generale del partito, o la valutazione della sua esperienza pratica, il controllo dell'adempimento delle sue decisioni, o lo studio dei modi atti a correggere gli errori, ecc., non debbono in nessun caso essere discussi preventivamente da gruppi costituiti attorno ad una 'piattaforma', ecc., ma debbono essere esclusivamente sottoposti alla discussione immediata di tutti i membri del partito. A questo scopo il congresso decide di pubblicare con maggiore regolarità il Diskussionny Listok e apposite raccolte, insistendo costantemente perché la critica si concentri sulle cose essenziali e non assuma forme che possono aiutare i nemici di classe del proletariato. 5. Respingendo in via di principio la deviazione verso il sindacalismo e l'anarchismo, alla cui analisi è dedicata un'apposita risoluzione, e incaricando il Comitato centrale di mettere fine a ogni specie di frazionismo, il congresso dichiara nello stesso tempo che in merito ai problemi che hanno richiamato particolarmente la sua attenzione, - quali, per esempio, il gruppo della cosiddetta 'opposizione operaia', l'epurazione del partito da elementi non proletari o poco sicuri, la lotta contro il burocratismo, lo sviluppo della democraticità e dello spirito d'iniziativa degli operai, ecc. - ogni proposta costruttiva deve essere esaminata con la massima attenzione e messa alla prova nel lavoro pratico. Il partito deve sapere che se non applichiamo tutte le misure che sono necessarie per risolvere questi problemi è perché c'imbattiamo in innumerevoli ostacoli e che, pur respingendo implacabilmente la pseudocritica inconcludente dei frazionisti, il partito continuerà instancabilmente, sperimentando metodi nuovi, a lottare con tutti i mezzi contro il burocratismo, per estendere la democrazia e lo spirito d'iniziativa, per scoprire, smascherare ed espellere gli intrusi insinuatisi nel partito, ecc. 6. Perciò il congresso dichiara sciolti e ordina di sciogliere immediatamente, senza eccezioni, tutti i gruppi formatisi attorno a qualsiasi piattaforma (come ad esempio, il gruppo dell''opposizione operaia', quello del 'centralismo democratico', ecc.). L'inadempienza di questa decisione del congresso deve avere, assolutamente e immediatamente, come conseguenza l'espulsione dal partito. 7. Per ottenere una severa disciplina in seno al partito e in tutta l'attività dei soviet, e per raggiungere la massima unità, eliminando qualsiasi frazionismo, il congresso dà pieni poteri al comitato centrale di applicare, nei casi di violazione della disciplina o di ricostituzione o di tolleranza delle frazioni, tutte le sanzioni del partito, compresa l'espulsione, e per i membri del Comitato centrale la retrocessione a candidati e persino, come misura estrema, l'espulsione dal partito. Questo provvedimento estremo può essere applicato ai membri del Comitato centrale, ai candidati del CC e ai membri della Commissione di controllo soltanto a condizione che sia convocata l'assemblea plenaria del CC, estendendo gli inviti a tutti i candidati del CC e a tutti i membri della Commissione di controllo. Se quest'assemblea generale dei dirigenti più responsabili del partito riconosce necessaria, con due terzi dei voti, la retrocessione del membro del CC a candidato oppure la sua espulsione dal partito, tale provvedimento deve essere applicato immediatamente".148 Ecco il testo del progetto di Risoluzione del X congresso del PCR sulla deviazione sindacalista e anarchica del partito: "1. Da qualche mese nelle file del partito si è nettamente rivelata una deviazione sindacalista e anarchica che rende necessari la lotta ideologica più decisa, l'epurazione e il risanamento del partito. 2. Questa deviazione è parzialmente dovuta all'entrata nelle file del partito di ex menscevichi e di operai e contadini che non hanno ancora completamente assimilato l'ideologia comunista; ma è soprattutto dovuta all'influenza esercitata sul proletariato e sul PCR dall'elemento piccolo-borghese, che è particolarmente forte nel nostro paese, il che inevitabilmente genera delle oscillazioni verso l'anarchismo, specie nei momenti in cui la situazione delle masse è peggiorata terribilmente per il cattivo raccolto e per le conseguenze estremamente rovinose della guerra, e in cui la smobilitazione di un esercito di milioni di uomini getta sul lastrico centinaia di migliaia di contadini e di operai che non possono trovare subito mezzi di sussistenza normale. 3. L'espressione di questa deviazione, teoricamente più completa, enunciata in forma più definitiva... sono le tesi e le altre pubblicazioni del cosiddetto gruppo dell''opposizione operaia'. Abbastanza significativa è, per esempio, la tesi seguente: 'Il compito di organizzare la gestione dell'economia nazionale spetta al congresso dei produttori di tutta la Russia, riuniti in sindacati di produzione, che eleggono un organo centrale che diriga tutta l'economia nazionale della repubblica'. Le idee che ispirano questa dichiarazione e numerose altre simili sono radicalmente false dal punto di vista teorico perché costituiscono una rottura completa con il marxismo e con il comunismo, e sono in contraddizione con il risultato dell'esperienza pratica di tutte le rivoluzioni semiproletarie e dell'attuale rivoluzione proletaria. In primo luogo, nel concetto di 'produttori' sono compresi il proletario, il semiproletario, il piccolo produttore di merci; ci si scosta quindi radicalmente dal concetto fondamentale della lotta di classe e dell'esigenza fondamentale di distinguere nettamente le classi. In secondo luogo, puntare sulle masse senza partito e civettare con esse, come fa la tesi citata, costituisce una deviazione non meno radicale dal marxismo... La concezione sbagliata della funzione del partito comunista nei suoi rapporti col proletariato senza partito e, per quanto riguarda il primo e il secondo fattore, con tutta la massa lavoratrice, costituisce un radicale allontanamento teorico dal comunismo e una deviazione verso il sindacalismo e l'anarchismo della quale è permeata tutta l'ideologia dell''opposizione operaia'. 4. ... I sindacalisti e gli anarchici lanciano la parola d'ordine immediata 'dei congressi o del congresso dei produttori', 'che eleggono' gli organismi della gestione economica. La funzione dirigente, educativa ed organizzatrice del partito nei confronti dei sindacati proletari e quella del proletariato nei confronti delle masse lavoratrici semi-piccolo-borghesi e addirittura piccolo-borghesi viene così completamente elusa ed eliminata, e, invece di continuare e di correggere il lavoro pratico già iniziato dal potere sovietico per costruire le nuove forme di economia, si ha la demolizione anarchica, piccolo-borghese di questo lavoro, demolizione che può unicamente condurre al trionfo della controrivoluzione borghese. 5. Oltre all'erroneità teorica e all'atteggiamento radicalmente sbagliato verso l'esperienza pratica di edificazione economica, iniziata dal potere sovietico, il congresso del PCR vede nelle concezioni del gruppo menzionato e di altri gruppi e individui affini un gravissimo errore politico e un pericolo politico immediato per l'esistenza stessa della dittatura del proletariato. ... Le concezioni dell''opposizione operaia' e degli elementi ad essa affini non soltanto sono erronee teoricamente, ma sono l'espressione pratica dei tentennamenti piccolo-borghesi e anarchici, indeboliscono praticamente la linea conseguente del partito comunista, aiutano praticamente i nemici di classe della rivoluzione proletaria. 6. In base a quanto esposto, il congresso del PCR respinge decisamente le idee che esprimono la deviazione sindacalista e anarchica e ritiene necessario: in primo luogo, di svolgere una lotta ideologica tenace e sistematica contro queste idee; in secondo luogo, di considerare incompatibile la propaganda di queste idee con l'appartenenza al PCR. Incaricando il CC del partito di applicare rigorosamente queste sue decisioni, il congresso fa nello stesso tempo notare che in specifiche pubblicazioni, miscellanee, ecc., si può e si deve dar posto a uno scambio di opinioni più circostanziato tra i membri del partito su tutte le questioni sopra indicate".149
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