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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 26
Nuova politica economica ed edificazione socialista




A proposito della "Nuova Politica Economica" (NEP), il 29 ottobre 1921 alla VII Conferenza del Partito del Governatorato di Mosca, Lenin espresse così il suo pensiero: "Compagni, nell'accingermi a parlare della nuova politica economica devo innanzitutto premettere che non tratterò questo tema nel modo come forse molti dei presenti si aspettano... Quel che mi interessa è ... la strategia rivoluzionaria da noi seguita in legame con la svolta compiuta nella nostra politica, e la valutazione, da una parte, di quanto questa politica corrisponda alla generale comprensione dei nostri compiti e, dall'altra, di quanto attualmente il partito abbia acquistato in maturità e coscienza e si sia elevato fino a comprendere la necessità della nuova politica economica...
Prima di tutto mi interessa la seguente questione: nel valutare la nostra nuova politica economica, in che senso si può dire che la precedente politica economica era sbagliata? È giusto qualificarla come un errore e, infine, se è stata un errore, in che senso tale giudizio può essere considerato utile e necessario? Mi sembra che questa questione sia importante per valutare fino a qual punto, oggi, fra noi, nel partito, regni l'accordo sui problemi fondamentali dell'attuale nostra politica economica.
... Penso che, attualmente, la situazione sia proprio la seguente: la nostra nuova politica economica non è ancora diventata sufficientemente chiara per larghi circoli di partito: e che, se non ci rendiamo perfettamente conto di quanto la precedente politica economica era errata, non potremo compiere con successo il lavoro inteso a creare le basi e a determinare definitivamente l'orientamento della nuova politica economica.
... la situazione in cui si è venuta a trovare la nostra rivoluzione quando si è trattato di risolvere i problemi socialisti nel campo dell'edificazione economica. Al riguardo si distinguono chiaramente due periodi. Da una parte il periodo che va approssimativamente dall'inizio del 1918 alla primavera del 1921, dall'altra il periodo che attraversiamo, che ha avuto inizio nella primavera del 1921.
Se avete presenti le dichiarazioni, ufficiali e non ufficiali, che il nostro partito ha fatto dalla fine del 1917 all'inizio del 1918 vedrete che anche allora noi pensavamo che lo sviluppo della rivoluzione, lo sviluppo della lotta, avrebbe potuto seguire sia un cammino relativamente breve che un cammino lungo e difficile. Ma nella valutazione del possibile sviluppo la maggior parte di noi - anzi, non ricordo eccezioni - muoveva dal presupposto, forse non sempre apertamente espresso, ma sempre tacitamente sottinteso, che si sarebbe passati direttamente all'edificazione del socialismo.
... Il compito di passare alla nuova politica economica consiste in questo: dopo l'esperienza dell'edificazione socialista diretta, in condizioni estremamente difficili, nel corso della guerra civile, allorché la borghesia ci imponeva forme di lotta accanita, nella primavera del 1921 ci trovammo di fronte a una situazione ben chiara, e cioè non già all'edificazione socialista diretta, ma alla necessità di ripiegare sulle posizioni del capitalismo di Stato in diversi settori dell'economia; non l'attacco impetuoso, ma il compito molto duro, difficile ed ingrato di un lungo assedio, accompagnato da tutt'una serie di ritirate. Ecco quel che era necessario per avvicinarsi alla soluzione del problema economico, cioè per garantire il passaggio dell'economia ai principi del socialismo.
... Non ci troviamo oggi di fronte a problemi di politica estera improrogabili. Non sono improrogabili nemmeno i compiti militari. Dobbiamo affrontare soprattutto dei compiti economici e dobbiamo ricordare che la fase di transizione più vicina non può essere quella del passaggio diretto all'edificazione socialista. In tre anni non abbiamo ancora potuto sistemare le nostre cose economiche. Dato il grado di devastazione, di povertà e di arretratezza culturale esistenti nel nostro paese, era impossibile risolvere questo problema in un periodo così breve. Ma in generale l'assalto non ha potuto non lasciare tracce e non è stato inutile.
Ora ci troviamo nella situazione di dover tornare un po' indietro, non solo verso il capitalismo di Stato, ma anche verso il disciplinamento del commercio e della circolazione del denaro da parte dello Stato. Solo per questa via, più lunga di quanto supponevamo, potremo ricostruire la vita economica. Se non stabiliremo un giusto sistema di rapporti economici, se non ricostruiremo la piccola economia contadina, se non ricostruiremo e risolleveremo con le sole nostre forze la grande industria, non riusciremo a districarci dalla crisi. Altra via d'uscita non c'è; tuttavia in mezzo a noi non si avverte ancora nettamente la necessità di questa politica economica. Quando per esempio si dice: abbiamo di fronte a noi il compito di far sì che lo Stato diventi un commerciante all'ingrosso o che impari a fare il commerciante all'ingrosso, il nostro è un compito commerciale, ciò può sembrare straordinariamente strano, e a qualcuno anche straordinariamente terribile. Si dice: 'Se i comunisti sono giunti al punto di mettere all'ordine del giorno i compiti commerciali, i comuni, semplicissimi, volgarissimi, meschinissimi compiti commerciali, allora che cosa rimane del comunismo? Non è allora il caso di scoraggiarsi del tutto e dire: 'ahimè, tutto è perduto!''? Penso che, se ci guardiamo intorno, possiamo scorgere simili stati d'animo che sono straordinariamente pericolosi, poiché, se dovessero diffondersi largamente, servirebbero solo a far apparire, agli occhi di molti, le cose diverse da quel che sono, a rendere difficile la chiara comprensione dei nostri compiti immediati. Nascondere a noi stessi, alla classe operaia, alle masse che nel campo economico, già nella primavera scorsa, ora in autunno, e ancora nel prossimo inverno, abbiamo continuato e continueremo a ripiegare, significherebbe condannarci alla completa incoscienza, significherebbe non avere il coraggio di guardare bene in faccia la situazione che si è venuta creando. In queste condizioni il lavoro e la lotta sarebbero impossibili.
... È necessario metterci sul terreno dei rapporti capitalistici esistenti. Ci spaventa forse questo compito? Oppure diremo che questo compito non è comunista? Ciò significherebbe non comprendere la lotta rivoluzionaria, non comprendere il carattere di questa lotta, che è la lotta più aspra, più accanita, passibile dei cambiamenti più repentini, che non possiamo, in nessun caso, evitare. Passo ora ad alcune conclusioni.
Toccherò un problema che preoccupa molti. Se oggi, nell'autunno e nell'inverno del 1921, noi facciamo un'altra ritirata, quando dunque queste ritirate finiranno? È una domanda che direttamente, o anche non del tutto direttamente, ci capita spesso di sentire...
E che cosa è la dittatura del proletariato? È una guerra, e molto più crudele, molto più lunga e ostinata di qualsiasi guerra che mai sia stata combattuta. Qui il pericolo ci minaccia ad ogni passo.
La situazione creata dalla nostra nuova politica economica - sviluppo delle piccole imprese commerciali, concessione in affitto di aziende dello Stato, ecc. - non è che uno sviluppo di rapporti capitalistici, e non vederlo significherebbe aver perduto completamente la testa. Si capisce che il rafforzamento dei rapporti capitalistici già di per sé accresce il pericolo. Ma potete voi indicarmi un qualsiasi cammino percorso dalla rivoluzione, una sua qualsiasi fase o metodo che sia stato esente da pericoli? La scomparsa del pericolo avrebbe significato la fine della guerra e la cessazione della dittatura del proletariato, e questo naturalmente, nessuno di noi oggi se lo sogna nemmeno. Ogni passo di questa nuova politica economica significa tutt'una serie di pericoli. Quando in primavera dicevamo che avremmo sostituito i prelevamenti con l'imposta in natura, che avremmo permesso con un decreto di vendere i prodotti rimasti dopo aver versato l'imposta in natura, noi concedevamo libertà di sviluppo al capitalismo. Non saperlo avrebbe significato non comprendere affatto i rapporti economici fondamentali e privarsi della possibilità di orientarsi e di agire giustamente. Naturalmente i metodi di lotta sono cambiati, sono cambiate anche le condizioni da cui scaturisce il pericolo. Quando venne risolto il problema del potere dei Soviet, dello scioglimento della Costituente, la minaccia proveniva dalla parte politica. Questo pericolo si è dimostrato insignificante. Quando sopraggiunse l'epoca della guerra civile, appoggiata dai capitalisti di tutto il mondo, apparve il pericolo militare, già più minaccioso. Quando poi abbiamo cambiato la nostra politica economica, il pericolo è diventato ancora maggiore perché l'economia, essendo costituita da un'enorme quantità di ordinarie minuzie economiche alle quali normalmente ci si abitua e di cui non ci s'accorge nemmeno, esige da noi attenzione e sforzo particolari e impone la necessità di imparare con particolare accuratezza i giusti metodi per il suo superamento. La restaurazione del capitalismo, lo sviluppo della borghesia, lo sviluppo dei rapporti borghesi nel campo del commercio, ecc., costituiscono il pericolo insito nell'attuale nostra edificazione economica, nell'attuale nostro avvicinamento graduale alla soluzione di un compito molto più difficile di quello precedente. Qui non si deve commettere nemmeno il più piccolo errore.
Dobbiamo capire che le condizioni concrete attuali esigono un disciplinamento del commercio e della circolazione del denaro da parte dello Stato; proprio in questo campo noi dobbiamo mostrare che cosa siamo capaci di fare.
Di contraddizioni, nella nostra realtà economica, ce ne sono ora più di quante ce ne fossero prima della nuova politica economica: piccoli miglioramenti parziali nella situazione economica di alcuni strati della popolazione, di pochi; assoluta sproporzione fra le risorse economiche e i bisogni essenziali degli altri strati, della maggioranza. Le contraddizioni sono diventate più numerose. Si capisce dunque che, finché noi attraversiamo un periodo di trasformazione radicale, non potremo sottrarci di colpo a queste contraddizioni".
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In relazione poi, all'attività dei Centri di Educazione Politica legati alla NEP, Lenin nel suo Rapporto al II congresso di questi Centri disse: "... Sul fronte economico, col tentativo di passaggio al comunismo, abbiamo subito nella primavera del 1921 una sconfitta più grave di tutte quelle subite ad opera di Kolciak o Pilsudski, una sconfitta molto grave, molto più sostanziale e pericolosa. Questa sconfitta consiste nel fatto che i più alti responsabili della nostra politica economica si sono rivelati staccati dalla base e non hanno saputo stimolare quel progresso delle forze produttive che nel programma del nostro partito viene considerato compito fondamentale e improrogabile.
Il sistema dei prelevamenti nelle campagne, questo metodo direttamente comunista di affrontare i problemi dell'edificazione nelle città, ha ostacolato il progresso delle forze produttive ed è stato la causa prima della profonda crisi economica e politica che abbiamo attraversato nella primavera del 1921. Ecco perché si è reso necessario quel che, dal punto di vista della nostra linea, della nostra politica, può essere definito soltanto come una durissima sconfitta e una ritirata.
... A questo punto si presenta in primo piano il compito dei Centri di educazione politica: la lotta contro questo stato di cose. Il problema principale, dal punto di vista della nuova politica economica, consiste nel saper approfittare della nuova situazione con la massima rapidità. Nuova politica economica significa sostituire ai prelevamenti una imposta, significa passare in misura notevole alla restaurazione del capitalismo. In quale misura ancora non sappiamo. Le concessioni ai capitalisti stranieri (dobbiamo notare che sono ancora poco numerose, soprattutto in confronto alle proposte che noi abbiamo fatto), gli appalti ai capitalisti privati, questo è per l'appunto un vero e proprio ritorno al capitalismo, ed è legato alle radici della nuova politica economica, giacché l'abolizione dei prelevamenti significa per i contadini il libero commercio dell'eccedenza dei prodotti agricoli non assorbiti dall'imposta (e l'imposta assorbe soltanto una piccola parte dei prodotti). I contadini costituiscono una parte enorme di tutta la popolazione e di tutta l'economia, e perciò sulla base di questo libero commercio non può non svilupparsi il capitalismo.
... Il problema fondamentale consiste, dal punto di vista strategico, nel vedere chi saprà approfittare prima di questa nuova situazione. Tutto il problema sta nel vedere chi seguiranno i contadini, se seguiranno il proletariato che si sforza di costruire una società socialista, oppure il capitalismo che dice: 'Torniamo indietro, è più sicuro, altrimenti, con questa trovata del socialismo, chissà dove si va a finire!'.

Chi vincerà: il capitalismo o il potere sovietico?

Ecco in che cosa consiste tutta la guerra attuale: chi vincerà? chi saprà approfittare prima della situazione? Il capitalista, al quale noi stessi apriamo la porta e perfino alcune porte (e molte porte che noi non conosciamo si aprono a nostra insaputa e contro di noi), oppure il potere statale proletario? Su quale appoggio economico può contare questo potere? Da un canto, sul miglioramento delle condizioni della popolazione. A questo proposito dobbiamo ricordare i contadini. È indiscutibile, e chiunque lo può vedere, che, nonostante un flagello spaventoso come la carestia, un miglioramento nella situazione della popolazione, a prescindere dal flagello di cui sopra, si è avuto proprio in seguito al mutamento della nostra politica economica.
D'altro canto, se il capitalismo otterrà dei successi, anche la produzione industriale aumenterà, e insieme con essa aumenterà il proletariato. I capitalisti trarranno vantaggio dalla nostra politica e creeranno quel proletariato industriale, che da noi, a causa della guerra e della terribile miseria e rovina, è declassato, cioè è uscito dal suo alveo di classe e, in quanto proletariato, ha cessato di esistere. Per proletariato s'intende la classe occupata nella produzione dei beni materiali nelle imprese della grande industria capitalistica. Dato che la grande industria capitalistica è stata distrutta, dato che si sono fermati gli stabilimenti e le fabbriche, il proletariato è scomparso. Talvolta si figurava formalmente, ma non era tenuto insieme da radici economiche.
La rinascita del capitalismo significherà la rinascita della classe proletaria, occupata nella produzione di beni materiali utili alla società, occupata nelle grandi fabbriche meccaniche e non dedita alla speculazione o alla produzione di accendisigari, destinati alla vendita, e ad altri "lavori'' non molti utili, ma inevitabili, dato lo stato di sfacelo in cui si trova la nostra industria.
Il problema è tutto qui: chi arriverà prima? Riusciranno i capitalisti a organizzarsi per primi? In questo caso cacceranno i comunisti, e questo sarà la fine di tutto. Bisogna vedere le cose come sono: chi avrà il sopravvento? Oppure il potere statale proletario, appoggiandosi ai contadini, dimostrerà di essere capace di tenere ben ferme le redini al collo dei signori capitalisti, per guidare il capitalismo lungo la via tracciata dallo Stato e creare un capitalismo subordinato allo Stato e posto al suo servizio.
Bisogna porre la questione in modo realistico. Qualsiasi ideologia, qualsiasi ragionamento sulle libertà politiche fa parte di quei ragionamenti che possiamo trovare a iosa, soprattutto se diamo un'occhiata alla Russia che vive all'estero, a quella Russia n. 2 dove si stampano decine di quotidiani di tutti i partiti politici, dove tutte queste libertà vengono decantate su tutti i toni e con tutte le note musicali esistenti in natura. Sono tutte chiacchiere, frasi. E bisogna imparare ad astrarsi da queste frasi.
... Il popolo non vede più il nemico palese, come prima vedeva il grande proprietario fondiario e il capitalista. Il popolo non può vedere in modo così chiaro che il nemico è ora in mezzo a noi, che è lo stesso nemico di prima, che la rivoluzione è sull'orlo di un abisso - quell'abisso davanti a cui si sono trovate tutte le rivoluzioni precedenti e che le ha costrette a retrocedere - il popolo non lo può comprendere, perché il popolo è afflitto da una grande ignoranza e dall'analfabetismo. Ed è difficile dire quanto tempo occorrerà ancora a commissioni straordinarie di ogni genere per eliminare con metodi straordinari questo analfabetismo...

È questa l'ultima battaglia?

La dittatura del proletariato è una guerra accanita. Il proletariato ha vinto in un paese, ma rimane ancora debole sul piano internazionale. Esso deve unire intorno a sé tutti gli operai e i contadini nella coscienza che la guerra non è finita.
... O sapremo organizzare i piccoli contadini sulla base dello sviluppo delle loro forze produttive, e dando a questo sviluppo l'appoggio dello Stato proletario oppure i capitalisti li asserviranno: da questo dipende l'esito della lotta. Ciò si è già verificato in decine di rivoluzioni, ma una guerra simile il mondo non l'aveva ancora mai vista. Il popolo non può avere esperienza di simili guerre. Siamo noi che dobbiamo crearla, e in quest'esperienza possiamo far affidamento soltanto sulla coscienza degli operai e dei contadini. Questo è il motto, questa è la massima difficoltà di questo compito.

Non dobbiamo contare di passare direttamente al comunismo

... Bisogna costruire sulla base dell'interesse personale del contadino. Ci dicono: 'L'interesse personale del contadino significa la rinascita della proprietà privata'. Ma noi non abbiamo mai ostacolato la proprietà privata dei mezzi di consumo e degli strumenti di lavoro dei contadini. Noi abbiamo abolito la proprietà privata della terra, ma il contadino lavorava senza la proprietà privata dalla guerra, ad esempio, su una terra presa in affitto. Questo sistema esisteva in numerosi paesi. Dal punto di vista economico non c'è in questo niente di impossibile. La difficoltà sta nel creare l'interesse personale. Bisogna saperlo destare anche in ogni specialista, affinché si interessi allo sviluppo della produzione.
Abbiamo saputo farlo? No, non l'abbiamo saputo fare! Noi pensavamo che ad un cenno dei comunisti si sarebbero potute effettuare la produzione e la distribuzione in un paese che ha un proletariato declassato. Dovremo modificare tale stato di cose perché altrimenti non potremo far capire al proletariato in che cosa consiste questo passaggio. Nella storia non ci si era ancora mai trovati di fronte a problemi simili. Abbiamo tentato di risolvere questo problema nel modo più diretto, con un attacco frontale, per così dire, ma abbiamo subito una sconfitta. Sbagli di questo genere se ne fanno in tutte le guerre, e non vengono neanche considerati sbagli. Quando l'attacco frontale non riesce, si tenta l'aggiramento, si ricorre all'assedio e alla trincea.

Il principio dell'interesse personale

E noi diciamo che bisogna edificare ogni importante ramo dell'economia nazionale sulla base dell'interesse personale. Discussione collettiva, ma responsabilità individuale. L'incapacità di applicare questo principio ci nuoce ad ogni passo. Tutta la nuova politica economica esige che questa linea di demarcazione sia tracciata con la massima nettezza, con assoluta precisione. Quando il popolo si è trovato nelle nuove condizioni economiche, si è messo a discutere appassionatamente su che cosa ne sarebbe venuto fuori e su come si deve costruire in maniera nuova. Senza una discussione generale non avremmo potuto intraprendere nulla, perché per decine e centinaia di anni era stato vietato al popolo di discutere qualsiasi cosa e la rivoluzione non poteva svilupparsi se non attraverso un periodo di continue riunioni e comizi dedicati a problemi di ogni genere.
Ciò ha creato confusione in molti campi. È stato così, era inevitabile, ma bisogna anche dire che non era una cosa pericolosa. Soltanto se impariamo in tempo a distinguere tra quel che è necessario per tener riunioni e quel che è necessario per dirigere concretamente la cosa pubblica, solo allora potremo portare all'altezza dovuta la Repubblica sovietica. Ma, purtroppo, non abbiamo ancora imparato a farlo, e la maggioranza dei congressi si svolge in modo tutt'altro che pratico...

Sapremo lavorare per noi stessi?

... Siate tutti degli amministratori. I capitalisti si troveranno accanto a voi, accanto a voi si troveranno anche i capitalisti stranieri, concessionari e appaltatori, essi vi deruberanno di grosse percentuali di profitto, si arricchiranno accanto a voi. Si arricchiscano pure, ma voi imparate da loro ad amministrare e soltanto allora potrete edificare una repubblica comunista. Dal punto di vista della necessità di imparare rapidamente, qualsiasi rilassamento sarebbe un grave delitto. E questa scienza, scienza difficile, severa, talvolta perfino crudele, la dobbiamo affrontare, poiché non c'è altra via d'uscita.
Dovete ricordare che il nostro paese sovietico, caduto in miseria dopo lunghi anni di dure prove, non è circondato da una Francia socialista e da un'Inghilterra socialista, che ci potrebbero aiutare con la loro tecnica progredita, con la loro industria sviluppata. No! Dobbiamo ricordare che ora tutta la loro tecnica progredita, tutta la loro industria sviluppata appartengono ai capitalisti, i quali lottano contro di noi. Dobbiamo ricordare che o sapremo tendere al massimo tutte le nostre forze nel lavoro quotidiano, o ci attende inevitabilmente la rovina. Tutto il mondo, data la situazione attuale, si sviluppa più presto di noi. Il mondo capitalistico, sviluppandosi, dirige tutte le sue forze contro di noi. Ecco quali sono i termini del problema! Ecco perché dobbiamo dedicare una particolare attenzione a questa lotta.
Dato il nostro stato di arretratezza non possiamo provocare la fine del capitalismo con un attacco frontale. Con un diverso livello di cultura, il problema potrebbe essere deciso in maniera più diretta e, forse, altri paesi lo risolveranno così, quando anche per loro giungerà il momento di edificare le loro repubbliche comuniste. Ma noi non possiamo risolvere il problema per via diretta.
Lo Stato deve imparare a commerciare in modo che l'industria possa soddisfare i bisogni dei contadini e che i contadini soddisfino mediante il commercio i propri bisogni. Dobbiamo far sì che ogni lavoratore possa dare il suo contributo al consolidamento dello Stato operaio e contadino. Solo allora si potrà creare la grande industria.
Questa convinzione deve penetrare nelle masse e non solo penetrare nelle masse, ma essere tradotta in pratica. Di qui, ripeto, derivano i problemi dei Centri di educazione politica. Dopo ogni profondo rivolgimento politico, il popolo ha bisogno di molto tempo per rendersene completamente conto. E qui sorge il problema: ha imparato il popolo quanto gli è stato insegnato? Purtroppo, con grande rincrescimento, dobbiamo rispondere negativamente. Altrimenti saremmo giunti molto più presto, per una via molto più breve, alla creazione della grande industria.
Risolto il problema del più grande rivolgimento politico del mondo, ci troviamo di fronte ad altri problemi, problemi culturali, che si possono definire 'minori'. Questo rivolgimento politico deve essere assimilato, reso accessibile alle masse della popolazione; dobbiamo far sì che questo rivolgimento non rimanga una semplice dichiarazione...

Il miracolo più grande

... Con la nuova politica economica bisogna battere continuamente sull'idea che l'educazione politica esige ad ogni costo l'elevamento culturale. Bisogna far sì che la capacità di leggere e di scrivere serva all'elevamento culturale, affinché il contadino abbia la possibilità di far uso di questa sua capacità per migliorare la propria azienda e il proprio Stato.
Le leggi sovietiche sono molto buone, perché danno a tutti la possibilità di lottare contro il burocratismo e le lungaggini, possibilità che nessuno Stato capitalistico offre all'operaio e al contadino. Ma chi si serve di questa possibilità? Quasi nessuno! E non soltanto il contadino, ma un'enorme percentuale di comunisti non sa servirsi delle leggi sovietiche per lottare contro le lungaggini, contro il burocratismo, o contro un fenomeno così tipicamente russo come la corruzione dei funzionari. Che cosa ostacola la lotta contro tale fenomeno? Le nostre leggi? La nostra propaganda? Al contrario! Di leggi scritte ne abbiamo a iosa! Come mai dunque questa lotta ottiene così scarso successo? Perché non può essere condotta con la sola propaganda, perché può essere portata a termine solo con l'aiuto delle masse popolari. Da noi i comunisti, almeno una metà di essi, non sanno lottare, per non parlare poi di quelli che ostacolano la lotta. È vero, il 99 per cento di voi è composto da comunisti, e voi sapete che nei confronti di questi comunisti stiamo compiendo le operazioni alle quali è intenta la Commissione per l'epurazione del partito, e c'è da sperare che centomila individui saranno allontanati dal nostro partito. Alcuni dicono che si tratterà di duecentomila. E questo numero mi piace di più.
Spero veramente che cacceremo dal nostro partito da cento a duecentomila comunisti, individui che si sono insinuati nel partito e che non soltanto non sanno lottare contro il burocratismo e la corruzione, ma intralciano tale lotta...

I tre nemici principali

A mio parere tre sono i nemici principali che ciascuno di noi ha di fronte, indipendentemente dalla carica che ricopre; tre sono i compiti che ha di fronte l'educatore politico, se è un comunista, come lo è la maggioranza. E i tre nemici principali sono i seguenti: il primo nemico è la presunzione comunista, il secondo l'analfabetismo, il terzo la corruzione.
Il primo nemico: la presunzione comunista.
Presunzione comunista significa che un individuo che si trova nel partito comunista e non ne è ancora stato espulso immagina di poter risolvere tutti i suoi compiti a colpi di decreti comunisti. Finché è membro del partito di governo e lavora in questo o quell'ufficio statale, egli immagina che ciò gli dia il diritto di parlare dei risultati dell'educazione politica. Nemmeno per sogno! Questa è soltanto presunzione comunista. Si tratta di imparare a insegnare politicamente, e noi non l'abbiamo imparato; non solo, non sappiamo ancora neanche affrontare in modo giusto il problema.
Il secondo nemico: l'analfabetismo.
Riguardo al secondo nemico, l'analfabetismo, posso dire che finché nel nostro paese esiste un fenomeno come l'analfabetismo, è troppo difficile parlare di educazione politica. Non si tratta qui di un problema politico, ma di una condizione senza la quale parlare di politica non è possibile. L'analfabeta è al di fuori della politica, bisogna prima insegnargli l'alfabeto. Senza di questo non può esservi politica, senza di questo vi sono soltanto chiacchiere, pettegolezzi, favole, pregiudizi, ma nessuna politica.
Il terzo nemico: la corruzione.
Infine, se esiste un fenomeno come la corruzione, se è possibile una cosa di questo genere, non si può parlare di politica. E qui non ci avviciniamo neppure alla politica; qui non si può fare della politica perché tutte le misure rimarranno campate in aria e non daranno alcun risultato. Una legge, se applicata, in pratica, in un ambiente dove è permessa e diffusa la corruzione, non farà che peggiorare le cose. In condizioni simili nessuna politica è possibile; qui manca la condizione fondamentale perché ci si possa occupare di politica. Affinché si possano presentare al popolo i nostri obiettivi politici, affinché si possa dire alle masse popolari: 'Ecco gli obiettivi verso i quali dobbiamo tendere' (ed è quanto avremmo dovuto fare!), si deve capire che è necessario elevare il livello culturale delle masse. Senza di ciò non è possibile risolvere realmente i nostri problemi.

Differenza tra i problemi militari e quelli culturali

Il problema culturale non può essere risolto con la stessa rapidità dei problemi politici e militari. Occorre capire che le condizioni in cui si compie il movimento in avanti non sono più quelle di un tempo. In un'epoca di crisi acuta è possibile conseguire una vittoria politica nel volgere di poche settimane. In guerra è possibile vincere in qualche mese, ma sul piano culturale non è possibile vincere in così poco tempo; qui per la natura stessa delle cose occorre un termine più lungo, e a questo termine più lungo ci si deve adattare, calcolando giustamente il proprio lavoro, dando prova della massima tenacia, costanza e sistematicità. Senza queste qualità non è neppure possibile accingersi al compito di educare politicamente. E i risultati dell'educazione politica si possono misurare soltanto attraverso i progressi economici. Non è soltanto necessario distruggere l'analfabetismo e la corruzione che alligna sul terreno dell'analfabetismo, ma bisogna che la nostra propaganda, le nostre direttive, i nostri opuscoli siano effettivamente assimilati dal popolo e che come risultato si abbia un miglioramento dell'economia nazionale.
Ecco, con la nostra nuova politica economica, quali sono i compiti del Centro di educazione politica, e vorrei sperare che, grazie al nostro congresso, grandi successi saranno conseguiti in questo campo".
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I primi risultati positivi della NEP non tardano ad arrivare.
In agricoltura, nel 1922, vi fu un netto incremento di produzione che portò al superamento dei gravi problemi connessi alla carestia del 1921. Rispetto al 1921, infatti, la produzione cerealicola del 1922 ebbe un incremento di 900 milioni di pud. I contadini, inoltre, accolsero con favore l'introduzione dell'imposta in natura in sostituzione del prelevamento delle eccedenze. Questa misura, unita al lavoro encomiabile svolto nelle campagne dalle squadre operaie di propaganda, organizzate dal partito comunista e dalle organizzazioni sindacali, portò i contadini medi a rinsaldare l'alleanza con la classe operaia e a stringersi attorno al potere sovietico, appoggiando con sempre maggior convinzione l'operato e la politica del governo.
Per quanto riguarda l'industria, gli aspetti più positivi si ebbero con l'inizio della ricostituzione delle scorte di combustibile e con il deciso incremento della produzione di ghisa e dei quantitativi di carbone estratto. Ciò permise in primo luogo la ripresa dell'attività lavorativa in fabbriche importanti che nei duri anni precedenti si erano viste costrette a fermare gli impianti a causa della mancanza delle materie prime necessarie alla produzione. Fra di esse, gli stabilimenti moscoviti della "Elektrosila dinamo" e la fabbrica di automobili "AMO" e, a Pietrogrado, la "Putilov rossa".
Nella grande industria si ebbe un incremento di produttività che, nel 1922, crebbe di più dell'85% rispetto a quella registrata negli anni 1920-1921. Ciò anche grazie all'impegno degli operai nella produzione e all'atteggiamento del tutto nuovo che essi ebbero verso il lavoro e che si manifestò soprattutto con la comparsa delle prime forme di emulazione che coinvolsero centinaia di migliaia di lavoratori.
Anche nell'industria leggera, ed in special modo nel settore tessile, si ebbe una forte crescita produttiva e molti stabilimenti superarono i "piani" di produzione che si erano prefissati.
Il mutamento di strategia e la realizzazione dei primi successi in campo economico, portarono a un lieve ma costante miglioramento delle condizioni di vita, generando un rinnovato entusiasmo tra i lavoratori e rinsaldando l'alleanza non solo tra la classe operaia e i contadini poveri, ma anche tra essi e il contadino medio il cui numero, proprio con l'introduzione della NEP, era in notevole espansione. L'aver attratto i contadini medi verso il potere sovietico, fu un fatto di enorme rilevanza politica e decisivo per le sorti del duro scontro di classe che in quel periodo, e per molti anni ancora, doveva svilupparsi tra la classe operaia e la borghesia che certamente, con la NEP, aveva visto accresciuti il suo peso e i suoi margini di manovra.
In questo rinnovato contesto della lotta di classe in Russia, un'importanza determinante l'ebbe la battaglia ideologica.
Un influente gruppo borghese composto in larga parte da cadetti fuoriusciti, pubblicò a Praga, nell'estate del 1921, un volume dal titolo "Mutamento di rotta" che divenne una sorta di manifesto ideologico, ma anche una guida pratica di azione politica della borghesia russa e dei gruppi ad essa collegati. In questo libro - il cui titolo divenne anche la testata di una rivista ideologica che di lì a poco iniziò le sue pubblicazioni - partendo dal presupposto che in Russia il potere sovietico doveva ormai considerarsi stabile e radicato, sottolineava che per la borghesia e le forze che la rappresentavano era indispensabile considerare la NEP come il primo passo della restaurazione capitalistica e che, per questo, diventava indispensabile penetrare e lavorare negli organi statali e di gestione sovietici, per consolidare e sviluppare questo processo di restaurazione del capitalismo.
Proprio analizzando questa situazione, Lenin sottolineò l'importanza della lotta ideologica e la necessità di diffondere e radicare l'"ideologia proletaria" anche fra i non comunisti. Scrive Lenin nell'articolo "Il significato del materialismo militante" pubblicato sul numero 3 del marzo 1922 della rivista "Pod znamenem marxizma" (Sotto la bandiera del marxismo): "... Uno degli errori più grandi e più pericolosi che possono commettere i comunisti (e in generale i rivoluzionari che abbiano realizzato con successo l'inizio di una grande rivoluzione), è di immaginarsi che la rivoluzione possa essere attuata ad opera di soli rivoluzionari. Al contrario, per assicurare il successo di qualsiasi seria azione rivoluzionaria, bisogna comprendere e sapere applicare praticamente l'idea che i rivoluzionari possono svolgere soltanto il ruolo di avanguardia di una classe realmente avanzata e vitale. Ma l'avanguardia adempie i suoi compiti appunto di avanguardia soltanto quando sa non distaccarsi dalla massa da essa diretta, e guidare realmente in avanti tutta la massa. Senza l'alleanza con i non comunisti nei più vari campi di attività non si può neppure parlare di un qualsiasi successo nella edificazione comunista.
Ciò vale anche per quel lavoro di difesa del materialismo e del marxismo, di cui si è incaricata la rivista
Pod znamenem marxizma... da noi in Russia vi sono ancora - e senza dubbio vi saranno per un tempo abbastanza lungo - materialisti nel campo dei non comunisti; indubbiamente è nostro dovere attirare al lavoro comune tutti i partigiani del materialismo conseguente e militante nella lotta contro la reazione filosofica e i pregiudizi filosofici della cosiddetta 'società colta'.
... una rivista desiderosa di essere l'organo del materialismo militante deve essere un organo combattivo, innanzi tutto nel senso che deve denunciare e perseguire instancabilmente gli attuali 'lacché dell'oscurantismo clericale', sia che agiscano in qualità di rappresentanti della scienza ufficiale o in qualità di franchi tiratori che si autodefiniscono pubblicisti 'democratici di sinistra o di idee socialiste'.
Questa rivista deve essere, in secondo luogo, l'organo dell'ateismo militante. Abbiamo degli uffici o almeno delle istituzioni statali che si occupano di questo lavoro. Ma lo fanno in modo estremamente fiacco, estremamente insoddisfacente, subendo evidentemente l'atmosfera soffocante delle condizioni generali della nostra burocrazia puramente russa (benché sovietica). È estremamente importante, perciò, che - per completare il lavoro delle competenti istituzioni statali, per correggerlo e rianimarlo - la rivista, dedicatasi al compito di divenire l'organo del materialismo militante, svolga una instancabile propaganda e azione ateistica. Bisogna seguire attentamente tutte le relative pubblicazioni in tutte le lingue, traducendo o almeno fornendo dei rendiconti su tutto ciò che presenti un certo valore in questo campo.
È passato molto tempo da quando Engels ha consigliato ai dirigenti del proletariato contemporaneo di tradurre - per diffonderla in massa nel popolo - la letteratura ateistica militante della fine del XVIII secolo. Con nostra vergogna, finora noi non l'abbiamo fatto (questa è una delle tante prove del fatto che conquistare il potere in un'epoca rivoluzionaria è molto più facile che sapersene servire correttamente). Talvolta si giustifica questa nostra mollezza, inattività e incapacità con ogni genere di considerazioni 'magniloquenti': per esempio, dicendo che la vecchia letteratura ateistica del XVIII secolo è invecchiata, non scientifica, puerile, ecc. Non v'è nulla di peggio di questo genere di sofismi pseudoscientifici che mascherano o un pedantismo o una incomprensione totale del marxismo... Il più grande e il peggiore degli errori che possa commettere un marxista sarebbe quello di credere che le masse popolari, composte di molti milioni di esseri umani (e soprattutto la massa dei contadini e degli artigiani) votati dalla società moderna alle tenebre, all'ignoranza e ai pregiudizi, non possano uscire da queste tenebre che attraverso la via diretta di una istruzione puramente marxista. È indispensabile fornire a queste masse i materiali più vari di propaganda ateistica, iniziarle ai fatti dei più vari campi della vita, avvicinarsi ad esse in vario modo per interessarle, risvegliarle dal loro sonno religioso, scuoterle in tutti i modi e da ogni parte, ecc.
La pubblicistica ardente, viva, ingegnosa, spiritosa dei vecchi ateisti del XVIII secolo, che attaccavano apertamente la pretaglia dominante, si rivelerà sempre mille volte più adatta a risvegliare la gente dal sonno religioso che non le noiose, aride rielaborazioni del marxismo, non illustrate quasi da nessun fatto abilmente scelto, che predominano nella nostra letteratura e che (non c'è bisogno di nasconderlo) deformano spesso il marxismo. Tutte le opere di qualche importanza di Marx e di Engels sono state tradotte nella nostra lingua. Non vi è decisamente nessuna ragione di temere che il vecchio ateismo e il vecchio materialismo non siano da noi completati dai correttivi apportati da Marx e da Engels. La cosa più importante - proprio quella che più spesso viene dimenticata dai nostri cosiddetti marxisti, che in realtà invece sono dei comunisti che snaturano il marxismo - è saper interessare le masse ancora assolutamente incolte con un atteggiamento cosciente verso le questioni religiose e con una critica consapevole delle religioni.
... La rivista
Pod znamenem marxizma, che vuole essere l'organo del materialismo militante, deve riservare molto spazio alla propaganda ateistica, alle rassegne delle pubblicazioni in questo campo e alla correzione degli enormi difetti del nostro lavoro statale a questo riguardo. Particolarmente importante è utilizzare quei libri e quegli opuscoli che contengono molti fatti concreti e confronti i quali mostrino il legame degli interessi di classe e delle organizzazioni di classe della borghesia moderna con le organizzazioni delle istituzioni religiose e della propaganda religiosa.
Estremamente importanti sono tutti i materiali relativi agli Stati Uniti dell'America del nord, dove il legame ufficiale, amministrativo, statale tra religione e capitale è meno appariscente. In compenso, là vediamo tanto più chiaramente che la 'democrazia moderna' (dinanzi alla quale i menscevichi, i socialisti-rivoluzionari e, in parte, gli anarchici, ecc., si prosternano tanto sconsideratamente) non è altro che la libertà di predicare ciò che conviene alla borghesia e cioè le idee più reazionarie, la religione, l'oscurantismo, la difesa degli sfruttatori, ecc.
Vogliamo sperare che una rivista che intende essere l'organo del materialismo militante darà ai nostri lettori rassegne di letteratura ateistica, indicando per quali circoli di lettori e sotto quale riguardo le varie opere possono essere adatte, e indicando anche ciò che è stato pubblicato da noi (considerando soltanto le traduzioni decenti, che non sono molte) e che cosa deve essere ancora pubblicato.
Oltre all'alleanza con i materialisti conseguenti che non appartengono al partito comunista, è non meno - se non più - importante per il lavoro che dovrà essere svolto dal materialismo militante l'alleanza con i rappresentanti delle moderne scienze naturali, che inclinano verso il materialismo e non temono di difenderlo e propagandarlo contro i tentennamenti filosofici in direzione dell'idealismo e dello scetticismo, di moda nella cosiddetta 'società colta'.
L'articolo di A. Timiriazev sulla teoria della relatività di Einstein, apparso nel n. 1-2 di
Pod znamenem marxizma, permette di sperare che questa rivista realizzerà anche questa seconda alleanza. Bisogna dedicarle una maggiore attenzione. Non si deve dimenticare che proprio dal processo di radicale rottura attualmente attraversato dalle scienze naturali moderne nascono continuamente scuole e correnti filosofiche reazionarie grandi e piccole. Perciò il compito di seguire i problemi posti dalla recente rivoluzione delle scienze naturali e di attirare gli studiosi a partecipare a questo lavoro su una rivista di filosofia ha tale importanza che, se non fosse risolto, il materialismo militante non potrebbe essere in nessun caso né militante né materialismo. Nel primo numero della rivista Timiriazev ha dovuto osservare che la teoria di Einstein, che personalmente - secondo Timiriazev - non conduce nessuna campagna attiva contro i principi del materialismo, è stata fatta propria già da un enorme numero di rappresentanti dell'intellettualità borghese di tutti i paesi; ebbene, questo vale non soltanto per Einstein, ma per molti, se non per la maggior parte, dei grandi trasformatori delle scienze naturali, a partire dalla fine del XIX secolo.
E per affrontare questo fenomeno con cognizione di causa, dobbiamo comprendere che in mancanza di una base filosofica solida non vi sono scienze naturali né materialismo che possano resistere all'invadenza delle idee borghesi e alla rinascita della concezione borghese del mondo. Per sostenere questa lotta e condurla a buon fine lo studioso di scienze naturali deve essere un materialista moderno, un sostenitore cosciente del materialismo rappresentato da Marx, vale a dire che deve essere un materialista dialettico. Per raggiungere questo obiettivo i collaboratori della rivista
Pod znamenem marxizma debbono organizzare uno studio sistematico della dialettica di Hegel dal punto di vista materialista, vale a dire della dialettica che Marx ha applicato praticamente nel suo Capitale e nei suoi scritti storici e politici con un successo tale che oggi, ogni giorno, il risveglio di nuove classi alla vita e alla lotta in Oriente (Giappone, India, Cina) - vale a dire il risveglio di centinaia di milioni di essere umani che formano la maggioranza della popolazione del globo e che per la loro inattività e il loro sonno storico hanno condizionato finora il ristagno e la decomposizione in molti Stati avanzati dell'Europa - il risveglio alla vita di nuovi popoli e nuove classi conferma sempre più il marxismo.
Naturalmente il lavoro necessario per tale studio, per tale interpretazione e per tale propaganda della dialettica hegeliana è estremamente difficile, e indubbiamente le prime esperienze in questo campo comporteranno degli errori. Ma soltanto chi non fa nulla non sbaglia. Ispirandoci al modo in cui Marx applicò la dialettica di Hegel intesa in senso materialista, noi possiamo e dobbiamo sviluppare questa dialettica sotto ogni aspetto, riprodurre nella rivista brani delle principali opere di Hegel, interpretandole in uno spirito materialista e commentandole con esempi di applicazione marxista della dialettica, nonché con esempi di dialettica ripresi dal campo delle relazioni economiche, politiche, che la storia recente e particolarmente la moderna guerra imperialista e la rivoluzione forniscono in abbondanza. Il gruppo di redattori e di collaboratori della rivista
Pod znamenem marxizma deve formare a mio avviso una specie di 'società degli amici materialisti della dialettica hegeliana'. Gli studiosi moderni di scienze naturali troveranno (se sapranno cercare e se noi impareremo ad aiutarli) nella interpretazione materialistica della dialettica di Hegel una serie di risposte a quelle domande filosofiche che vengono poste dalla rivoluzione avvenuta nelle scienze naturali e che spingono gli intellettuali ammiratori della moda borghese a 'smarrirsi' nella reazione.
Senza porsi e assolvere sistematicamente questo compito, il materialismo non può essere un materialismo militante. Esso rimarrà, per impiegare l'espressione di Stcedrin, non tanto combattente quanto combattuto. Senza di ciò i grandi studiosi di scienze naturali rimarranno, così come per il passato, impotenti nelle loro deduzioni e generalizzazioni filosofiche. Poiché le scienze naturali progrediscono con una tale rapidità, attraverso un periodo di rottura rivoluzionaria tanto profonda in tutti i campi da non poter fare a meno in nessun caso delle deduzioni filosofiche. Per concludere citerò un esempio non attinente al campo della filosofia, ma che comunque attiene al campo delle questioni sociali, alle quali la rivista
Pod znamenem marxizma vuole ugualmente dedicare la sua attenzione.
È questo un esempio di come la pseudoscienza moderna serva in realtà da veicolo alle vedute reazionarie più grossolane e ripugnanti.
Recentemente mi è stata inviata la rivista
Ekonomist, n. 1 (1922), pubblicata dalla XI sezione della Società tecnica russa. Il giovane comunista che me l'ha inviata (e che probabilmente non aveva avuto il tempo di prendere conoscenza del suo contenuto) ha espresso incautamente un giudizio di estrema simpatia per la rivista. In realtà la rivista è - non so quanto coscientemente - l'organo dei feudatari moderni, che ovviamente si coprono sotto il mantello della scienza, dello spirito democratico, ecc.
Un certo signor P.A. Sorokin pubblica su questa rivista una vasta ricerca con pretese 'sociologiche' 'sull'influsso della guerra'. Questo articolo dottorale è pieno di riferimenti eruditi alle opere 'sociologiche' dell'autore e dei suoi numerosi maestri e colleghi stranieri. Ecco un esempio della sua erudizione. A pag. 83 leggo:
'Su diecimila matrimoni a Pietrogrado si contano oggi 92,2 divorzi, una cifra fantastica; aggiungiamo che su cento matrimoni sciolti 51,1 sono durati meno di un anno; l'11% meno di un mese; il 22% meno di due mesi; il 41% meno di 3-6 mesi; e soltanto il 26% sono durati più di sei mesi. Queste cifre attestano che il matrimonio legale attuale è una forma che nasconde in sostanza dei rapporti sessuali extra-matrimoniali, e che permette agli amatori di 'avventure galanti' di soddisfare 'legalmente' i propri appetiti' (Ekonomist, n. 1, pag. 83).
Non v'è dubbio che questo signore, come anche la Società tecnica russa che pubblica la rivista in questione e vi accoglie simili ragionamenti, si considerano nel novero dei sostenitori della democrazia e si riterrebbero profondamente offesi se li si chiamasse con il loro nome, vale a dire feudatari, reazionari, 'lacché diplomati dell'oscurantismo clericale'.
Una conoscenza sia pure sommaria della legislazione dei paesi borghesi sul matrimonio, sul divorzio e sui figli illegittimi, come anche sulla situazione di fatto in questo campo, mostrerà, a chiunque si interessi della questione, che la democrazia borghese dei nostri giorni, anche nelle repubbliche borghesi più democratiche, rivela a questo riguardo un atteggiamento feudale verso la donna e i figli naturali.
Ciò non impedisce naturalmente, ai menscevichi, ai socialisti-rivoluzionari e a una parte degli anarchici e a tutti i corrispondenti partiti dell'Occidente di continuare a gridare alla democrazia e alla sua violazione da parte dei bolscevichi. In realtà, proprio la rivoluzione bolscevica è l'unica rivoluzione conseguentemente democratica nei riguardi di questioni come il matrimonio, il divorzio e la situazione dei figli illegittimi. Ebbene, questa questione tocca nel modo più diretto gli interessi di più della metà della popolazione di qualsiasi paese. Soltanto la rivoluzione bolscevica, nonostante l'enorme numero di rivoluzioni borghesi che l'hanno preceduta e che pretendevano di essere democratiche, ha per la prima volta combattuto risolutamente a questo riguardo sia la reazione e il feudalesimo, sia l'abituale ipocrisia delle classi dirigenti e abbienti.
Se 92 divorzi su diecimila matrimoni sembrano al signor Sorokin una cifra fantastica, resta da supporre che l'autore abbia vissuto e sia stato educato in un monastero talmente separato dalla vita che difficilmente qualcuno potrà credere all'esistenza di tale monastero; oppure che questo autore alteri la verità a vantaggio della reazione e della borghesia. Chiunque conosca in qualche modo le condizioni sociali dei paesi borghesi sa che il numero reale dei divorzi di fatto (non sanzionati evidentemente dalla chiesa e dalla legge) è dappertutto infinitamente maggiore. A questo riguardo la Russia si differenzia dagli altri paesi soltanto perché le sue leggi non consacrano l'ipocrisia e l'assenza di diritti della donna e del suo bambino, ma dichiarano apertamente e a nome del potere statale una lotta sistematica contro qualsiasi ipocrisia e qualsiasi assenza di diritti.
La rivista marxista dovrà condurre una lotta anche contro tali moderni feudatari 'colti'. Probabilmente non pochi di essi percepiscono persino denaro dallo Stato e prestano servizio nel campo dell'istruzione dei giovani, sebbene a tale scopo essi siano adatti non più di quanto un notorio corruttore di bambini sia adatto al ruolo di sorvegliante nelle scuole elementari. La classe operaia in Russia ha saputo conquistare il potere, ma ancora non ha imparato a servirsene, poiché altrimenti già da molto tempo avrebbe gentilmente spedito simili insegnanti e membri di associazioni di studiosi nei paesi di 'democrazia' borghese. È lì che tali feudatari hanno il loro vero posto. Ma la classe operaia imparerà, purché lo voglia".
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Lenin è stato non solo un grande teorico e dirigente politico marxista rivoluzionario, ma anche un grande statista. Tante delle sue energie, le ha dedicate proprio a rendere partecipe tutto il partito bolscevico dell'importanza che assumono la gestione e la direzione della società e dello Stato e a preparare, di conseguenza, i suoi militanti ai compiti legati a questa necessità.
La sua elaborazione teorica in questo campo è frutto di una precisa quanto severa analisi dell'operato svolto da lui stesso e da tutti gli altri membri del partito, nell'opera di governo del primo Stato socialista.
Secondo Lenin in uno Stato retto dalla dittatura del proletariato è assolutamente indispensabile e imprenscindibile per i comunisti, essere in grado di gestire e dirigere la società e gli organismi statali non soltanto con onestà, capacità ed efficienza, ma anche sapendo coinvolgere, nei compiti di gestione e di direzione, tutti i lavoratori; non solo quelli iscritti al partito, ma anche i non comunisti.
È attraverso la manifestazione di questa capacità che il partito e i suoi militanti possono proporsi, a buon diritto e con pieno titolo, alla direzione dello Stato, guadagnandosi la fiducia delle masse lavoratrici e rendendo, altresì, il potere sovietico saldo e invincibile proprio perché espressione reale del popolo e della sua unità.
Una notevole importanza nel consolidamento dell'apparato statale sovietico ebbe l'istituzione del Commissariato del popolo delle Ispezioni operaio-contadine, alla cui guida fu chiamato Stalin.
E particolare attenzione Lenin dedicò nel definire i compiti, il ruolo e i metodi di lavoro dell'Ispezione operaia e contadina.
"Il compito dell'Ispezione operaia e contadina - scrive Lenin il 27 settembre 1921 - consiste non soltanto e persino non tanto nello 'scoprire', 'smascherare' (questo è compito della giustizia, a cui l'Ispezione operaia e contadina è molto vicina, ma con cui non si identifica affatto), quanto nel saper correggere.
Correggere giudiziosamente e a tempo: ecco lo scopo principale dell'Ispezione operaia e contadina.
Per saper correggere bisogna in primo luogo
studiare e conoscere il lavoro di questo o quell'ente, azienda, ufficio, ecc.; in secondo luogo, occorre operare in tempo i mutamenti pratici necessari, realizzarli nei fatti.
Nel lavoro delle varie ed eterogenee aziende, enti, dicasteri, ecc. vi sono molti punti in comune anche nelle cose essenziali. L'Ispezione operaia e contadina è chiamata a formare, grazie all'esperienza pratica, un gruppo di dirigenti esperti e competenti, capaci di porre le questioni (quando le questioni vengono
poste in modo giudizioso e corretto, il fatto stesso di porle decide del successo del controllo e offre la possibilità di correggere), di orientare il controllo e l'ispezione, di verificare la correzione, ecc.
... Dopo aver preso conoscenza dello schema preliminare di rapporto sulle attività degli enti preposti al rifornimento del combustibile e sull'aggravarsi della crisi (del combustibile) dell'autunno 1921, mi sono convinto che la
base del lavoro non è stata organizzata nell'Ispezione operaia e contadina, come si dovrebbe. Questo schema non contiene né uno studio della situazione né una impostazione per raddrizzarla.
... L'ispezione operaia e contadina ha adempiuto il suo compito e il suo dovere?
Ha ben capito il suo compito? Ecco l'interrogativo principale. E a questo interrogativo si è costretti a rispondere negativamente ...".153
Una stretta connessione con queste tematiche e più in generale con la lotta di classe che non può non ripercuotersi anche all'interno del partito, è evidenziata da Lenin anche nei suoi pressanti richiami alla lotta contro il burocratismo e le forme di burocratizzazione e l'attenzione ai metodi di ammissione al partito e alla necessità dell'epurazione dalle sue file degli elementi non degni o comunque inadeguati ad assolvere al ruolo, ai compiti e agli impegni determinati dall'adesione e dalla militanza nel partito d'avanguardia del proletariato, nonché principale forza di governo dello Stato socialista.
Scrive Lenin sulla "Pravda" del 21 settembre 1921 a proposito dell'epurazione del Partito: "A quanto pare, l'epurazione del partito è divenuta un lavoro serio e di enorme importanza.
In alcuni luoghi l'epurazione è condotta essenzialmente in base all'esperienza, alle osservazioni degli operai senza partito, orientandosi su quel che essi dicono e tenendo conto dei rappresentanti della massa proletaria senza partito. Questo è ciò che v'è di più prezioso e di più importante. Se riusciremo effettivamente ad epurare in questo modo il partito dall'alto in basso, 'senza riguardi per nessuno', questa sarà per la rivoluzione una conquista veramente grande.
Le conquiste della rivoluzione non possono infatti essere oggi le stesse di prima. Inevitabilmente mutano carattere, perché si è passati dal fronte della guerra al fronte economico, si è passati alla nuova politica economica, poiché la situazione esige innanzi tutto un aumento del rendimento del lavoro, un aumento della disciplina del lavoro. In tempi come questi l'obiettivo più importante che la rivoluzione deve perseguire è un miglioramento all'interno del paese, miglioramento che non colpisce, che non salta agli occhi, non si scorge a prima vista; un miglioramento del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi risultati, un miglioramento per quanto riguarda la lotta contro l'influenza dell'elemento piccolo-borghese e piccolo-borghese-anarchico che disgrega il proletariato e il partito. Per ottenere questo miglioramento bisogna epurare il partito dagli elementi che si staccano dalle masse (per non parlare, s'intende, degli elementi che disonorano il partito agli occhi delle masse). Non accetteremo naturalmente tutte le indicazioni delle masse, poiché talvolta anche le masse - specialmente in anni di eccessiva stanchezza e spossatezza dovute a fardelli e sofferenze smisurate - si lasciano andare a stati d'animo nient'affatto progressivi. Ma per giudicare le persone, per condannare gli 'intrusi', i 'commissarieggianti', i 'burocratizzati', le indicazioni delle masse proletarie senza partito, e in molti casi anche le indicazioni delle masse contadine senza partito, sono estremamente preziose. La massa dei lavoratori avverte con la più grande sensibilità la differenza fra i comunisti onesti e devoti e quelli che suscitano un senso di repulsione in chi si procura il pane con il sudore della fronte, in chi non ha alcun privilegio, in chi non ha 'nessun santo in paradiso'.
Epurare il partito, tenendo conto delle indicazioni dei lavoratori senza partito, è una grande impresa. Essa ci darà dei risultati importanti. Essa farà del partito un'avanguardia molto più potente di prima, ne farà un'avanguardia più fortemente legata con la classe, più atta a condurre questa classe alla vittoria attraverso grandi difficoltà e grandi pericoli.
Come uno dei compiti particolari dell'epurazione del partito vorrei indicare l'epurazione degli ex menscevichi. A parer mio, dei menscevichi entrati nel partito dopo l'inizio del 1918, bisognerebbe lasciarne, all'incirca, non più di una centesima parte, e anche questo dopo aver controllato, tre, quattro volte, ognuno dei rimasti. Perché? Perché i menscevichi, come corrente, hanno rivelato, nel periodo tra il 1918 e il 1921, due tratti caratteristici: il primo è quello di adattarsi abilmente, di intrufolarsi nella corrente prevalente fra gli operai; il secondo è quello di servire ancora più abilmente, con piena dedizione, le guardie bianche, di servirle con i fatti rinnegandole a parole. Questi due tratti sono le conseguenze logiche di tutta la storia del menscevismo: basti ricordare il 'congresso operaio' di Axelrod, l'atteggiamento dei menscevichi verso i cadetti (e verso la monarchia) a parole e nei fatti, ecc. I menscevichi 's'intrufolano' nel Partito comunista russo non solo e non tanto per machiavellismo (sebbene i menscevichi abbiamo dimostrato fin dal 1903 di essere maestri consumati nell'arte della diplomazia borghese), quanto per la propria 'adattabilità'. Ogni opportunista si distingue per la sua adattabilità (ma non ogni adattabilità è opportunismo), e i menscevichi, come opportunisti, si adattano 'per principio', per così dire, alla corrente dominante fra gli operai, si mimetizzano, come fa la lepre, che d'inverno diventa bianca. Bisogna conoscere questa particolarità dei menscevichi, e bisogna tenerne conto. E tenerne conto significa epurare il partito da circa il novantanove per cento di tutti i menscevichi che hanno aderito al Partito comunista russo dopo il 1918, cioè quando la vittoria dei bolscevichi è diventata prima probabile e poi certa.
Bisogna epurare il partito dagli imbroglioni, dai burocrati, dai disonesti, dai comunisti incostanti e dai menscevichi che hanno ridipinto la 'facciata', ma sono rimasti menscevichi nell'animo''.
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Per quanto riguarda poi le condizioni di ammissione al partito, in una lettera inviata ai membri dell'Ufficio politico in previsione della XI Conferenza del PCR(b), Lenin consiglia: "... di stabilire per decisione della conferenza del partito condizioni più rigorose per l'ammissione al partito, portando la durata della candidatura a un anno e mezzo per gli operai (considerando come operai coloro che nella loro vita abbiano lavorato non meno di dieci anni nella grande industria come semplici salariati e che al momento attuale vi lavorino da non meno di due o tre anni), e a tre anni per tutti gli altri.
Questi termini possono essere ridotti della metà in casi particolari, quando la devozione al partito e la fermezza comunista siano pienamente dimostrate e certificate da una maggioranza di 4/5 dei voti decisivi delle assemblee del partito...''.
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Dal 27 marzo al 2 aprile del 1922 si tenne a Mosca l'XI congresso del PCR(b). Il Congresso approfondì, discusse e fece il bilancio del primo anno della nuova politica economica, della politica finanziaria, del rapporto dell'Internazionale Comunista e dei temi e delle problematiche concernenti i sindacati, l'Esercito Rosso, oltre al bilancio dell'epurazione del partito e del suo rafforzamento. Nel breve discorso di apertura del Congresso, svolto il 27 marzo, rivolgendosi ai delegati Lenin afferma: "... vi siete riuniti a questo congresso per la prima volta dopo che per un intero anno gli Stati capitalistici non ci hanno disturbato con interventi e invasioni, almeno nella forma più diretta. È il primo anno che abbiamo la possibilità di dedicare le nostre forze ai compiti autentici, principali, fondamentali dell'edificazione socialista.
A questo riguardo, è incontestabile che non abbiamo fatto che i primi passi. Ma sono sicuro che se giudicheremo con il necessario sangue freddo ciò che abbiamo fatto e se non temeremo di guardare in faccia la realtà, questa realtà che non è sempre piacevole e che talvolta è del tutto spiacevole, noi supereremo senza alcun dubbio tutte le difficoltà che soltanto adesso vediamo profilarsi dinanzi a noi in tutta la loro ampiezza.
... In tutto il mondo il movimento comunista si accresce, anche se non tanto rapidamente come si aspettavano coloro di noi che misuravano tale crescita con i ritmi del tempo di guerra e del dopoguerra. In ogni caso, il nostro movimento si sviluppa su una base solida, stabile, in larghezza e in profondità. E se noi, in cooperazione con i partiti comunisti che esistono ormai, con pochissime eccezioni, in tutti i paesi del mondo, sapremo valutare con sangue freddo la nostra situazione e se non temeremo di riconoscere i nostri errori, usciremo vittoriosi da tutte queste difficoltà".
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Poi, nel Rapporto politico del Comitato centrale del PCR(b), Lenin espone al congresso l'azione svolta dopo l'introduzione della NEP e i nuovi compiti che stanno di fronte al partito nell'opera di edificazione del socialismo.
"... La questione principale è naturalmente la nuova politica economica, questione che ha dominato tutto l'anno testé trascorso... In primo luogo, la nuova politica economica è per noi importante soprattutto perché è la prova che noi siamo riusciti veramente ad allearci con l'economia contadina. Nella fase precedente di sviluppo della nostra rivoluzione, quando tutta l'attenzione e tutte le forze erano principalmente impegnate o quasi assorbite nell'adempimento del compito di tener testa all'invasione, non potevamo pensare come si sarebbe dovuto a quest'alleanza; non potevamo occuparcene...
La svolta verso la nuova politica economica fu decisa nell'ultimo congresso con un'unanimità eccezionale, maggiore perfino di quella con cui sono state approvate altre deliberazioni prese dal nostro partito (il quale bisogna riconoscerlo, si distingue in generale per la sua unanimità) per altre questioni. Questa unanimità ha dimostrato che era giunta a piena maturazione la necessità di trovare un nuovo metodo per avviarci verso l'economia socialista... L'immensa maggioranza dei contadini del nostro paese possiede una piccola azienda individuale. Il lavoro per tradurre in atto quei punti del nostro programma di socializzazione comunista che si potevano attuare subito si è svolto, fino ad un certo punto, al di fuori di quanto avveniva tra le più larghe masse contadine, alle quali abbiamo imposto obblighi molto gravosi, giustificandoli col fatto che la guerra non permetteva alcuna esitazione in proposito. E questa giustificazione, in complesso, è stata accettata dalle masse contadine, nonostante gli errori che non abbiamo potuto evitare. Le masse contadine in generale hanno visto e compreso che gli enormi gravami che si imponevano loro erano necessari per difendere il potere operaio e contadino dai grandi proprietari fondiari, per non essere soffocati dall'invasione capitalistica, che minacciava di distruggere tutte le conquiste della rivoluzione. Ma mancava un legame fra l'economia contadina e l'economia che si andava edificando nelle fabbriche e nelle imprese nazionalizzate, socializzate, e nei sovcos.
L'abbiamo visto chiaramente nell'ultimo congresso del partito. L'abbiamo visto in modo così chiaro che nel partito non si è manifestata nessuna esitazione circa la necessità della nuova politica economica...
Nessun legame esisteva fra l'economia contadina e la nuova economia che noi cercavamo di creare. Esiste oggi? Non ancora. Incominciamo soltanto a stabilirlo. Tutto il significato della nuova politica economica, che spesso nella nostra stampa si continua ancora a cercare dappertutto, ma non là dove si dovrebbe cercare, è qui, e qui soltanto: trovare il legame tra l'economia contadina e la nuova economia che noi stiamo creando con immensi sforzi. In questo consiste il nostro merito: senza questo non saremo dei rivoluzionari comunisti...
Noi edifichiamo la nostra economia unitamente ai contadini. Questa economia dobbiamo ripetutamente modificarla e edificarla in modo tale che esista un legame fra il nostro lavoro nel campo della grande industria e dell'agricoltura socialista e il lavoro che ogni contadino compie come meglio può, cercando di uscire dalla miseria...
Legarsi alle masse contadine, al semplice contadino lavoratore e incominciare ad avanzare molto, ma molto più lentamente di quanto avevamo sognato, però, in compenso, in modo tale che con noi avanzi realmente tutta la massa. Allora, a tempo opportuno, il moto si accelererà come oggi non possiamo neanche sognare. Questo è, a parer mio, il primo insegnamento politico fondamentale della nuova politica economica.
Il secondo insegnamento, più specifico, è che le imprese statali e quelle capitalistiche devono essere messe alla prova per mezzo della competizione...
Le società miste, che abbiamo incominciato a creare e di cui fanno parte capitalisti privati - russi e stranieri - e comunisti, sono una delle forme in cui si può impostare in modo giusto la competizione, in cui si può dimostrare che sappiamo, non peggio dei capitalisti, stabilire un legame con l'economia contadina, che possiamo soddisfarne i bisogni e aiutarla ad avanzare, anche nelle condizioni in cui versa, cioè nonostante tutta la sua arretratezza, dal momento che non è possibile trasformarla in breve tempo.
... Numerose e molteplici sono state le iniziative che abbiamo preso per rimediare alle nostre difficoltà politiche ed economiche. Possiamo dire con orgoglio che finora abbiamo saputo utilizzare tutte queste iniziative, combinandole variamente secondo le circostanze, ma ora non abbiamo più alcuna via d'uscita. Permettetemi di dirvelo senza alcuna esagerazione, poiché in questo senso, realmente, 'l'ultima battaglia decisiva' non è contro il capitalismo internazionale, - in quel campo vi saranno ancora molte 'ultime battaglie decisive' - no, ma contro il capitalismo russo, che è generato e alimentato dalla piccola azienda contadina. Ecco dove nel prossimo futuro si svolgerà la battaglia, di cui non possiamo stabilire con decisione la data. Qui ci attende 'l'ultima battaglia decisiva': né vi potranno essere scappatoie politiche o di altro genere, poiché questo è un esame in competizione con il capitale privato. O supereremo questo esame, in competizione con il capitale privato, o faremo fiasco. Per sostenere questo esame abbiamo il potere politico, abbiamo una grande quantità di risorse di ogni genere, economiche e altre, abbiamo tutto ciò che volete, eccetto l'abilità. Ci manca l'abilità. Se quindi dall'esperienza dello scorso anno trarremo questo semplice insegnamento e lo terremo presente come guida per tutto il 1922, vinceremo anche questa difficoltà, nonostante sia maggiore della precedente, poiché è in noi stessi. Si tratta di qualcosa di diverso da un qualsiasi nemico esterno. È una difficoltà che consiste nel fatto di non voler noi stessi riconoscere la spiacevole verità alla quale non possiamo sfuggire, nel non volerci porre nella spiacevole situazione in cui dobbiamo porci: incominciare a studiare dal principio. Questo è il secondo insegnamento che, a parer mio, scaturisce dalla nuova politica economica.
Il terzo, che è supplementare, riguarda il capitalismo di Stato. Peccato che non sia presente al congresso Bukharin. Avrei voluto discutere un pochino con lui, ma è meglio rimandare la cosa al prossimo congresso. Nella questione del capitalismo di Stato, ritengo in generale che la nostra stampa e il nostro partito commettono l'errore di cadere nell'intellettualismo, nel liberalismo. Ci stilliamo il cervello per comprendere il capitalismo di Stato e sfogliamo i vecchi libri. Ma vi si parla di tutt'altro: vi si parla del capitalismo di Stato che esiste nel regime capitalistico, ma non c'è nemmeno un libro che parli del capitalismo di Stato che esiste nel regime comunista. Nemmeno a Marx è venuto in mente di scrivere una sola parola a questo proposito, ed è morto senza lasciare nessuna citazione precisa o indicazione irrefutabile. Perciò dobbiamo cavarcela da soli. E se mentalmente diamo uno sguardo generale a quel che dice la nostra stampa sulla questione del capitalismo di Stato, come ho tentato di fare preparandomi a questa relazione, giungiamo alla conclusione che la nostra stampa non solo non coglie nel segno, ma guarda dalla parte opposta.
Il capitalismo di Stato, secondo tutta la letteratura economica, è quel capitalismo che esiste in regime capitalistico, quando il potere statale controlla direttamente certe aziende capitalistiche. Ma il nostro è uno Stato proletario, che poggia sul proletariato, che al proletariato dà tutti i vantaggi politici e che attraverso il proletariato attira a sé dal basso le masse contadine (ricordate che abbiamo iniziato questo lavoro con i comitati dei contadini poveri). Perciò il capitalismo di Stato disorienta molti, moltissimi. Perché ciò non accada, bisogna ricordare l'essenziale, cioè che il capitalismo di Stato, nella forma in cui esiste nel nostro paese, non è analizzato in nessuna teoria, in nessuna pubblicazione, per la semplice ragione che tutti i concetti abituali connessi a queste parole riguardano il potere borghese in una società capitalistica. Ma la nostra è una società che è uscita dai binari capitalistici e che ancora non si è messa su nuovi binari; e alla direzione di questo Stato non si trova la borghesia, bensì il proletariato. Noi non vogliamo comprendere che quando diciamo 'lo Stato', questo Stato siamo noi, è il proletariato, è l'avanguardia della classe operaia. Il capitalismo di Stato è quel capitalismo di cui noi riusciamo a fissare i limiti; questo capitalismo di Stato è legato allo Stato, e lo Stato sono gli operai, è la parte più progressiva degli operai, è l'avanguardia, siamo noi.
Il capitalismo di Stato è quel capitalismo che dobbiamo circoscrivere entro i limiti determinati, cosa che finora non siamo riusciti a fare. Ecco il punto. E sta a noi decidere che cosa deve essere questo capitalismo di Stato. Di potere politico ne abbiamo a sufficienza, del tutto a sufficienza, i mezzi economici a nostra disposizione sono pure sufficienti, ma l'avanguardia della classe operaia, che è stata portata in primo piano per dirigere, per stabilire i limiti, per distinguersi, per sottomettere e non essere sottomessa, non ha sufficiente abilità per farlo. Qui occorre soltanto dell'abilità, ed è quello che ci manca.
Una situazione in cui il proletariato, l'avanguardia rivoluzionaria, ha sufficiente potere politico, e in cui esiste al tempo stesso il capitalismo di Stato, non ha precedenti nella storia. Il nocciolo della questione sta nel comprendere che questo è il capitalismo che possiamo e dobbiamo permettere, che possiamo e dobbiamo mantenere entro certi limiti, perché questo capitalismo è necessario alle masse contadine e al capitale privato, che deve commerciare in modo tale da soddisfare i bisogni dei contadini. È necessario fare in modo che sia possibile il decorso abituale dell'economia capitalistica e della circolazione capitalistica, poiché ciò è indispensabile al popolo, e senza di ciò è impossibile vivere. Per le masse contadine, tutto il resto non è assolutamente necessario; con tutto il resto essi possono conciliarsi. Saprete voi comunisti, voi operai, voi parte cosciente del proletariato che si è accinta a dirigere lo Stato, saprete voi fare in modo che lo Stato che avete presto nelle vostre mani funzioni a modo vostro? Ed ecco, un anno è trascorso; lo Stato è nelle nostre mani, ma ha forse funzionato a modo nostro, nelle condizioni della nuova politica economica? No. Noi non vogliamo riconoscerlo: non ha funzionato a modo nostro. E come ha funzionato? La macchina sfugge dalle mani di chi la guida; si direbbe che qualcuno sia seduto al volante e guidi questa macchina, che però non va nella direzione voluta, quasi fosse guidata da una mano segreta, illegale, Dio solo sa da chi, forse da uno speculatore o da un capitalista privato o da tutti e due insieme. Il fatto è che la macchina va non nella direzione immaginata da chi siede al volante, anzi talvolta va nella direzione opposta. Questo è quel che più conta e che si deve ricordare nella questione del capitalismo di Stato. In questo settore fondamentale bisogna studiare incominciando dal principio, e solo quando saremo completamente convinti di questo e ne saremo coscienti, potremo essere certi che impareremo.
Passo ora al problema, che ho già trattato nel mio discorso al congresso degli operai metallurgici: come arrestare la ritirata?... Per un anno ci siamo ritirati. Ora a nome del partito dobbiamo dire: basta! Lo scopo perseguito con la ritirata è stato raggiunto. Questo periodo sta per finire o è già finito. Ora ci si pone un altro obiettivo: raggruppare le forze in un altro modo. Siamo giunti a una nuova tappa; la ritirata, in complesso, l'abbiamo compiuta relativamente in buon ordine. In verità, non mancavano voci, provenienti da diverse parti, che avrebbero voluto trasformare questa ritirata in rotta. Alcuni affermavano che noi, per così dire, qua o là ci eravamo ritirati in modo sbagliato, e fra di essi c'erano anche dei rappresentanti del gruppo che portava il nome di 'opposizione operaia' (credo che non avesse diritto a questo nome). Costoro, per soverchio zelo, sbagliarono porta e ora se ne sono accorti in modo evidente. Allora non si accorsero che la loro attività non era diretta a correggere il nostro movimento e che di fatto serviva solo a seminare il panico, a impedire che la ritirata fosse compiuta disciplinatamente...
La ritirata è finita; si tratta ora di raggruppare di nuovo le forze. Questa è la direttiva che deve emanare dal congresso, direttiva che dovrà por termine allo scompiglio, alla baraonda. Calmatevi, non stillatevi il cervello: ciò sarà contato al vostro passivo. Dovete dimostrare praticamente che non lavorate peggio dei capitalisti. I capitalisti stabiliscono un legame economico con i contadini per arricchirsi; voi dovete creare un legame con l'economia contadina per rafforzare il potere economico del nostro Stato proletario. Di fronte al capitalista avete un vantaggio, perché il potere statale e moltissimi mezzi economici sono nelle vostre mani, soltanto non sapete utilizzarli; guardate alle cose con maggior buon senso, gettate via ogni orpello, deponete i solenni paludamenti da comunista, studiate in modo semplice questa semplice arte, e allora batteremo il capitalista privato. Noi abbiamo il potere statale, disponiamo di una gran quantità di mezzi economici; se batteremo il capitalismo e creeremo un legame con l'economia contadina saremo una forza assolutamente invincibile. E allora l'edificazione del socialismo non sarà l'opera di quella goccia nel mare che si chiama partito comunista, ma di tutta la massa dei lavoratori; allora il semplice contadino vedrà che noi lo aiutiamo, e ci seguirà in modo tale che se anche questo passo sarà compiuto cento volte più lentamente, in compenso sarà un milione di volte più fermo e sicuro.
Ecco in qual senso bisogna parlare di fermare la ritirata, e sarebbe bene fare, in questa o in quella forma, di questa parola d'ordine una risoluzione del congresso...
E qui bisogna formulare chiaramente una domanda: in che consiste la nostra forza e che cosa ci manca? Di potere politico ne abbiamo assolutamente a sufficienza... La forza economica fondamentale è nelle nostre mani. Tutte le grandi aziende con un peso decisivo, le ferrovie, ecc., sono nelle nostre mani... Che cosa manca allora? È chiaro: manca la cultura fra i comunisti che hanno funzioni dirigenti...
Sapranno i comunisti che occupano posti di responsabilità nella Repubblica federale russa e nel partito comunista capire che non sanno dirigere? che credono di guidare e in realtà sono guidati? Se lo capiranno impareranno certamente, perché è possibile imparare; ma per far questo bisogna studiare, e da noi non si studia. Si sventolano ordini e decreti a destra e a sinistra, e il risultato è del tutto diverso da quello che si vorrebbe.
L'emulazione, la competizione da noi posta all'ordine del giorno con la NEP, è una competizione seria. Sembrerebbe che dovrebbe svolgersi in tutti gli organismi governativi, ma in realtà è ancora una forma di lotta tra le due classi inconciliabilmente nemiche. È ancora una forma della lotta fra la borghesia e il proletariato, una lotta che non è ancora portata a termine e che perfino negli organismi centrali di Mosca, nel campo della cultura, non è stata vinta. Giacché spesso i funzionari borghesi sono più competenti dei nostri migliori comunisti, che hanno tutto il potere e tutte le possibilità, ma non sanno affatto servirsi di tutti i loro diritti e di tutto il loro potere...
E ora che cos'è l'essenziale?... Noi siamo giunti alla conclusione che nella presente situazione l'essenziale sono gli uomini, l'essenziale è la scelta degli uomini.
... L'essenziale sta nel fatto che a un comunista responsabile, il quale ha fatto molto bene tutta la rivoluzione, è stato addossato un lavoro industriale o commerciale di cui non capisce un'acca, e noi non possiamo discernere la verità, perché dietro alle sue spalle si nascondono affaristi e imbroglioni. Il fatto è che da noi non esiste il controllo pratico di ciò che viene eseguito. È un compito prosaico, minuto, sono minuzie, ma noi viviamo, dopo un grandioso rivolgimento politico, in condizioni tali che dobbiamo restare ancora per qualche tempo in mezzo al sistema e alle forme capitalistiche. Il fulcro di tutta la situazione non è nella politica, nel senso ristretto della parola (quel che si dice nei giornali sono chiacchiere politiche, che non hanno nulla di socialista), il fulcro di tutta la situazione non è nelle risoluzioni, né negli organismi e nemmeno nella riorganizzazione. Se tutto ciò è necessario, lo faremo: ma non presentatevi con questi problemi; scegliete gli uomini adatti e controllate l'esecuzione pratica, e questo il popolo lo apprezzerà.
Nella massa del popolo noi siamo ancora come una goccia nel mare, e possiamo esercitare il potere soltanto quando sappiamo esprimere giustamente ciò di cui il popolo ha coscienza. Diversamente, il partito comunista non guiderà il proletariato, e il proletariato non guiderà le masse al suo seguito, e tutta la macchina andrà a pezzi. Ora per il popolo e per tutte le masse lavoratrici l'essenziale è solo che si dia un aiuto pratico a chi ne ha un bisogno disperato e ha fame, e che si faccia vedere che c'è un miglioramento reale, necessario al contadino e comprensibile. Il contadino conosce il mercato e conosce il commercio. Noi non abbiamo potuto introdurre una diretta distribuzione comunista. Per farlo ci mancavano le fabbriche e le attrezzature. Dobbiamo quindi dare al contadino ciò di cui ha bisogno attraverso il commercio, ma non peggio di quanto faceva il capitalista, altrimenti il popolo non potrà tollerare un tale governo. Questo è il fulcro della situazione. E se non accadrà nulla di imprevisto, ciò deve diventare il centro di tutto il nostro lavoro di quest'anno, alle tre seguenti condizioni.
In primo luogo, a condizione che non vi sia un intervento armato. Con la nostra diplomazia noi facciamo tutto il possibile per evitarlo; tuttavia può capitare ogni giorno. Dobbiamo stare effettivamente all'erta e andare incontro a gravi sacrifici in favore dell'Esercito rosso, entro limiti ben definiti naturalmente. Abbiamo di fronte a noi tutto il mondo borghese, che cerca solo la forma adatta per soffocarci. I nostri menscevichi e socialisti-rivoluzionari non sono null'altro che gli agenti di questa borghesia. Questa è la loro posizione politica.
La seconda condizione è che la crisi finanziaria non sia troppo grave. Essa sta avvicinandosi. Ne parleremo quando si discuterà la politica finanziaria. Se la crisi sarà troppo forte e grave, dovremo di nuovo riorganizzare molte cose e concentrare tutte le forze in un solo punto. Se non sarà troppo grave, potrà essere perfino utile; vi sarà un'epurazione dei comunisti in tutti i trust statali. Bisogna soltanto non dimenticare di farla. La crisi finanziaria colpisce organismi e aziende, e quelle inservibili andranno in pezzi per prime. Ma non bisogna dimenticare che non si deve far ricadere ogni responsabilità sugli specialisti, e ritenere invece che i comunisti responsabili siano uomini eccellenti, perché hanno combattuto al fronte ed hanno sempre lavorato bene. Sicché, la crisi finanziaria, se non sarà eccessivamente grave, potrà anche essere utile perché potremo fare un po' di pulizia: non già come la fanno la Commissione centrale di controllo o la Commissione centrale di verifica, ma selezioneremo a fondo tutti i comunisti che hanno un posto di responsabilità negli organismi economici.
E la terza condizione è quella di non commettere errori politici in questo periodo...
Per concludere, devo trattare brevemente la parte pratica del problema concernente i nostri organi sovietici, i nostri organismi superiori e l'atteggiamento del partito nei loro confronti. Fra partito e organismi sovietici si sono create relazioni anormali; tutti indistintamente ne convengono. Ho mostrato con un esempio come un affare concreto di poco conto sia stato portato sino all'Ufficio politico. Formalmente è molto difficile uscire da questa situazione, perché da noi al potere c'è un unico partito, e non si può proibire a un membro del partito di far ricorso. Perciò dal Consiglio dei commissari del popolo si porta tutto sino all'Ufficio politico. In gran parte è anche colpa mia, perché per molte cose il collegamento fra il Consiglio dei commissari del popolo e l'Ufficio politico avveniva per mio tramite. E quando sono stato costretto ad andarmene, è risultato che le due ruote non giravano all'unisono, e Kamenev dovette sobbarcarsi un triplice lavoro per mantenere quel collegamento.
Qui nel Comitato centrale l'accordo è completo, e spero che il congresso presterà a questo problema una grande attenzione e sanzionerà le direttive che dispongono di liberare l'Ufficio politico e il Comitato centrale dei lavori minuti e di fare in modo che migliori qualitativamente il lavoro dei quadri responsabili. Bisogna che i commissari del popolo rispondano del loro lavoro e non si rivolgano prima al Consiglio dei commissari del popolo, e poi all'Ufficio politico... Bisogna mutare il carattere del lavoro del Consiglio dei commissari del popolo nel senso in cui non sono riuscito nell'ultimo anno: rivolgere maggiore attenzione a che venga veramente effettuato il controllo dell'esecuzione.
In relazione a ciò, bisogna che le commissioni del Consiglio dei commissari del popolo, del Consiglio del lavoro e della difesa siano ridotte perché questi organismi possano sistemare i loro affari senza polverizzarsi in un numero infinito di commissioni. Giorni or sono si è fatta l'epurazione delle commissioni. Ne abbiamo contate centoventi. E quante sono risultate indispensabili? Sedici. E questa non è la prima epurazione. Invece di assumersi la responsabilità del proprio operato, invece di attuare le decisioni del Consiglio dei Commissari del popolo sapendo di doverne rispondere, ci si nasconde dietro le commissioni. Nelle commissioni perfino il diavolo si spezzerebbe le corna; non è possibile comprendere chi risponde di una determinata faccenda: tutto è imbrogliato e, alla fin fine, si presenta una decisione della quale rispondono tutti.
In relazione a ciò, bisogna far presente la necessità di allargare e sviluppare l'autonomia e l'attività dei consigli economici regionali. Ora la divisione amministrativa della Russia è stata fatta su basi scientifiche, tenendo conto delle condizioni economiche, di quelle climatiche, delle usanze, dei rifornimenti di combustibile, dell'industria locale, ecc. In base a questa divisione sono stati creati i consigli economici distrettuali e regionali. Naturalmente vi si faranno emendamenti qua e là, ma bisogna dare maggiore autorità a questi consigli economici...
Bisogna riconoscere e non temere di riconoscere che i comunisti responsabili, in novantanove casi su cento, non occupano posti adatti alle loro effettive capacità, non sanno fare il proprio lavoro e ora devono impararlo. Se lo riconosceremo, e poiché abbiamo la possibilità di farlo, - e, giudicando dalla situazione internazionale, avremo il tempo d'imparare - dovremo farlo ad ogni costo".
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