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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 6
La rivoluzione borghese del 1905
 


Abbiamo visto precedentemente nell'appello "Al partito", come Lenin fosse assolutamente consapevole delle nuove condizioni che si stavano creando in Russia a causa, soprattutto, del conflitto imperialista scoppiato nel gennaio 1904 tra il Giappone e la Russia zarista e il montare e il dilagare della protesta e delle agitazioni delle masse popolari contro la crisi, la fame e la disoccupazione acuite dalla guerra e, contro la stessa guerra.
Nell'editoriale "Autocrazia e proletariato" pubblicato sul primo numero del giornale bolscevico "Vperiod" (4 gennaio 1905), Lenin scrive: "In Russia si sta sviluppando oggi una nuova fase del movimento per la Costituzione. L'attuale generazione non ha mai visto niente che possa paragonarsi all'odierno risveglio politico. I giornali legali si scagliano contro la burocrazia, chiedono la partecipazione dei rappresentanti del popolo all'amministrazione dello Stato, insistono sulla necessità di riforme liberali... Sotto la spinta degli operai e della gioventù radicale, le assemblee liberali si trasformano in aperte assemblee popolari e in manifestazioni di piazza. In larghi strati del proletariato, fra i poveri delle città e delle campagne, il sordo fermento si va nettamente accentuando. E, sebbene il proletariato partecipi relativamente poco alle manifestazioni più solenni del movimento liberale, sebbene si tenga, in un certo senso, un po' in disparte dalle riunioni ufficiali della gente autorevole, da tutto risulta che l'interesse degli operai per questo movimento è molto profondo. Da tutto risulta che gli operai accorrono alle vaste assemblee popolari e alle aperte manifestazioni di piazza. È come se il proletariato si trattenesse, concentrandosi nell'esame della situazione, radunando le proprie forze e domandandosi se sia o non sia già venuto il momento della lotta decisiva per la libertà...
Lo zar intende mantenere e difendere l'autocrazia. Egli non desidera cambiare forma di governo né pensa di concedere la Costituzione. Promette - promette solo - ogni sorta di riforme di carattere del tutto secondario. Naturalmente, non si dà alcuna garanzia che queste riforme si faranno. Non di giorno in giorno, ma di ora in ora, si inasprisce l'attacco della polizia contro la stampa liberale. Si ricomincia a reprimere qualsiasi manifestazione pubblica con la stessa - se non maggiore - ferocia di prima. Palesemente si ricomincia a premere sui consiglieri liberali degli zemstv
o (istituto di autoamministrazione locale, a cui potevano accedere i soli elementi provenienti dalla borghesia e dalla nobiltà, ndr) e delle Dume cittadine, e ancor più sui funzionari liberaleggianti. I giornali liberali hanno un tono avvilito e domandano scusa ai corrispondenti dei quali non osano pubblicare le lettere...
Occorre distinguere tra le cause profonde, che inevitabilmente, ineluttabilmente - e tanto più quanto più il tempo passa - generano l'opposizione e la lotta contro l'autocrazia, e i piccoli motivi per un temporaneo risveglio liberale. Le cause profonde danno origine a movimenti popolari profondi, possenti e tenaci. I piccoli motivi sono talvolta un cambio della guardia in un ministero e uno dei consueti tentativi del governo di passare temporaneamente alla politica della coda di volpe dopo un qualsiasi atto terroristico. Evidentemente, l'assassinio di Pleve costò all'organizzazione terroristica sforzi immensi e un lungo lavoro di preparazione. E quanto più pieno fu il successo di quest'impresa terroristica, tanto più essa confermò l'esperienza fornitaci da tutta la storia del movimento rivoluzionario russo, un'esperienza che ci mette in guardia da metodi di lotta quali il terrorismo. Il terrorismo russo è stato e rimane un metodo di lotta specifico degli intellettuali. E, comunque si valuti l'importanza del terrorismo, in quanto integrazione e non sostituzione del movimento popolare, i fatti attestano in modo inconfutabile che gli attentati politici individuali non hanno da noi nulla di comune con gli atti di violenza della rivoluzione popolare. Ogni movimento di massa è possibile nella società capitalistica solo come movimento operaio classista. In Russia questo movimento si sviluppa secondo proprie leggi, seguendo una propria strada, sempre più approfondendosi ed estendendosi, passando da una temporanea tregua a una nuova ripresa. L'ondata liberale, però, sale e decresce in stretta connessione con il variare dell'umore dei vari ministri, la cui sostituzione viene affrettata con le bombe. Non fa quindi meraviglia se tanto spesso, da noi, si trova tra i rappresentanti radicali (o radicaleggianti) dell'opposizione borghese gente che simpatizza per il terrorismo. Né fa meraviglia che tra gli intellettuali rivoluzionari siano particolarmente attratti dal terrorismo (a lungo o per qualche istante) proprio quelli che non credono nella vitalità e nella forza del proletariato e della sua lotta di classe.
Ovviamente, la provvisorietà e l'instabilità del fermento liberale, suscitato da questo o quel motivo, non possono farci dimenticare che esiste un insanabile contrasto fra l'autocrazia e le esigenze di una società borghese in sviluppo. L'autocrazia non può non ostacolare lo sviluppo sociale. Quanto più si va avanti, tanto più gli interessi della borghesia come classe, gli interessi degli intellettuali, senza i quali non si può concepire la moderna produzione capitalistica, entrano in collisione con l'autocrazia... In un paese che vuole essere un paese europeo, e che per la sua posizione è costretto a diventarlo sotto la minaccia di un crollo politico ed economico, gli interessi della classe dirigente devono essere, sotto forma di una Costituzione, direttamente rappresentati. È quindi molto importante che il proletariato cosciente comprenda bene sia l'inevitabilità delle proteste liberali contro l'autocrazia che il loro effettivo carattere borghese.
La classe operaia si pone il grandioso obiettivo storico di liberare l'umanità da tutte le forme di oppressione e di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Da decenni e decenni, in tutto il mondo, essa mira tenacemente a questo scopo, estendendo sempre più la propria lotta, organizzandosi in grandi partiti di massa, senza mai perdersi d'animo per singole sconfitte e insuccessi temporanei. Per questa classe veramente rivoluzionaria nessuna cosa può essere più importante di quella di liberarsi da qualsiasi autoinganno, da tutti i miraggi e da tutte le illusioni. Da noi, in Russia, una delle illusioni più diffuse e più tenaci è quella di credere che il nostro movimento liberale non sia un movimento borghese, né che borghese sia la rivoluzione russa che si avvicina... Il proletariato russo cosciente vede in questo riconoscimento l'unica definizione classista giusta dell'effettivo stato di cose. Per il proletario la lotta per la libertà politica e per la repubblica democratica nella società borghese è solo una delle fasi necessarie della lotta per la rivoluzione sociale che abbatterà il regime borghese. Distinguere nettamente le varie fasi, che differiscono per il loro carattere, analizzare a mente fredda le condizioni che determinano il loro succedersi non significa affatto rinviare alle calende greche il raggiungimento della mèta finale, non vuol dire allungare in anticipo il cammino. Al contrario, proprio per accorciare il cammino, proprio per raggiungere al più presto la mèta finale, e renderne più solido il raggiungimento, è necessario comprendere il rapporto reciproco delle classi nella società contemporanea. Solo delusioni e ondeggiamenti da una parte all'altra attendono coloro che evitano il cosiddetto punto di vista di classe unilaterale, coloro che vogliono essere socialisti e temono al tempo stesso di chiamare apertamente borghese la rivoluzione che in Russia è imminente, è ormai cominciata".
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"Un compito importantissimo - afferma ancora Lenin - attende il proletariato russo. L'autocrazia è scossa. La guerra gravosa e senza speranza in cui s'è gettata ha profondamente scalzato le basi del suo potere e del suo dominio. Essa ormai non può più reggersi senza ricorrere alle classi dirigenti, all'appoggio degli intellettuali, e inevitabilmente ne conseguiranno rivendicazioni costituzionali. Le classi borghesi si sforzano di far tornare a loro vantaggio la difficile situazione in cui si dibatte il governo: e questo tenta l'ultima carta per togliersi d'impaccio, per cavarsela con concessioni irrisorie, con riforme non politiche, con promesse che non impegnano a niente e di cui è particolarmente pieno l'ultimo editto dello zar. Vi riuscirà, almeno temporaneamente e in parte? Ciò dipenderà, in ultima analisi, dal proletariato russo, dal suo grado di organizzazione e dalla forza del suo assalto rivoluzionario. Il proletariato deve saper approfittare di questa situazione politica, per esso estremamente vantaggiosa. Deve appoggiare il movimento della borghesia in favore della Costituzione, scuotere e raggruppare attorno a sé strati quanto più possibile vasti delle masse popolari sfruttate, raccogliere tutte le proprie forze, e scatenare l'insurrezione nel momento in cui la disperazione del governo ha raggiunto il massimo, e il fermento popolare il punto culminante.
Come deve esprimere il proletariato il suo immediato appoggio ai costituzionalisti? Soprattutto utilizzando il fermento generale per agire e organizzare gli strati in cui meno è penetrato questo fermento, gli strati più arretrati della classe operaia e dei contadini. Il proletariato organizzato, la socialdemocrazia, dovrà naturalmente inviare distaccamenti delle sue forze in tutte le classi della popolazione, ma quanto più queste classi già agiscono di propria iniziativa, e quanto più acuta si fa la lotta e più prossimo il momento della battaglia decisiva, tanto più il nostro lavoro deve essere concentrato nella preparazione degli stessi proletari e semiproletari alla lotta diretta per la libertà. Solo degli opportunisti possono, in un momento come questo, chiamare lotta particolarmente attiva, o nuovo metodo di lotta, o tipo superiore di dimostrazione, l'intervento di singoli oratori operai nelle assemblee degli zemstvo o in altre assemblee pubbliche. Queste manifestazioni possono solo avere un'importanza assolutamente subordinata. Ciò che oggi ben più conta è di richiamare l'attenzione del proletariato su forme di lotta effettivamente superiori e attive, come la nota dimostrazione di Rostov e tante altre manifestazioni di massa avvenute nel sud. Ciò che oggi ben più conta è di moltiplicare i nostri quadri, organizzare le forze e prepararci a una lotta di massa ancor più diretta e aperta...
Il lavoro organizzativo fa anch'esso parte di quel lavoro quotidiano che mai e in nessuna circostanza il proletariato cosciente deve dimenticare. Se non esistono organizzazioni operaie vaste e multiformi, se esse non sono vicine alla socialdemocrazia rivoluzionaria, nessuna lotta vittoriosa contro l'autocrazia sarà possibile. Ma il lavoro organizzativo non è possibile se non si oppone una decisa resistenza alle tendenze disorganizzatrici che da noi, come dappertutto, manifesta quella smidollata parte intellettuale del partito che cambia le parole d'ordine come si cambiano i guanti...
Lo sviluppo della crisi politica in Russia
- afferma Lenin concludendo - dipende ormai, più che altro, dal corso della guerra contro il Giappone. Nulla più di questa guerra ha smascherato e smaschera il marcio dell'autocrazia, la esaurisce finanziariamente e militarmente, strazia e spinge all'insurrezione le masse popolari spossate dai patimenti e alle quali questa guerra infame e criminale chiede sacrifici illimitati. La Russia autocratica è già sconfitta dal Giappone costituzionale, e ogni dilazione non farà che accentuare e aggravare la disfatta... La catastrofe militare è inevitabile, e inevitabile è che il malcontento, il fermento e l'indignazione si accentuino fortemente.
A quel momento dobbiamo prepararci con tutta la nostra energia. In quel momento una di quelle esplosioni che sempre più spesso si ripetono, ora in un luogo ora nell'altro, porterà a un grandioso movimento popolare. E allora il proletariato si metterà alla testa dell'insurrezione per conquistare la libertà per tutto il popolo, per assicurare alla classe operaia la possibilità di combattere per il socialismo, in modo aperto, ampio e avvalendosi dell'esperienza europea".
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L'analisi di Lenin rispetto al concreto approssimarsi di un moto rivoluzionario in Russia trovò conferma nel mese di gennaio del 1905.

La "domenica di sangue"

All'alba del 9 (22) gennaio un grande corteo con oltre centoquarantamila persone, cominciò lentamente a sfilare per le strade innevate di Pietroburgo. Era domenica. A manifestare erano gli operai della capitale assieme alle loro mogli e ai loro figli. Guidati dal pope Gheorghi Gapon, innalzando icone religiose e ritratti dello zar, si diressero verso il Palazzo d'inverno per consegnare al "piccolo padre" Nicola II la loro supplica per avere alleviate le sofferenze imposte dalle ormai insostenibili condizioni di vita. Ma, al palazzo dello zar non giunsero mai. Furono, infatti, attaccati vigliaccamente e brutalmente da esercito, cosacchi e cavalleria. Oltre mille manifestanti tra operai, donne e bambini furono barbaramente trucidati e a migliaia rimasero feriti, colpiti dalle fucilate e dalle sciabolate degli armati dello zar.
L'eco dell'eccidio della "domenica di sangue" dilagò in tutta la Russia e varcò i confini dell'impero, provocando indignazione, rabbia e volontà di riscatto dalla tirannide zarista.
A Ginevra, la mattina del 10 (23) gennaio, Lenin apprese degli avvenimenti di Pietroburgo da Lunaciarski e da sua moglie Anna Alexandrovna. Tutti i bolscevichi che vivevano a Ginevra si organizzarono per ricevere il maggior numero possibile di informazioni e notizie dalla Russia dove, dopo la "domenica di sangue" cresceva con impeto la marea rivoluzionaria. Agli scioperi rivendicativi che già da qualche tempo si susseguivano, si aggiunsero, infatti, sempre più numerosi e forti, le manifestazioni antizariste.
Il mercoledì successivo all'eccidio di Pietroburgo, Lenin scrisse sui fatti e sul significato di quella giornata, un articolo intitolato "L'inizio della rivoluzione in Russia", pubblicato sul numero 4 del "Vperiod". Il giudizio di Lenin non poteva essere più chiaro e più netto. Scrisse infatti: "Grandissimi avvenimenti storici si svolgono in Russia. Il proletariato è insorto contro lo zarismo. Esso è stato indotto all'insurrezione dal governo. Adesso è quasi impossibile dubitare che il governo, volendo spingere le cose fino all'uso della forza armata, non abbia deliberatamente lasciato che il movimento degli scioperi si sviluppasse senza grandi ostacoli e che la grande manifestazione incominciasse. E ha raggiunto il suo scopo. Migliaia di morti e di feriti: ecco il bilancio della domenica di sangue del 9 gennaio, a Pietroburgo. L'esercito ha avuto la meglio sugli operai disarmati, sulle loro donne, sui loro figli. L'esercito ha battuto il nemico, sparando sugli operai che s'erano gettati a terra. 'Abbiamo dato loro una buona lezione', dicono ora con ineffabile cinismo i servi dello zar e i loro lacché europei della borghesia conservatrice.
Sì, la lezione è stata grande! Il proletariato russo non la dimenticherà. Gli strati più impreparati e più arretrati della classe operaia, che credevano ingenuamente nello zar e, in buona fede, volevano consegnare pacificamente 'allo zar in persona' le suppliche del popolo sofferente, hanno ricevuto una lezione dalla forza armata, comandata dallo zar in persona o da suo zio, il granduca Vladimir.
La classe operaia ha ricevuto una grande lezione di guerra civile; l'educazione rivoluzionaria del proletariato ha compiuto, in un giorno, più progressi di quanti ne avrebbe potuto compiere in mesi e anni di vita grigia, uniforme, rassegnata. La parola d'ordine dell'eroico proletariato pietroburghese: 'Morte o libertà!' echeggia ora in tutta la Russia. Gli avvenimenti si sviluppano con sorprendente rapidità. A Pietroburgo lo sciopero generale si estende. Tutta la vita industriale, pubblica e politica è paralizzata. Lunedì, 10 gennaio, gli scontri fra gli operai e l'esercito si aggravano. Nonostante i menzogneri comunicati del governo, in molti punti della capitale scorre il sangue. Gli operai di Kolpino si sollevano. Il proletariato si arma e arma il popolo. Si dice che gli operai si siano impadroniti del deposito d'armi di Sestroretsk. Gli operai si muniscono di rivoltelle, si forgiano armi coi loro utensili, si procurano bombe per la loro accanita lotta per la libertà. Lo sciopero generale si estende alle province. A Mosca, diecimila operai hanno già abbandonato il lavoro. E per domani (giovedì 13 gennaio) è proclamato a Mosca lo sciopero generale. A Riga si è avuta una sommossa. Gli operai manifestano a Lodz; un'insurrezione si prepara a Varsavia; manifestazioni proletarie si svolgono a Helsingfors. A Bakù, Odessa, Kiev, Kharkov, Kovno, Vilno cresce il fermento degli operai, e lo sciopero si estende. A Sebastopoli i depositi e l'arsenale della marina sono in fiamme, e l'esercito si rifiuta di sparare contro i marinai insorti. Sciopero a Reval e a Saratov. A Radom scontri armati fra le truppe composte di operai e le truppe di riserva.
La rivoluzione divampa. Il governo incomincia già a perdere la testa. Da una politica di repressione sanguinosa tenta di passare a concessioni economiche per cavarsela con elemosine e con la promessa della giornata lavorativa di nove ore. Ma la lezione di un giorno di sangue non può essere vana. La rivendicazione degli operai di Pietroburgo insorti - immediata convocazione di un'Assemblea costituente, eletta con suffragio universale, diretto, uguale e segreto - deve esser fatta propria da tutti gli scioperanti. Immediato abbattimento del governo: ecco la parola d'ordine con la quale gli operai di Pietroburgo, e persino quelli che avevano avuto fiducia nello zar, hanno risposto al massacro del 9 gennaio. Essi hanno risposto per bocca del loro capo, del pope Gheorghi Gapon che, dopo la sanguinosa giornata, ha detto: 'Non abbiamo più zar. Un fiume di sangue divide lo zar dal popolo. Viva la lotta per la libertà!'.
Viva il proletariato rivoluzionario: diciamo noi. Lo sciopero generale solleva e mobilita masse sempre più vaste della classe operaia e dei poveri delle città. L'armamento del popolo diventa uno dei compiti più urgenti del presente momento rivoluzionario.
Solo il popolo armato può essere l'effettivo baluardo della libertà del popolo. Quanto più presto il proletariato riuscirà ad armarsi, quanto più a lungo resisterà sulle sue posizioni di combattimento (lo sciopero rivoluzionario), tanto più presto l'esercito esiterà, e tanto più facilmente si troveranno fra i soldati uomini che comprenderanno infine ciò che fanno, e si schiereranno col popolo contro gli scellerati, contro il tiranno, contro gli assassini degli operai inermi, delle loro donne e dei loro bambini. L'attuale insurrezione di Pietroburgo, qualunque ne sia l'esito, diventerà inevitabilmente, ineluttabilmente, il primo gradino di un'insurrezione ancora più vasta, più cosciente e più preparata".
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Dopo poco tempo dagli accadimenti della "domenica di sangue", il pope Gapon fuggì all'estero. La figura di questo prete ortodosso russo, fu quanto mai ambigua e provocatoria, anche se non priva di un certo ascendente. Nato in una agiata famiglia contadina, visse sempre in simbiosi col suo ambiente e le tradizioni in esso radicate e fin da giovane fu pervaso da un forte spirito religioso e misticheggiante. Sulla base di questo suo vissuto, organizzò a Pietroburgo una "Unione operaia" che si professava cristiana e fedele allo zar. Consapevole della sua scelta, Gapon mise questa organizzazione al servizio delle trame di Zubatov, membro dell'Okhrana zarista, creatore di una sorta di "sindacato" che aveva come scopo quello di sottrarre gli operai all'influenza delle organizzazioni rivoluzionarie socialdemocratiche e antizariste, favorendo la crescita di un movimento dedito solo a richieste economiche che i compiacenti padroni, naturalmente, in parte accettavano di soddisfare e che permetteva, altresì, anche ai prezzolati agenti della polizia zarista di avvicinare e infiltrare i gruppi e le organizzazioni rivoluzionarie.
Gapon ricevette la fiducia da parte degli operai pietroburghesi. La vicinanza con la classe operaia, la crescita delle sue lotte e lo sviluppo della coscienza di classe del proletariato della capitale, condizionarono, a loro volta, il pope che dopo i fatti di gennaio, si avvicinò ai socialistirivoluzionari.
Dopo la sua fuga dalla Russia, Gapon andò a Ginevra dove chiese di incontrare Lenin. Dapprincipio egli capitò tra i socialisti-rivoluzionari i quali lo presentarono come se fosse il "loro" uomo e come se fossero stati loro a far sorgere tutto il movimento operaio a Pietroburgo. Fecero una pubblicità grandissima a Gapon e lo portarono alle stelle. Gapon era allora al centro dell'attenzione generale. Il giornale inglese Times gli pagava delle somme favolose per ogni rigo. Qualche tempo dopo l'arrivo di Gapon a Ginevra, una donna comunicò a Lenin che Gapon desiderava parlargli. Come luogo d'incontro si stabilì un posto neutrale, un caffè. Gapon incarnava la rivoluzione che stava maturando in Russia, era strettamente legato con le masse operaie, sulle quali esercitava una grande influenza. Perciò l'incontro eccitava Lenin. Qualcuno si indignò per questo fatto: come aveva potuto mai Lenin entrare in relazione con Gapon! Si sarebbe dovuto trascurare Gapon e supporre fin da principio che da un prete non c'era da attendersi nulla di buono? Così fece, ad esempio, Plekhanov, che accolse Gapon molto freddamente. Ma la forza di Lenin consisteva appunto nel fatto che la rivoluzione per lui era una cosa viva, ed egli aveva il dono di vederne i lineamenti, di afferrarla in tutta la sua complessità, di sapere e comprendere ciò che volevano le masse. La conoscenza delle masse la si acquista solo a contatto con esse. Come avrebbe potuto Lenin avvicinare con indifferenza un uomo che stava così vicino alle masse ed aveva su di esse l'influenza che aveva Gapon? Quando tornò dall'incontro, Lenin raccontò l'impressione che gli aveva fatto Gapon. L'aveva trovato ancora tutto infiammato dal soffio della rivoluzione. Quando parlava degli operai di Pietroburgo, si infiammava e traboccava di indignazione contro lo zar e i suoi sostenitori. Nella sua indignazione c'era non poca ingenuità, che però la rendeva ancora più comunicativa. La forza della sua indignazione somigliava del tutto alla indignazione delle masse operaie.
Sul numero 7 del "Vperiod" dell'8 febbraio 1905, concludendo l'articolo "Intorno all'accordo di lotta per l'insurrezione", Lenin scrisse: "Ci auguriamo che Gapon, che ha vissuto e sentito così profondamente il passaggio da una concezione popolare politicamente inconsapevole alle concezioni rivoluzionarie, riesca a portare a termine la sua opera acquisendo quella chiara concezione rivoluzionaria del mondo, che è indispensabile all'uomo politico".24
Ma, Gapon non riuscì mai a raggiungere quella chiarezza. La sua origine, i suoi legami con la campagna furono forse uno dei segreti del suo successo. Ma è difficile immaginare un uomo così completamente permeato di psicologia clericale come Gapon. Egli non aveva mai conosciuto un ambiente rivoluzionario e il suo temperamento era tutt'altro che rivoluzionario. Egli era un prete scaltro, pronto a tutti i compromessi possibili. Gapon non sapeva studiare. Aveva perso tempo al tiro al bersaglio e nei maneggi, ma non aveva trovato tempo per i libri. Consigliato da Lenin, incominciò a leggere gli articoli di Plekhanov, ma lo fece come chi adempie un dovere. Gapon non sapeva apprendere dai libri, ma neanche dalla vita. La psicologia clericale gli oscurava completamente l'intelletto. Egli tornò in Russia e precipitò presto nell'abisso.
L'abisso fu rappresentato dall'abbrutimento personale e dal tradimento completo di sé e dei suoi compagni. Si legò, infatti, in modo definitivo alla polizia segreta zarista di cui divenne confidente e spia. Nel 1906 venne ucciso dai suoi stessi ex amici socialisti-rivoluzionari che aveva tanto vilmente e meschinamente tradito.
Di fronte alla nuova situazione e al rivolgimento rivoluzionario che attraversava la Russia, Lenin intensificò il suo lavoro di analisi e di elaborazione teorica per mettere in grado i bolscevichi di affrontare al meglio i nuovi e urgenti compiti che li attendevano. Cercò, altresì, di spingere affinché venisse convocato al più presto il III Congresso del partito dato l'ampliarsi della rottura politica e ideologica con i menscevichi.
"Abbiamo già detto più di una volta, a grandi linee, - scrisse Lenin l'8 marzo 1905 nell'articolo "Nuovi compiti e nuove forze", pubblicato sul numero 9 del "Vperiod" - quali sono i nuovi compiti che ci stanno dinanzi: estendere l'agitazione a nuovi strati di poveri della città e della campagna, creare una organizzazione più vasta, elastica e solida, preparare l'insurrezione e armare il popolo, accordarsi a tal fine con la democrazia rivoluzionaria. Quali siano le nuove forze che possono adempiere questi compiti lo dicono eloquentemente le notizie sugli scioperi generali in tutta la Russia, sugli scioperi e sullo spirito rivoluzionario della gioventù, degli intellettuali democratici in genere, e perfino di molti circoli della borghesia. La presenza di queste immense forze giovani, la profonda convinzione che persino l'attuale effervescenza rivoluzionaria, mai vista prima d'ora in Russia, si sia estesa ancora solo a una piccola parte dell'immensa riserva di materiale infiammabile esistente nella classe operaia e fra i contadini, tutto questo è una garanzia assoluta che i nuovi compiti possono essere e saranno immancabilmente assolti. Il problema pratico che ci sta dinanzi consiste prima di tutto nello stabilire come appunto impiegare, dirigere, unificare, organizzare queste nuove forze, come appunto concentrare l'azione socialdemocratica soprattutto sui compiti nuovi, superiori, posti dal momento, senza tuttavia dimenticare affatto quei vecchi, abituali compiti che ci sono e saranno dinanzi fino a che sussisterà il mondo dello sfruttamento capitalistico...
Tutto lo sviluppo storico del movimento socialdemocratico è caratterizzato dal fatto che esso si conquista, nonostante tutti gli ostacoli, una libertà d'azione sempre più grande, a dispetto delle leggi zariste e dei provvedimenti di polizia. Il proletariato rivoluzionario sembra circondarsi di una certa atmosfera, inaccessibile per il governo, di simpatia e di appoggio sia nella classe operaia che nelle altre classi (che, naturalmente, hanno con la democrazia operaia soltanto poche rivendicazioni comuni). All'inizio del movimento il socialdemocratico era costretto a svolgere un ingente lavoro quasi esclusivamente nell'agitazione culturale, a impegnare le sue forze quasi esclusivamente nell'agitazione economica. Oggi queste funzioni passano sempre più, l'una dopo l'altra, nelle mani di forze nuove, di strati più vasti che partecipano al movimento. Nelle mani delle organizzazioni rivoluzionarie si è concentrata sempre più la funzione dell'effettiva direzione politica, la funzione di trarre delle conclusioni socialdemocratiche dalle manifestazioni della protesta operaia e del malcontento popolare. Dapprima, abbiamo dovuto insegnare l'alfabeto agli operai sia nel senso letterale che in quello figurato. Adesso, il grado di preparazione politica si è elevato in modo così gigantesco che si possono e si devono concentrare tutte le nostre forze su fini più direttamente socialdemocratici, quali la direzione organizzata del torrente rivoluzionario. I liberali e la stampa legale svolgono oggi molto di quel lavoro 'preparatorio' che finora impegnava troppo le nostre forze. La propaganda aperta delle idee e delle rivendicazioni democratiche, non perseguita dal governo che si è indebolito, dilaga oggi così ampiamente che dobbiamo saperci adattare a una dimensione totalmente nuova del movimento. Beninteso, in questo lavoro preparatorio c'è il loglio e c'è il grano: beninteso, i socialdemocratici dovranno prestare sempre maggiore attenzione alla lotta contro l'influenza della democrazia borghese sugli operai. Ma appunto questa lotta avrà effettivamente un contenuto assai più socialdemocratico di quanto non avesse la nostra precedente attività, rivolta principalmente a risvegliare le masse prive di coscienza politica.
Quanto più si estende il movimento popolare tanto più si rivela la reale natura delle varie classi, tanto più urgente è il compito del partito di guidare la classe, di esserne l'organizzatore, e di non trascinarsi alla coda degli avvenimenti. Quanto più si sviluppano, dappertutto, iniziative rivoluzionarie di qualsiasi specie, tanto più evidenti diventano la vacuità e la mancanza di contenuto delle parolette del Raboceie Dielo sull'iniziativa autonoma in genere, che i neoiskristi ripetono così volentieri, tanto più palese appare l'importanza dell'iniziativa socialdemocratica, tanto più grandi sono le esigenze che gli avvenimenti pongono alla nostra iniziativa rivoluzionaria. Quanto più larghi sono i torrenti sempre più numerosi del movimento sociale, tanto più è importante avere una forte organizzazione socialdemocratica che sappia creare nuovi alvei per questi torrenti. Quanto più lavorano a nostro favore la propaganda e l'agitazione democratica, che procedono indipendentemente da noi, tanto più importante è la direzione organizzata della socialdemocrazia per tutelare l'autonomia della classe operaia dalla democrazia borghese.
L'epoca della rivoluzione è per la socialdemocrazia ciò che il tempo di guerra è per l'esercito...
Fuor di metafora, bisogna aumentare di molto gli effettivi di tutte le possibili organizzazioni del partito o fiancheggiatrici del partito, per andare in qualche modo di pari passo con il torrente di energia rivoluzionaria del popolo che è cresciuto di cento volte. Naturalmente, ciò non significa che si debbano trascurare la preparazione attenta e il sistematico insegnamento delle verità del marxismo...
Non si tratta dunque di attenuare il nostro rigore socialdemocratico, la nostra intransigenza ortodossa, ma di rafforzare l'uno e l'altra attraverso nuove vie, nuovi metodi di istruzione. In tempo di guerra bisogna istruire le reclute direttamente nelle azioni di guerra. Accingetevi dunque con più audacia ad applicare nuovi metodi di istruzione, compagni! Costituite con più audacia sempre nuovi gruppi di combattenti, inviateli in battaglia, reclutate un maggior numero di giovani operai, estendete i consueti confini delle organizzazioni del partito, dai comitati fino ai gruppi di fabbrica, alle associazioni artigiane, ai circoli studenteschi! Ricordate che ogni nostro indugio, in questo lavoro, recherà vantaggio ai nemici della socialdemocrazia, perché i nuovi ruscelli cercano uno sbocco subito e, non trovando un alveo socialdemocratico, finiranno per incanalarsi entro un alveo non socialdemocratico. Ricordate che ogni progresso pratico del movimento rivoluzionario insegnerà, inevitabilmente e infallibilmente, alle giovani reclute la scienza socialdemocratica, poiché questa scienza è fondata sul calcolo obiettivamente esatto delle forze e delle tendenze delle varie classi, e la rivoluzione non è altro che la demolizione delle vecchie sovrastrutture e l'azione autonoma delle varie classi che tendono, ognuna a suo modo, a creare una nuova sovrastruttura. Ma non riducete la nostra scienza rivoluzionaria a un semplice dogma libresco, non rendetela volgare con spregevoli frasi sulla tattica-processo, sull'organizzazione-processo, frasi che giustificano solo lo sbandamento, l'indecisione, la mancanza di iniziativa. Date più campo libero alle iniziative più varie dei più diversi gruppi e circoli, ricordando che il loro giusto sviluppo sarà assicurato oltre che dai nostri consigli e indipendentemente dai nostri consigli, dalle inflessibili esigenze poste dal corso stesso degli avvenimenti rivoluzionari. È risaputo da molto tempo che in politica si deve spesso imparare dal nemico. Nei momenti rivoluzionari il nemico ci impone sempre, in modo particolarmente significativo e rapido, giuste conclusioni.
Tiriamo dunque le somme: bisogna considerare che il movimento ha avuto immenso sviluppo, che il lavoro ha assunto un nuovo ritmo, che vi è un'atmosfera di maggiore libertà, che il nostro campo di attività si è esteso. Il nostro lavoro deve ormai avere tutt'altra ampiezza. Dobbiamo spostare il centro di gravità dai metodi d'insegnamento fondati sulle pacifiche lezioni ai metodi fondati sulle operazioni di guerra. Dobbiamo reclutare con più audacia, ampiezza e rapidità giovani combattenti, scegliendoli in tutte le nostre organizzazioni. A questo scopo dobbiamo creare, senza perdere un solo istante, centinaia di nuove organizzazioni. Sì, centinaia. Non è un'iperbole. E non ditemi che ormai è 'troppo tardi' per occuparsi di un lavoro organizzativo così ampio. No, non è mai troppo tardi per organizzarsi. Dobbiamo approfittare della libertà che abbiamo conquistato per legge e strappato nonostante la legge, per moltiplicare e rafforzare tutte le organizzazioni del partito. Quali che siano lo sviluppo e l'esito della rivoluzione, anche se queste o quelle circostanze l'arresteranno troppo presto, tutte le sue conquiste reali saranno stabili ed effettive, soltanto se il proletariato sarà organizzato.
La parola d'ordine: 'Organizzatevi!', che i fautori della maggioranza volevano dare in forma precisa al II Congresso del partito, dev'essere oggi attuata senza indugio. Se non sapremo creare con audacia e spirito di iniziativa nuove organizzazioni, dovremo rinunciare alle vuote pretese di assolvere una funzione di avanguardia. Se ci arresteremo impotenti davanti ai confini, alle forme e alle proporzioni già raggiunte coi comitati, gruppi, riunioni, circoli, daremo prova della nostra incapacità. Indipendentemente da noi, senza alcun programma e scopo determinato, semplicemente sotto l'influenza degli avvenimenti, sorgono oggi dappertutto migliaia di circoli. È necessario che i socialdemocratici si propongano di creare e rafforzare legami diretti con il maggior numero possibile di tali circoli, per aiutarli, per illuminarli con la riserva delle proprie cognizioni e della propria esperienza, per animarli con la propria iniziativa rivoluzionaria. Tutti questi circoli, eccetto quelli consapevolmente non socialdemocratici, entrino dunque senz'altro nel partito, o si schierino a fianco del partito. Nell'ultimo caso, non si potrà pretendere né che accettino il nostro programma, né che mantengano con noi rapporti organizzativi obbligatori: è sufficiente il solo sentimento di protesta, la sola simpatia per la causa della socialdemocrazia rivoluzionaria internazionale, perché questi circoli a noi vicini, di fronte all'esempio di un'energica azione dei socialdemocratici, sotto la spinta dello sviluppo degli avvenimenti, si trasformino, dapprima, in forze democratiche ausiliarie del partito operaio socialdemocratico e, poi, anche in convinti aderenti...
Uomini ce ne sono; nella Russia rivoluzionaria non c'è mai stata una tale massa di uomini come adesso. La classe rivoluzionaria non ha mai avuto - per ciò che concerne gli alleati temporanei, gli amici coscienti, gli ausiliari involontari - condizioni così insolitamente propizie come il proletariato russo di oggi. C'è una massa di uomini, bisogna solo buttare a mare le idee e i sermoni codisti, bisogna solo dar campo libero alle idee nuove e all'iniziativa, ai 'piani' e alle 'imprese', e allora saremo degni rappresentanti della grande classe rivoluzionaria, e allora il proletariato della Russia condurrà a termine la grande rivoluzione russa così eroicamente come l'ha cominciata".
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Lo scissionismo degli opportunisti menscevichi

Tra il 12 e il 27 aprile si svolse a Londra il III Congresso del POSDR personalmente diretto da Lenin che, nella seduta inaugurale, ne venne eletto presidente. Al III Congresso furono invitate tutte le organizzazioni del partito, ma i menscevichi decisero di disertare l'assise, riunendosi a Ginevra in una conferenza separata. Il primo intervento Lenin lo svolse già il 13 aprile sostenendo, contro le false insinuazioni mensceviche, la piena legalità del Congresso. "Intendo replicare - disse Lenin - alle osservazioni circa la legalità della convocazione del Congresso. Il CC ha dichiarato che il Congresso è illegale... Il Congresso è assolutamente legale. È vero, in base alla lettera dello statuto, lo si può anche considerare illegale; ma noi cadremmo in una sorta di formalismo caricaturale, se interpretassimo con tali criteri lo statuto. Secondo lo spirito del nostro statuto, il congresso è pienamente legale. Non deve il partito esistere in funzione del Consiglio, ma viceversa il Consiglio in funzione del partito. Già al II Congresso, a proposito dell'incidente con il comitato d'organizzazione si è precisato, e l'ha fatto proprio il compagno Plekhanov, che la disciplina verso l'istanza inferiore deve venir meno di fronte alla disciplina verso l'istanza superiore. Il CC si è dichiarato disposto a sottomettersi alla volontà del Consiglio, qualora quest'ultimo si fosse sottomesso alla volontà del partito, e quindi al congresso. Si trattava di una richiesta assolutamente legittima. Ma il Consiglio ha risposto con un rifiuto... Chi dunque assicura l'attuazione di quel paragrafo dello statuto, secondo cui il Consiglio deve convocare il congresso, quando ne faccia richiesta almeno la metà dei voti validi?... In base allo spirito dello statuto, ma anche alla sua lettera, quando si considera il documento nel suo complesso, è chiaro che il Consiglio è solo un mandatario dei comitati del partito. Ora, il mandatario si rifiuta di eseguire la volontà dei mandanti. Ma, se il mandatario non esegue la volontà del partito, quest'ultimo deve farlo da sé. Del resto, i nostri comitati non avevano solo il diritto, ma anche il dovere di convocare il congresso. Io affermo pertanto che la nostra assise è stata convocata in modo del tutto legale. Chi può avere la parte del giudice in una controversia tra il Consiglio e i comitati? I comitati, il partito. E la volontà del partito è stata già espressa da un pezzo. Le dilazioni e i rinvii da parte dei centri esteri non l'hanno infatti modificata. I comitati erano tenuti a convocare il congresso, che è stato convocato in modo legale".26
Le decisioni più importanti di questo Congresso furono quelle relative alla preparazione e all'attuazione dell'insurrezione armata di tutto il popolo per abbattere l'autocrazia zarista e realizzare il "programma minimo" indicato dalla socialdemocrazia già al II Congresso; l'affermarsi del proletariato come classe dirigente e guida nella lotta antizarista e la sua alleanza con i contadini medio-poveri indispensabile sia alla vittoria della rivoluzione democratica, sia allo sviluppo della lotta per il socialismo che, da questa vittoria, avrebbe tratto un nuovo e decisivo impulso.
Il 27 aprile Lenin presiede la prima riunione del nuovo comitato centrale eletto dal III Congresso, che definisce i nuovi incarichi per il lavoro all'estero e in Russia. In quella riunione Lenin venne nominato direttore del "Proletari", la nuova testata decisa per l'organo di stampa del partito. Proprio sul primo numero del "Proletari". Lenin tracciò il bilancio del III Congresso: "La lunga e tenace lotta per il congresso del POSDR si è infine conclusa. Il III Congresso ha avuto luogo.
Tre principali problemi si ponevano al partito del proletariato cosciente in Russia alla vigilia del III Congresso. Primo, la crisi del partito. Secondo, problema più importante, la forma di organizzazione del partito in generale. Terzo, problema principale, la nostra tattica nel momento rivoluzionario che attraversiamo...
La crisi del partito si è risolta da sé con il solo fatto della convocazione del congresso. Come è noto, essa era sorta per l'ostinata avversione della minoranza del II Congresso a sottoporsi alla sua maggioranza... Il congresso ha offerto questa via d'uscita, ponendo direttamente alla minoranza la questione del riconoscimento delle decisioni della maggioranza, cioè dell'effettiva restaurazione dell'unità del partito, o della completa, formale rottura di questa unità. La minoranza ha risolto questa questione nel secondo senso, preferendo la scissione. Il rifiuto del Consiglio di partecipare al congresso, nonostante la volontà chiaramente espressa dalla maggioranza delle organizzazioni effettive del partito, il rifiuto di tutta la minoranza di presentarsi al congresso sono stati, come si è già detto nell'Informazione, l'ultimo passo verso la scissione...
La minoranza si è staccata dal partito: questo è un fatto compiuto. Forse, una parte di essa si convincerà, attraverso le risoluzioni, e ancor più attraverso gli atti del congresso, dell'ingenuità delle varie fiabe sul soffocamento meccanico, ecc., dell'esistenza nel nuovo statuto di ampie garanzie di diritti per la minoranza in generale, del danno derivante dalla scissione, ed entrerà nel partito...
Veniamo ora al secondo problema, alle norme organizzative generali del partito. Il III Congresso, dopo aver riesaminato tutto lo statuto, ha rielaborato in modo abbastanza sostanziale tali norme. Questo riesame ha toccato tre punti principali: a) modificazione del paragrafo I dello statuto; b) esatta definizione dei diritti del Comitato centrale e dell'autonomia dei comitati, con ampliamento di quest'ultima; c) creazione di un centro unico. Per quanto riguarda la famosa questione del paragrafo I dello statuto, essa è stata chiarita a sufficienza nelle pubblicazioni del partito. L'erroneità della difesa teorica della vaga formula di Martov è stata dimostrata appieno... Non ci resta ora che attendere la prima esperienza del lavoro collettivo del partito per l'applicazione del nuovo paragrafo I. Sottolineiamo che, per applicarlo, bisogna ancora lavorare, e lavorare molto... Per creare una vasta rete di organizzazioni di partito di vario genere, da quelle ristrette e clandestine fino a quelle più ampie e meno clandestine possibile, è necessario un abile lavoro organizzativo, lungo, tenace, che spetta ora al nostro Comitato centrale e ancor più ai nostri comitati locali. I comitati infatti dovranno conferire al maggior numero possibile di organizzazioni il nome di organizzazioni del partito, dovranno in tale occasione evitare tutte le lungaggini burocratiche e le inutili cavillosità, dovranno propagandare incessantemente fra gli operai l'idea della necessità di costituire il maggior numero possibile di organizzazioni operaie, le più svariate, che entrino nel nostro partito. Non possiamo qui soffermarci più a lungo su questa interessante questione. Notiamo soltanto che l'epoca rivoluzionaria rende particolarmente necessaria una netta delimitazione fra la socialdemocrazia e tutti gli altri partiti democratici d'ogni specie. Ma non si può pensare a una simile delimitazione, se non si lavora con tenacia per aumentare il numero delle organizzazioni del partito e rafforzare i loro legami. A rafforzare questi legami devono servire, fra l'altro, i resoconti quindicinali decisi dal congresso. Ci auguriamo che questi resoconti non restino sulla carta... 'Difficile è cominciare', dice il proverbio, ma dopo già si vedrà quale enorme importanza abbia l'abitudine di tenere regolari rapporti organizzativi.
Non indugeremo molto sul problema del centro unico. Il III Congresso ha respinto il 'bicentrismo' con quella stragrande maggioranza con cui il II Congresso l'aveva approvato. Chiunque abbia attentamente seguito la storia del partito ne comprenderà facilmente le ragioni. I congressi non creano tante cose nuove quanto consolidano invece risultati già acquisiti... Rileviamo soltanto due cose. In primo luogo, è lecito sperare che la garanzia del diritto di redigere pubblicazioni e la sicurezza dei comitati di non essere 'sciolti' faciliterà il ritorno al partito delle organizzazioni socialdemocratiche nazionali che se ne sono staccate. In secondo luogo, l'istituzione dell'intangibilità della composizione personale dei comitati ha costretto a prevedere la possibilità che si abusi di questa intangibilità, a prevedere cioè l'inconveniente dell''inamovibilità' di un comitato assolutamente inetto. In tal modo si è imposto il paragrafo 9 del nuovo statuto del partito, che stabilisce come condizione dello scioglimento di un comitato la richiesta da parte dei due terzi degli operai del luogo che facciano parte delle organizzazioni del partito. Per decidere in quale misura questa norma sia pratica attendiamo che l'esperienza ce lo dica.
Infine, passando all'ultimo e principale argomento dei lavori del congresso, alla precisazione della tattica del partito, dobbiamo rilevare che... è necessario descrivere la situazione politica generale che il congresso doveva analizzare. La rivoluzione già iniziatasi in Russia può avere due corsi e due esiti. È possibile che il governo zarista riesca ancora a sfuggire dalla morsa in cui è stretto, mediante concessioni insignificanti, mediante una qualche Costituzione alla 'Scipov'. Un simile esito è poco probabile, ma, se la situazione internazionale dell'autocrazia migliorerà - per esempio, nel caso di un relativo successo nella conclusione della pace - se il tradimento della causa della libertà da parte della borghesia sarà presto consumato mediante una transazione con chi detiene il potere, se l'inevitabile esplosione o le esplosioni rivoluzionarie finiranno con la sconfitta del popolo, allora l'esito sarà questo. Giorni lunghi e grigi attenderanno noi socialdemocratici e tutto il proletariato cosciente, giorni di crudele dominio pseudocostituzionale della borghesia come classe, di totale soffocamento dell'iniziativa politica degli operai di lento progresso economico nelle nuove condizioni. Noi, naturalmente non ci perderemo d'animo, quale che sia l'esito della rivoluzione, e ci varremo di ogni cambiamento delle condizioni per estendere e rafforzare l'organizzazione autonoma del partito operaio, per educare politicamente il proletariato alla nuova lotta. Fra l'altro, il congresso ha tenuto conto di questo compito nella risoluzione sull'azione aperta del POSDR.
Possibile, e anche più probabile, è un altro esito della rivoluzione, cioè quella 'completa vittoria della democrazia, capeggiata dalla classe operaia' della quale parla l'Informazione. Non occorre dire che impegneremo tutte le nostre forze per ottenere questo risultato, per eliminare le condizioni che favoriscono il primo esito. Anche le condizioni storiche obiettive sono propizie alla rivoluzione russa. L'assurda e vergognosa guerra stringe in un laccio mortale il governo zarista e crea un momento eccezionalmente propizio per la distruzione del militarismo, per una larga propaganda in favore della sostituzione dell'esercito regolare con l'armamento del popolo, per la rapida realizzazione di questa misura che riscuote la simpatia delle masse. Il lungo e assoluto dominio dell'autocrazia ha accumulato nel popolo una quantità di energia rivoluzionaria forse mai vista nella storia: accanto al grandioso movimento degli operai si estende e si sviluppa l'insurrezione contadina, mentre la democrazia piccolo-borghese, e in specie i rappresentanti delle libere professioni, raccoglie le sue energie... Volenti o nolenti, coscienti o no, gli alleati della rivoluzione crescono e si moltiplicano, non di giorno in giorno, ma di ora in ora. Diventano così più grandi le possibilità di vittoria del popolo sull'autocrazia.
Questa vittoria è possibile solo con una eroica tensione delle forze del proletariato. Essa pone alla socialdemocrazia esigenze quali ancora mai e in nessun luogo la storia aveva posto dinanzi a un partito operaio nell'epoca della rivoluzione democratica. Abbiamo innanzi a noi non le vie già battute del lento lavoro di preparazione, ma i grandissimi compiti di organizzare l'insurrezione, di concentrare le forze rivoluzionarie del proletariato, di unirle con le forze di tutto il popolo rivoluzionario, di sferrare l'attacco armato, di costituire il governo rivoluzionario provvisorio. Nelle risoluzioni ora portate a conoscenza di tutti, il III Congresso ha cercato di tener conto di questi nuovi compiti e di impartire direttive adeguate alle organizzazioni dei proletari coscienti.
In Russia si avvicina l'epilogo della lotta secolare di tutte le forze progressive del popolo contro l'autocrazia. Nessuno ormai mette più in dubbio che il proletariato parteciperà nella maniera più energica a questa lotta, e che appunto questa partecipazione deciderà l'esito della rivoluzione in Russia. Tocca ora a noi, socialdemocratici, rappresentare e dirigere degnamente la classe più rivoluzionaria, aiutarla a ottenere la più ampia libertà, pegno di una marcia vittoriosa verso il socialismo".
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