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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 27
La malattia e la prematura morte di Lenin. Stalin ne è l'erede e il continuatore



Nel processo di edificazione dello Stato socialista Lenin attribuisce grande importanza all'apparato sovietico nei diversi settori di attività. Forte e continua è la sua attenzione sulla necessità di costruire un apparato efficace ed efficiente basandosi sull'esperienza concreta del lavoro in questo campo e sull'analisi dei problemi e delle necessità che da esso emergono. Nello stesso tempo è pressante l'impegno che egli richiede al partito nell'affrontare questa tematica e le divergenze che su di essa si manifestano. Le idee errate in questo campo, portano infatti ad errori tali da compromettere non solo il processo di edificazione socialista, ma anche ad imprigionare inesorabilmente il partito e l'intera società nel pantano dell'inefficienza e del burocratismo.
In due lettere indirizzate a Stalin per i membri dell'Ufficio politico nel maggio del 1922, Lenin si sofferma sulle divergenze nel partito in questo ambito.
Nella prima lettera, inviata a Stalin il 5 maggio, egli esprime il suo punto di vista su due punti principali: l'Ispezione operaia e contadina e il Gosplan (l'organo coordinatore governativo responsabile dell'aspetto tecnico del Piano).
"... Risponderò brevemente - scrive Lenin - su due punti principali: a) l'ispezione operaia e contadina e b) il Gosplan.
a) A proposito dell'Ispezione operaia e contadina, il compagno Trotzki ha radicalmente torto. Data la nostra esasperata 'mania amministrativa' persino tra i migliori comunisti, il basso livello dei funzionari, lo spirito di intrigo in seno agli enti (peggio che nell'Ispezione operaia e contadina), è attualmente impossibile fare a meno di questa istituzione. Si può e ci si deve occupare sistematicamente e con perseveranza per farne un apparato di verifica e di miglioramento di tutte le attività dello Stato. Non esiste alcun altro mezzo pratico per verificare, perfezionare, imparare a lavorare. Se attualmente nell'Ispezione operaia e contadina vi è un apparato di circa dodicimila persone, difettoso e malpagato, bisogna ridurlo e migliorarlo; per esempio; conservandone un sesto, e lasciando la metà del totale dei precedenti emolumenti, vale a dire triplicando le retribuzioni; scegliere dapprima decine, e poi centinaia di funzionari, i migliori, assolutamente onesti e competenti, i quali ci sono già oggi, ma non sono conosciuti, né promossi, né raggruppati, né organizzati. Questo può e deve essere fatto. Altrimenti è impossibile lottare contro la mania amministrativa e il burocratismo. Altrimenti, è impossibile insegnare a dirigere agli operai e ai contadini senza partito; e rinunciare a questo compito, nel momento presente, non si può, né sul piano dei principi né su quello pratico.
b) A proposito del Gosplan, il compagno Trotzki non soltanto ha radicalmente torto, ma è anche sorprendentemente poco al corrente delle cose di cui giudica. Il Gosplan non è affatto malato di accademismo, ma è sovraccarico di meschini affari quotidiani, di 'quisquilie'. Per bontà, il compagno Krgigianovski accoglie troppo facilmente le richieste di coloro che reclamano da lui un 'aiuto immediato'.
Conoscendo bene i difetti reali del Gosplan e desiderando fornire ai membri dell'Ufficio politico una documentazione oggettiva e non immaginaria, ho chiesto al compagno Krgigianovski se il suo lavoro non soffra di 'astrattezza' e quali siano le cifre precise a questo riguardo. Il compagno Krgigianovski mi ha inviato una lista delle questioni dibattute in seno alla presidenza del Gosplan nel corso di due mesi, nel febbraio e nel marzo 1922. Risultato: aa) questioni di pianificazione: 17%; bb) questioni economiche importanti: 37%; cc) 'quisquilie': 46%. Posso dare in visione questa documentazione a qualsiasi membro dell'Ufficio politico.
Il secondo documento del compagno Trotzki, datato 23 aprile 1922 e indirizzato ai vicepresidenti e per conoscenza alla segreteria dell'Ufficio politico (probabilmente per un caso, si è dimenticata la copia per me), contiene in primo luogo una 'critica', estremamente veemente ma profondamente sbagliata, della decisione dell'Ufficio politico circa la creazione del triumvirato finanziario (Sokolnikov e i due vicepresidenti), in quanto ciò rappresenterebbe un freno tra il piccolo e il grande Consiglio dei commissari del popolo. Rivolgere una tale critica ai vicepresidenti non contribuisce né alla pianificazione, né ad alcuna altra attività dello Stato sul piano dell'organizzazione in generale.
In secondo luogo questo documento contiene le già citate accuse di accademismo contro il Gosplan, le quali sono radicalmente inesatte e diametralmente opposte alla verità e arrivano alla seguente dichiarazione - di una ignoranza veramente incredibile - del compagno Trotzki: 'Al di fuori della determinazione del volume di emissione, scrive egli, e della ripartizione delle risorse monetarie tra gli enti, non c'è né può esserci attualmente nessun piano economico. Per altro,
per quanto io possa giudicare, il Gosplan non ha nulla a che vedere con queste questioni essenziali'.
Le parole in corsivo mi inducono soltanto a porre questa domanda: perché 'giudicare' senza essere informati? Eppure, è facile per qualsiasi membro del CC e del Consiglio del lavoro e della difesa informarsi. E informarsi significherebbe apprendere che esiste presso il Gosplan una sezione economico-finanziaria che si occupa proprio di queste questioni. Certo, i difetti non mancano in questo lavoro; però bisogna cercarli non nell'accademismo, ma nella direzione opposta".
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Nella seconda lettera sulla "doppia" subordinazione e sulla legalità, del 20 maggio, Lenin affronta le problematiche relative all'ordinamento giudiziario: "Il problema della procura ha suscitato divergenze nella commissione del Comitato centrale designata a dirigere i lavori nella sessione del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia. Anche se queste divergenze non sono tali da rinviare automaticamente la questione all'Ufficio politico, io, da parte mia, ritengo che il problema sia di tale importanza che propongo di riservarne la soluzione all'Ufficio politico.
In sostanza, le divergenze sono le seguenti: la maggioranza della commissione eletta dal Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia si è dichiarata contraria, nella questione della procura, a che i rappresentanti locali del pubblico ministero siano designati solamente dal centro e siano subordinati solamente al centro. La maggioranza esige la cosiddetta 'doppia' subordinazione, che in genere è stabilita per tutti coloro che svolgono un lavoro locale, e cioè che essi siano subordinati, da una parte, al centro rappresentato dal rispettivo commissariato del popolo, e, dall'altra, al Comitato esecutivo regionale locale.
La stessa maggioranza della commissione del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia ha negato ai rappresentanti locali del pubblico ministero il diritto di contestare dal punto di vista giuridico qualsiasi decisione dei Comitati esecutivi regionali locali, e, in generale, dei poteri locali.
È per me difficile immaginare con quale argomento si possa difendere una decisione così evidentemente ingiusta come quella presa dalla maggioranza della commissione del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia. Ho udito soltanto i seguenti argomenti: che la difesa della 'doppia' subordinazione è in questo caso una lotta legittima contro il centralismo burocratico, per l'indispensabile indipendenza degli organi locali e contro il modo altezzoso del centro di trattare i membri dei Comitati esecutivi regionali... Bisogna ricordare che a differenza di qualsiasi potere amministrativo, il pubblico ministero non ha poteri amministrativi di alcun genere e non gode di alcun voto decisivo in nessuna questione amministrativa. Il procuratore ha soltanto il diritto e il dovere di preoccuparsi che in tutta la repubblica la legge sia interpretata in modo realmente uniforme, senza riguardo ad alcuna particolarità locale e al di sopra di ogni influenza locale. L'unico diritto e dovere del procuratore è quello di sottoporre la causa alla sentenza del tribunale. Quali sono questi tribunali? I nostri tribunali sono locali. I giudici sono eletti dai soviet locali. Perciò, il potere a cui il procuratore sottopone il processo per violazione di legge da lui istruito, è un potere locale, il quale, da una parte, deve assolutamente osservare le leggi uniche stabilite per tutta la Federazione, e, dall'altra, nella determinazione della pena, deve tener conto di tutte le circostanze locali; inoltre, ha il diritto di proclamare che, sebbene in un dato caso la legge sia stata indubbiamente violata, tuttavia l'esistenza di determinate circostanze, ben note agli abitanti del luogo e appurate dal tribunale locale, costringe il tribunale a riconoscere la necessità di attenuare la pena per date persone e persino di assolverle. Se non realizzeremo a tutti i costi questo presupposto elementarissimo per stabilire una legalità unica in tutta la Federazione, non potremo parlare né di difesa, né di creazione di condizioni civili.
È anche ingiusto in linea di principio affermare che il procuratore non deve avere il diritto di contestare le decisioni dei Comitati esecutivi regionali e degli altri organi locali di potere, e che dal punto di vista della loro legalità le loro decisioni devono essere giudicate dall'Ispezione operaia e contadina.
L'Ispezione operaia e contadina giudica non solo dal punto di vista delle legalità, ma anche da quello dell'opportunità pratica. Il procuratore è responsabile che nessuna decisione di un organo locale sia in contrasto con la legge, e solo da questo punto di vista egli è obbligato a contestare ogni decisione illegale; inoltre il procuratore non ha il diritto di sospendere le decisioni, ma è soltanto tenuto a provvedere affinché la legge venga interpretata in modo assolutamente identico in tutta la repubblica. Perciò la risoluzione della maggioranza della commissione del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia, non solo è un grandissimo errore di principio, non solo applica in un modo radicalmente errato il principio della 'doppia' subordinazione, ma mina le fondamenta di qualsiasi lavoro indirizzato a stabilire una legalità e un minimo di civiltà.
Inoltre, per risolvere questa questione, bisogna tener presente l'importanza delle influenze locali. Non vi è dubbio che noi viviamo in un mare di illegalità e che l'influenza locale è uno dei più grandi nemici, se non il più grande, dell'instaurazione della legalità, della civiltà. È difficile trovare chi non abbia sentito dire che l'epurazione del partito ha rivelato che nella maggior parte delle commissioni locali di verifica avevano la prevalenza i casi in cui si regolavano i conti per ragioni personali e locali approfittando dell'epurazione del partito. Questo è un fatto indiscutibile e abbastanza grave. È difficile che qualcuno osi negare che per il nostro partito è più semplice trovare una decina di comunisti fidati, con una preparazione giuridica sufficiente e in grado di tener testa a qualsiasi influenza puramente locale, che trovarne delle centinaia. E proprio a questo si riduce la questione quando si parla della 'doppia' subordinazione della procura e della necessità che essa sia subordinata solo al centro. Al centro noi dobbiamo trovare circa una decina di persone che dovranno esercitare il potere procuratorio centrale nella persona del procuratore generale, del Tribunale supremo e nel collegio del Commissariato del popolo per la giustizia (tralascio la questione se debba il procuratore generale avere un proprio potere individuale o lo debba condividere con il Tribunale supremo e col collegio del commissariato del popolo per la giustizia, in quanto è una questione del tutto secondaria, che può essere risolta in un modo o nell'altro, a seconda che il partito affidi a una sola persona un enorme potere o ripartisca questo potere fra le tre istanze suddette). Queste dieci persone, trovandosi al centro, lavorano sotto la più stretta sorveglianza e nel contatto più diretto con tre istituzioni di partito, che sono la massima garanzia contro le influenze locali e personali, e precisamente: l'Ufficio organizzativo del CC, l'Ufficio politico del CC e la Commissione centrale di controllo; quest'ultima istituzione, cioè la Commissione centrale di controllo, è responsabile solo di fronte al congresso del partito ed è composta in modo tale che i suoi membri non possono svolgere contemporaneamente nessun altro lavoro in nessun commissariato del popolo, in nessun dicastero singolo e in nessun altro organo del potere sovietico. È chiaro che in queste condizioni noi abbiamo una garanzia, superiore a tutte quelle finora escogitate, che il partito crei un piccolo collegio effettivamente capace di tenere testa alle influenze locali, al burocratismo locale e d'ogni specie, e di assicurare un'applicazione della legge effettivamente uniforme in tutta la repubblica e in tutta la Federazione. Perciò i possibili errori di questo collegio giuridico centrale saranno corretti immediatamente sul posto da quegli organi di partito che stabiliscano in generale tutti i concetti e tutte le regole fondamentali di tutto il nostro lavoro, sia di partito sia sovietico, nell'intera repubblica.
Ogni deviazione da questo principio significa difendere in sordina un'opinione che nessuno direttamente e apertamente difende, e cioè che la nostra civiltà e la nostra legalità, la seconda indissolubilmente legata alla prima, siano così altamente sviluppate che possiamo garantire la disponibilità di centinaia di procuratori, assolutamente irreprensibili nel senso che non cederanno mai a nessuna influenza locale e assicureranno essi stessi l'uniformità nell'interpretazione delle leggi in tutta la repubblica.
In conclusione penso che sostenere la 'doppia' subordinazione alla procura e toglierle il diritto di contestare qualsiasi decisione del potere locale non solo sia ingiusto per principio, non solo sia d'ostacolo al nostro compito fondamentale di far introdurre inflessibilmente la legalità, ma esprima anche gli interessi e i pregiudizi della burocrazia locale e delle influenze locali, cioè della peggiore barriera fra i lavoratori e il potere centrale del Partito comunista di Russia.
Perciò propongo al Comitato centrale di disapprovare in questo caso la 'doppia' subordinazione, di stabilire che il potere procuratorio locale sia subordinato solo al
centro e di conservare al potere procuratorio il diritto e il dovere di contestare ogni e qualsiasi decisione degli organi di potere locale, prendendo come punto di partenza la conformità di queste decisioni o disposizioni alla legge, senza diritto di sospenderle, ma col diritto esclusivo di rimettere la causa al giudizio del tribunale".159
Il 1922 fu l'anno in cui si manifestarono in maniera preoccupante i sintomi della grave malattia di Lenin.
I postumi dell'attentato subito dal leader bolscevico, il sovraffaticamento dovuto ai numerosi e gravosi impegni di dirigente di partito e dello Stato sovietico sempre affrontati da Lenin con il massimo impegno e senza risparmio di energie, provocarono un aggravamento costante delle sue condizioni di salute. Già dall'inizio di dicembre del 1921 e fino alla fine di gennaio del 1922, Lenin fu costretto ad un periodo di riposo forzato che trascorse tra la città di Gorki e il villaggio di Kostimo nei pressi di Mosca. Ma ciò non bastò ad assicurargli un recupero fisico completo e, il 2 febbraio 1922, l'Ufficio politico del CC del PCR (b) decise di prorogare il congedo di Lenin fino all'XI congresso del partito.
Dopo l'attentato subito nell'agosto del 1918, una delle pallottole che avevano colpito Lenin non era stata estratta per la pericolosità che, in quel momento, avrebbe comportato quell'operazione. Ora però, lo stato di salute di Lenin esigeva, secondo i medici, l'assoluta necessità di estrarre quel proiettile. Questa operazione venne eseguita il 23 aprile del 1922 nell'ospedale Botkin. Nonostante la riuscita dell'intervento operatorio, Lenin subisce, il 26 maggio del 1922, il primo, grave attacco del suo male. Subito dopo si trasferisce a Gorki per la convalescenza e la riabilitazione.
Nonostante il grave stato della sua salute, appena si manifesta un certo miglioramento, Lenin riprende con grande abnegazione ad occuparsi, per quanto le sue forze gli consentano, del lavoro di Stato e di partito. In particolare inizia un'assidua corrispondenza inviando lettere al Consiglio dei commissari del popolo e ai membri dell'Ufficio politico del partito; scrivendo articoli e messaggi alle organizzazioni sovietiche e sindacali. Alcune lettere vengono indirizzate a Stalin, che è anche l'unico dirigente che Lenin incontra a Gorki, il 5 agosto, ed al quale affida il ringraziamento da esprimere alla XII Conferenza del PCR(b) per il messaggio augurale che questa gli aveva inviato.
Stalin al termine dell'XI congresso del PCR(b) era stato riconfermato nel Comitato centrale del partito. Il 3 aprile 1922 il plenum del CC del PCR(b), riunitosi dopo la conclusione dell'XI congresso, per adeguare il partito sul piano politico e organizzativo e metterlo nelle condizioni migliori per assolvere ai suoi compiti, decise di istituire la carica di Segretario generale del partito a cui, su proposta di Lenin, venne eletto Stalin.
Lenin e Stalin: da sempre, nei rispettivi ruoli, legati a filo doppio nella lotta rivoluzionaria del proletariato e del popolo russo; nella costruzione, nello sviluppo e nel radicamento del partito bolscevico; nella salvaguardia della sua unità e dell'integrità della sua linea politica proletaria e rivoluzionaria; della sua capacità di direzione e di guida nella realizzazione vittoriosa di un'impresa ideale e storica senza precedenti; l'edificazione del socialismo e l'affermarsi della Russia sovietica, nella storia universale, quale primo Stato socialista.
Il 2 ottobre Lenin rientra a Mosca da Gorki e riprende con ammirevole tenacia la sua attività.
Il 20 novembre partecipa alla seduta plenaria del Soviet di Mosca, dove svolge un intervento sulla politica interna ed estera.
Nel campo della politica estera Lenin affermò: "... Procediamo lungo una via chiaramente tracciata e ci siamo assicurati il successo di fronte agli Stati di tutto il mondo, benché alcuni siano ancora pronti a dichiarare di non volersi sedere allo stesso tavolo con noi. Tuttavia i rapporti economici, e quindi quelli diplomatici, migliorano, devono migliorare, miglioreranno senz'altro. Qualunque Stato che cerchi di ostacolarci rischia di arrivare in ritardo e forse, in qualche punto abbastanza sostanziale, rischia di trovarsi in una situazione di svantaggio...
Per quanto riguarda invece la nostra politica interna, il cambiamento di treno, compiuto nella primavera del 1921 e impostoci da forza maggiore, - sicché in proposito non ci sono state discussioni e divergenze tra di noi - continua a causarci delle difficoltà, dirò anzi delle grandi difficoltà. Non già perché nutriamo dubbi circa la necessità di tale cambiamento, - a questo proposito non esistono dubbi - non perché dubitiamo che il nostro tentativo di introdurre la nostra nuova politica economica abbia dato quei successi che ci attendevamo. A questo proposito, posso dire in maniera del tutto precisa che non esistono dubbi né nelle file del nostro partito né in quelle della grande massa degli operai e dei contadini senza partito.
Da questo punto di vista il problema non presenta difficoltà di sorta. Le difficoltà sorgono quando ci troviamo di fronte a un problema la cui soluzione richiede molto spesso uomini nuovi, misure eccezionali e metodi eccezionali di lavoro. Nutriamo ancora dei dubbi circa questa o quella cosa, circa i cambiamenti in questa o quella direzione, e dobbiamo dire che questo stato di cose continuerà ancora per un periodo abbastanza lungo. 'Nuova politica economica'! Strano nome! Questa politica l'abbiamo chiamata nuova politica economica perché segna un ritorno indietro. Ci stiamo ritirando, andiamo indietro, ma lo facciamo per prendere slancio e fare un salto più lungo. Solo a questa condizione ci siamo ritirati per attuare la nostra nuova politica economica. Non sappiamo ancora dove e come raggruppare, adeguare e riorganizzare le nostre forze per ricominciare, dopo esserci ritirati, ad avanzare con la massima risolutezza. Per compiere tutte queste operazioni in buon ordine bisogna, come dice il proverbio, prima di tagliare prendere le misure, non dieci, ma cento volte. Occorre far così per superare quelle incredibili difficoltà che ci si presentano quando dobbiamo risolvere tutti i nostri problemi. Sapete benissimo quanti sacrifici siano stati fatti per conquistare quanto abbiamo conquistato, sapete quanto è durata la guerra civile e quante energie ha consumato...
Noi viviamo in un paese talmente devastato dalla guerra, uscita a tal punto di carreggiata, un paese che ha tanto sofferto e sopportato tante privazioni che siamo costretti a cominciare tutti i nostri calcoli da una piccola, piccolissima percentuale, la percentuale prebellica. È con questo metro che misuriamo le nostre condizioni di vita, talvolta con molta impazienza, con passione e ogni qualvolta ci convinciamo che esistono difficoltà immense. Il compito che ci siamo addossato si presenta tanto più immenso perché lo paragoniamo con le condizioni di uno Stato borghese normale. Ci siamo addossato questo compito perché capivamo di non poterci attendere un aiuto dalle potenze più ricche, aiuto che di solito viene concesso in analoghe situazioni. Dopo la guerra civile ci siamo trovati quasi boicottati; ci è stato detto: ci rifiuteremo di stabilire con voi quei rapporti economici che siamo soliti stabilire, e che sono nel mondo capitalistico.
È trascorso più di un anno e mezzo da quando abbiamo adottato la nuova politica economica, molto più tempo è trascorso da quando abbiamo concluso il primo accordo internazionale, e tuttavia questo boicottaggio da parte di tutta la borghesia e di tutti i governi continua
a farsi sentire. Non potevamo aspettarci altro quando abbiamo puntato sulle nuove condizioni economiche, e tuttavia non abbiamo avuto alcun dubbio circa la necessità di dover puntare su di esse e di raggiungere il successo da soli. Quanto più si va avanti, tanto più risulta chiaro che qualsiasi aiuto che ci poteva essere dato, che ci sarà dato dalle potenze capitalistiche, non solo non eliminerà tali condizioni, ma, con ogni probabilità, nella grande maggioranza dei casi le aggraverà. 'Da soli', ci siamo detti. 'Da soli', ci dicono quasi tutti gli Stati capitalistici con i quali abbiamo concluso affari di qualunque genere, con i quali abbiamo intavolato trattative di qualunque genere. Proprio qui troviamo una particolare difficoltà. Bisogna che ce ne rendiamo conto. Abbiamo elaborato il nostro ordinamento statale dopo un lavoro di più di tre anni, estremamente difficile ed eroico. Nelle condizioni in cui ci siamo trovati finora non avevamo il tempo di pensare se stavamo spezzando qualcosa di troppo, non avevamo il tempo di pensare se ciò ci avrebbe richiesto troppi sacrifici, perché di sacrifici abbiamo dovuto farne molti, perché la lotta che abbiamo iniziato allora (lo sapete perfettamente e non è il caso di parlarne a lungo) è una lotta a morte contro il vecchio ordinamento sociale, contro il quale abbiamo lottato per ottenere il diritto all'esistenza e ad uno sviluppo pacifico. Questo diritto lo abbiamo conquistato. Non sono parole nostre, non sono parole di testimoni che possono essere accusati di parzialità. Si tratta di testimonianze che vengono dal campo dei nostri nemici e che sono, naturalmente, parziali, ma non in nostro favore. Questi testimoni si trovano nel campo di Denikin alla testa degli invasori. E noi sappiamo che la loro parzialità ci è costata cara, ci ha causato grandi rovine. Per causa loro abbiamo subito perdite di ogni genere, abbiamo perso valori di ogni genere, e quel valore fondamentale che è la vita umana l'abbiamo perso su scala terribilmente grande. Ora dobbiamo esaminare i nostri compiti con tutta l'attenzione possibile, comprendere che il nostro compito principale è quello di non perdere le vecchie conquiste. Non ne perderemo nemmeno una. Nello stesso tempo ci troviamo di fronte a un compito del tutto nuovo; il vecchio può esserci di immediato ostacolo. Questo è il compito più difficile da capire. Ma bisogna capirlo per imparare a lavorare; quando è necessario, bisogna, per così dire, rivoltare completamente il vestito vecchio. Penso, compagni, che questi discorsi e queste parole d'ordine vi siano comprensibili, perché, nel periodo di quasi un anno in cui son dovuto restare assente, in diversi modi e per cento motivi, dovendo affrontare concretamente i problemi del vostro lavoro, avete dovuto discuterne e rifletterci, e sono convinto che i vostri ragionamenti vi possono condurre a una sola conclusione: ci occorre in grado ancora maggiore quella elasticità di cui abbiamo dato prova fino ad oggi nella guerra civile.
Non dobbiamo rinunciare al vecchio. Tutte le concessioni che ci avvicinano alle potenze capitalistiche, danno la piena possibilità a queste potenze di entrare in rapporto con noi, assicurano loro un profitto, forse talvolta maggiore di quello normale. Nel medesimo tempo noi cediamo soltanto una piccola parte di quei mezzi di produzione che il nostro Stato tiene quasi tutti nelle sue mani. Giorni fa i giornali hanno discusso il problema della concessione proposta dall'inglese Urquhart, che finora è stato quasi sempre nostro avversario nella guerra civile. Egli diceva: 'Noi raggiungeremo il nostro scopo nella guerra civile contro la Russia, contro quella stessa Russia che ha osato privarci di questo e di quello'. E dopo tutto ciò ci è toccato entrare in trattative con lui. Non abbiamo rifiutato, abbiamo accolto questi nuovi rapporti con grande gioia, però abbiamo detto: 'Scusateci ma quello che abbiamo conquistato non lo daremo indietro. La nostra Russia è così vasta, disponiamo di tali possibilità economiche che ci riteniamo in diritto di non rifiutare la vostra cortese proposta, ma la discuteremo freddamente, da uomini d'affari'. È vero, la nostra prima conversazione non è andata bene, perché non abbiamo potuto accettare la sua proposta per motivi politici. Abbiamo dovuto rispondere con un rifiuto. Finché gli inglesi non ammettevano la possibilità della nostra partecipazione alla questione degli stretti, dei Dardanelli, noi dovevamo rispondere con un rifiuto; ma subito dopo abbiamo dovuto procedere all'esame sostanziale del problema. Abbiamo discusso se ci era vantaggioso o meno accordare questa concessione, e, se era vantaggioso, a quali condizioni. Abbiamo dovuto discutere il prezzo.
Ciò vi dimostra chiaramente, compagni, quanto diverso da prima sia il modo col quale dobbiamo oggi affrontare i problemi. Prima il comunista diceva: 'Sacrifico la mia vita', e questo gli pareva molto semplice, benché non fosse sempre così semplice. Invece oggi noi comunisti ci troviamo di fronte a un problema del tutto diverso. Dobbiamo calcolare e calcolare, e ognuno di voi deve diventare un uomo d'affari. Dobbiamo trovare il modo di assicurarci l'esistenza in un ambiente capitalistico, il modo di trarre vantaggio dai nostri avversari che, naturalmente, si metteranno a contrattare, non hanno mai disimparato a contrattare e contratteranno a nostro danno. Questo pure non lo possiamo dimenticare e non immaginiamo certo che dei rappresentanti commerciali si trasformino in agnelli, e, divenuti agnelli, mettano a nostra disposizione gratuitamente ogni ben di Dio. Questo non accade mai, e non speriamo che possa accadere; pensiamo invece che, abituati a saper resistere, anche in questo campo ci dimostreremo capaci di commerciare, di guadagnare e di trovare una via d'uscita dalle difficili condizioni economiche. Si tratta di un problema tutt'altro che facile e alla sua soluzione stiamo lavorando. Vorrei che noi ci rendessimo ben conto del profondo abisso che separa i vecchi compiti dai nuovi. Per quanto profondo sia l'abisso, noi abbiamo imparato in guerra a saper manovrare e dobbiamo capire che la manovra che ci attende è la più difficile. Ma in compenso, a quanto pare, è l'ultima. Dobbiamo mettere qui alla prova le nostre forze e dimostrare di non aver soltanto imparato a memoria le nostre lezioni di ieri. Abbiamo ricominciato a studiare e continueremo a studiare fino ad ottenere un successo determinato e chiaro per tutti.
Ecco, in nome di questo nuovo studio, penso che ancora una volta dobbiamo dichiarare a noi stessi che, con la nuova politica economica, ci siamo, sì, ritirati, ma ritirati in modo da non cedere niente di nuovo e nello stesso tempo in modo da offrire ai capitalisti vantaggi tali da costringere qualunque Stato, per quanto avverso ci sia, a stabilire rapporti e a concludere affari con noi. Il compagno Krasin, che ha parlato più volte con Urquhart, con questo caporione e baluardo dell'intervento, ha detto che Urquhart, dopo tutti i tentativi di imporre ad ogni costo il vecchio orientamento in tutta la Russia, si mette allo stesso tavolo con lui, Krasin, e incomincia a dire: 'Quanto costa? Quanto ce n'è? E per quanti anni?'. Di qui alla conclusione di numerosi accordi di concessione ci corre ancora molto. Ci vuole ancora molto tempo prima che noi stabiliamo, in tal modo, rapporti contrattuali ben precisi, duraturi dal punto di vista della società borghese; però vediamo già ora che ci stiamo avvicinando a questo momento, ci siamo già quasi ma non siamo ancora giunti. Compagni, dobbiamo riconoscerlo e non montarci troppo la testa. Siamo ancora ben lungi dall'aver raggiunto completamente quel punto in cui saremo forti, indipendenti, convinti di non aver nulla da temere da qualsiasi accordo con i capitalisti, convinti che per quanto difficili possano essere determinate transazioni, le concluderemo ugualmente, dopo averle analizzate a fondo. Perciò il lavoro - sia politico sia di partito - che abbiamo iniziato in questo campo deve essere continuato, perciò occorre che dai vecchi metodi noi passiamo ai metodi del tutto nuovi.
Il nostro apparato è ancora quello vecchio, e il nostro compito attuale sta nel trasformarlo. Non possiamo farlo di colpo, ma dobbiamo impostare la questione in maniera che i comunisti di cui disponiamo siano messi nei posti più adatti. Bisogna che questi comunisti siano i padroni di quegli apparati che sono chiamati a dirigere e non ne diventino, come da noi spesso accade, gli schiavi. Inutile nascondere questo nostro peccato, meglio parlare apertamente. Ecco di fronte a quali problemi ci troviamo, di fronte a quali difficoltà, e questo proprio nel momento in cui abbiamo imboccato il cammino degli affari, in cui dobbiamo avvicinarci al socialismo non come a un'immagine sacra, dipinta a colori vistosi. Dobbiamo andare nella giusta direzione, dobbiamo sottoporre tutto a verifica; le masse e tutta la popolazione devono poter controllare la via che noi seguiamo e dire: 'Sì, questo è meglio del vecchio regime'. Ecco il compito che ci siamo proposti. Il nostro partito, un piccolo gruppo di persone in confronto a tutta la popolazione del paese, si è accinto a questo compito. Questo granellino si propone di trasformare tutto e tutto trasformerà. Abbiamo già dimostrato che non si tratta di un'utopia, ma di una cosa reale. Lo abbiamo visto tutti, e si tratta di qualcosa che è già stato fatto. Bisogna modificare lo stato di cose in modo che la maggioranza dei lavoratori, delle masse contadine e operaie, dica: 'Non siete voi che vi elogiate. Siamo noi che vi elogiamo e vi diciamo che avete raggiunto i migliori risultati possibili, dopo i quali nessun uomo di buon senso penserà mai di tornare all'antico'. Ma un tale stato di cose non l'abbiamo ancora.
Perciò la Nep continua a restare la parola d'ordine principale, urgente, esauriente, del momento. Non dimenticheremo nessuna delle parole d'ordine che abbiamo imparato ieri. Questo lo possiamo dire senza ombra di incertezza, tranquillamente, a chiunque, e ogni nostro passo lo dimostra. Ma dobbiamo ancora adattarci alla nuova politica economica. Tutti i suoi aspetti negativi, che non c'è bisogno di elencare perché voi li conoscete benissimo, li dovremo eliminare, ridurre a un minimo ben definito, organizzare tutto metodicamente. La nostra legislazione ci offre tutte le possibilità per questo. Sapremo impostare a dovere questo problema? Non lo sappiamo ancora, stiamo studiando la questione. Ogni numero del nostro giornale di partito vi offre una decina di articoli, nei quali è detto: in questa fabbrica, del tale fabbricante, ci sono queste condizioni di appalto, mentre dove il direttore è un nostro compagno comunista, le condizioni sono queste altre. Ci dà questo un guadagno, oppure no? Ne vale la pena? Abbiamo così toccato il punto nevralgico dei problemi quotidiani, e si tratta di una grandissima conquista. Il socialismo ormai non è più un problema del lontano futuro, o una specie di quadro astratto o di icona. Per quanto riguarda le icone, siamo ancora della nostra vecchia opinione, tutt'altro che buona. Abbiamo portato il socialismo sul terreno della vita quotidiana, e qui dobbiamo saperci districare. Ecco qual è il problema del giorno, il problema della nostra epoca. Permettetemi di concludere esprimendo la certezza che, per quanto difficile si presenti questo compito, per quanto nuovo sia in confronto al vecchio e nonostante le grandi difficoltà che farà sorgere, noi tutti insieme, non domani, ma nel corso di alcuni anni, lo adempiremo a qualunque costo, per far sì che la Russia della Nep si trasformi nella Russia socialista".160
Questo, pronunciato la sera del 20 novembre 1922 al plenum del Soviet di Mosca riunitosi in seduta congiunta con il plenum di tutti i soviet rionali della città, fu l'ultimo discorso pubblico di Lenin.
Il 16 dicembre un secondo attacco del male costringe Lenin a sospendere nuovamente il suo lavoro. A fine mese, non appena le sue condizioni manifestano un lieve miglioramento, Lenin fa richiesta di un segretario per poter dettare le sue lettere; e i medici, inoltre, lo autorizzano a leggere.
Tra il 2 e il 9 febbraio del 1923 Lenin detta l'articolo: "Meglio meno, ma meglio" in cui torna ad occuparsi dell'edificazione dello Stato.
"Per poter migliorare il nostro apparato statale, - vi si afferma - l'Ispezione operaia e contadina, a parer mio, non deve correr dietro alla quantità e non deve aver fretta. Finora abbiamo avuto così poco tempo per riflettere sulla qualità del nostro apparato statale e preoccuparcene, che sarebbe giusto dedicarsi con particolare sollecitudine alla seria preparazione di questo apparato e concentrare nell'Ispezione operaia e contadina materiale umano veramente moderno, cioè non inferiore ai migliori modelli dell'Europa occidentale. Certo, per una repubblica socialista questa condizione è troppo modesta, ma il primo lustro ci ha resi piuttosto diffidenti e scettici...
Riguardo all'apparato statale dobbiamo trarre dall'esperienza precedente la conclusione che sarebbe meglio andare più adagio.
Nell'apparato statale la situazione è a tal punto deplorevole, per non dire vergognosa, che dobbiamo innanzi tutto pensare seriamente al modo di combatterne i difetti, ricordando che questi difetti hanno le loro radici nel passato, che, sebbene abbattuto, non è stato superato, non è ancora una fase della cultura appartenente a un passato ormai remoto. Pongo qui il problema della cultura, proprio perché in questi problemi bisogna considerare come acquisito soltanto ciò che è entrato a far parte della cultura, della vita, ciò che è diventato un abito. E da noi si può dire che quanto di buono esiste nell'organizzazione sociale non è oggetto di profonda riflessione, non è compreso, sentito; è stato afferrato in fretta, non è stato messo alla prova e confermato dalla esperienza, non è stato consolidato, ecc. E non poteva certo essere altrimenti nel periodo della rivoluzione, e con un ritmo di sviluppo così vertiginoso che ci ha condotti in cinque anni dallo zarismo al regime sovietico.
Bisogna riflettere quando si è ancora in tempo. Bisogna compenetrarsi di salutare diffidenza verso ogni progresso troppo rapido, verso qualsiasi millanteria, ecc., bisogna pensare a controllare quei passi in avanti che proclamiamo ogni ora, che facciamo ogni minuto, e che ad ogni secondo si rivelano instabili, precari e non compresi. La cosa più nociva sarebbe qui la fretta. La cosa più nociva sarebbe partire dal presupposto che sappiamo pur qualcosa, oppure che disponiamo di un numero più o meno rilevante di elementi per costruire un apparato veramente nuovo che meriti veramente il nome di socialista, di sovietico, ecc.
Questo apparato da noi non esiste, e perfino gli elementi che abbiamo sono ridicolmente pochi; non dobbiamo dimenticare che per costruire questo apparato non bisogna risparmiare il tempo e che occorrono molti, moltissimi anni.
Di quali elementi disponiamo per costruire un tale apparato? Di due soltanto. In primo luogo, degli operai, impegnati nella lotta per il socialismo. Questi elementi non sono abbastanza istruiti. Essi vorrebbero darci un apparato migliore, ma non sanno come farlo, non possono farlo; non hanno finora potuto acquisire la cultura che è indispensabile per farlo. E la cultura è quel che occorre. L'irruenza, l'impeto, l'audacia o l'energia, o in generale qualità umane anche migliori, non servono a nulla. In secondo luogo, gli uomini che sanno, che sono istruiti, e che sanno insegnare, sono da noi, in confronto a tutti gli altri Stati, in numero esiguo sino al ridicolo...
Per rinnovare il nostro apparato dobbiamo a ogni costo porci il compito, in primo luogo, di imparare, in secondo luogo, di imparare; in terzo luogo, di imparare, e poi di controllare ciò che si è imparato, affinché la scienza non rimanga lettera morta o frase alla moda (come da noi, e non v'è nessuna ragione di nasconderlo, accade molto spesso); affinché la scienza diventi realmente carne della nostra carne, sangue del nostro sangue, affinché essa diventi in modo completo e reale parte integrante della nostra vita. In una parola, dobbiamo avanzare non le esigenze che avanza la borghesia dell'Europa occidentale, ma quelle che sono degne di un paese che si è posto il compito di divenire un paese socialista.
Conclusione di quanto è stato detto: noi dobbiamo far sì che l'Ispezione operaia e contadina, che è uno strumento per il miglioramento del nostro apparato, diventi un organismo veramente esemplare.
Per essere all'altezza del compito che le è affidato, l'Ispezione deve attenersi alla regola: misurare sette volte prima di tagliare.
Per costruire questo nuovo Commissariato del popolo è quindi necessario che effettivamente quanto vi è di meglio nel nostro regime sociale sia utilizzato con la massima cautela, riflessione e cognizione di causa.
È quindi necessario che i migliori elementi esistenti nel nostro regime sociale - cioè, innanzi tutto, gli operai d'avanguardia, e, in secondo luogo, gli elementi veramente istruiti, per i quali si può essere certi che non prenderanno nessuna parola per oro colato e non ne pronunceranno nessuna contraria alla loro coscienza - non indietreggino di fronte a qualsiasi difficoltà, non abbiamo paura di riconoscerla e di lottare per raggiungere il fine che si sono seriamente posti.
Da ormai cinque anni ci facciamo in quattro per migliorare il nostro apparato statale, ma è stato soltanto un tramestio inutile, che in cinque anni non ha dimostrato altro che di servire a nulla e di essere persino dannoso. Il tramestio ci dava l'impressione che si stesse lavorando, ma in realtà si ingorgavano i nostri uffici e i nostri cervelli.
Bisogna, infine, che le cose cambino.
Bisogna imporsi la regola: meglio pochi, ma buoni. Bisogna imporsi la regola: meglio avere un buon materiale umano fra due o anche fra tre anni piuttosto che lavorare affrettatamente, senza alcuna speranza di ottenerlo.
So che sarà difficile attenersi a queste regola e applicarla alla nostra realtà. So che la regola opposta si farà strada attraverso migliaia di spiragli. So che sarà necessario resistere energicamente, che bisognerà dimostrare una diabolica tenacia e che il lavoro in questo campo, almeno per i primi anni, sarà diabolicamente ingrato; tuttavia sono convinto che solo mediante questo lavoro potremo raggiungere il nostro scopo e che solo dopo averlo raggiunto creeremo una repubblica veramente degna di essere chiamata sovietica, socialista, ecc. ecc...
Diciamolo pure: il Commissariato del popolo per l'Ispezione operaia e contadina non gode ora di nessun prestigio. Tutti sanno che non esistono organismi peggio organizzati dell'Ispezione operaia e contadina e che, nelle condizioni attuali, è inutile pretendere qualcosa da questo Commissariato del popolo. Dobbiamo fermamente ricordarcene, se realmente ci proponiamo di formare nel corso di alcuni anni un organismo che, in primo luogo, dev'essere esemplare e, in secondo luogo, deve ispirare a tutti la più assoluta fiducia e, infine, dimostrare a tutti che abbiamo veramente giustificato il lavoro di un così alto organismo qual è la Commissione centrale di controllo. A parer mio, dobbiamo senz'altro, irrevocabilmente, respingere tutte le norme generali sul numero degli impiegati. Dobbiamo scegliere gli impiegati dell'Ispezione operaia e contadina in maniera del tutto particolare e basandoci esclusivamente su un esame severissimo. A che varrebbe, infatti, creare un Commissariato del popolo che lavori alla bell'e meglio, che non ispiri la minima fiducia e la cui parola non goda nemmeno di un'ombra di prestigio? Ritengo che evitare tutto questo sia il nostro compito più importante nel corso del lavoro di riordinamento che ci proponiamo di fare.
Gli operai che facciamo partecipare al lavoro come membri della Commissione centrale di controllo devono essere irreprensibili come comunisti, e penso che bisognerà istruirli per lungo tempo per insegnar loro i metodi e gli obiettivi del loro lavoro. Inoltre un determinato numero di impiegati della segreteria, che dovranno essere messi alla prova tre volte prima di essere assunti, dovrà cooperare a questo lavoro. Infine, i quadri che, in via d'eccezione, decideremo di nominare subito come funzionari dell'Ispezione operaia e contadina devono soddisfare le seguenti condizioni:
in primo luogo, devono essere presentati da parecchi comunisti;
in secondo luogo, devono sostenere un esame per provare che conoscono il nostro apparato statale;
in terzo luogo, devono sostenere un esame per dimostrare che conoscono i principi della nostra teoria sull'apparato statale, le basi della scienza dell'amministrazione, del disbrigo delle pratiche, ecc;
in quarto luogo, devono lavorare in stretto contatto coi membri della Commissione centrale di controllo e della loro segreteria, in modo da poter rispondere interamente del lavoro di tutto l'apparato.
So che questi requisiti presuppongono condizioni eccezionali e sono incline a temere che la maggioranza dei 'pratici' dell'Ispezione operaia e contadina dichiarerà inattuabili queste esigenze o se ne farà beffe. Ma io chiedo a qualsiasi attuale dirigente dell'Ispezione operaia e contadina o a chiunque abbia a che fare con essa di rispondermi in coscienza: qual è l'utilità pratica di un Commissariato del popolo come l'Ispezione operaia e contadina? Credo che la domanda lo aiuterà a trovare il senso della misura. O non vale la pena di occuparsi di riorganizzare - come si è fatto tante volte - un'impresa così disperata come l'Ispezione operaia e contadina, oppure bisogna realmente porsi il compito di creare in maniera lenta, difficile, insolita, e non senza ripetuti controlli, un qualcosa di veramente esemplare, capace di infondere rispetto a tutti, e non solo perché i gradi e i titoli lo richiedono.
Se non ci si vuole armare di pazienza, se non si vuole dedicare a questo lavoro alcuni anni, è meglio non accingervisi neppure...
In sostanza, la questione si pone nei seguenti termini:
O dimostriamo ora di aver appreso seriamente qualcosa sull'edificazione dello Stato (dovremmo pure avere imparato qualcosa in cinque anni!), oppure dimostriamo di non essere maturi, e allora non vale la pena di accingerci all'opera.
Credo che con il materiale umano di cui disponiamo non peccheremmo di immodestia se supponessimo di aver imparato abbastanza per poter creare sistematicamente ed ex novo almeno un Commissariato del popolo. È vero che questo Commissariato del popolo deve da solo dare una fisionomia a tutto il nostro apparato statale.
Bisogna bandire un concorso per due o più manuali sull'organizzazione del lavoro in generale, e del lavoro amministrativo in particolare...
Bisogna mandare alcune persone preparate e coscienziose in Germania o in Inghilterra per raccogliere le pubblicazioni esistenti e per studiare questo problema. Dico in Inghilterra, nel caso in cui non sia possibile mandarle in America o nel Canada.
Occorre nominare una commissione che prepari uno schema di programma di esami per coloro che vogliono entrare nell'Ispezione operaia e contadina, e anche per i candidati a membri della Commissione centrale di controllo.
Naturalmente, questi lavori e altri simili non intralceranno il lavoro né del commissario, né dei membri del collegio dell'Ispezione operaia e contadina, né della presidenza della Commissione centrale di controllo.
Parallelamente bisognerà nominare una commissione che proceda alla scelta dei candidati a membri della Commissione centrale di controllo. Spero che per queste mansioni troveremo un numero più che sufficiente di candidati, sia fra gli impiegati esperti di tutte le amministrazioni che fra gli studenti delle nostre scuole sovietiche. Non credo sarebbe giusto escludere a priori l'una o l'altra categoria. Probabilmente dovremo decidere di dare una composizione eterogenea a questo organismo, che deve assommare in sé molte qualità e requisiti diversi, sicché la compilazione dell'elenco dei candidati richiederà un lavoro molto serio. Per esempio, sarebbe soprattutto non desiderabile che il nuovo Commissariato del popolo fosse composto di gente di un solo tipo, di funzionari, diciamo, o ne fossero esclusi uomini con qualità di agitatori, o altri il cui tratto caratteristico è la comunicativa o la capacità di penetrare in ambienti che funzionari di questo tipo abitualmente non frequentano, ecc.
Credo che esprimerò meglio il mio pensiero se paragonerò il mio progetto con le organizzazioni di tipo accademico. I membri della Commissione centrale di controllo dovranno, sotto la guida della loro presidenza, studiare sistematicamente tutti gli incartamenti e i documenti dell'Ufficio politico. In pari tempo dovranno distribuire razionalmente il loro tempo fra le varie operazioni di controllo sul disbrigo degli affari nei nostri organismi, incominciando dai più piccoli per giungere fino ai massimi organismi statali. Infine farà parte del loro lavoro lo studio della teoria, cioè della teoria dell'organizzazione del lavoro a cui essi intendono dedicarsi e l'attività pratica sotto la guida di compagni anziani o di professori degli istituti superiori di organizzazioni del lavoro.
Ma credo sarà loro assolutamente impossibile limitarsi a questo lavoro accademico. Essi dovranno al tempo stesso prepararsi ad un lavoro che non mi periterei di definire addestramento alla caccia, non dirò degli imbroglioni, ma di qualcosa di simile, e escogitare speciali accorgimenti per non rivelare le proprie mosse e tener segreti i propri metodi, ecc...
Come è possibile fondere organismi di partito con organismi sovietici? Non c'è qui qualcosa di inammissibile?
Pongo questa domanda non a nome mio, ma a nome di coloro a cui ho accennato sopra, quando ho detto che da noi esistono dei burocrati non solo negli organismi sovietici, ma anche in quelli di partito. E perché mai non fonderli se gli interessi della causa lo esigono? Vi è forse qualcuno che non abbia avuto occasione di osservare che in un Commissariato del popolo come quello degli affari esteri questo è estremamente utile ed è stato praticato sin dall'inizio? L'Ufficio politico non discute forse da un punto di vista di partito una quantità di problemi piccoli e grandi circa le 'mosse' da noi compiute in risposta alle 'mosse' delle potenze estere, allo scopo di prevenirne, diciamo, le astuzie, per non dir di peggio? Questa fusione elastica di un organismo sovietico con un organismo di partito non è forse la sorgente della forza eccezionale della nostra politica? Penso che ciò che si è dimostrato utile, che si è affermato ed è ormai entrato nell'uso comune tanto da non sollevare più alcun dubbio, sarà almeno altrettanto opportuno (anzi credo sarà molto più opportuno) per tutto il nostro apparato statale. L'Ispezione operaia e contadina dovrà appunto occuparsi di tutto il nostro apparato statale, e la sua attività dovrà toccare tutti - senza eccezione - gli organismi statali sia locali che centrali, commerciali o puramente burocratici, educativi o di archivio, teatrali, ecc., in una parola, tutti, senza la più piccola esclusione.
Perché dunque, per un organismo con funzioni così ampie, il quale inoltre deve essere straordinariamente duttile nelle forme della sua attività, non ammettere un tipo particolare di fusione, cioè quella dell'organismo di controllo di partito con l'organismo di controllo sovietico?
Non vi vedrei nessun ostacolo. Credo inoltre che tale fusione sia la sola garanzia per la riuscita del lavoro...
Ci troviamo così, nel momento attuale, davanti alla domanda: saremo noi in grado di resistere con la nostra piccola e piccolissima produzione contadina, nelle nostre condizioni disastrose, fino a che i paesi capitalisti dell'Europa occidentale non avranno compiuto il loro sviluppo verso il socialismo? Ed essi tuttavia non lo compiono come ci attendevamo. Essi lo compiono non attraverso una 'maturazione' uniforme del socialismo, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni Stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo Stato vinto nella guerra imperialistica, unito allo sfruttamento di tutto l'Oriente. L'Oriente d'altra parte è entrato definitivamente nel movimento rivoluzionario appunto in seguito a questa prima guerra imperialistica, ed è stato trascinato definitivamente nel turbine generale del movimento rivoluzionario mondiale.
Quale tattica prescrive dunque tale situazione per il nostro paese? Evidentemente la seguente: dobbiamo essere estremamente cauti per poter conservare il nostro potere operaio, per poter mantenere sotto la sua autorità e sotto la sua guida i nostri piccoli e piccolissimi contadini. Dalla nostra parte c'è il vantaggio che tutto il mondo sta già passando a un movimento da cui dovrà nascere la rivoluzione socialista mondiale. Ma vi è anche lo svantaggio che gli imperialisti sono riusciti a scindere tutto il mondo in due campi, e che inoltre questa scissione si complica per il fatto che la Germania, paese capitalistico effettivamente sviluppato e colto, incontra estreme difficoltà per rimettersi in piedi. Tutte le potenze capitalistiche del cosiddetto Occidente la beccano e non le permettono di rialzarsi. E d'altra parte tutto l'Oriente, con le sue centinaia di milioni di lavoratori sfruttati e ridotti all'estremo limite della sopportazione, è messo in condizioni tali che le sue forze fisiche e materiali non possono essere messe a confronto con le forze fisiche materiali e militari di uno qualsiasi degli Stati più piccoli dell'Europa occidentale.
Possiamo noi salvarci dall'incombente conflitto con questi Stati imperialistici? Possiamo noi sperare che gli antagonismi e i conflitti interni fra i floridi Stati imperialistici dell'Occidente e i floridi Stati imperialistici dell'Oriente ci diano un periodo di tregua per la seconda volta come ce l'hanno dato la prima volta, allorché la campagna della controrivoluzione dell'Europa occidentale, volta ad appoggiare la controrivoluzione russa, fallì a causa delle contraddizioni esistenti nel campo dei controrivoluzionari d'Occidente e d'Oriente, nel campo degli sfruttatori orientali e degli sfruttatori occidentali, nel campo del Giappone e dell'America?
A questa domanda, io penso, dobbiamo rispondere che la soluzione dipende qui da troppe circostanze, e che l'esito di tutta la lotta in generale può essere previsto solo considerando che, in fin dei conti, il capitalismo stesso educa e addestra alla lotta l'enorme maggioranza della popolazione del globo.
L'esito della lotta dipende, in ultima analisi, dal fatto che la Russia, l'India, la Cina, ecc., costituiscono l'enorme maggioranza della popolazione. Ed è appunto questa maggioranza che negli ultimi anni, con una rapidità mai vista, è entrata in lotta per la propria liberazione, sicché in questo senso non può sorgere ombra di dubbio sul risultato finale della lotta mondiale. In questo senso la vittoria definitiva del socialismo è senza dubbio pienamente assicurata.
Ma quel che ci interessa non è l'ineluttabilità della vittoria finale del socialismo. Ci interessa la tattica alla quale dobbiamo attenerci noi, Partito comunista russo, noi, potere sovietico della Russia, per impedire agli Stati controrivoluzionari dell'Europa occidentale di schiacciarci.
Affinché ci sia possibile resistere sino al prossimo conflitto armato tra l'Occidente controrivoluzionario imperialistico e l'Oriente rivoluzionario e nazionalista, tra gli Stati più civili del mondo e gli Stati arretrati come quelli dell'Oriente, che peraltro costituiscono la maggioranza, è necessario che questa maggioranza faccia in tempo a diventare civile. Anche noi non abbiamo un grado sufficiente di civiltà per passare direttamente al socialismo, pur essendoci da noi le premesse politiche. Dobbiamo attenerci a questa tattica oppure attuare per la nostra salvezza la politica seguente:
Ci dobbiamo sforzare di costruire uno Stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, godano della fiducia dei contadini e con la più grande economia eliminino dai rapporti sociali ogni traccia di sperpero.
Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo da fare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista ed il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato. Non sarà questo il regno della grettezza contadina?
No. Se la classe operaia continuerà a dirigere i contadini, avremo la possibilità, gestendo il nostro Stato con la massima economia, di far sì che ogni più piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l'elettrificazione, l'estrazione idraulica della torba, a condurre al termine la centrale elettrica di Volkhov, ecc.
Questa e solo questa è la nostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all'altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, del ronzino dell'economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletario cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell'elettrificazione, della centrale elettrica di Volkhov, ecc.
Ecco come nella mia mente lego il piano generale del nostro lavoro, della nostra politica, della nostra tattica, della nostra strategia, con i compiti dell'Ispezione operaia e contadina riorganizzata. Ecco che cosa, secondo me, giustifica le cure eccezionali, l'attenzione eccezionale che noi dobbiamo dedicare all'Ispezione operaia e contadina ponendola su un piano eccezionalmente elevato, dandole un gruppo dirigente che abbia gli stessi diritti del Comitato centrale, ecc.
Tale giustificazione consiste nel fatto che soltanto epurando al massimo il nostro partito, riducendolo al massimo - il che è assolutamente necessario - saremo veramente in grado di resistere. Inoltre, saremo in grado di resistere non già restando al livello di un paese a piccola economia contadina, al livello di questa limitatezza generale, ma a un livello che immancabilmente si eleverà fino alla grande industria meccanica.
Ecco quali sono gli altri compiti che vorrei affidare alla nostra Ispezione operaia e contadina. Ecco perché progetto la fusione di un autorevolissimo organo dirigente del partito con un 'semplice' Commissariato del popolo".
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Precedentemente, negli appunti dettati tra il dicembre 1922 e il gennaio 1923, in previsione del XII congresso del partito bolscevico previsto per l'aprile del 1923 Lenin espone il suo pensiero su come rafforzare l'unità del partito ed evitarne la scissione, esprimendo il suo punto di vista anche sulla personalità di alcuni fra i massimi dirigenti del partito.
La struttura politica (partito e apparato). 23-XII-1922. "Consiglierei vivamente - suggerisce Lenin - di intraprendere a questo congresso una serie di mutamenti della nostra struttura politica.
Vorrei sottoporvi le considerazioni che ritengo più importanti.
In primo luogo propongo di elevare il numero dei membri del CC portandolo ad alcune decine o anche a un centinaio. Penso che, se non intraprendessimo una tale riforma, grandi pericoli minaccerebbero il nostro CC nel caso in cui il corso degli avvenimenti non ci fosse del tutto favorevole (cosa di cui non possiamo non tener conto).
Penso poi di sottoporre all'attenzione del congresso la proposta di dare, a certe condizioni, un carattere legislativo alle decisioni del Gosplan, andando così incontro, fino a un certo punto e a certe condizioni, al compagno Trotzki.
Per quel che riguarda il primo punto, cioè l'aumento del numero dei membri del CC, penso che ciò sia necessario e per elevare l'autorità del CC, e per lavorare seriamente al miglioramento del nostro apparato, e per evitare che conflitti di piccoli gruppi del CC possano avere un'importanza troppo sproporzionata per le sorti di tutto il partito.
Io penso che il nostro partito abbia il diritto di esigere dalla classe operaia 50-100 membri del CC e che possa ottenerli senza un eccessivo sforzo da parte di essa.
Una tale riforma aumenterebbe notevolmente la solidità del nostro partito e faciliterebbe la lotta che esso deve condurre in mezzo a Stati nemici e che, a mio parere, potrà e dovrà acuirsi fortemente nei prossimi anni. Io penso che la stabilità del nostro partito guadagnerebbe enormemente da un tale provvedimento".
Continuazione degli appunti. 24-XII-1922. "Per stabilità del Comitato centrale, di cui ho parlato sopra, intendo provvedimenti contro la scissione, nella misura in cui tali provvedimenti possano in generale essere presi ... il nostro partito si fonda su due classi, e sarebbe perciò possibile la sua instabilità, e inevitabile il suo crollo, se tra queste due classi non potesse sussistere un'intesa. In questo caso sarebbe inutile prendere questi o quei provvedimenti e in generale discutere sulla stabilità del nostro CC. Non ci sono provvedimenti, in questo caso, capaci di evitare la scissione. Ma spero che questo sia un avvenimento di un futuro troppo lontano e troppo inverosimile perché se ne debba parlare.
Intendo stabilità come garanzia contro la scissione nel prossimo avvenire, e ho l'intenzione di esporre qui una serie di considerazioni di natura puramente personale.
Io penso che, da questo punto di vista, fondamentali per la questione della stabilità siano certi membri del CC come Stalin e Trotzki. I rapporti tra loro, secondo me, rappresentano una buona metà del pericolo di quella scissione, che potrebbe essere evitata e ad evitare la quale, a mio parere, dovrebbe servire, tra l'altro l'aumento del numero dei membri del CC a 50 o a 100 persone.
Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D'altro canto, il compagno Trotzki come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del commissariato del popolo per i trasporti, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell'attuale CC, ma ha anche una eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi.
Queste due qualità dei due capi più eminenti dell'attuale CC possono eventualmente portare alla scissione, e se il nostro partito non prenderà misure per impedirla, la scissione può avvenire improvvisamente.
Non continuerò a caratterizzare gli altri membri del CC secondo le loro qualità personali. Ricordo soltanto che l'episodio di cui sono stati protagonisti nell'ottobre Zinoviev e Kamenev non fu certamente casuale, ma che d'altra parte non glielo si può ascrivere personalmente a colpa, così come il non bolscevismo a Trotzki.
Dei giovani membri del CC, voglio dire qualche parola su Bukharin e Piatakov. Sono queste, secondo me, le forze più eminenti (tra quelle più giovani), e riguardo a loro bisogna tener presente quanto segue: Bukharin non è soltanto un validissimo e importantissimo teorico del partito, ma è considerato anche, giustamente, il prediletto di tutto il partito, ma le sue concezioni teoriche solo con grandissima perplessità possono essere considerate pienamente marxiste, poiché in lui vi è qualcosa di scolastico (egli non ha mai appreso e, penso, mai compreso pienamente la dialettica)".
25-XII-1922. "Ed ora Pjatakov: è un uomo indubbiamente di grandissime volontà e di grandissime capacità, ma troppo attratto dal mondo amministrativo e dall'aspetto amministrativo dei problemi perché si possa contare su di lui per una seria questione politica.
Naturalmente, sia questa che quella osservazione sono fatte solo per il momento, nel presupposto che ambedue questi eminenti e devoti militanti trovino l'occasione di completare le proprie conoscenze e di eliminare la propria unilateralità".
4-I-1923. "(Aggiunta alla lettera del 24 dicembre 1922) Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell'ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell'impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotzki, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un'importanza decisiva".162
Questi appunti di Lenin, che oltre al citato paragrafo sulla struttura politica (partito e apparato), intervenivano anche sulle questioni relative all'allargamento delle competenze del Gosplan ed alla situazione della Georgia, costituiscono la "Lettera al Congresso" e si riferiscono alle considerazioni di Lenin relative ad un suo eventuale, possibile, intervento al XII congresso del PCR(b).
Quando Lenin, però, ebbe la certezza di non riuscire ad intervenire personalmente al congresso, vietò espressamente che la sua "Lettera al Congresso" fosse pubblicata. Evidentemente egli non intendeva rendere pubbliche queste sue considerazioni e valutazioni che, senza dubbio a proposito di Stalin, erano condizionate dal fatto che a causa della malattia non partecipava alla vita attiva di partito e veniva a conoscenza degli avvenimenti attraverso il racconto di terze persone. In ogni caso i giudizi di Lenin su Stalin riguardavano aspetti del suo carattere e non critiche di natura politica che invece rivolgeva a Trotzki, Bukharin, ecc. La vita e l'opera di Stalin hanno dimostrato che le preoccupazioni di Lenin non hanno avuto alcuna conseguenza pratica. Furono Trotzki e i trotzkisti a strumentalizzarle e a imbastire insieme alla reazione mondiale una campagna denigratoria con l'obiettivo controrivoluzionario di rovesciare Stalin e la direzione bolscevica e marxista-leninista del Partito e dello Stato sovietici.
I temi da essa trattati, così come tutte le altre idee che erano alla base della strategia leninista di costruzione del socialismo, furono comunque alla base della discussione e delle deliberazioni del XII congresso del PCR(b), il primo della storia bolscevica a svolgersi senza la partecipazione diretta di Lenin.
Dall'analisi della nuova politica economica e della sua applicazione, alla denuncia delle pericolose deviazioni della frazione di partito intente a sabotare il processo di edificazione socialista attraverso la creazione di un'artificiosa contrapposizione fra la classe operaia e le istituzioni sovietiche, così come tra il partito e lo Stato sovietico.
Affrontando i temi economici il congresso deliberò di proseguire con decisione sulla strada tracciata da Lenin, respingendo con fermezza ogni tentativo di opporsi e non applicare nella pratica la tesi leninista sull'industria pesante quale base materiale e tecnica indispensabile allo sviluppo del socialismo in Russia. In particolare venne respinta la proposta di Trotzki di chiudere, a causa della loro "scarsa redditività", i grandi stabilimenti industriali, fra i quali la "Putilov rossa", "Brjansk" ed altri ancora.
Trotzki si vide respingere dal XII congresso del PCR(b), anche la sua parola d'ordine sulla "dittatura dell'industria" totalmente contraria alla linea del partito, e che, se malauguratamente adottata, avrebbe significato la rottura della base sociale architrave della Rivoluzione, la fine dell'alleanza tra la classe operaia e i contadini poveri e medi e, con essa, la sconfitta del potere sovietico e il crollo dello Stato sovietico.
Il XII congresso bolscevico respinse anche le proposte di limitazione del monopolio del commercio estero presentate da Sokolnikov e Bukharin, così come quelle presentate da Krasin, di maggiori concessioni economiche da accordare ai paesi capitalistici in cambio di un aumento dei crediti.
Anche in ciò il congresso seguì le indicazioni di Lenin. In particolare sulla necessità di mantenere inalterato il monopolio del commercio estero, Lenin aveva espresso in modo netto il suo pensiero in una lettera indirizzata a Stalin, il 13 ottobre 1922, a seguito di una decisione presa dal plenum del CC bolscevico.
"La decisione della riunione plenaria del CC del 6 ottobre (verbale n. 7, p. 3) - scrive Lenin - instaura una riforma in apparenza poco importante e parziale: 'Applicare una serie di singole risoluzioni del Consiglio del lavoro e della difesa, autorizzanti temporaneamente l'importazione e l'esportazione per certe categorie di merci o per certe frontiere'. Ma di fatto ciò rappresenta un colpo portato al monopolio del commercio estero. Non è sorprendente che sia il compagno Sokolnikov che ha cercato di ottenerlo e lo ha ottenuto... Ciò che invece sorprende è il voto favorevole di persone che, senza aver richiesto un parere dettagliato di nessuno dei dirigenti dell'economia, sono favorevoli al monopolio sul piano dei principi.
Che significa la decisione presa?
Per le importazioni e le esportazioni vengono aperti degli uffici di acquisto. Il proprietario di un ufficio ha il diritto di acquistare e di vendere
unicamente delle merci appositamente designate.
Dov'è dunque il controllo? Dove sono dunque i mezzi del controllo?
Il lino costa in Russia 4 rubli e mezzo, e 14 rubli in Inghilterra. Abbiamo tutti letto nel
Capitale come il capitale si trasformi interamente e divenga più audace quando l'interesse e il profitto aumentino rapidamente. Tutti ricordano che il capitale è capace di arrivare rapidamente a rischiare la propria testa, come Marx ha riconosciuto molto tempo prima della guerra e dei suoi 'balzi'.
E adesso? Quale forza impedirà ai contadini e ai mercanti di concludere gli affari più vantaggiosi? Ricoprendo la Russia di una nuova rete di controllori? Cogliendo sul fatto il vicino di un ufficio di acquisto e dimostrando che il suo lino è stato venduto per l'esportazione clandestina?
I paradossi del compagno Sokolnikov sono sempre spiritosi, ma bisogna ugualmente distinguere i paradossi dalla dura verità.
Su una simile questione nessuna 'legalità' è possibile nella Russia contadina. Nessun paragone con il contrabbando in generale ('tanto - si dice - anche il contrabbando si svolge appieno contro il monopolio') è giustificato: una cosa è il contrabbandiere professionista alla frontiera, altra cosa sono
tutti i contadini, che difenderanno sempre se stessi e combatteranno contro il potere che cercherà di privarli del 'loro' profitto.
Non avendo avuto il tempo di sperimentare il regime di monopolio, che incomincia appena a darci i suoi milioni (e che ci darà decine di milioni e più), noi introduciamo il caos totale; abbattiamo quegli stessi puntelli che abbiamo appena cominciato a rafforzare.
Noi abbiamo cominciato a costruire un sistema: sia il monopolio del commercio estero, sia la cooperazione sono in fase di avvio. Tra un anno o due avremo alcuni risultati. Il guadagno ricavato dal commercio estero si misura in centinaia di punti in percentuale; noi
cominciamo ad ottenere milioni e decine di milioni. Abbiamo cominciato a creare società miste; abbiamo cominciato ad imparare a ricavare la metà del loro (favoloso) profitto. Si scorge già una certa prospettiva di solidissimi proventi per lo Stato. Ebbene, abbandoniamo ciò nella speranza dei diritti di dogana che non possono fornire nulla di appena paragonabile; abbandoniamo tutto ciò e corriamo dietro ad un miraggio!
La questione è stata sottoposta alla riunione plenaria in modo affrettato. Non c'è stato nulla di simile ad una discussione seria. Non v'è alcuna ragione di aver fretta. I dirigenti dell'economia cominciano soltanto adesso ad andare al fondo della questione. Decidere da un giorno all'altro su questioni importantissime della politica commerciale senza avere raccolto la documentazione, senza avere soppesato i
pro e i contro con relativi documenti e cifre: dov'è qui sia pure l'ombra di un atteggiamento giusto verso le cose? Delle persone stanche votano in pochi minuti, ed è tutto. Questioni politiche meno complesse sono state da noi soppesate più volte e risolte non di rado dopo qualche mese.
Mi dispiace moltissimo che la malattia mi abbia impedito di assistere alla riunione di questo giorno, e di essere obbligato a sollecitare adesso una certa deroga dalla regola.
Ma penso che la questione debba essere soppesata e studiata, e che la fretta sia nociva.
Propongo di aggiornare la soluzione di questo problema di due mesi, vale a dire alla prossima sessione plenaria; e nel frattempo di raccogliere
documenti, confrontati e verificati, sull'esperienza della nostra politica commerciale".163
Il 9 marzo 1923 un nuovo grave attacco apoplettico colpì Lenin provocando nel suo stato fisico danni purtroppo irreversibili. Il 12 maggio viene trasferito a Gorki per assicurargli al meglio le cure e il necessario, assoluto, riposo di cui necessitava.
Facendo appello a tutte le sue forze Lenin non mancò, fino all'ultimo suo anelito di vita, di dare il suo prezioso e insostituibile contributo al partito bolscevico nel mantenimento della sua unità e nella salvaguardia, in esso, dei principi e di una linea politica proletaria e rivoluzionaria saldamente ancorati al marxismo-leninismo.
Lenin si spense a Gorki alle 18 e 50 del 21 gennaio 1924. La sua morte giunse in un momento particolarmente delicato e cruciale del processo di costruzione del socialismo in Russia e dello scontro di classe tanto nella società sovietica, quanto all'interno del PCR(b).
Con la sua scomparsa si fece più pressante e "scoperta" l'azione degli elementi e delle frazioni antipartito. In particolare essi concentrarono i loro attacchi sul segretario generale del PCR(b), Stalin. Questo perché Stalin rappresentava l'ancora salda e fedele del leninismo e la guida sicura del partito sull'impervia, ma altresì esaltante, strada dell'edificazione socialista.
Con i metodi più subdoli e con la falsità tentarono di "conquistare" a sé il partito. Contravvenendo alla volontà di Lenin ed alla decisione del XII congresso del partito, resero pubblica la "Lettera al Congresso" di Lenin, spacciandola per il "Testamento" del leader bolscevico scomparso, cercando artatamente di contrapporre politicamente in maniera antagonista Lenin e Stalin.
Il XIII congresso del PCR(b) liquidò in modo netto e deciso questo tentativo ignobile, respingendo inoltre le dimissioni dalla carica di segretario generale che Stalin aveva presentato al congresso.
Nelle varie e più o meno acute fasi di lotta che condussero dentro e fuori il partito, gli elementi e i gruppi frazionistici riconobbero in Trotzki e nelle sue teorie il loro preciso punto di riferimento.
"Che cos'è il trotzkismo?" dirà Stalin nel suo discorso del 19 novembre 1924, pronunciato alla riunione plenaria del gruppo comunista del consiglio centrale dei sindacati dell'Unione Sovietica. "... In primo luogo. Il trotzkismo è la teoria della rivoluzione 'permanente'. E che cosa è la rivoluzione permanente nella concezione trotzkista? È la rivoluzione che non tiene conto dei contadini poveri quale forza rivoluzionaria. La rivoluzione 'permanente' di Trotzki vuol dire, come dice Lenin, 'scavalcare' il movimento contadino, 'giocare alla presa del potere'. Quale pericolo essa racchiude? Il pericolo che una simile rivoluzione, se ci si provasse a realizzarla, finirebbe con un immancabile fallimento, poiché essa staccherebbe dal proletariato russo il suo alleato, cioè i contadini poveri. Questo, appunto, spiega la lotta che i leninismo conduce contro il trotzkismo sin dal 1905...
In secondo luogo. Il trotzkismo è la mancanza di fiducia nello spirito bolscevico di partito, nel suo carattere monolitico, nella sua ostilità verso gli elementi opportunisti. Il trotkzismo nel campo organizzativo è la teoria della convivenza dei rivoluzionari con gli opportunisti, con i loro gruppi e gruppetti, in seno ad un unico partito...
In terzo luogo. Il trotzkismo è la sfiducia verso i capi bolscevichi, il tentativo di screditarli, di denigrarli. Non conosco nessuna corrente nel partito che possa stare a pari col trotzkismo in fatto di diffamazione dei capi del leninismo o degli organismi centrali del partito. Che cosa altro è, per esempio, il 'lusinghiero' giudizio di Trotzki su Lenin, da lui caratterizzato come uno 'sfruttatore professionale di ogni arretratezza nel movimento operaio russo'. Eppure questo non è ancora il giudizio più 'lusinghiero' di tutti i giudizi 'lusinghieri' di Trotzki...
Quale lezione bisogna trarne? La lezione è una sola: la collaborazione durevole dei leninisti con Trotzki è possibile a condizione che questi rinunci completamente al suo vecchio fardello, a condizione che egli aderisca completamente al leninismo...
Si vede, però, che questa lezione non ha giovato al trotzkismo. Il fatto è che il vecchio fardello del trotzkismo, nascosto nell'armadio nei giorni del movimento di Ottobre, viene ora di nuovo tirato fuori nella speranza di poterlo smerciare, visto che il nostro mercato si sta allargando...
Quali sono i tratti caratteristici del nuovo trotzkismo?
1)
Sulla rivoluzione 'permanente'. Il nuovo trotzkismo non ritiene necessario difendere a viso aperto la teoria della rivoluzione 'permanente'. Esso stabilisce 'semplicemente' che la Rivoluzione d'Ottobre ha del tutto confermato l'idea della rivoluzione 'permanente'. E ne trae la seguente conclusione: del leninismo è importante e accettabile ciò che è stato attuato dopo la guerra nel periodo della Rivoluzione d'Ottobre, e, al contrario, è sbagliato e inaccettabile ciò che è stato attuato prima della guerra, prima della Rivoluzione d'Ottobre. Di qui la teoria dei trotzkisti che scinde in due parti il leninismo: in leninismo anteguerra, leninismo 'vecchio', 'non valido', con la sua idea della dittatura del proletariato e dei contadini, e leninismo nuovo, del dopoguerra, dell'Ottobre, che si conta di poter adattare alle esigenze del trotzkismo. Questa teoria che scinde in due parti il leninismo è necessaria al trotzkismo come primo passo, più o meno 'accettabile', che deve poi facilitargli i passi successivi nella lotta contro il leninismo...
Bolscevismo e leninismo sono una cosa sola. Sono due denominazioni dello stesso oggetto. Perciò la teoria della scissione del leninismo in due parti è la teoria della distruzione del leninismo, la teoria della sostituzione del trotzkismo al leninismo.
Non occorre neppure dire che il partito non può accettare questa strana teoria.
2)
Sullo spirito di partito. Il vecchio trotzkismo cercava di insidiare lo spirito bolscevico di partito mediante la teoria (e la pratica) dell'unità coi menscevichi. Ma questa teoria ha fatto fallimento in modo così clamoroso, che ora non se ne vuole nemmeno più sentire parlare. Per insidiare lo spirito di partito, il trotzkismo attuale ha inventato una nuova teoria, meno clamorosa e quasi 'democratica': la contrapposizione dei vecchi quadri ai giovani membri del partito. Per il trotzkismo non esiste una storia unica e organica del nostro partito. Il trotzkismo divide la storia del nostro partito in due parti non equivalenti, quella ante-ottobre e quella post-ottobre... Là, i 'vecchi' quadri 'preistorici', poco importanti per il nostro partito; qui, il nuovo, il vero partito 'storico'. Ritengo superfluo dimostrare che questo originale schema della storia del partito è uno schema che mira a spezzarne l'unità fra i vecchi e i nuovi quadri del nostro partito, a distruggere lo spirito di partito bolscevico.
Non occorre neppure dire che il partito non può accettare questo strano schema.
3)
Sui capi bolscevichi. Il vecchio trotzkismo cercava di menomare il prestigio di Lenin più o meno apertamente, senza temere le conseguenze. Il nuovo trotzkismo agisce più prudentemente. Esso cerca di fare quel che faceva il vecchio trotzkismo, presentandosi però come esaltazione e incensamento di Lenin. Credo valga la pena di citare alcuni esempi.
Il partito conosce Lenin come un rivoluzionario inflessibile. Ma sa pure che Lenin era prudente, non amava gli esaltati e non di rado fermava, con mano decisa, coloro che si lasciavano trascinare ad atti di terrorismo, tra cui anche lo stesso Trotzki. Trotzki tocca questo tema sul suo libro
Su Lenin. Ma dalle sue parole risulta che Lenin non faceva altro che 'martellare ad ogni occasione propizia l'idea dell'inevitabilità del terrorismo'. Si crea così l'impressione che Lenin fosse il più sanguinario di tutti i sanguinari bolscevichi.
Perché ha avuto bisogno Trotzki di caricare le tinte in questo modo, di ricorrere a questo mezzo inutile e non giustificato?
Il partito conosce Lenin come un militante esemplare, che non ama risolvere i problemi da solo, senza un collegio di dirigenti, di colpo, senza accurati sondaggi e controlli. Trotzki tratta nel suo libro anche questo aspetto della questione. Però ne vien fuori non Lenin, ma una specie di mandarino cinese, che decide le questioni più importanti nella quiete del suo studio, per ispirazione...
Il partito conosce Lenin come il più grande marxista del nostro tempo, come teorico profondo ed espertissimo rivoluzionario, senza neppure l'ombra del blanquismo. Trotzki parla nel suo libro anche di questo aspetto della questione. Ma dalle sue parole esce fuori non il gigante Lenin, ma un nano blanquista, che consiglia al partito nelle giornate di Ottobre di 'prendere il potere con le proprie mani, indipendentemente dal Soviet e dietro le sue spalle'. Ma ho già detto che queste parole non corrispondono neppure di un iota alla realtà.
Che bisogno aveva Trotzki di questa scandalosa... inesattezza? Non vi è forse qui un tentativo di denigrare 'un pochino' Lenin?
Questi sono i tratti caratteristici del nuovo trotzkismo.
Quale pericolo racchiude il nuovo trotzkismo? Il pericolo di trasformarsi, per tutto il suo contenuto intrinseco, in centro e punto di raccolta degli elementi non proletari, che aspirano a indebolire, a disgregare la dittatura del proletariato.
E allora - chiederete voi - quali sono i compiti immediati del partito di fronte ai nuovi scritti di Trotzki?
Il trotzkismo opera adesso per menomare il prestigio del bolscevismo e scalzarne le basi. Il compito del partito è di sotterrare il trotzkismo in quanto corrente ideologica
...".164
Il 23 gennaio il feretro con le spoglie di Lenin viene trasferito da Gorki a Mosca e composto nella "Sala delle colonne" della Casa dei sindacati.
Per cinque giorni, in un flusso ininterrotto, centinaia di migliaia di operai, lavoratori e di comunisti moscoviti, russi e di altre nazioni, rendono omaggio e danno l'ultimo saluto a Lenin.
Essi rappresentano i milioni di operai, lavoratori e comunisti che in tutto il mondo esprimono il loro cordoglio e abbracciano idealmente il grande maestro del proletariato internazionale.
Il 27 gennaio alle ore 16 la bara con le spoglie di Lenin viene collocata nel Mausoleo, costruito in sua memoria, nella Piazza Rossa a Mosca.
"Era semplice e leale come tutte le cose che diceva" racconta lo scritture russo Maksim Gorki, ricordando Lenin. E continua: "Il suo eroismo, quasi interamente spoglio di sfarzo esterno, è l'abnegazione modesta, ascetica, non rara in Russia, dell'intellettuale rivoluzionario onesto, che crede profondamente nella possibilità di attuare la giustizia sociale sulla terra; è l'eroismo di chi ha rinunciato a tutte le gioie del mondo per lavorare duramente e conquistare agli uomini la felicità. Quello che ho scritto di lui subito dopo la sua morte l'ho buttato giù in uno stato di depressione, in fretta e male... Avrei dovuto cominciare dal congresso di Londra, quando Vladimir Ilic comparve dinanzi ai miei occhi limpidamente illuminato dai dubbi e dalla diffidenza di alcuni, dalla dichiarata ostilità e persino dall'odio di altri... Prima di allora non avevo mai incontrato Lenin...".
Quando salì alla tribuna Vladimir Ilic, prosegue Gorki, "... Mi sembrò che parlasse male, ma di lì a poco anch'io come tutti, ero 'dominato' dalle sue parole. Capii per la prima volta che anche i problemi politici più intricati si possono sempre esporre con la massima semplicità. L'oratore non cercava di tornire belle preposizioni, ma porgeva ogni parola svelandone con stupenda facilità il significato preciso. È molto difficile comunicare la straordinaria impressione suscitata dai suoi discorsi. La mano tesa in avanti e alquanto sollevata verso l'alto, il palmo che sembrava soppesare ogni parola, vagliando le frasi degli avversari, sostituendole con tesi convincenti, con la dimostrazione del diritto e del dovere della classe operaia di seguire la propria strada e di non mettersi a rimorchio o a lato della borghesia liberale: tutto questo era eccezionale, e a parlare non era un uomo, Lenin, ma la volontà stessa della storia. La densità, la concisione, la franchezza e l'energia delle sue parole, tutto il suo comportamento alla tribuna erano un'opera d'arte classica: non c'era cioè nessun fronzolo, niente di superfluo, o, se c'era, era impossibile notarlo, era altrettanto naturale e necessario quanto gli occhi sul viso dell'uomo o le cinque dita della mano. Lenin fu più breve degli oratori che l'avevano preceduto, ma l'impressione lasciata dalle sue parole fu molto più durevole. Non fui il solo a rendermene conto, dietro di me mormoravano con entusiasmo: - Ce ne mette di cose... Era la verità. Ogni tesi di Lenin si dispiegava di per sé, per forza propria... Nell'autunno del 1918 domandai a un operaio di Sormovo, Dimitri Pavlov, quale fosse, a suo giudizio, il tratto più singolare di Lenin. - La semplicità. È semplice come la verità.
La sua risposta mi sembrò meditata a fondo e da un pezzo. Com'è risaputo i giudici severi di un uomo sono le persone che lavorano con lui. Ma l'autista di Lenin, Ghil, uomo di grande esperienza, mi disse: - Lenin è particolare. Non ce ne sono come lui. Una volta lo conduco a Miasitskaia, c'è un gran traffico, cammino a stento, temo che mi rovinino la macchina, suono il clacson e vado su tutte le furie. Lui apre lo sportello e, rischiando di farsi travolgere, mi si accosta lungo il predellino, per dirmi: 'Ghil, vi prego, niente strepiti. Procedete come gli altri'. Io sono un vecchio autista e so bene che nessuno avrebbe fatto come lui. È difficile render conto della naturalezza e della duttilità con cui le diverse impressioni di Ilic si fondevano in un tutto organico. Il suo pensiero, come l'ago di una bussola, era sempre rivolto agli interessi di classe del popolo lavoratore... Parlava spesso della storia, ma non ho mai trovato nelle sue parole una venerazione feticistica per la volontà e per la forza della storia... Non ho mai incontrato un uomo che riuscisse a ridere in un modo così contagioso come Vladimir Ilic. Era strano vedere questo politico severo, realista, capace di sentire con tanta profondità le grandi tragedie sociali, intransigente e irremovibile nel suo odio per il mondo capitalistico, ridere infantilmente, farsi venire le lacrime, annegare nell'ilarità. Bisognava avere una grande e sana forza spirituale per ridere a quel modo...
... A Capri - continua Gorki - venne anche un 'secondo' Lenin, un compagno incantevole, allegro, instancabilmente interessato a tutte le cose della vita, eccezionalmente tenero con la gente... S'informò minuziosamente sulla vita dei pescatori di Capri, sui loro guadagni, sull'influenza dei preti, sulla scuola: la vastità dei suoi interessi non poté non meravigliarmi... Non riesco a concepire un altro uomo che, stando così in alto, abbia saputo resistere alla lusinga dell'ambizione e non abbia smarrito il suo interesse per gli 'uomini semplici'. In Lenin c'era una sorta di magnetismo che gli attirava i cuori e le simpatie dei lavoratori. Non parlava italiano, ma i pescatori di Capri, che avevano già conosciuto Scialipin e molti altri russi importanti, assegnarono d'istinto a Ilic un posto particolare. La risata di Lenin era affascinante, era la risata cordiale di un uomo, che, cogliendo alla perfezione la goffaggine della stupidità e le astuzie acrobatiche della ragione, riusciva tuttavia a godere dell'ingenuità infantile dei 'semplici di cuore'. Un vecchio pescatore, Giovanni Spadaro, disse di lui: - Così può ridere solo un uomo onesto.
Dondolandosi nella barca sull'onda azzurra e diafana come il cielo, Lenin imparava a pescare 'senza canna'. I pescatori gli spiegarono che bisognava tirar su nell'attimo in cui il dito sentiva tremare la lenza: - Così: drin-drin. Capisce?
Poco dopo catturò un pesce, lo tirò su e gridò con l'entusiasmo di un ragazzo e la passione di un pescatore: Ah, ah! Drin-drin!
I pescatori scoppiarono anch'essi in una risata assordante e gioiosa, come bambini, e gli misero nome: 'Signor drin-drin'. Quando Ilic ripartì continuarono a domandarmi: - Come sta il signor Drin-drin? Lo zar non lo prenderà, no?!...
La vita è organizzata con un'arte così diabolica che, se non si sa odiare, è impossibile amare sinceramente. Già questa sola necessità, di sdoppiare l'anima, che snatura profondamente l'uomo, l'esigenza di amare attraverso l'odio, condanna la vita di oggi alla distruzione. In Russia, in un paese cioè dove la sofferenza è considerata un mezzo universale 'per salvare l'anima', non ho mai incontrato o conosciuto un uomo che sentisse con la profondità e l'energia di Lenin odio, disgusto e disprezzo per l'infelicità, per il dolore e la sofferenza. Secondo me, questi sentimenti, quest'odio per i drammi e le tragedie della vita, pongono molto in alto Vladimir Ilic, nato in un paese dove per santificare ed esaltare la sofferenza si sono composti i vangeli più belli, dove i giovani imparano a vivere su libri infarciti di descrizioni, sostanzialmente monotone, dei piccoli drammi quotidiani. La letteratura russa è la più pessimistica d'Europa; i nostri libri vertono tutti sullo stesso tema del dolore: da ragazzi e in età adulta soffriamo per carenza di ragione, perché l'autocrazia ci opprime, per le donne, per l'amore del prossimo, per il disordine dell'universo; da vecchi soffriamo per gli errori commessi, per la mancanza di denti, per i disordini della digestione e per la necessità di morire. Ogni russo, che per motivi politici abbia trascorso un mese in prigione o un anno al confino, ritiene che sia suo sacrosanto dovere far dono alla Russia di un memoriale delle sue sofferenze. Ma nessuno, fino ad oggi, ha mai pensato di scrivere un libro sulle proprie gioie. Dato che i russi sono abituati a inventare una propria vita, ma sono incapaci di realizzarla, con ogni probabilità un libro sulla felicità li indurrebbe a ideare una vita felice. Per me in Lenin era eccezionalmente grande proprio questo sentimento di odio implacabile e inestinguibile per le sofferenze degli uomini, la sua viva convinzione che l'infelicità non è il fondamento ineliminabile dell'essere, ma un'infamia che gli uomini possono e devono distruggere. Definirei ottimismo militante del materialista questo tratto essenziale del suo carattere. Fu esso ad attirarmi verso quest'uomo, Uomo con la maiuscola.
... Quando nel 1917, rientrato in Russia, Lenin pubblicò le sue 'tesi', pensai che sacrificasse ai contadini l'esercito sparuto ma eroico degli operai politicamente consapevoli e degli intellettuali sinceramente rivoluzionari. Quest'unica forza attiva sarebbe stata gettata, come una manciata di sale, nell'insipida palude delle campagne e si sarebbe dissolta senza mutare lo spirito, la vita, la storia del popolo russo. Gli scienziati e i tecnici erano, a mio avviso, rivoluzionari nella sostanza e, insieme con l'intellettualità operaia, socialista, costituivano per me la forza più preziosa accumulata dal nostro paese. Nella Russia del 1917 non vedevo chi altro potesse prendere il potere e organizzare le campagne. Ma quella forza, numericamente esigua e dilaniata dai contrasti, avrebbe potuto assolvere la sua funzione solo a patto di realizzare una solida unità interna. Il suo compito era grandioso: trionfare sull'anarchia della campagna, educare la volontà dei mugik, insegnargli a lavorare razionalmente, trasformare la sua economia e quindi far progredire con rapidità il paese. Tutti questi obiettivi potevano essere raggiunti solo a condizione di sottomettere gli istinti nella campagna alla ragione organizzata della città. A mio giudizio, la rivoluzione doveva proporsi anzitutto di creare le condizioni per assecondare lo sviluppo delle energie culturali del paese. A tal fine decisi di organizzare a Capri una scuola operaia e negli anni della reazione, dal 1907 al 1913, cercai con ogni mezzo, nei limiti delle mie capacità, di tenere alto il morale degli operai... Le mie divergenze con i comunisti riguardavano il giudizio da formulare sulla funzione degli intellettuali nella rivoluzione russa, preparata in realtà da quegli intellettuali, tra cui rientravano tutti i 'bolscevichi', che avevano educato centinaia di operai all'eroismo sociale, e alla ricerca teorica. Gli intellettuali russi, scienziati e operai, erano, sono e saranno ancora per molto tempo l'unico cavallo da tiro attaccato al pesante carro della storia russa. A dispetto degli impulsi e delle sollecitazioni subite, la ragione delle masse popolari resta ancora una forza che deve essere diretta dall'esterno. Così pensavo - e così sbagliavo - tredici anni or sono. Avrei dovuto cancellare questa pagina dei miei ricordi. Ma, come si dice, 'quel che è scritto con la penna non si può tagliare con l'accetta'. E, inoltre, 'sbagliando si impara', come soleva ripetere Vladimir Ilic. I lettori devono conoscere il mio errore. E sarebbe una fortuna, se potesse servire di lezione a quelli che si affrettano a trarre conclusioni dalle proprie esperienze.
... Il lavoro dei capi onesti del popolo è inumanamente difficile. E la resistenza alla rivoluzione capeggiata da Lenin fu organizzata con larghezza di mezzi... Molto si è detto e scritto sulla crudeltà di Lenin. Beninteso, non sarò così ridicolmente insensibile da difenderlo contro la menzogna e la calunnia. So bene che la menzogna e la calunnia sono un metodo politico legittimo dei piccolo-borghesi, un normale metodo di lotta contro l'avversario. Tra i grandi uomini di questo mondo a stento se ne troverà uno solo che non abbiano tentato di infangare. È un fatto risaputo... L'odio della borghesia di tutto il mondo per Lenin è di un'evidenza palmare e disgustosa, le macchie azzurrastre e pestifere di quest'odio balenano, dappertutto. Tale sentimento, già di per sé, ci mostra quanto sia stato grande e terribile agli occhi della borghesia internazionale Vladimir Lenin, ispiratore e capo dei proletari di tutti i paesi. Ilic non esiste più fisicamente, ma la sua voce risuona sempre più alta e vittoriosa per i lavoratori di tutto il mondo, e ormai non c'è un solo angolo della terra in cui questa voce non ridesti il popolo lavoratore, chiamandolo alla rivoluzione, a una nuova vita, all'edificazione di un mondo di uguali. I discepoli di Lenin, eredi della sua forza, portano avanti la sua causa con fermezza, energia, successo. Ero rapito dall'ardente volontà di vita e dall'odio attivo di Lenin per le infamie dell'esistenza, ammiravo la passione giovanile che immetteva in qualsiasi cosa. Mi sbalordiva la sua sovrumana capacità di lavorare. I suoi movimenti erano agili e lieve il suo gesto sobrio, ma forte, s'accordava appieno col suo eloquio, parco di parole e denso di idee. Sul suo viso mongolico brillavano gli occhi acuti di chi lotta instancabilmente contro la menzogna e il dolore dell'esistenza: i suoi occhi splendevano, ammiccando, socchiudendosi, sorridendo ironicamente o sfavillando d'ira. Il lampo dello sguardo rendeva più roventi e più chiare le sue parole. A volte sembrava che l'indomita energia del suo spirito sprizzasse scintillando dagli occhi e che le parole brillassero nell'aria. Il suo modo di parlare suscitava sempre la sensazione fisica di una verità incontestabile... La passione era una caratteristica del suo temperamento, ma non era la passione interessata del giocatore. Essa rivelava in Lenin quell'eccezionale baldanza spirituale, che è propria di chi creda incrollabilmente nella sua vocazione, di chi si senta legato al mondo con vincoli profondi e molteplici, di chi abbia compreso la sua funzione nel caos dell'universo, la sua funzione di nemico del caos. Lenin sapeva con la stessa passione giocare a scacchi, esaminare una qualsiasi 'storia del costume', discutere per ore con un compagno, andare a pesca, percorrere i pietrosi sentieri di Capri, arroventati dal sole meridionale, ammirare i fiori dorati delle ginestre e i bimbi sudici dei pescatori. Di sera, ascoltando qualche storia sulla Russia e sui contadini, sospirava con invidia: - Eh, conosco poco la Russia. Simbirsk, Kazan, Pietroburgo, il confino: tutto qui.
Apprezzava le storie buffe e rideva con tutto il corpo, 'inondandosi' realmente d'ilarità, a volte fino alle lacrime. Al suo caratteristico e rapido 'ehm, ehm!' sapeva infondere una gamma infinita di sfumature, dall'ironia più caustica fino al dubbio più cauto, e spesso nel suo 'ehm, ehm' risuonava un umorismo arguto, di cui è capace solo un uomo molto intelligente, che conosca bene le diaboliche assurdità della vita. Tarchiato, robusto, con il cranio di Socrate e lo sguardo penetrante, egli assumeva spesso una posa strana e un po' comica: rovesciava la testa all'indietro e, piegandola verso la spalla, si infilava le dita nel gilè, sotto le ascelle. In questa posa c'era un che di tenero e buffo, come un'aria da gallo vittorioso. In quei momenti tutta la sua fisionomia si illuminava di gioia: egli era un grande fanciullo di questo mondo maledetto, un uomo meraviglioso, chiamato a sacrificarsi all'inimicizia e all'odio per far trionfare l'amore. Prima del 1918, prima del vile e infame attentato, non l'avevo più incontrato in Russia e nemmeno visto da lontano. Andai a trovarlo quando ancora muoveva a fatica il braccio e il collo ferito. In risposta alla mia indignazione, replicò di malavoglia, come parlando di un tema fastidioso: - È la lotta. Che farci? Ognuno agisce come può.
Il nostro incontro fu molto amichevole, ma naturalmente gli occhi penetranti e indagatori del caro Ilic guardavano me, lo 'smarrito' con evidente compassione. Dopo qualche istante Lenin disse: - Chi non è con noi è contro di noi. La gente indipendente dalla storia è pura e semplice fantasia. Se è mai esistita la gente di questo tipo, oggi non c'è più e non ci può essere. Nessuno ne ha bisogno. Noi tutti, fino all'ultimo, siamo coinvolti nel turbine di una realtà intricata come non mai. Dite che semplifico troppo la vita? Che questa semplificazione minaccia di morte la cultura, no?
Poi se ne uscì col suo ironico e caratteristico: 'Ehm, ehm!' Il suo sguardo si fece ancora più acuto, ed egli, abbassando la voce, continuò: - E, secondo voi, milioni di contadini col fucile in pugno non sono una minaccia per la cultura? Credete davvero che l'Assemblea costituente avrebbe avuto ragione della loro anarchia? Voi che fate tanto chiasso sull'anarchia della campagna dovreste capire meglio degli altri il nostro lavoro! Alle masse russe bisogna presentare qualcosa di molto semplice, che la loro intelligenza riesca ad afferrare. I Soviet e il comunismo: ecco una cosa semplice! - L'alleanza degli operai e degli intellettuali? - si domandò. - Certo, non è male. Dite agli intellettuali che ci seguano. Credete davvero che servano sinceramente gli interessi della giustizia? E allora qual è il punto? Prego, venite con noi: noi ci siamo assunti il compito gigantesco di far alzare in piedi il popolo, di dire al mondo tutta la verità sulla vita; noi indichiamo ai popoli l'unica strada che può condurli verso una vita umana, emancipandoli dalla schiavitù, dalla miseria e dall'umiliazione. Rise e aggiunse senza risentimento: - Tutto questo mi ha procurato una pallottola da parte degli intellettuali! Poi, quando l'atmosfera del colloquio ritornò alla normalità, disse con dispetto e tristezza: - Nego forse che gli intellettuali ci sono necessari? Ma lo vedete voi stesso come ci sono ostili e come non riescano a capire le esigenze del momento attuale. Non si rendono conto che senza di noi sono impotenti e non potranno mai raggiungere le masse. Sarà colpa loro, se romperemo troppe pentole!
I colloqui su questo tema si rinnovarono ad ogni nostro incontro, o quasi. E, benché a parole il suo atteggiamento verso gli intellettuali restasse diffidente e ostile, in realtà Lenin valutò sempre giustamente l'apporto dell'energia intellettuale al processo rivoluzionario, finendo per accettare che, in sostanza, la rivoluzione era un'esplosione di quella energia che non riusciva a trovare nelle anguste condizioni del passato la possibilità di dispiegarsi liberamente... Uomo dalla volontà eccezionalmente forte, Lenin possedeva in sommo grado le qualità tipiche della migliore intellettualità russa e, soprattutto, la capacità di rinuncia, che si tramutava spesso in mortificazione e mutilazione personale, nei chiodi di Rakhmetov, nella negazione dell'arte, nella logica di un eroe di Leonid Andreev. 'Gli uomini vivono male, e quindi anch'io devo viver male'. Nel 1919, duro anno di carestia, Lenin si vergognava di mangiare le vivande che i compagni, i soldati e i contadini gli mandavano dalla provincia. Quando nel suo scomodo appartamento arrivavano i pacchi, Ilic aggrottava la fronte, era impacciato e si affrettava a distribuire la farina, lo zucchero e il burro ai compagni infermi o denutriti. Una volta, invitandomi a pranzo, mi disse: - Vi farò gustare del pesce affumicato. Me l'hanno mandato da Astrakan. Poi, corrugando la fronte socratica e guardando da una parte con gli occhi penetranti, aggiunse: - Mi mandano la regalia come fossi un padrone! Come estirpare quest'abitudine? Se si rifiuta, si offendono! E tutti intorno fanno la fame.
Era sobrio, non aveva il vizio del vino o del tabacco, era immerso dalla mattina alla sera in un lavoro duro e complesso, non riusciva a occuparsi di sé, ma sorvegliava con occhio attento la vita dei compagni. Seduto al tavolo del suo studio, scriveva in fretta e, senza staccare la penna dal foglio, mi disse: - Buongiorno, come va la salute? Sto per finire. C'è un compagno, in provincia, che si annoia. Senza dubbio è stanco. Bisogna confortarlo. Eh, il morale non è cosa da poco!
Un'altra volta, a Mosca, andai a trovarlo. Lenin mi domandò: - Avete pranzato? - Sì. - Non mentite, eh? - Ho i testimoni. Ho pranzato alla mensa del Cremlino - Ho sentito dire che cucinano male. - Non male, ma potrebbero far meglio. Volle conoscere subito tutti i particolari. Poi cominciò a brontolare con collera: - Ma come, non riescono a trovare un cuoco più capace? La gente lavora letteralmente da buttare sangue, e bisogna nutrirla bene, in abbondanza. So bene che i viveri scarseggiano e non sono buoni, ma proprio per questo è necessario un cuoco molto esperto... Un giorno andai da lui e vidi sul tavolo un volume di 'Guerra e pace'. - Sì, è Tolstoj! Volevo rileggere la scena della caccia, ma poi m'è venuto in mente che dovevo scrivere a un compagno. Non ho assolutamente tempo di leggere. Solo ieri notte ho finito il vostro libretto su Tolstoj. Sorridendo con gli occhi socchiusi, si distese comodamente nella poltrona e, abbassando la voce, soggiunse in fretta: - Che macigno, eh? Un uomo completo! Quello sì, amico mio, è un artista. Ma sapete qual è la cosa più strabiliante? Prima di questo conte, nella letteratura non esisteva il vero mugik. Poi, guardandomi con gli occhi socchiusi, mi domandò: - Chi in Europa può stargli alla pari? E rispose: - Nessuno. Si stropicciò le mani e sorrise soddisfatto. Spesso ho notato in Ilic questa fierezza per l'arte russa. A volte questo tratto mi sembrava in lui singolarmente inopportuno e persino ingenuo, ma in seguito ho imparato a cogliervi l'eco di un amore profondamente intimo e gioioso per il popolo lavoratore. A Capri, mentre osservava i pescatori che dipanavano con cautela le reti ingarbugliate e lacerate da un pescecane, notò: - I nostri lavorano più in fretta. Ma, poiché esprimevo qualche dubbio in proposito, non senza stizza rispose: - Ehm, ehm, a forza di vivere su questo bernoccolo, non finirete per dimenticare la Russia?... Una sera, a Mosca, ascoltando in casa di E.P. Pieshkova alcune sonate di Beethoven, nell'esecuzione di Isai Dobrovein, Ilic disse: - Non c'è niente di più bello dell''Appassionata'. L'ascolterei ogni giorno. È una musica stupenda, sovrumana. Penso sempre con orgoglio, e forse, con ingenuità: ecco i miracoli di cui son capaci gli uomini! Poi, socchiusi gli occhi, aggiunse un sorriso malinconico: - Ma non posso ascoltare spesso la musica, agisce sui miei nervi, mi vien voglia di dire stupidaggini e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, riescono a creare tanta bellezza. Ma oggi bisogna picchiare sulle teste, picchiare senza pietà, anche se sul piano ideale siamo contrari a ogni violenza. Ehm, ehm, è un dovere diabolicamente complicato!
... Ho già parlato del suo atteggiamento assolutamente eccezionale verso i compagni, della sua premura che riusciva a intuire persino i particolari sgradevoli della loro esistenza. Ma in quel sentimento non ho mai potuto scorgere l'attenzione interessata che a volte un padrone intelligente rivela per i lavoratori onesti e capaci. No, la sua era l'attenzione cordiale di un vero compagno, un sentimento d'affetto da pari a pari. So bene che è impossibile mettere un segno di uguaglianza tra Vladimir Ilic e i dirigenti più autorevoli del partito, ma lui stesso sembrava ignorare, o meglio voleva ignorare, questo fatto. Era tagliente quando discuteva, derideva implacabilmente gli interlocutori e a volte era persino velenoso nel suo sarcasmo, questo è vero. Ma quante volte nei giudizi su qualcuno che il giorno prima aveva 'disfatto' e messo in croce sentivo echeggiare una nota di sincera ammirazione per il suo talento e per il suo coraggio morale, per il lavoro duro e ostinato svolto nelle infernali condizioni del 1918-1921, tra spie di ogni paese e di ogni partito, tra complotti che si trasformavano in ascessi purulenti su corpo del paese sfinito dalla guerra. I compagni lavoravano senza riposo, mangiavano poco e male, vivevano continuamente in stato di allarme. Ma lo stesso Lenin sembrava non sentire la durezza di quelle condizioni e l'ansietà di quel mondo sconvolto nelle sue radici più profonde dalla bufera sanguinosa della guerra civile.
... Sì l'ho udito spesso elogiare i compagni. Persino di quelli che, stando alle voci, non godevano della sua simpatia personale, parlava sempre con equilibrio. Fui stupito dal giudizio molto positivo che formulò sulle capacità organizzative di L.D. Trotzki. Vladimir Ilic si avvide con mia meraviglia... quello che è vero, è vero!... Dopo una pausa, aggiunse con tono più sommesso e triste: - Tuttavia, non è dei nostri! Sta con noi, ma non è dei nostri. È ambizioso. C'è in lui qualcosa di negativo, gli viene da Lassalle... Il suo atteggiamento verso di me era quello del maestro severo e dell''amico premuroso' e buono. - Siete un tipo enigmatico - mi disse una volta scherzosamente. - In letteratura siete un buon realista, ma con la gente siete un romantico. Per voi tutti sono vittime della storia. Noi conosciamo la storia e diciamo alle vittime: abbattete gli altari, distruggete i templi, abbasso le divinità! Ma voi volete persuadermi che il partito rivoluzionario della classe operaia è tenuto anzitutto a sistemare comodamente gli intellettuali. Forse sbaglio, ma credo che a Vladimir Ilic piacesse conversare con me. Lasciandomi, diceva quasi sempre: - Venite, datemi un colpo di telefono, parleremo un po'. Una volta aggiunse: - È sempre interessante parlare con voi; le vostre esperienze sono molto varie e ricche. Mi interrogò sugli umori degli intellettuali, in particolare degli scienziati; a quel tempo lavoravo alla Commissione per il miglioramento delle condizioni di vita degli scienziati. Si interessò inoltre della letteratura proletaria: - Che vi aspettate da questa letteratura? Risposi che mi aspettavo molto, ma che ritenevo assolutamente necessario organizzare una scuola superiore di letteratura, con corsi di linguistica, con cattedra di lingue straniere (occidentali e orientali), di folklore, di storia della letteratura universale e di letteratura russa in particolare. - Ehm, ehm - disse socchiudendo gli occhi e ridacchiando. - Ampio e accecante! Non ho niente in contrario per l'ampiezza, ma se dovesse accecarci? Non abbiamo professori nostri in questo campo, e quindi la storia l'insegneranno i professori borghesi. No, adesso non possiamo farlo. Bisogna aspettare tre o cinque anni!... Era un russo che era vissuto a lungo fuori dalla Russia e aveva studiato attentamente il suo paese. Da lontano la Russia sembrava più smerigliante e più viva. Egli aveva valutato esattamente le energie potenziali del nostro paese, l'eccezionale talento del popolo, ancora debolmente espresso, non ridestato a causa della sua storia difficile e tormentata, ma tuttavia visibile e, sullo sfondo oscuro della fantastica vita russa, risplendente di stelle dorate. Vladimir Ilic, grande e vero uomo della nostra terra, è morto. La sua morte ha colpito al cuore dolorosamente tutti coloro che lo conoscevano. Ma il nero segno della morte sottolinea in modo ancor più nitido davanti a tutto il mondo il valore di Lenin, il suo valore di capo del popolo lavoratore di tutti i paesi. E, se la nube di odio, di menzogna e di calunnia, addensatasi intorno al suo nome, fosse anche più fitta, conterebbe poco: non c'è forza che possa offuscare la fiaccola issata da Lenin sulle tenebre soffocanti del mondo impazzito. Non è mai esistito un uomo che, come Lenin, abbia meritato sulla terra eterna memoria. Vladimir Ilic è morto. Gli eredi della sua ragione e della sua volontà sono vivi. Sono vivi e lavorano con tale successo come nessuno, mai, in nessun luogo ha lavorato''.165
Oggi più che mai è indispensabile per i marxisti-leninisti rifarsi alle parole pronunciate da Stalin nel discorso che egli tenne il 26 gennaio 1924 alla Seduta funebre del II congresso dei Soviet dell'URSS in morte di Lenin: "Noi comunisti - disse Stalin nell'occasione - siamo gente di una fattura particolare. Siamo fatti di una materia speciale. Siamo coloro che formano l'esercito del grande stratega proletario, l'esercito del compagno Lenin. Nulla è più elevato dell'onore di appartenere a questo esercito. Nulla è più elevato dell'appellativo di membro del partito che è stato fondato e diretto dal compagno Lenin. Non a tutti è dato essere membri di un tale partito. Non a tutti è dato sopportare i rovesci e le tempeste che l'appartenenza a un tale partito comporta. I figli della classe operaia, i figli del bisogno e della lotta, i figli delle privazioni inimmaginabili e degli sforzi eroici: ecco coloro che, innanzitutto, debbono appartenere a un tale partito. Ecco perché il partito dei leninisti, il partito dei comunisti, si chiama al tempo stesso partito della classe operaia...
Grave, insopportabile è la sorte della classe operaia. Penose e gravi le sofferenze dei lavoratori. Schiavi e schiavisti, servi e signori, contadini e proprietari fondiari, operai e capitalisti, oppressi e oppressori: così attraverso i secoli si fece il mondo, così è ancora nella più gran parte dei paesi. Decine e centinaia di volte, nel corso dei secoli, i lavoratori tentarono di scrollare dalle loro spalle il giogo degli oppressori e diventare padroni dei propri destini. Ma ogni volta, sconfitti e avviliti, furono costretti a retrocedere, serbando nell'anima l'onta e l'offesa, l'odio e lo scoraggiamento e volgendo gli occhi al cielo ignoto, dove speravano trovare la salvezza. Le catene della schiavitù rimanevano ben salde, oppure le vecchie catene erano sostituite da catene nuove, altrettanto pesanti e avvilenti. Solo nel nostro paese le masse lavoratrici oppresse e schiacciate sono riuscite a scrollare dalle loro spalle il dominio dei latifondisti e dei capitalisti e a instaurare al suo posto il dominio degli operai e dei contadini. Voi sapete, compagni, e il mondo intero oggi lo riconosce, che questa lotta gigantesca è stata guidata da Lenin e dal suo partito. La grandezza di Lenin sta innanzitutto nel fatto che egli, creando la Repubblica dei Soviet, ha mostrato con ciò praticamente alle masse oppresse del popolo intero che la speranza della liberazione non è perduta, che il dominio dei capitalisti e dei proprietari fondiari non durerà più a lungo, che il regno del lavoro
può essere creato con le forze degli stessi lavoratori, che il regno del lavoro si deve creare sulla terra e non in cielo. In questo modo egli ha acceso nel cuore degli operai e dei contadini di tutto il mondo la speranza nella liberazione. Così si spiega perché il nome di Lenin è divenuto il nome più amato dalle masse lavoratrici e sfruttate...
La dittatura del proletariato è stata creata nel nostro paese sulla base dell'alleanza degli operai e dei contadini. Questa è la base prima ed essenziale della Repubblica dei Soviet. Senza questa alleanza, gli operai e i contadini non avrebbero potuto vincere i capitalisti e i proprietari fondiari. Gli operai non avrebbero potuto battere i capitalisti senza l'appoggio dei contadini. I contadini non avrebbero potuto battere i proprietari fondiari se non fossero stati diretti dagli operai...
La seconda base della Repubblica dei Soviet è l'unione dei lavoratori delle varie nazionalità del nostro paese... Non solo la dittatura del proletariato libera questo popolo dalle catene e dall'oppressione, ma, a loro volta, questi popoli, con la loro indefettibile devozione alla Repubblica dei Soviet, col loro spirito di sacrificio, salvaguardano la nostra Repubblica dei Soviet dalle trame e dagli attacchi dei nemici della classe operaia. Ecco perché il compagno Lenin ci parlava instancabilmente della necessità dell'unione volontaria dei popoli del nostro paese, della necessità di una fraterna collaborazione nel quadro dell'Unione delle Repubbliche...
La terza base della dittatura del proletariato è il nostro Esercito Rosso, la nostra Flotta rossa. Più di una volta Lenin ci ha detto che la tregua strappata agli stati capitalistici poteva essere di breve durata. Più di una volta Lenin ci ha detto che il rafforzamento dell'Esercito Rosso e il suo perfezionamento sono uno dei compiti essenziali del nostro partito...
Lenin non considerò mai la Repubblica dei Soviet come fine a se stessa. Egli la considerò sempre come un anello necessario per lo sviluppo del movimento rivoluzionario nei paesi dell'Occidente e dell'Oriente, come un anello necessario per agevolare la vittoria dei lavoratori del mondo intero sul capitale. Lenin sapeva che solo questa concezione è giusta, non solo dal punto di vista internazionale, ma anche dal punto di vista della salvaguardia della stessa Repubblica dei Soviet. Lenin sapeva che solo in questo modo è possibile infiammare i cuori dei lavoratori di tutto il mondo per le lotte decisive per la liberazione. Ecco perché Lenin, il capo più geniale fra i capi geniali del proletariato, il giorno dopo l'instaurazione della dittatura del proletariato gettò le fondamenta dell'Internazionale degli operai. Ecco perché egli non si stancava mai di estendere, di rafforzare l'Unione dei lavoratori di tutto il mondo, l'Internazionale Comunista.
Avete assistito in questi giorni al pellegrinaggio di decine e centinaia di migliaia di lavoratori al feretro del compagno Lenin. Fra qualche tempo assisterete al pellegrinaggio dei rappresentanti di milioni di lavoratori alla tomba del compagno Lenin. Potete essere certi che dopo i rappresentanti di milioni di lavoratori, verranno i rappresentanti di decine e centinaia di milioni di lavoratori, da tutte le parti del mondo, per attestare che Lenin fu il capo non solo del proletariato russo, non solo degli operai europei, non solo dell'Oriente coloniale, ma dei lavoratori di tutto il mondo''.
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Per i marxisti-leninisti di tutto il mondo, per il PMLI, per le operaie e gli operai, per le lavoratrici e i lavoratori, per le ragazze e i ragazzi rivoluzionari e per quanti aspirano al socialismo e si battono per la sua realizzazione, Lenin e il leninismo rappresentano il riferimento sicuro e imprescindibile della loro azione, il faro che ne illumina la strada.