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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 9
Bolscevichi e menscevichi durante il periodo della reazione di Stolypin


 
 
Pochi giorni dopo il suo arrivo a Ginevra, Lenin inviò una lettera a Maksim Gorki dicendogli che, pur con rammarico, era costretto a rifiutare l'invito rivoltogli dallo scrittore russo di raggiungerlo in Italia, a Capri.
Molti e assai urgenti erano, infatti, i compiti e le necessità che impegnavano Lenin all'indomani del suo nuovo, forzato allontanamento dalla Russia.
La situazione politica interna alla Russia era assai difficile e quella del partito, per certi versi, era drammatica. Durante gli anni della prima rivoluzione russa, 1905-1907, il partito aveva mutato in modo radicale la sua composizione e allargato di molto le sue file. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, i nuovi militanti erano privi di esperienza nel lavoro illegale e, quindi, completamente impreparati a svolgere la loro attività nelle condizioni di clandestinità in cui la reazione infuriante aveva costretto il movimento rivoluzionario e, in modo particolare, il POSDR. Il governo zarista, l'Okhrana e i Tribunali avevano pianificato e organizzato al meglio l'apparato repressivo imperiale: le condanne a morte contro i socialdemocratici, e i bolscevichi in particolare, erano all'ordine del giorno; il regime carcerario e il confino erano stati resi, se possibile, ancora più crudeli e spietati ed era stato messo a punto un apparato spionistico e di provocazione ben organizzato e in grado di assolvere ai più diversi compiti di controllo delle opposizioni e, in special modo, del partito bolscevico delle sue organizzazioni e dei suoi organi dirigenti.
Ma la rivoluzione democratica era stata altresì un'esperienza unica e insostituibile per la classe operaia e i bolscevichi, una "lezione rivoluzionaria" che servì come non mai ad accrescere la loro convinzione, determinazione e capacità di azione nel raggiungimento di tutti gli obiettivi che si erano prefissi.
I primi impegni di Lenin a Ginevra furono, innanzitutto, ridare vita al "Proletari", l'organo illegale del partito, e ricreare la rete - quasi completamente distrutta - di persone e di percorsi in grado di fare entrare clandestinamente in Russia la stampa illegale e tutto il materiale di propaganda necessario all'attività del partito. Questo importante e decisivo lavoro svolto da Lenin, si concretizzò con l'uscita a Ginevra il 13 febbraio 1908 del n. 21 del "Proletari"; la pubblicazione a Pietroburgo, tra gennaio e febbraio, di un volume che raccoglieva la prima parte degli articoli scritti da Lenin su "La questione agraria", di una raccolta di scritti bolscevichi intitolata "La vita corrente" e, infine, la pubblicazione della seconda edizione ampliata dell'opera di Lenin "Lo sviluppo del capitalismo in Russia".

Il riflusso e i tentativi di revisione del marxismo

Ma è soprattutto al lavoro ideologico che Lenin dedica immense energie, in un momento cruciale per l'esistenza stessa del partito. Il pesante riflusso del movimento rivoluzionario seguito alla sconfitta della rivoluzione democratica e all'offensiva reazionaria e restauratrice dello zarismo, portò scompiglio e profonde lacerazioni in tutti i partiti che erano stati artefici della lotta per la democrazia e contro l'autocrazia. Un grande e grave sbandamento ideologico si insinuò nella socialdemocrazia e investì in pieno il POSDR. Terrorizzati e impotenti di fronte alla reazione e intrisi di pessimismo nei confronti della classe operaia e del partito, i menscevichi manifestarono sempre più la loro tendenza alla liquidazione del partito stesso, che si manifestò attraverso lo svolgimento delle sole attività legali in campo politico, sindacale e di stampa e propaganda, fino a che quest'attività fu possibile in quanto pesantemente repressa dal governo e, per converso, con la negazione ed il rifiuto dell'azione illegale, della preparazione e diffusione di stampa e materiale di propaganda illegale. Consapevole di quanto fosse sbagliata e nefasta questa politica di resa totale e incondizionata al governo zarista e letale per l'esistenza stessa del partito, Plekhanov si rifiutò di seguire i liquidatori, si separò da loro e creò un proprio gruppo, quello dei menscevichi-partitisti.
Anche i bolscevichi non furono immuni dal forte sbandamento ideologico. Esso, in un primo momento, iniziò col manifestarsi sul terreno della filosofia, sul piano del pensiero filosofico; ma, inevitabilmente, non mancò di riflettersi sul piano politico e dell'azione pratica. Già tra la fine Ottocento e l'inizio del Novecento presero a diffondersi, in filosofia, nuove teorie basate sull'"esperienza critica" elaborate dal filosofo e fisico austriaco Ernst Mach e dal filosofo tedesco Richard Avenarius. Nel clima di riflusso postrivoluzionario, all'empiriocriticismo si avvicinarono anche alcuni intellettuali russi, tra i quali i bolscevichi Bogdanov, Bazarov e Lunaciarski impegnati, a loro dire, nel "perfezionare" e "sviluppare" (in realtà, invece, più semplicemente a revisionare e stravolgere) la filosofia marxista; e nel ricercare ed edificare dio conciliando tutto ciò con il materialismo e con il marxismo.
Nel 1908 Lenin affronta, critica e controbatte questo pernicioso revisionismo filosofico scrivendo "Materialismo ed empiriocriticismo", opera pubblicata a Mosca nel maggio 1909, nella quale bolla queste "nuove teorie" come un'espressione per nulla originale dell'idealismo, riproponendo la validità della filosofia marxista e del suo cardine, il materialismo storico e dialettico.
Scrive Lenin introducendo il suo "Materialismo ed empiriocriticismo": "Chi ha qualche dimestichezza con la letteratura filosofica deve sapere che è difficile trovare anche un solo professore di filosofia (o di teologia) contemporaneo, il quale non si preoccupi, direttamente o indirettamente, di confutare il materialismo. Centinaia e migliaia di volte si è proclamato confutato il materialismo e si continua tuttora a confutarlo per la centunesima, per la millesima ed una volta. Tutti i nostri revisionisti sono impegnati a confutare il materialismo, pur fingendo tuttavia di confutare soltanto il materialista Plekhanov - e non il materialista Engels, né il materialista Feuerbach, né le concezioni materialistiche di J. Dietzgen - e, inoltre, di confutare il materialismo dal punto di vista del positivismo 'moderno' e 'contemporaneo', delle scienze naturali, e così via... Che Ernst Mach sia oggi il più popolare rappresentante dell'empiriocriticismo è cosa da tutti ammessa nella letteratura filosofica, e le deviazioni di Bogdanov e di Iusckevic dal machismo 'puro', come mostreremo in seguito, hanno un'importanza del tutto secondaria.
I materialisti, ci si dice, ammettono qualcosa di impensabile e di inconoscibile, la 'cosa in sé', la materia 'fuori dell'esperienza', fuori della nostra conoscenza. Essi cadono nel misticismo vero e proprio ammettendo l'esistenza di qualche cosa che sta al di là, oltre i limiti dell''esperienza' e della conoscenza. I materialisti affermano, dicendo che la materia, agendo sugli organi dei nostri sensi, produce sensazioni, prendono come base l''ignoto', il nulla, poiché - si dice - loro stessi affermano che l'unica fonte della conoscenza sono i nostri sensi. I materialisti cadono nel 'kantismo' (è il caso di Plekhanov che ammette l'esistenza delle 'cose in sé', cioè di cose che esistono fuori della nostra coscienza), 'duplicano' il mondo, predicano il 'dualismo', poiché per loro oltre ai fenomeni c'è ancora la 'cosa in sé', oltre i dati immediati dei sensi ancora qualche cosa d'altro, qualche feticcio, un 'idolo', un assoluto, una fonte di 'metafisica', un doppione della religione (la 'santa materia', come dice Bazarov).
Tali sono gli argomenti dei machisti contro il materialismo, argomenti che gli scrittori summenzionati ripetono e citano in vari modi.
Per controllare se questi argomenti siano nuovi e se siano realmente diretti soltanto contro un materialista russo 'caduto nel kantismo', daremo citazioni particolareggiate delle opere di un vecchio idealista, di George Berkeley...
L'opera del vescovo George Berkeley, venuta alla luce nel 1710 col titolo: Trattato dei principi della conoscenza umana incomincia col seguente ragionamento: 'È evidente, per ognuno che esamini gli oggetti dell'umana conoscenza, ch'essi sono o idee [ideas] realmente impresse nei sensi, o idee acquisite mediante l'osservazione delle passioni e delle operazioni della mente; o, infine, idee formate con l'aiuto della memoria e dell'immaginazione...'.
Tale è il contenuto del primo paragrafo dell'opera di Berkeley. Dobbiamo ricordare che egli mette alla base della sua filosofia 'il duro, il molle, il caldo, il freddo, i colori, il gusto, gli odori', ecc. Per Berkeley, le cose sono 'collezioni di idee', e con quest'ultima espressione, egli intende, appunto, qualità o sensazioni come quelle che abbiamo elencato e non idee astratte.
In seguito, Berkeley dice che, oltre tali 'idee ed oggetti di conoscenza', esiste qualcosa che li percepisce, 'mente, spirito, anima o io' (paragrafo 2). È ovvio - conclude il filosofo - che le 'idee' non possono esistere fuori dell'intelletto che le percepisce".40
"'La nostra conoscenza di queste [cioè delle idee o cose] - scrive Berkeley - è stata molto oscura e confusa, e siamo stati indotti in errori molto pericolosi supponendo una doppia [twofold] esistenza degli oggetti sensibili, l'una intellegibile o nella mente, l'altra reale o fuori della mente' (cioè, fuori della coscienza) (paragrafo 86). Berkeley se la ride di quest'opinione 'assurda' che ammette la possibilità di pensare l'impensabile! L'origine di quest''assurdo' è naturalmente la distinzione delle 'cose' e delle 'idee' (paragrafo 87), l''ammissione degli oggetti esterni'. La stessa fonte genera, come ha scoperto Berkeley nel 1710 e come Bogdanov ha di nuovo scoperto nel 1908, la fede nei feticci e negli idoli. 'L'esistenza della Materia, o dei corpi non percepiti - dice Berkeley - è stata non solo il principale punto d'appoggio degli atei e dei fatalisti, ma dallo stesso principio dipende parimenti l'idolatria in tutte le sue diverse forme' (paragrafo 94).
Ed eccoci giunti a quelle deduzioni 'malaugurate' tratte dall''assurda' dottrina dell'esistenza del mondo esterno, che hanno obbligato il vescovo Berkeley non soltanto a confutare teoricamente questa dottrina, ma anche a perseguitarne ardentemente i seguaci come dei nemici. '...Sulle stesse fondamenta [della dottrina della materia o sostanza corporea] - egli dice - sono stati innalzati tutti gli empi sistemi dell'ateismo e dell'irreligione. Quanto amica sia stata la sostanza materiale agli atei di tutti i tempi è inutile dire. Tutti i loro mostruosi sistemi dipendono così visibilmente e necessariamente da essa che, se si toglie questa pietra angolare, l'intero edificio deve crollare al suolo, in modo che più non val la pena di rivolgere una particolare considerazione alle assurdità di tutte le sciagurate sette di atei' (paragrafo 92, p. 71 dell'edizione citata).
'La materia una volta bandita dalla natura, trascina con sé tante nozioni scettiche ed empie e un numero così incredibile di dispute e questioni imbarazzanti... le quali son state come tante spine nei fianchi dei teologi e dei filosofi, e hanno prodotto tanto lavoro sterile per l'umanità che, se gli argomenti che noi abbiamo portato contro di essa non sono riconosciuti adeguati alla dimostrazione (come evidentemente sembrano a me), sono certo che tutti gli amici del sapere, della pace e della religione hanno ragione di desiderare che lo siano' (paragrafo 96).
Ragionava a cuore aperto, ragionava ingenuamente, il vescovo Berkeley...
Berkeley non soltanto parlava con franchezza degli orientamenti della sua filosofia, ma si sforzava anche di coprirne la nudità idealistica, di dipingerla libera da ogni assurdità e accettabile al 'buon senso'. Con la nostra filosofia - egli diceva difendendosi istintivamente dall'accusa di ciò che oggi si chiamerebbe idealismo soggettivo e solipismo - 'non ci vien tolta nessuna cosa che sia della natura' (paragrafo 34). La natura rimane, e rimane anche la differenza tra le cose reali e le chimere, soltanto 'ambedue esistono egualmente nella mente'. 'Io non contesto l'esistenza di qualsiasi cosa che possiamo apprendere mediante i sensi o mediante la riflessione. Che le cose che io vedo con gli occhi e tocco con le mani esistano, esistano realmente, non lo metto minimamente in dubbio. La sola cosa di cui neghiamo l'esistenza è quella che i filosofi... chiamano Materia o sostanza corporea. E facendo ciò, non si fa danno al resto dell'umanità, che, oso dire, non ne sentirà mai la mancanza.. L'ateo, invero, avrà bisogno del colore di un vuoto nome per sostenere la sua empietà...'.
Questo pensiero è espresso in modo ancora più chiaro nel paragrafo 37, dove Berkeley risponde all'accusa secondo la quale la sua filosofia distrugge la sostanza corporea: '... Se la parola sostanza è presa nel senso volgare..., come una combinazione di qualità sensibili, quali estensione, solidità, peso e simili - noi non possiamo esser accusati di eliminarla; ma se è presa in un senso filosofico - come sostegno di accidenti o qualità fuori della mente - allora veramente riconosco che l'eliminiamo, se pure si può parlare di eliminare ciò che non è mai esistito, neppure nell'immaginazione".41
"Nella sua opera Ludwig Feuerbach, Engels divide i filosofi in 'due grandi campi': materialisti e idealisti. Engels... scorge la differenza fondamentale tra l'una e l'altra nel fatto che per i materialisti la natura ha la priorità sullo spirito e per gli idealisti viceversa. Fra gli uni e gli altri, Engels pone i seguaci di Hume e di Kant, che egli chiama agnostici, in quanto essi negano la possibilità di conoscere il mondo, o almeno di conoscerlo completamente. Nel suo Ludwig Feuerbach Engels impiega questo termine soltanto per i seguaci di Hume...; ma nell'articolo Sul materialismo storico, Engels tratta direttamente della concezione 'agnostica neokantiana' e considera il neokantismo come una varietà dell'agnosticismo".42
"Il marxista - spiega poi Lenin nella conclusione di "Materialismo ed empiriocriticismo" - deve giudicare l'empiriocriticismo sotto quattro aspetti. In primo luogo, e innanzitutto, è necessario confrontare i principi teorici di questa filosofia con quelli del materialismo dialettico. Questo confronto, al quale sono dedicati i primi tre capitoli, mette in luce, in tutta la serie delle questioni gnoseologiche (della conoscenza - ndr), il carattere interamente reazionario dell'empiriocriticismo che nasconde, con nuovi raggiri, nuove parole e nuovi stratagemmi, i vecchi errori dell'idealismo e dell'agnosticismo. Soltanto quando si ignora completamente ciò che è la filosofia materialistica in generale e ciò che è il metodo dialettico di Marx e di Engels, si può parlare di 'unione' dell'empiriocriticismo col marxismo.
In secondo luogo è necessario determinare il posto che occupa l'empiriocriticismo - minuscola scoletta di filosofi specializzati - tra le altre scuole filosofiche moderne. Sia Mach che Avenarius, partendo da Kant, si sono incamminati non verso il materialismo, ma nella direzione opposta, verso Hume e Berkeley. Avenarius, che immaginava di 'epurare l'esperienza' in generale, in realtà epurò soltanto l'agnosticismo dal kantismo. Tutta la scuola di Mach e di Avenarius, strettamente unita con una delle scuole idealistiche più reazionarie, il cosiddetto immanentismo, si orienta sempre più decisamente verso l'idealismo.
In terzo luogo, bisogna prendere in considerazione il nesso evidente che esiste fra il machismo e una certa scuola di una branca determinata delle scienze naturali contemporanee. La schiacciante maggioranza degli scienziati, sia in generale che nella branca particolare della fisica, è decisamente dalla parte del materialismo. Sotto l'influenza del crollo delle vecchie teorie in seguito alle grandi scoperte degli ultimi anni, sotto l'influenza della crisi della fisica moderna, la quale ha messo in luce, con particolare evidenza, la relatività delle nostre conoscenze, una minoranza di fisici moderni è scivolata, per ignoranza della dialettica, nell'idealismo attraverso la strada del relativismo. L'idealismo fisico in voga ai nostri giorni esercita un'attrattiva altrettanto reazionaria e altrettanto effimera quanto l'idealismo fisiologico di moda in un non lontano passato.
In quarto luogo, dietro lo scolasticismo gnoseologico dell'empiriocriticismo, non si può non vedere la lotta dei partiti in filosofia, lotta che in ultima analisi esprime le tendenze e l'ideologia delle classi nemiche della società moderna. La filosofia contemporanea ha un carattere di parte, come l'aveva la filosofia di duemila anni fa. In sostanza, i partiti in lotta sono il materialismo e l'idealismo, anche se si nascondono dietro nuove etichette escogitate da pedanti e da ciarlatani, o dietro una stupida indipendenza delle parti. L'idealismo è soltanto una forma affinata e raffinata del fideismo, il quale resta in armi, dispone di una formidabile organizzazione e continua senza interruzione a esercitare la sua influenza sulle masse, approfittando di ogni minima oscillazione del pensiero filosofico a suo vantaggio. La funzione obiettiva, di classe, dell'empiriocriticismo si riduce tutta a servire i fideisti nella loro lotta contro il materialismo in generale e contro il materialismo storico in particolare".
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Il liquidatorismo menscevico

Bogdanov e Lunaciarski esponenti di spicco del revisionismo filosofico, furono, e non a caso, anche i principali leader, assieme a Bubnov, del gruppo degli otzovisti che intraprese tra le file bolsceviche un'azione che puntava a imporre al partito la cessazione di tutte le attività legali. Gli otzovisti si rifiutavano di lavorare nelle organizzazioni legali così come nei sindacati e chiesero il ritiro dei deputati socialdemocratici dalla Duma di Stato. In concreto, se questa linea fosse passata, avrebbe significato l'isolamento totale del partito e il suo completo distacco dalle masse.
Da un lato la maggioranza menscevica che chiedeva la distruzione della struttura illegale e clandestina del partito, dall'altro la minoranza bolscevica che chiedeva la distruzione della struttura legale del partito. Due posizioni all'apparenza diametralmente opposte che convergevano in un unico punto: liquidare il partito autonomo del proletariato e farlo deviare dalla sua giusta politica marxista.
Scrive Lenin nel suo articolo "Liquidazione del liquidatorismo", pubblicato sul "Proletari" n. 46 del luglio 1909: "Negli ultimi due anni - all'incirca dal colpo di Stato del 3 giugno 1907 fino ad oggi - una brusca svolta, una grave crisi si è determinata nella storia della rivoluzione russa e nello sviluppo del movimento operaio di Russia e del POSDR. La conferenza del POSDR del dicembre 1908 ha fatto un bilancio della situazione politica, dello stato del movimento rivoluzionario e delle sue prospettive, dei compiti che si pongono al partito della classe operaia. Le risoluzioni di questa conferenza sono un patrimonio prezioso del partito, e quei menscevichi opportunisti che hanno cercato a ogni costo di criticarle hanno solo rivelato con singolare evidenza l'impotenza della loro 'critica', incapace di proporre alcunché di sensato, organico e sistematico sui problemi risolti in queste risoluzioni.
Ma la conferenza del partito non ci ha dato solo questo. Essa ha svolto una funzione molto importante nella vita del partito, perché ha delineato nuovi schieramenti ideali nelle due frazioni, tra i menscevichi come tra i bolscevichi. La lotta tra queste due frazioni ha empito di sé - lo si può dire senza alcun timore di esagerare - tutta la storia del partito sia alla vigilia che nel corso della rivoluzione. E quindi i nuovi schieramenti ideali rappresentano un fenomeno molto importante nella vita del partito, un fenomeno che tutti i socialdemocratici devono analizzare, comprendere e far proprio per poter affrontare consapevolmente i problemi nuovi posti dalla situazione.
Questi schieramenti ideali nuovi possono essere succintamente caratterizzati come il manifestarsi del liquidatorismo nelle due ali estreme del partito e come la lotta contro di esso. Nella frazione dei menscevichi il liquidatorismo si è precisato con assoluta chiarezza nel dicembre del 1908, e la lotta contro di esso è stata condotta allora quasi esclusivamente dalle altre frazioni (bolscevichi, polacchi, lettoni, una parte del Bund). I menscevichi partitisti, i menscevichi ostili al liquidatorismo, si erano allora appena definiti come corrente e non intervenivano con coesione e in maniera aperta. I bolscevichi si sono distinti nettamente in due parti, che hanno agito in modo aperto: la stragrande maggioranza dei bolscevichi ortodossi, che si sono battuti con decisione contro l'otzovismo e hanno elaborato secondo questo spirito tutte le risoluzioni della conferenza, e una minoranza di "otzovisti", che hanno difeso le loro concezioni, in quanto gruppo autonomo, ricevendo non di rado l'appoggio degli 'ultimatisti' oscillanti tra loro e i bolscevichi ortodossi. Più di una volta si è detto e dimostrato nel Proletari... che gli otzovisti (e gli ultimatisti, in quanto tendono a spostarsi verso di loro) sono menscevichi alla rovescia, liquidatori di tipo nuovo. Così, tra i menscevichi la stragrande maggioranza era composta di liquidatori e c'era solo un inizio di protesta e di lotta contro di loro; tra i bolscevichi invece c'era il completo predominio degli elementi ortodossi, con l'aperto intervento di una minoranza otzovista: era questa la situazione interna del partito, come si è profilata alla conferenza di dicembre del POSDR.
Che cos'è il liquidatorismo? dove sta la ragione della sua nascita? perché mai gli otzovisti (e i costruttori di dio, a cui accenneremo più avanti) sono anch'essi liquidatori, menscevichi alla rovescia? Qual è, insomma, il significato e la portata sociale del nuovo schieramento ideale all'interno del nostro partito?
Il liquidatorismo in senso stretto, il liquidatorismo dei menscevichi, consiste idealmente nella negazione della lotta rivoluzionaria di classe del proletariato socialista in generale e, in particolare, nella negazione dell'egemonia del proletariato nella nostra rivoluzione democratica borghese. Questa negazione assume, beninteso, forme diverse ed è più o meno consapevole, netta e coerente...
Sul piano organizzativo, il liquidatorismo è la negazione della necessità di un partito socialdemocratico illegale e implica l'abiura del POSDR, l'uscita dal partito, la lotta contro il partito sulle pagine della stampa legale, nelle organizzazioni operaie legali, nei sindacati, nelle cooperative, nei congressi a cui partecipano deputati operai, ecc. Di esempi di questo liquidatorismo menscevico pullula la storia di ogni organizzazione del partito in Russia negli ultimi due anni. Quale esempio luminoso di liquidatorismo abbiamo già indicato... il caso in cui i menscevichi membri del CC hanno tentato apertamente di minare il CC del partito, di far cessare il funzionamento di questa istanza. Come sintomo del quasi totale sfacelo delle organizzazioni illegali mensceviche in Russia, si può ricordare che la 'delegazione del Caucaso' all'ultima conferenza del partito era composta di soli compagni residenti all'estero, e che la delegazione del Golos sotsialdemokrata è stata confermata dal CC (all'inizio del 1908) come un gruppo pubblicistico autonomo, privo di qualsiasi legame con questo o quell'organismo operante in Russia.
I menscevichi non fanno un consuntivo di tutte queste manifestazioni di liquidatorismo. In parte le occultano, in parte non ci si raccapezzano, perché non si rendono conto del significato dei singoli episodi, perché si smarriscono nelle questioni spicciole, nella casistica, nei fatti personali, non riescono a generalizzare, non riescono a intendere il significato di ciò che avviene.
E questo significato è nel fatto che l'ala opportunistica del partito operaio al tempo della rivoluzione borghese doveva inevitabilmente rivelarsi nelle crisi, nello sfacelo e nel crollo come una corrente liquidatrice o prigioniera dei liquidatori. Nell'epoca della rivoluzione borghese è inevitabile l'adesione al partito proletario dei compagni di strada... piccolo-borghesi, meno capaci di far proprie la teoria e la tattica proletarie, meno capaci di resistere in una fase di disgregazione, più inclini a condurre fino in fondo l'opportunismo. Lo sfacelo è venuto, e la massa degli intellettuali menscevichi, dei letterati menscevichi è di fatto passata ai liberali. Gli intellettuali si sono staccati dal partito, e quindi si sono disgregate soprattutto le organizzazioni mensceviche. I menscevichi che hanno sincera simpatia per il proletariato e per la lotta di classe del proletariato, per la teoria proletaria rivoluzionaria (e ci sono sempre stati menscevichi che giustificavano il proprio opportunismo nella rivoluzione con il desiderio di tener conto di tutte le svolte della situazione, di tutti gli zigzag di un itinerario storico tortuoso), risultano 'ancora una volta in minoranza', in minoranza tra i menscevichi, e sprovvisti della necessaria fermezza per condurre la lotta contro i liquidatori e della forza necessaria per combattere con successo questa lotta. Intanto i compagni di strada opportunisti marciano sempre più verso il liberalismo, Plekhanov comincia a non poterne più di Potresov, il Golos sotsialdemokrata di Cerevanin, gli operai menscevichi di Mosca degli intellettuali menscevichi, e così via. I menscevichi partitisti, i menscevichi marxisti ortodossi cominciano a staccarsi e, per forza di cose, via via che si accosteranno al partito, risulteranno più vicini ai bolscevichi. È nostro compito comprendere questa situazione e cercare sempre e dappertutto di distinguere i liquidatori dai menscevichi partitisti, di operare un ravvicinamento a questi ultimi, non nel senso di attenuare i dissensi sui principi, ma nel senso di costruire un partito operaio realmente unitario, nel quale i dissensi non devono ostacolare il lavoro comune, l'assalto comune, la lotta comune.
Ma sono i compagni di strada piccolo-borghesi patrimonio esclusivo della frazione menscevica? No. Abbiamo già indicato nel n. 39 del Proletari che ce ne sono anche tra i bolscevichi, come attestano tutto il modo di argomentare degli otzovisti conseguenti, tutto il carattere dei loro tentativi di elaborare una 'nuova' tattica. Nessuna corrente comunque importante di un partito operaio di massa ha mai potuto evitare, in sostanza, di reclutare nell'epoca della rivoluzione borghese un certo numero di 'compagni di strada' di varia sfumatura. Questo fenomeno è inevitabile persino nei paesi capitalistici più progrediti dopo l'integrale compimento della rivoluzione borghese, perché il proletariato viene sempre a contatto con gli strati più eterogenei della piccola borghesia, e sempre nuove forze vengono reclutate tra questi strati. Questo fenomeno non ha niente di anormale o di terribile, purché il partito operaio sappia digerire gli elementi eterogenei, sottomettendoli, e non subordinando sé stesso a loro, purché sappia rendersi conto tempestivamente che questi o quegli elementi sono realmente eterogenei e che in certe condizioni bisogna delimitarsi da loro in modo chiaro e aperto. La differenza tra le due frazioni del POSDR si riduce, sotto questo aspetto, al fatto che i menscevichi sono risultati in balia dei liquidatori (ossia dei "compagni di strada"), come attestano nelle file degli stessi menscevichi i loro sostenitori di Mosca in Russia e Plekhanov con la sua separazione da Potresov e dal Golos sotsialdemokrata all'estero; mentre tra i bolscevichi i liquidatori otzovisti e costruttori di dio sono risultati dall'inizio in esigua minoranza, sono stati resi innocui sin dall'inizio e quindi allontanati.
È fuor di dubbio che l'otzovismo è menscevismo alla rovescia e conduce inevitabilmente al liquidatorismo, anche se d'un tipo alquanto diverso. Beninteso, qui non si parla dei singoli o dei gruppi, ma della tendenza oggettiva di questa corrente, non appena cessi di essere solo uno stato d'animo e cerchi di precisarsi appunto come corrente. I bolscevichi hanno affermato con la massima chiarezza prima della rivoluzione, anzitutto, che essi non volevano creare una propria tendenza nel socialismo, ma applicare alle nuove condizioni della nostra rivoluzione i principi fondamentali di tutta la socialdemocrazia internazionale rivoluzionaria, marxista ortodossa, e, inoltre, che avrebbero saputo compiere il proprio dovere anche nel più pesante, lento e monotono lavoro quotidiano, se dopo la lotta, se dopo l'esaurirsi di tutte le possibilità rivoluzionarie la storia avesse costretto il paese a trascinarsi per le strade della 'Costituzione autocratica'. Ogni lettore appena un po' attento rintraccerà queste dichiarazioni nella letteratura socialdemocratica del 1905. Queste dichiarazioni assumono grande rilievo come impegno di tutta la frazione, come scelta consapevole di una linea. Per adempiere quest'impegno dinanzi al proletariato, è stato necessario digerire ed educare senza tregua quegli elementi che i giorni della libertà avevano attratto alla socialdemocrazia (è nato così il tipo del 'socialdemocratico dei giorni della libertà'), quegli elementi che sono stati sedotti soprattutto dall'energia, dal carattere rivoluzionario e dal tono 'brillante' delle parole d'ordine, quegli elementi a cui mancava la forza di combattere non solo nei giorni dei trionfi rivoluzionari, ma anche nei giorni feriali della controrivoluzione. Una parte di questi elementi si è pian piano impegnata nel lavoro proletario e ha fatto propria la concezione marxista del mondo. Un'altra parte ha solo imparato a memoria, senza farle proprie, alcune parole d'ordine, ripetendo i vecchi discorsi e non sapendo applicare i vecchi principi della tattica socialdemocratica rivoluzionaria alle nuove condizioni. Il destino dell'una e dell'altra parte è chiaramente illustrato dall'evoluzione dei fautori del boicottaggio della terza Duma. Nel giugno 1907 questa posizione è stata assunta dalla maggioranza della frazione bolscevica. Ma il Proletari si è battuto inflessibilmente contro il boicottaggio. La realtà ha confermato questa linea, e dopo un anno gli 'otzovisti' sono risultati in minoranza tra i bolscevichi (14 voti contro 18 nell'estate del 1908) dell'organizzazione di Mosca, roccaforte del 'boicottismo'. Ancora un anno, un anno di insistente e diffusa spiegazione degli errori dell'otzovismo, e la frazione bolscevica - sta qui l'importanza della recente conferenza dei bolscevichi - ha definitivamente liquidato l'otzovismo e l'ultimatismo che tende verso di esso, ha definitivamente liquidato quest'originale forma di liquidatorismo.
Non ci si accusi quindi di una 'nuova scissione'. Nel comunicato sulla nostra conferenza illustriamo in modo ampio i nostri compiti e la nostra posizione. Abbiamo ormai esaurito tutte le possibilità e tutti i mezzi per persuadere i compagni dissenzienti, abbiamo lavorato in questa direzione per oltre un anno e mezzo. Ma, in quanto frazione, in quanto unione di compagni che hanno le stesse idee all'interno del partito, non possiamo fare a meno dell'unità sulle questioni fondamentali. Staccarsi dalla frazione non è lo stesso che staccarsi dal partito. Coloro che si sono allontanati dalla nostra frazione non perdono affatto la possibilità di lavorare nel partito. Essi o resteranno 'selvatici', cioè estranei alle frazioni, e allora la situazione generale del lavoro di partito dovrà attrarli di nuovo; o invece cercheranno di costituire una nuova frazione, - è un loro preciso diritto, se intendono difendere e sviluppare le loro particolari concezioni ideali e tattiche, - e allora tutto il partito vedrà assai presto manifestarsi nei fatti quelle tendenze di cui abbiamo tentato di valutare sopra la portata ideale.
Ai bolscevichi spetta il compito di guidare il partito. Per guidare bisogna conoscere la strada, bisogna smetterla di esitare, bisogna smetterla di perder tempo a convincere gli esitanti e a lottare, all'interno della frazione, contro i dissenzienti. L'otzovismo e l'ultimatismo che tende verso di esso sono incompatibili con il lavoro imposto oggi ai socialdemocratici rivoluzionari dalle circostanze. Durante la rivoluzione abbiamo imparato a 'parlare francese', abbiamo cioè introdotto il massimo di parole d'ordine che spingono avanti e potenziano per energia e ampiezza la lotta immediata delle masse. Dobbiamo oggi, in un periodo di ristagno, di reazione e di sfacelo, imparare a 'parlare tedesco', dobbiamo cioè operare in modo lento (non c'è altra via, fino a che non si sarà determinata una ripresa), sistematico, tenace, muovendo un passo dopo l'altro, conquistando un metro dopo l'altro. E chi considera noioso questo lavoro, chi non si rende conto della necessità di difendere e sviluppare i principi rivoluzionari della tattica socialdemocratica anche su questa strada, anche in questa situazione, usurpa il nome di marxista.
Il nostro partito non può andare avanti senza una risoluta liquidazione del liquidatorismo. Ma in questa tendenza non è compreso soltanto il liquidatorismo aperto dei menscevichi, la loro tattica opportunistica. Essa comprende anche il menscevismo alla rovescia, l'otzovismo e l'ultimatismo, che impedisce al partito di assolvere il suo compito urgente, il compito che si pone come un'originale peculiarità, dell'attuale momento, il compito di utilizzare la tribuna della Duma e di creare dei punti d'appoggio in tutte le organizzazioni semilegali e legali della classe operaia. Questa tendenza comprende anche la costruzione di dio e la difesa di simili posizioni, che rappresentano una rottura radicale con i principi del marxismo. È liquidatorismo l'incomprensione dei compiti dei bolscevichi: compiti che nel periodo 1905-1906 consistevano nel rovesciare il Comitato centrale menscevico, il quale non poggiava sulla maggioranza del partito (non solo i polacchi e i lettoni, ma nemmeno i bundisti sostenevano allora il CC puramente menscevico); compiti che consistono oggi nella paziente educazione dei compagni, in un lavoro di unificazione, nella creazione di un partito proletario realmente unito e forte. I bolscevichi hanno spianato la strada alla partiticità con la loro lotta intransigente contro gli elementi antipartito negli anni 1903-1905 e 1905-1907. I bolscevichi devono oggi costruire il partito, devono cioè far nascere dalla frazione un partito, devono costruire il partito attraverso le posizioni conquistate mediante la lotta di frazione.
Sono questi i compiti della nostra frazione in rapporto all'attuale momento politico e alla situazione generale del POSDR. Questi compiti sono stati riesposti e rielaborati con grande ricchezza di particolari nelle risoluzioni della recente conferenza bolscevica. Le file sono state riordinate per la nuova lotta. Le nuove condizioni sono state analizzate. La strada è stata scelta. Andiamo avanti per questa strada, e il partito operaio socialdemocratico rivoluzionario di Russia diventerà in breve tempo una forza che nessuna reazione riuscirà a domare e che si porrà alla testa di tutte le classi combattenti del popolo nella nuova campagna della nostra rivoluzione".
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