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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 8
La sconfitta della rivoluzione e la repressione zarista



 
 
La rivoluzione democratica russa venne sconfitta e il regime zarista si scagliò con una pesante offensiva repressiva contro la classe operaia e il suo partito. Moltissimi militanti e dirigenti bolscevichi vennero imprigionati e confinati. Tra questi Sverdlov, Dzerzinskij e Kalinin. Il Comitato centrale fu decimato dagli arresti. Il POSDR fu costretto ad un nuovo e pesante periodo di illegalità.
Lenin e gli altri dirigenti rimasti in libertà, riuscirono comunque a riorganizzare l'attività di partito adattandola alla nuova situazione. Furono mesi assai duri per Lenin costretto costantemente a eludere la sorveglianza dell'Okhrana per sfuggire all'arresto. Cambiò più volte abitazione a Pietroburgo e nella sua periferia, ma trovò rifugio anche in Finlandia. Fu là, infatti, che visse per un periodo abbastanza lungo di tempo, fino cioè al IV Congresso del partito svoltosi a Stoccolma dal 10 al 25 aprile del 1906.
Fu il IV, il Congresso dell'unificazione tra bolscevichi e menscevichi. Una unificazione, a dire il vero, solo di facciata e per nulla di sostanza. Chiaro il giudizio che ne da Lenin nell'articolo "Per un consuntivo del Congresso".
"'Vi sono taluni segni, - scrive oggi il 'Riec' (giornale quotidiano del partito cadetto, ndr) -, dai quali risulta che il brillante successo dell'opposizione ha rianimato certe vecchie illusioni, che parevano ormai seppellite, e minaccia di far tornare il movimento rivoluzionario su quella strada di blanquismo, da cui la ragionevole "minoranza" della socialdemocrazia russa ha cercato con tanta tenacia di allontanarlo dopo il fallimento dell''insurrezione armata' di dicembre".
È un riconoscimento prezioso, sul quale vale la pena che gli operai russi meditino. Perché mai - si domanda Lenin - la borghesia reca offesa ad alcuni socialdemocratici, battendo loro una mano sulla spalla e trattandoli da persone ragionevoli? Perché essi hanno cercato con tenacia di allontanare il movimento dalla via del blanquismo, dalla via 'di dicembre'. Ma è poi vero che la lotta di dicembre sia stata una forma di blanquismo? No, è falso. Il blanquismo è una teoria che nega la lotta di classe. Il blanquismo persegue la salvezza dell'umanità dalla schiavitù salariata non per mezzo della lotta di classe del proletariato, ma mediante la congiura di un'esigua minoranza di intellettuali. C'è stata una tale congiura o qualcosa del genere in dicembre? No, non c'è stato niente che somigliasse a una congiura. Si è trattato invece del movimento di classe di ingenti masse del proletariato, che ha impiegato un mezzo di lotta puramente proletario, lo sciopero, e che è riuscito ad allearsi con masse, mai comparse nell'arena politica russa, di semiproletari (ferrovieri, impiegati delle poste, ecc.), di contadini (nel Sud, nel Caucaso, nel territorio del Baltico) e di piccola borghesia urbana (Mosca). Mediante lo spauracchio del 'blanquismo' la borghesia vuole infirmare, denigrare e calunniare la lotta del popolo per il potere. Alla borghesia fa comodo che i proletari e i contadini lottino soltanto per strappare qualche concessione al vecchio potere.
I socialdemocratici di destra si servono del 'blanquismo' solo come di una bella parola, utile alla polemica. La borghesia trasforma questa parola in uno strumento contro il proletariato: 'Siate ragionevoli, operai! Battetevi per estendere i diritti della Duma cadetta, cavate le castagne dal fuoco per conto della borghesia, ma non osate pensare a una follia anarchica e blanquista come la lotta per il potere del popolo!'.
Dicono la verità i borghesi liberali, quando asseriscono che i socialdemocratici di destra hanno con tenacia cercato di allontanare il movimento dalla strada e dai metodi di ottobre e di dicembre? Purtroppo, dicono il vero. Non tutti i socialdemocratici di destra hanno avuto coscienza di questa funzione della loro tattica, ma tale è stata appunto la sua funzione reale. Insistere sulla partecipazione alle elezioni della Duma ha in fondo significato appoggiare i cadetti, che seppellivano la rivoluzione e definivano una 'vecchia illusione' la lotta rivoluzionaria. Le tre risoluzioni del congresso di unificazione, tutte importantissime in linea di principio, approvate dall'ala destra della socialdemocrazia, nonostante l'implacabile lotta dei socialdemocratici di sinistra (programma agrario, risoluzione sulla Duma di Stato, risoluzione sull'insurrezione armata), recano tracce evidenti dell'aspirazione della 'minoranza ragionevole della socialdemocrazia' a distogliere il movimento rivoluzionario dalla via di ottobre-dicembre. Si prenda la famigerata 'municipalizzazione'... La municipalizzazione è il trasferimento delle terre dei grandi proprietari agli zemstvo
(istituto di autoamministrazione locale composto esclusivamente da elementi appartenenti alla borghesia e alla nobiltà, ndr) democratici. I contadini rivoluzionari non aspirano a questo. Giustamente essi non danno e non daranno credito agli zemstvo, sia pure democratici, poiché questa democrazia locale coesiste col non democratico potere centrale. Giustamente essi respingono il trasferimento delle terre agli organi sia locali che centrali del potere, fino a che tutto, assolutamente tutto, il potere non sarà eletto dal popolo, fino a che il potere non sarà responsabile davanti al popolo e revocabile. Ma questa condizione, nonostante la lotta dei socialdemocratici di sinistra, è stata respinta dal congresso...
Al congresso l'ala destra della socialdemocrazia ha creduto di trovare una garanzia contro la restaurazione nell'accettare un programma che somiglia a un compromesso con la restaurazione stessa: noi ci garantiamo dalla restaurazione del potere centrale non democratico, se nel programma agrario non diciamo che è indispensabile che questo potere sia pienamente democratico...
Si prenda la risoluzione sulla Duma di Stato. Il congresso l'ha approvata, quando le vittorie elettorali dei cadetti erano già un fatto compiuto. Ma la risoluzione, nonostante le nostre proteste, parla della Duma dei rappresentanti del popolo in genere, e non della reale Duma cadetta. L'ala destra della socialdemocrazia non ha voluto indicare la natura bivalente di questa Duma, - non ha messo in guardia gli operai sulla funzione controrivoluzionaria che la Duma cadetta aspira ad assolvere, - non ha accettato di dire con franchezza e precisione: gli operai socialisti devono marciare con la democrazia contadina e rivoluzionaria contro i cadetti. Ha manifestato il desiderio di avere un gruppo parlamentare socialdemocratico, senza aver meditato a fondo se noi abbiamo un parlamento, se disponiamo di parlamentari socialdemocratici.
Si prenda la terza delle risoluzioni sopra citate. Essa si apre con una proposizione ultrarivoluzionaria ed è non di meno tutta imbevuta di scetticismo, se non di spirito denigratorio, verso la lotta di ottobre-dicembre. Non vi è in essa una sola parola che tenga conto dell'esperienza storica acquisita dal proletariato e dal popolo russo alla fine del 1905. Vi manca il riconoscimento dell'ineluttabilità storica con la quale sono sorte in passato e nascono oggi forme pienamente determinate di lotta. Abbiamo qui sottolineato solo per sommi capi i fondamentali difetti delle risoluzioni sulle quali c'è stata battaglia al congresso. Torneremo ancora più d'una volta sulle questioni qui accennate. Il partito del proletariato deve discuterle attentamente e riesaminarle, fondandosi sui nuovi dati forniti dalla Duma cadetta e dal repentino sviluppo della rivoluzione. Il partito del proletariato deve acquistare la capacità di esaminare con spirito critico rigoroso le risoluzioni dei suoi rappresentanti. E l'amichevole coro della stampa borghese, che elogia i 'ragazzi' ragionevoli della socialdemocrazia russa, addita chiaramente al proletariato l'esistenza di qualcosa d'insano nel partito.
Dobbiamo curare quest'infermità e lo faremo".
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Oltre all'attività di direzione del partito, di orientamento rispetto ai principali temi e questioni d'attualità, primo fra tutti quello della Duma; oltre all'intensa attività redazionale, Lenin svolge anche un intenso lavoro di massa tra la classe operaia e i ceti popolari di Pietroburgo. Lo vediamo così intervenire al congresso dei maestri russi dove svolge una relazione sulla questione agraria, parlare agli operai socialdemocratici dell'officina del Baltico, partecipare a gran parte delle manifestazioni e delle assemblee operaie, sostenere lo sciopero delle operaie della fabbrica di tabacchi Sciapscial per ottenere aumenti salariali.
A fine agosto del 1906 a Terioki, in Finlandia, Lenin presiede un'assemblea di partito nella quale critica aspramente la nuova parola d'ordine lanciata dai menscevichi, quella del "congresso operaio". La creazione, cioè, di un "grande partito" che riunisca nelle sue file socialdemocratici, socialisti-rivoluzionari, socialpopolari, anarchici e quant'altro. Lenin respinse con forza quella proposta, denunciò il tentativo menscevico di liquidare il POSDR e propose, altresì, la convocazione del quinto congresso del partito.
Il quinto fu l'ultimo congresso del POSDR che vide ancora riuniti bolscevichi e menscevichi. Si svolse a Londra dal 30 aprile al 19 maggio 1907. In esso prevalse la linea marxista bolscevica e fu messa in minoranza la politica menscevica basata sulla conciliazione e la subordinazione della classe operaia alla borghesia tramite l'alleanza tra i rispettivi partiti.

Si acuisce lo scontro con i menscevichi

Nella sua relazione sull'atteggiamento verso i partiti borghesi, svolta al V congresso il 12 maggio, Lenin disse: "Il problema dell'atteggiamento verso i partiti borghesi è al centro dei dissensi di principio che già da lungo tempo dividono la socialdemocrazia della Russia in due campi... Le discussioni vertevano sulla valutazione della rivoluzione borghese in Russia. Le due tendenze fra i socialdemocratici erano d'accordo nel riconoscere che questa rivoluzione è una rivoluzione borghese. Ma dissentivano nel modo di concepire questa categoria e nella valutazione delle illazioni politiche e pratiche che ne conseguivano. Un'ala della socialdemocrazia - i menscevichi - così interpretava questo concetto: nella rivoluzione borghese la principale forza motrice è la borghesia; il proletariato invece può avere soltanto la posizione di 'estrema opposizione'. Esso non può assumersi il compito di condurre questa rivoluzione in modo autonomo, di dirigerla. I dissensi si manifestarono con particolare rilievo nelle discussioni sul governo provvisorio (o, meglio, sulla partecipazione della socialdemocrazia al governo provvisorio), avvenute nel 1905. I menscevichi negavano che fosse ammissibile la partecipazione dei socialdemocratici al governo provvisorio innanzi tutto e proprio perché ritenevano che la principale forza motrice o capo della rivoluzione borghese fosse la borghesia...
I bolscevichi erano del parere opposto. Essi sostenevano incondizionatamente che la nostra rivoluzione è borghese per il suo contenuto economico-sociale. E ciò significa: i compiti della rivoluzione che la Russia sta attraversando non escono dal quadro della società borghese. Nemmeno la vittoria dell'attuale rivoluzione, cioè la conquista della repubblica più democratica e la confisca di tutta la proprietà fondiaria da parte dei contadini, non intacca per nulla le basi del regime sociale borghese. La proprietà privata dei mezzi di produzione (o l'azienda privata sulla terra, chiunque ne sia giuridicamente il proprietario) e l'economia mercantile rimangono. Le contraddizioni della società capitalistica, e quella principale - la contraddizione tra il lavoro salariato e il capitale -, non solo non spariscono, ma, anzi, si acuiscono e si approfondiscono ancor più, sviluppandosi più largamente e in forma più netta.
Tutto ciò deve essere per ogni marxista assolutamente indiscutibile. Ma non ne consegue affatto che la principale forza motrice o il capo della rivoluzione sia la borghesia. Una simile conclusione equivarrebbe a una volgarizzazione del marxismo e all'incomprensione della lotta di classe tra il proletariato e la borghesia... In queste condizioni - prosegue Lenin - il proletariato approfitta di tutte le conquiste della democrazia, approfitta di ogni passo che fa la libertà per rafforzare la sua organizzazione di classe contro la borghesia. Questa tende quindi inevitabilmente a smussare gli angoli acuti della rivoluzione, a non permettere che la si conduca sino in fondo, a non dare al proletariato la possibilità di condurre in piena libertà la sua lotta di classe. L'antagonismo tra la borghesia e il proletariato costringe la borghesia a cercare di conservare determinati strumenti e istituti del vecchio potere per servirsene contro il proletariato.
Nel migliore dei casi quindi, nell'epoca della maggior ascesa della rivoluzione la borghesia è (e non lo è per caso, ma per necessità, per i suoi interessi economici) un elemento che tentenna tra la rivoluzione e la reazione. La borghesia non può pertanto essere il capo della nostra rivoluzione.
La più grande particolarità di questa rivoluzione, è che la questione agraria si presenta in modo acuto... La lotta per la terra spinge inevitabilmente le immense masse contadine alla rivoluzione democratica, poiché soltanto la democrazia può dar loro la terra, dando loro la supremazia nello Stato. Condizione per la vittoria delle masse contadine è la completa distruzione della grande proprietà fondiaria.
Da un simile rapporto delle forze sociali si deduce un'inevitabile conclusione: la borghesia non può essere né la principale forza motrice, né il capo della rivoluzione. Solo il proletariato può condurla sino in fondo, cioè sino alla completa vittoria. Ma questa si può conseguire soltanto alla condizione che il proletariato riesca a trascinare dietro di sé la più gran parte delle masse contadine. La vittoria dell'attuale rivoluzione in Russia è possibile solo come dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini.
Tale impostazione del problema, data fin dall'inizio del 1905 - intendo parlare del III Congresso del POSDR della primavera di quell'anno - è stata pienamente confermata da ciò che è avvenuto nelle fasi più importanti della rivoluzione russa. Le nostre conclusioni teoriche sono state confermate dai fatti, nel corso della lotta rivoluzionaria...
Passo ai progetti di risoluzione che abbiamo di fronte a noi. La differenza di opinioni che ho descritto si è espressa nel contrasto fra la risoluzione bolscevica e quella menscevica. Il progetto bolscevico poggia sulla definizione del contenuto di classe dei tipi fondamentali di partiti borghesi. Già la nostra risoluzione presentata al Congresso di unificazione, quello di Stoccolma, era costruita in tal modo. Avevamo già allora delineato tre tipi fondamentali di partiti borghesi: ottobristi, liberali e democratici contadini... La nostra attuale risoluzione ha mantenuto la stessa costruzione. Essa è unicamente una variante della risoluzione di Stoccolma. Il corso degli avvenimenti ha a tal punto confermato le sue tesi principali, che sono occorse piccolissime modifiche per non trascurare l'esperienza della I e della II Duma.
La risoluzione menscevica presentata al Congresso di unificazione non offre nessuna analisi né del tipo dei partiti, né del loro contenuto di classe. Essa dice impotentemente 'che in Russia i partiti democratici borghesi si stanno solo ancora formando e non hanno quindi ancora avuto il tempo di assumere il carattere di partiti stabili' e 'che nell'attuale momento storico in Russia non esistono partiti che già adesso racchiudano contemporaneamente in sé una democraticità conseguente e uno spirito rivoluzionario'. Non è forse questa una dichiarazione impotente? Non è forse un eludere i compiti marxisti? Non ci sarà mai una completa stabilità dei partiti come non ci sarà mai una democraticità 'conseguente' se non nel proletariato...
Instabili si sono dimostrate le idee dei menscevichi. La loro attuale risoluzione è un grandissimo passo indietro persino in confronto al loro progetto dell'anno scorso. Esaminiamo questa risoluzione... Nella parte dei considerando si dice, in primo luogo, che esistono 'parecchi compiti comuni' al proletariato e alla democrazia borghese; in secondo luogo, che il proletariato deve 'combinare le sue azioni con quelle degli altri gruppi e classi sociali'; in terzo luogo, che in un paese in cui prevalgono i contadini e una debole democrazia urbana, il proletariato 'con il suo stesso movimento spinge avanti'... 'tutta la borghesia democratica del paese'; in quarto luogo, 'che, nello schieramento attuale dei partiti borghesi, il movimento nel paese non ha ancora trovato la sua espressione definitiva', riflettendo a un polo il 'realismo' e l'impreparazione alla lotta della borghesia della città, e all'altro polo le 'illusioni del rivoluzionarismo piccolo-borghese e le utopie agrarie' dei contadini. Questa è la parte dei considerando. Esaminiamo ora le conclusioni: la prima conclusione è che il proletariato, facendo una politica autonoma, deve lottare sia contro l'opportunismo e le illusioni costituzionali dell'una, sia contro le illusioni rivoluzionarie e i progetti economici reazionari degli altri. Seconda conclusione: bisogna 'combinare le proprie azioni con quelle degli altri partiti'.
Simile risoluzione non risponde a nessuna delle domande che ha il dovere di porsi ogni marxista se vuole definire l'atteggiamento del partito operaio verso i partiti borghesi. Quali sono questi problemi generali? Innanzi tutto è necessario determinare il carattere di classe dei partiti. Bisogna poi rendersi conto dei fondamentali rapporti reciproci fra le diverse classi in questa rivoluzione in generale, cioè sapere se queste classi sono interessate alla continuazione e allo sviluppo della rivoluzione. Bisogna quindi passare dalle classi in generale alla funzione che hanno oggi i diversi partiti o gruppi di partiti. Infine, bisogna dare direttive pratiche circa la politica del partito operaio verso questi partiti e gruppi.
Nella risoluzione menscevica non vi è nulla di tutto questo. Essa è una risposta formale alla questione, risposta mediante luoghi comuni sulla 'combinazione' della politica del proletariato con la politica della borghesia...
Esaminate la tesi menscevica nella sua sostanza: il proletariato, con il suo movimento 'spinge avanti' 'tutta la borghesia democratica del paese'. È vero? Assolutamente no. Ricordate i più grandi avvenimenti della nostra rivoluzione. Prendete la Duma di Bulyghin. All'invito dello zar di mettersi sulla via legale, di accettare le sue condizioni per la convocazione della prima rappresentanza popolare, il proletariato rispose con un reciso rifiuto e invitò il popolo a spazzar via quell'istituzione, a non permetterle di sorgere. Esso invitò tutte le classi rivoluzionarie a lottare perché le condizioni per la convocazione della rappresentanza popolare fossero migliori...
Come rispose dunque la borghesia liberale all'invito del proletariato? Con un grido unanime contro il boicottaggio e invitando a entrare nella Duma di Bulyghin. I professori liberali invitarono gli studenti a studiare invece di inscenare scioperi. All'invito del proletariato alla lotta, la borghesia rispose con la lotta contro il proletariato. L'antagonismo di queste classi persino nella rivoluzione borghese si manifestò allora con assoluta determinatezza. La borghesia voleva restringere l'ampiezza della lotta del proletariato, non permettergli di uscire dai limiti dell'istituzione della Duma di Bulyghin...
Proseguiamo. Prendiamo l'ottobre-dicembre 1905. Non occorre dimostrare che in quel periodo, nel periodo della più grande ascesa nella nostra rivoluzione, la borghesia rivelò di 'essere pronta alla lotta' contro il proletariato. Lo riconobbe pienamente la stampa menscevica di allora. La borghesia, cadetti compresi, cercò in ogni modo di buttar fango sulla rivoluzione e di rappresentarla sotto l'aspetto di cieca e selvaggia anarchia. Essa non solo non appoggiò gli organi dell'insurrezione creati da popolo - tutti i soviet dei deputati operai, i soviet dei deputati dei contadini e dei soldati, ecc., - ma temeva quegli organismi e lottò contro di essi. Ricordate Struve, che li chiamò uno spettacolo umiliante. La borghesia vedeva in essi la rivoluzione che aveva troppo avanzato e voleva far deviare l'energia rivoluzionaria della lotta popolare nell'angusto alveo della reazione costituzionale poliziesca.
Non occorre dilungarsi sulla condotta dei liberali nella I e nella II Duma. Anche i menscevichi riconoscevano che nella I Duma i cadetti ostacolavano la politica rivoluzionaria dei socialdemocratici e in parte dei trudoviki
("gruppo del lavoro" - deputati contadini della I Duma di orientamento democratico borghese, nda), frenavano la loro attività. Nella II Duma, poi, essi si unirono addirittura ai centoneri e appoggiarono apertamente il governo.
Dire adesso che il proletariato con il suo movimento 'spinge avanti tutta la borghesia democratica del paese' significa farsi beffa dei fatti. Non parlare nel momento attuale dello spirito controrivoluzionario della nostra borghesia significa abbandonare del tutto il modo di vedere marxista, dimenticare del tutto il punto di vista della lotta di classe...
E che cosa dicono i menscevichi della democrazia contadina? La risoluzione pone l'una accanto alle altre e li oppone, come cose di eguale importanza o, comunque, completamente omogenee, il 'realismo' della borghesia e le 'utopie agrarie' delle masse contadine. Bisogna lottare allo stesso modo - dicono i menscevichi - contro l'opportunismo della borghesia e contro il 'rivoluzionarismo piccolo-borghese' dei contadini. È un ragionamento tipico del menscevismo sul quale vale la pena di soffermarsi poiché è radicalmente sbagliato. Da esso sgorga inevitabilmente tutta una serie di conclusioni errate nella politica pratica. Sotto la critica delle utopie contadine si cela qui l'incomprensione del compito che ha il proletariato di spingere avanti le masse contadine perché raggiungano la completa vittoria nella rivoluzione borghese.
Esaminate infatti attentamente il senso delle utopie agrarie della massa contadina nell'odierna rivoluzione. In che cosa consiste la sua principale utopia? Incontestabilmente nell'idea dell'egualitarismo, nella convinzione che se si distruggesse la proprietà privata della terra e questa venisse spartita (o data in godimento) in parti eguali, verrebbero distrutte le origini del bisogno, della miseria, della disoccupazione, dello sfruttamento.
Non vi è dubbio che, dal punto di vista del socialismo, questa è un'utopia, un'utopia di piccolo-borghese. Dal punto di vista del socialismo si tratta di un pregiudizio reazionario, poiché per il socialismo proletario l'ideale non è l'eguaglianza dei piccoli agricoltori, ma la grande produzione socializzata. Ma non dimenticate che oggi giudichiamo il significato degli ideali contadini non nel movimento socialista, ma in questa rivoluzione democratica borghese. E, in questa rivoluzione, è un'idea utopistica, reazionaria, togliere tutte le terre ai grandi proprietari fondiari e distribuirle o spartirle in parti eguali fra i contadini?! No! Non solo non è reazionaria, ma esprime anzi, nel modo più deciso e conseguente, l'aspirazione alla più completa distruzione di tutto il vecchio ordine, di tutti i residui della servitù della gleba. È utopistica invece l'idea che l''egualitarismo' possa rimanere tale con la produzione mercantile e persino servire da inizio a un semisocialismo. Non è utopistica, ma rivoluzionaria nel senso più completo, più rigoroso, più scientifico del termine, l'aspirazione dei contadini a togliere subito la terra ai grandi proprietari fondiari e a ripartirla in parti eguali. Togliendo la terra ai grandi proprietari fondiari e ripartendola in tal modo si creerebbe la base per lo sviluppo più rapido, più largo e più libero del capitalismo.
Oggettivamente, non dal punto di vista dei nostri desideri, ma dello sviluppo economico odierno della Russia, il problema fondamentale della nostra rivoluzione si riduce proprio a questo: essa garantirà lo sviluppo del capitalismo attraverso la piena vittoria dei contadini sui grandi proprietari fondiari o attraverso la vittoria dei grandi proprietari fondiari sui contadini? Un rivolgimento democratico borghese nell'economia della Russia è assolutamente inevitabile: nessuna forza al mondo potrà impedirlo. Ma questo rivolgimento può avvenire in due forme... Ciò significa che i grandi proprietari fondiari possono vincere, imporre ai contadini il riscatto o altre misere concessioni, unirsi con i pochi contadini ricchi, rovinare definitivamente le masse e trasformare le loro aziende in aziende tipo junker, capitalistiche. Tale rivolgimento sarebbe democratico borghese, ma sarebbe il meno vantaggioso per i contadini e il meno vantaggioso dal punto di vista della rapidità dello sviluppo del capitalismo. La vittoria dell'insurrezione contadina, la confisca di tutte le terre dei grandi proprietari fondiari, la loro ripartizione in parti uguali significherebbe, al contrario, un rapido sviluppo del capitalismo e la forma più vantaggiosa, per i contadini, della rivoluzione democratica borghese.
E più vantaggiosa non soltanto per i contadini, ma anche per il proletariato. Il proletariato cosciente sa che non c'è e non ci può essere un'altra strada verso il socialismo se non quella che passa attraverso la rivoluzione borghese.
Quanto meno completa e meno decisiva sarà dunque questa rivoluzione, tanto più a lungo e fortemente peseranno sul proletariato i compiti non socialisti, non puramente di classe, proletari, ma quelli democratici generali. Quanto più completa sarà la vittoria delle masse contadine, tanto più rapidamente il proletariato si delimiterà definitivamente come classe, tanto più chiaramente presenterà i suoi compiti e i suoi obiettivi prettamente socialisti.
Vedete quindi che le idee dei contadini sull'egualitarismo, sono reazionarie e utopistiche dal punto di vista del socialismo e rivoluzionarie dal punto di vista della democraticità borghese. Paragonare pertanto lo spirito reazionario dei liberali in questa rivoluzione con l'utopia reazionaria dei contadini nelle idee sulla rivoluzione socialista, significa commettere un lampante errore logico e storico... Redigere una risoluzione sulla lotta contro l'opportunismo dei liberali e contro il rivoluzionarismo del contadino, significa scrivere una risoluzione non socialdemocratica. Non è un socialdemocratico che scrive, ma un intellettuale che, nel campo della democrazia borghese, se ne sta fra il liberale e il contadino...
Per concludere mi soffermerò su una pseudo obiezione che spesso ci si muove. I 'vostri' trudoviki, ci si dice, molto sovente vanno con i cadetti, contro di noi. È vero. Ma questa non è un'obiezione contro il nostro modo di vedere e contro la nostra risoluzione, poiché l'abbiamo riconosciuto noi stessi nella maniera più determinata e recisa.
I trudoviki non sono indubbiamente dei democratici del tutto coerenti; essi (compresi i socialisti-rivoluzionari) tentennano indubbiamente fra i liberali e il proletariato rivoluzionario. L'abbiamo detto, e doveva essere detto. Tali tentennamenti non sono per nulla fortuiti: sono la conseguenza inevitabile dell'essenza stessa della situazione economica del piccolo produttore. Da un lato, egli è oppresso, subisce lo sfruttamento. Involontariamente si trova faccia a faccia con la lotta per la democrazia, con le idee dell'eliminazione dello sfruttamento. Dall'altro lato, è un piccolo padrone. Nel contadino vive l'istinto del padrone, se non del padrone di oggi, di quello di domani. Questo istinto, l'istinto della proprietà, fa allontanare il contadino dal proletariato, suscita in lui l'aspirazione, il sogno di farsi strada, di divenire egli stesso un borghese, di isolarsi, contro tutta la società, sul suo fazzoletto di terra, sul suo, come causticamente disse Marx, mucchio di letame.
Le esitazioni dei contadini e dei partiti democratici contadini sono inevitabili. La socialdemocrazia non deve pertanto nemmeno per un istante lasciarsi turbare dalla paura di isolarsi da simili esitazioni. Ogni qualvolta i trudoviki danno prova di pusillanimità e arrancano dietro ai liberali, dobbiamo senza alcun timore e con piena fermezza metterci contro di loro, denunciare e bollare la loro incoerenza e fiacchezza... Una ferma politica proletaria darà a tutta la classe operaia un tale bagaglio di idee, una tale chiarezza di pensiero e resistenza nella lotta che nessuno al mondo potrà togliere alla socialdemocrazia. Persino se la rivoluzione dovesse subire una sconfitta, il proletariato imparerà innanzi tutto a comprendere quali sono le basi economiche di classe sia dei partiti liberali che dei partiti democratici, e inoltre imparerà a odiare i tradimenti della borghesia e a disprezzare la fiacchezza e le esitazioni della piccola borghesia.
E precisamente con una simile riserva di cognizioni, precisamente con questa acquisita capacità del pensiero il proletariato marcerà più compatto e con maggior audacia verso la nuova rivoluzione socialista".
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Il 19 maggio 1907 il V Congresso elegge il nuovo Comitato centrale del quale entra a far parte anche Lenin. A fine congresso, inoltre, i bolscevichi eleggono il "centro bolscevico" di cui Lenin diviene il massimo dirigente.
Rientrato da Londra, Lenin soggiorna a Stirsudden, in Finlandia. Il 25 giugno il CC del POSDR designa Lenin quale rappresentante del partito nell'Ufficio internazionale socialista. Dal 5 al 10 agosto 1907 si tenne a Stoccarda il Congresso internazionale socialista. Lenin prese parte ai suoi lavori quale membro della delegazione del POSDR, partecipando anche alla Commissione congressuale per la stesura della risoluzione "Sul militarismo e sui conflitti internazionali".
A margine dei lavori dell'assise di Stoccarda, Lenin promuove e dirige un incontro tra i socialisti di sinistra delegati al congresso internazionale.
Sugli esiti del Congresso internazionale socialista Lenin scriverà due articoli, di cui uno concepito e scritto per una diffusione di massa attraverso la pubblicazione, creata dai bolscevichi, del "Calendario per tutti per il 1908".

Ala opportunistica e ala rivoluzionaria nella II Internazionale

"Quel che ha distinto il Congresso socialista internazionale di Stoccarda...
- scrisse Lenin nell'articolo pubblicato sul n. 17 del "Proletari": Il Congresso internazionale socialista di Stoccarda - è il numero inconsueto dei convenuti e il fatto che tutti i partiti vi erano rappresentati. I cinque continenti del mondo vi hanno inviato propri delegati, il cui numero complessivo era di 886. Ma anche astraendo dalla grandiosa dimostrazione di unità internazionale della lotta proletaria, il congresso ha avuto un'importantissima funzione per la determinazione della tattica dei partiti socialisti. Su tutta una serie di problemi che sinora erano stati risolti esclusivamente all'interno dei singoli partiti socialisti il congresso ha adottato risoluzioni comuni...
Riportiamo più sotto il testo completo delle risoluzioni di Stoccarda. Ora invece ci soffermeremo su ciascuna di esse per rilevare i più importanti punti controversi e il carattere dei dibattiti avutisi al congresso.
Non è ormai più la prima volta che dei congressi internazionali si occupano della questione coloniale. Sinora le loro decisioni erano sempre consistite in una recisa condanna della politica coloniale borghese, come politica di rapina e di violenza. Questa volta la commissione del congresso era composta in maniera tale che gli elementi opportunisti, capeggiati dall'olandese Van Kol, vi hanno avuto il sopravvento. Nel progetto di risoluzione era stata inserita la frase che il congresso non condanna in linea di principio qualsiasi politica coloniale, politica che in regime socialista può esercitare una funzione civilizzatrice. La minoranza della commissione (il tedesco Ledebour, i socialdemocratici polacchi e russi e molti altri) ha protestato energicamente contro l'ammissione di una simile idea. La questione è stata sottoposta al congresso e le forze di entrambe le tendenze sono risultate numericamente tanto vicine che la lotta è divampata con passione inaudita... Si tratta di sapere se dobbiamo fare delle concessioni all'odierno regime di rapina e di violenza borghese. L'attuale politica coloniale è sottoposta alla discussione del congresso, e questa politica si basa sull'aperto asservimento dei selvaggi: la borghesia istituisce di fatto la schiavitù nelle colonie, sottoponendo gli indigeni a oltraggi e violenze senza precedenti, 'civilizzandoli' con la diffusione dell'acquavite e della sifilide. E in una situazione simile i socialisti pronunceranno frasi elusive sulla possibilità di riconoscere in linea di principio la politica coloniale! Sarebbe un aperto passaggio al modo di vedere borghese. Ciò vorrebbe dire fare un passo decisivo verso la sottomissione del proletariato all'ideologia borghese, all'imperialismo borghese, che oggi solleva la testa con particolare tracotanza.
La proposta della commissione è stata bocciata al congresso con 128 voti contro 108 e 10 astenuti (Svizzera)...
Questa votazione sulla questione coloniale ha una grandissima importanza. In primo luogo, si è smascherato con particolare evidenza l'opportunismo socialista, che si arrende alle lusinghe borghesi. In secondo luogo, si è manifestato un tratto negativo del movimento operaio europeo, che può arrecare non poco pregiudizio alla causa del proletariato e merita perciò una seria attenzione. Marx ha più volte menzionato un detto di Sismondi che ha un'enorme importanza. I proletari del mondo antico - suona questo detto - vivevano a spese della società. La società moderna vive a spese del proletariato.
Una classe di persone nullatenenti ma che non lavorano non è in grado di abbattere gli sfruttatori. Solo la classe dei proletari, che mantiene tutta la società, ha la forza di fare la rivoluzione sociale. E una vasta politica coloniale ha portato a una situazione in cui il proletariato europeo viene in parte a trovarsi in condizioni tali per cui tutta la società non viene mantenuta col suo lavoro, ma col lavoro degli indigeni quasi schiavizzati dalle colonie. La borghesia inglese, per esempio, ricava più redditi dalle decine e centinaia di milioni di abitanti dell'India e di altre sue colonie che non dagli operai inglesi. Questa situazione crea in determinati paesi la base materiale, economica, che permette allo sciovinismo coloniale di contagiare il proletariato. Ciò può essere, naturalmente, solo un fenomeno transitorio, ma occorre nondimeno aver chiara coscienza del male, capirne le cause, per poter riuscire ad unire il proletariato di tutti i paesi per la lotta contro un simile opportunismo. E questa lotta condurrà ineluttabilmente alla vittoria, poiché le nazioni 'privilegiate' costituiscono una parte sempre minore del numero complessivo delle nazioni capitalistiche.
La questione del voto alle donne non ha quasi provocato discussioni al congresso. Si è trovata solo un'inglese, della quanto mai opportunistica 'Società fabiana', la quale ha tentato di sostenere l'ammissibilità di una lotta socialista in favore del diritto di voto limitato per le donne, cioè non universale, ma censitario. Questa fabiana è rimasta completamente sola. Dietro le sue vedute vi è una semplice idea: le dame borghesi inglesi sperano di ottenere il diritto di voto per loro, senza estenderlo al proletariato femminile...
La risoluzione sui rapporti tra i partiti socialisti e i sindacati ha un'importanza particolarmente grande per noi russi. Il Congresso del POSDR di Stoccolma si pronunciò a favore dei sindacati apartitici, ponendosi in tal modo dal punto di vista della neutralità, punto di vista che hanno sempre propugnato i nostri democratici senza partito, i bernsteiniani ed i socialisti-rivoluzionari. Il congresso di Londra, al contrario, aveva formulato un altro principio: avvicinamento tra sindacati e partito, sino al riconoscimento dei sindacati (in certe condizioni) quali organizzazioni del partito... E la risoluzione del Congresso di Stoccarda... pone fine all'accettazione di principio della 'neutralità'. Non c'è in essa una sola parola sulla neutralità o apartiticità. Al contrario, la necessità di stretti legami tra i sindacati e il partito socialista e del consolidamento di questi legami viene riconosciuta in maniera del tutto precisa.
La risoluzione di Londra del POSDR sui sindacati poggia oggi su una solida base di principio rappresentata dalla risoluzione di Stoccarda, la quale stabilisce in generale e per tutti i paesi la necessità di saldi e stretti legami tra i sindacati e il partito socialista; la risoluzione di Londra rileva che per la Russia la forma di questo legame deve essere, in condizioni a ciò favorevoli, quella della partiticità dei sindacati e che l'attività dei membri del partito dev'essere diretta a questo scopo... La predicazione della neutralità ha di fatto avuto risultati dannosi in Germania, facendo il giuoco dell'opportunismo in seno alla socialdemocrazia. Di questo fatto non si può d'ora in poi non tener conto, e bisogna in special modo tenerne conto in Russia, dove tanto numerosi sono i consiglieri democratici borghesi del proletariato che raccomandano a quest'ultimo la 'neutralità' del movimento sindacale.
Della risoluzione sull'emigrazione e immigrazione diremo soltanto qualche parola. Anche qui c'è stato, in sede di commissione, il tentativo di far valere concezioni grettamente corporative, di far approvare il divieto di immigrazione per gli operai provenienti dai paesi arretrati (dei coolies della Cina, ecc.). Si tratta della stessa mentalità aristocratica esistente tra i proletari di alcuni paesi 'civili' che traggono determinati vantaggi dalla loro situazione privilegiata e sono perciò propensi a dimenticare le esigenze della solidarietà di classe internazionale. Al congresso stesso non si sono avuti difensori di questa grettezza corporativa e piccolo-borghese. La risoluzione corrisponde in pieno alla rivendicazioni della socialdemocrazia rivoluzionaria.
Passiamo all'ultima e forse la più importante risoluzione del congresso: quella sull'antimilitarismo. Il famigerato Hervè, che ha fatto molto rumore in Francia e in Europa, ha sostenuto su questa questione un punto di vista semianarchico, proponendo ingenuamente di 'rispondere' a qualsiasi guerra con lo sciopero e l'insurrezione. Da un lato, egli non capiva che la guerra è un prodotto necessario del capitalismo, e che il proletariato non può rifiutarsi di partecipare a una guerra rivoluzionaria, giacché simili guerre sono possibili e ce ne sono state nelle società capitalistiche. D'altro lato, non capiva che la possibilità di 'rispondere' alla guerra dipende dal carattere della crisi che la guerra stessa provoca. Da queste condizioni dipende la scelta dei mezzi di lotta, e inoltre questa scelta deve consistere (è questo il terzo punto delle incomprensioni o della stoltezza dell'herveismo) non in una mera sostituzione della pace alla guerra, ma nella sostituzione del socialismo al capitalismo. L'importante non è soltanto impedire lo scoppio della guerra, ma utilizzare la crisi da questa generata per affrettare l'abbattimento della borghesia. Ma dietro tutte le assurdità semianarchiche dell'herveismo si cela una cosa praticamente giusta: dare una spinta al socialismo, nel senso di non limitarsi ai soli mezzi di lotta parlamentari, di sviluppare nelle masse la coscienza della necessità di metodi di azione rivoluzionari in connessione con le crisi che la guerra porta inevitabilmente con se, nel senso, infine, di diffondere nelle masse una più viva coscienza della solidarietà internazionale degli operai e della falsità del patriottismo borghese.
La risoluzione di Bebel, proposta dai tedeschi e che in tutto ciò che era essenziale coincideva con la risoluzione di Guesde, aveva appunto il difetto di non contenere nessun accenno ai compiti attivi del proletariato. Questo dava la possibilità di leggere le tesi ortodosse di Bebel con gli occhiali dell'opportunismo. Vollmar ha trasformato immediatamente questa possibilità in realtà. Ecco perché Rosa Luxemburg e i delegati russi socialdemocratici hanno presentato propri emendamenti alla risoluzione di Bebel. In questi emendamenti 1) si diceva che il militarismo è il principale strumento dell'oppressione di classe; 2) si indicava il compito dell'agitazione tra la gioventù; 3) si sottolineava che la socialdemocrazia ha il compito di lottare non solo contro lo scoppio delle guerre o per la più rapida cessazione di quelle già iniziate, ma anche per utilizzare la crisi creata dalla guerra al fine di affrettare la caduta della borghesia.
Tutti questi emendamenti sono stati inclusi... nella risoluzione di Bebel. Oltre a ciò Jaurès ha proposto un progetto felice: invece di parlare dei mezzi di lotta (sciopero, insurrezione), indicare esempi storici della lotta del proletariato contro la guerra, dalle dimostrazioni in Europa alla rivoluzione in Russia. Da tutta questa rielaborazione è venuta fuori una risoluzione in verità eccessivamente lunga, ma in compenso veramente ricca di idee e che indica con precisione i compiti del proletariato. In questa risoluzione al rigore dell'analisi marxista ortodossa, ossia l'unica analisi scientifica, si è unita la raccomandazione ai partiti operai delle misure di lotta più risolute e rivoluzionarie. Essa non può essere letta alla Vollmar, e non può neanche essere contenuta negli angusti limiti dell'ingenuo herveismo.
Nel suo insieme il congresso di Stoccarda ha contrapposto in maniera evidente, in tutta una serie di importantissimi problemi, l'ala opportunistica e quella rivoluzionaria della socialdemocrazia internazionale e ci ha dato una soluzione di questi problemi ispirata al marxismo rivoluzionario. Le risoluzioni del congresso, lumeggiate dai dibattiti svoltisi al congresso stesso, devono diventare il vademecum di cui sempre dovrà servirsi ogni propagandista e agitatore. L'unità della tattica e l'unità della lotta rivoluzionaria dei proletari di tutti i paesi spingeranno vigorosamente in avanti l'opera svolta a Stoccarda".
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Nell'autunno del 1907 Lenin presenziò ai lavori della conferenza d'organizzazione di Pietroburgo del POSDR, svolgendovi i rapporti: "Sulla terza Duma" e "Sulla collaborazione alla stampa borghese". Dal 5 al 12 novembre, poi, partecipò alla IV Conferenza del POSDR che si riunì a Helsingfors, relazionando "Sulla tattica del gruppo socialdemocratico alla III Duma".

Costretto a rifugiarsi all'estero

La polizia zarista, intanto, in tutto questo periodo non lesinò gli sforzi per stringere il suo cerchio repressivo intorno a Lenin. È a causa di questa situazione assai rischiosa per la libertà di Lenin, che il "centro bolscevico" decise che il leader rivoluzionario doveva lasciare illegalmente la Russia e rifugiarsi nuovamente all'estero. L'espatrio avvenne, e non senza pericoli, nel mese di dicembre del 1907 attraverso il Golfo di Finlandia. Lenin e le sue guide, due pescatori finlandesi, si salvarono in extremis e fortunosamente da una morte certa allorché lo strato ghiacciato del Golfo, evidentemente non uniformemente spesso, cominciò a cedere al loro passaggio.
In quello stesso periodo, e precisamente il 22 dicembre, a Pietroburgo, una sentenza della Corte d'appello del Tribunale ordinò il sequestro e la distruzione dell'opera di Lenin "Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica".
Il 25 dicembre 1907 Lenin giunse a Ginevra, iniziando così il periodo della seconda emigrazione che si protrarrà per quasi un decennio.