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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 18
Il partito bolscevico guida l'opposizione al governo borghese




La "sinistra" piccolo-borghese russa entrata in forze nel secondo governo Lvov godendo ancora dell'appoggio della maggioranza dei deputati all'interno dei Soviet, canta vittoria e illude le masse parlando di crisi risolta e sbandierando un mare di promesse anche attraverso le dichiarazioni dei vari ministri socialisti che annunciano la risoluzione dei problemi che gravano come macigni sulla vita di operai e contadini.
Cernov, ministro dell'agricoltura, che i socialisti-rivoluzionari chiamano, autolodandosi, il "ministro dei contadini", concentrò ogni suo sforzo nell'impedire l'occupazione delle terre incolte dei latifondi da parte dei contadini esortandoli ad aspettare, rimanendo nella "legalità", le decisioni che sarebbero scaturite dall'Assemblea costituente una volta che questa fosse stata costituita. Nel frattempo, Cernov propose un progetto di legge che vietava la compra-vendita della terra. Ma questo progetto di legge trovò risolutamente contrari i cadetti e le altre forze che rappresentavano gli interessi della borghesia rurale e dei latifondisti e venne bocciato dal governo che lo respinse, rimanendo lettera morta, un sogno nel cassetto dei socialisti-rivoluzionari.
Né miglior sorte toccò al fronte delle richieste degli operai. Menscevichi e socialisti-rivoluzionari promettevano a pie' sospinto la "giornata di otto ore" e il ministro del lavoro, il menscevico Skobelev, annunciava e ripeteva assurdamente che ai capitalisti sarebbe stato tolto il 100% dei profitti. Il risultato fu che il governo non solo non istituì la giornata lavorativa di otto ore, ma non prese alcun provvedimento contro gli aumenti continui dei prezzi dei generi di prima necessità né per arginare le speculazioni. L'economia del paese peggiorava sempre più mentre i capitalisti si arricchivano. Altro che togliere loro i profitti, venivano sistematicamente respinte tutte le richieste di aumento salariale. E non solo! Il governo provvisorio di coalizione mentre negava l'istituzione di forme di controllo popolare sulla produzione e la ripartizione delle merci, eliminò ogni limitazione all'attività e all'organizzazione delle società per azioni e delle associazioni industriali. Dal febbraio al giugno 1917 in Russia si crearono 206 società per azioni e si formarono il "Consiglio delle ferrovie private", il "Comitato di difesa dell'industria", l'"Unione delle industrie riunite" e, in agosto, nella capitale, una conferenza delle varie associazioni imprenditoriali costituì l'organizzazione panrussa unitaria degli industriali.
In politica estera poi, dove la questione principale era e rimaneva quella della guerra, l'unico impegno del governo provvisorio di coalizione fu quello di proseguire la guerra imperialista fino alla vittoria. In più, rispetto alle dichiarazioni del governo zarista o del primo governo Lvov, vi fu l'aggiunta, come dimostra una nota governativa del 6 maggio, di una generica quanto vuota aspirazione al raggiungimento nel più breve tempo possibile della pace generale. Palliativi e fumo negli occhi! La realtà era invece che la dipendenza della Russia dall'Intesa divenne, se possibile, ancora più stretta e sempre nuove concessioni venivano fatte a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia i cui circoli imperialisti già pensavano ad accordarsi per esercitare, ognuno per sé, la loro influenza nei vari settori dell'economia russa. Nel maggio 1917 gli Stati Uniti, il cui imperialismo in quegli anni di guerra andava via via sviluppandosi, concesse un prestito alla Russia. Come condizione irrinunciabile all'erogazione di tale prestito gli Usa imposero l'impegno russo alla prosecuzione della guerra. Il governo provvisorio di coalizione garantì tale impegno alla missione politico-militare guidata dall'ex segretario di Stato americano, Elihu Root, inviata nella capitale russa. Nello stesso periodo all'ingegnere J. F. Stevens, capo di una missione tecnica americana, il governo provvisorio diede l'incarico di consigliere del ministro delle comunicazioni, in particolare per il settore ferroviario.
Infine, anche la questione delle nazionalità della Russia vide il governo provvisorio di coalizione impegnato in una politica sciovinista che acuì non poco le tensioni in tutte le regioni dell'ex impero zarista. Forti tensioni si ebbero in particolare con l'Ucraina allorché il governo russo attaccò la "Rada centrale ucraina" per aver emanato il manifesto "Prima Universale" nel quale si affermava il diritto del popolo ucraino alla sua indipendenza; e, con la Finlandia, allorché il Sejm (Dieta finlandese) varò una legge che dava alla Finlandia autonomia totale dalla Russia tranne che sulle questioni inerenti la politica estera e gli affari militari. A questa deliberazione, il governo provvisorio di coalizione russo del principe Lvov e dei socialsciovinisti rispose con lo scioglimento d'autorità del Sejm e con l'occupazione militare della sede della Dieta finlandese.
Altro che risoluzione della "crisi", come andavano sbandierando ingannevolmente socialisti difensisti e sciovinisti, incapaci di capire la reale situazione delle Russia tanto essi sono succubi dei capitalisti.
"Collaborazione di classe con il capitale o lotta di classe contro il capitale?", chiede loro Lenin nell'articolo pubblicato sul numero 50 della "Pravda", dopo la formazione del nuovo governo provvisorio di coalizione dove menscevichi e socialisti-rivoluzionari sono entrati in numero consistente, ma pur sempre in minoranza rispetto ai ministri rappresentanti la borghesia. "Proprio così - afferma Lenin - la questione è posta dalla storia: non dalla storia in generale, ma dalla storia economica e politica della Russia odierna. I populisti e i menscevichi, Cernov e Tsereteli, hanno trasferito la commissione di contatto dalla camera attigua (a quella dove si riunivano i ministri) nella sala stessa del governo. Questo, e non altro, è il significato puramente politico della costituzione di un 'nuovo' governo.
Il suo significato economico o di classe è che, nel migliore dei casi (per la stabilità del ministero e il mantenimento del dominio capitalistico), gli strati superiori della borghesia contadina, diretta dopo il 1906 da Pescekhonov, e i 'capi' piccolo-borghesi degli operai menscevichi hanno promesso ai capitalisti la loro collaborazione di classe. (Nell'ipotesi meno favorevole per i capitalisti, il cambiamento riguarda soltanto alcune persone o un piccolo gruppo e non ha alcun significato di classe).
Ammettiamo che si tratti dell'ipotesi migliore. Anche in questo caso non può esservi ombra di dubbio che le promesse non saranno mantenute. 'Noi, in alleanza con i capitalisti, coopereremo a trarre il paese dalla crisi, a salvarlo dal fallimento, a farlo uscire dalla guerra': ecco il vero significato della partecipazione al governo dei capi della piccola borghesia, dei Cernov e dei Tsereteli. Ed ecco la nostra risposta: questa vostra cooperazione non è sufficiente. La crisi è infinitamente più grave di quanto voi immaginiate. Soltanto la classe rivoluzionaria, applicando misure rivoluzionarie contro il capitale, riuscirà a salvare il nostro paese, e non solo il nostro.
La crisi è così profonda, ramificata, universale, è così strettamente legata al capitale che la lotta di classe contro il capitale deve assumere di necessità la forma del dominio politico del proletariato e dei semiproletari. Non c'è altra soluzione.
Voi, cittadini Cernov e Tsereteli, vorreste un esercito animato di entusiasmo rivoluzionario. Ma non potete creare quest'entusiasmo, perché esso non nasce tra le masse popolari dal cambiamento di alcuni 'capi' nei ministeri, dalle dichiarazioni reboanti, dalla promessa di adoperarsi per la revisione del trattato concluso con i capitalisti inglesi; l'entusiasmo rivoluzionario nasce dagli atti quotidiani, visibili a tutti e in ogni luogo, di una politica rivoluzionaria diretta contro l'onnipotenza del capitale e contro i profitti che esso trae dalla guerra, di una politica che migliori effettivamente e in modo radicale le condizioni di esistenza delle masse povere.
Persino se darete subito la terra al popolo, non potremo uscire dalla crisi senza aver preso misure rivoluzionarie contro il capitale...
I cittadini Cernov e Tsereteli e alcuni strati della piccola borghesia stanno sperimentando attualmente la collaborazione di classe con il capitale su una scala nuova, immensa, in tutta la Russia, in tutto il paese. Gli insegnamenti di questa collaborazione saranno tanto più utili al popolo quando quest'ultimo si sarà convinto - e tutto lascia pensare che accadrà presto - dell'inconsistenza e della sterilità di una simile collaborazione".
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Dal 24 al 29 aprile 1917 Lenin dirige la VII Conferenza del Posdr (b) presentando tre relazioni: sulla situazione politica, sulla revisione del Programma e sulla questione agraria. Una quarta relazione sulla questione nazionale, fu esposta ai partecipanti da Stalin. Alla Conferenza, la prima svolta nella legalità, parteciparono 151 delegati. In essa fu ribadito l'impegno del Partito nella lotta per il socialismo, sintetizzato nelle parole d'ordine: tutto il potere ai Soviet; immediata cessazione della guerra imperialista; nazionalizzazione di tutte le terre del paese; confisca delle terre dei grandi proprietari fondiari e loro assegnazione ai comitati contadini; diritto delle nazioni all'autodecisione anche in relazione alla separazione e alla costituzione di Stati indipendenti. Fu una Conferenza molto importante nella quale Lenin non si stancò di esortare i militanti del Partito a comprendere bene le problematiche della situazione e i compiti propri di ognuno nel lavoro di massa; appellandosi altresì agli operai, ai contadini poveri e ai soldati perché prendessero risolutamente nelle loro mani il proprio destino.
Ecco come Lenin si rivolge ai delegati nel breve intervento di chiusura della VII Conferenza del Posdr (b): "... C'è stato poco tempo e molto lavoro. Le condizioni in cui è posto il nostro partito sono difficili. I partiti difensistici sono forti, ma le masse proletarie assumono un atteggiamento negativo verso il difensismo e verso la guerra imperialistica. Le nostre risoluzioni non sono adatte alle grandi masse, ma unificheranno l'azione dei nostri agitatori e propagandisti, e coloro che le leggeranno vi troveranno una guida per il loro lavoro. Dobbiamo parlare a milioni di uomini, dobbiamo far sorgere dalle masse forze nuove, dobbiamo reclutare operai coscienti più istruiti che sappiano mettere le nostre tesi a portata delle masse. Cercheremo di fare in modo che nei nostri opuscoli le nostre risoluzioni siano esposte in forma più popolare, e ci auguriamo che i compagni facciano altrettanto sul piano locale. Il proletariato troverà nelle nostre risoluzioni il materiale orientativo di cui ha bisogno per avanzare verso la seconda fase della nostra rivoluzione".73
Nel supplemento al numero 13 del giornale Soldatskaia pravda nell'articolo: "Introduzione alle risoluzioni della settima Conferenza panrussa del Posdr", Lenin si rivolge direttamente agli operai russi con queste indicazioni ed esortazioni: "Compagni operai, la conferenza panrussa del Partito operaio socialdemocratico di Russia, unificato dal Comitato centrale e chiamato comunemente partito 'bolscevico', si è conclusa.
La conferenza ha preso decisioni molto importanti su tutte le questioni fondamentali della rivoluzione, e noi ne pubblichiamo qui di seguito il testo...
La crisi del potere, la crisi della rivoluzione non è un fatto casuale...
Il Soviet pietrogradese dei deputati degli operai e dei soldati, che ha stipulato un accordo con il governo provvisorio e lo appoggia, mentre sostiene il prestito e quindi anche la guerra, si trova oggi in un vicolo cieco. Il Soviet è responsabile del governo provvisorio e, vedendo che la situazione non ha sbocchi, si trova esso stesso vincolato dal suo accordo con il governo dei capitalisti...
Su tutte le questioni fondamentali della vita del popolo le decisioni della nostra conferenza tracciano una netta distinzione tra gli interessi delle diverse classi e mostrano che è assolutamente impossibile uscire dal vicolo cieco con una politica di fiducia o di appoggio al governo dei capitalisti.
La situazione è incredibilmente difficile. Non c'è che una, e solo una, soluzione: il passaggio di tutto il potere statale nelle mani dei soviet dei deputati degli operai, dei soldati, dei contadini, ecc. in tutta la Russia, dal basso in alto...
Compagni operai si avvicina il tempo in cui gli avvenimenti esigeranno da voi un nuovo e più grande eroismo - e, per giunta, l'eroismo di milioni e decine di milioni di uomini - rispetto a quello di cui avete dato prova nei giorni gloriosi della rivoluzione di febbraio-marzo. Preparatevi!
Preparatevi e ricordate che, se insieme con i capitalisti siete riusciti a vincere in pochi giorni, semplicemente con l'esplosione della collera popolare, molto di più vi sarà necessario per vincere sui capitalisti e contro di loro. Per ottenere questa vittoria, per far passare il potere agli operai e ai contadini poveri, per mantenerlo e utilizzarlo giudiziosamente, è indispensabile l'organizzazione, l'organizzazione e ancora l'organizzazione.
Il nostro partito vi aiuterà come può e, anzitutto, illuminando le coscienze sulla diversa posizione delle diverse classi e sulle loro forze rispettive. A questo scopo tendono le risoluzioni della nostra conferenza. Senza una coscienza chiara, l'organizzazione non serve. Senza organizzazione, è impossibile l'azione di milioni di uomini, è impossibile riportare un qualsiasi successo.
Non credete alle parole! Non fatevi ingannare dalle promesse! Non sopravvalutate le vostre forze! Organizzatevi in ogni fabbrica, in ogni reggimento e compagnia, in ogni quartiere. Lavorate per organizzarvi giorno per giorno, ora per ora, e fate questo lavoro da voi, perché si tratta di un compito che non si può affidare a nessuno. Fate in modo che con questo lavoro tra le masse si diffonda progressivamente, in maniera stabile e indistruttibile, una piena fiducia negli operai d'avanguardia. Ecco il contenuto fondamentale di tutte le risoluzioni della nostra conferenza. Ecco l'insegnamento principale che deriva da tutto lo sviluppo della rivoluzione. Ecco l'unica garanzia di vittoria.
Compagni operai, noi vi chiamiamo ad un lavoro difficile, importante, instancabile, che deve unire compattamente il proletariato cosciente e rivoluzionario di tutti i paesi. Questa via, e solo questa via, condurrà alla salvezza dell'umanità dagli orrori della guerra e dall'oppressione del capitale".
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Lenin chiama dunque a raccolta tutto il partito bolscevico e tutti i suoi militanti affinché si impegnino al massimo delle forze nell'opera di chiarificazione e di sensibilizzazione delle masse operaie, dei contadini poveri e dei soldati sulla reale tragica situazione della Russia, sulla sua crisi dirompente e sull'unica via d'uscita che sta di fronte a queste masse. L'obiettivo per i bolscevichi in questa delicata fase storica è uno soltanto: consolidare i soviet, estenderne la formazione nelle campagne e conquistarne la maggioranza. Questo è quello che c'è da fare e occorre farlo presto e bene. Elevare quindi il livello di coscienza del proletariato attraverso il lavoro di massa e grande sviluppo e attenzione all'agitazione e alla propaganda delle proposte dei comunisti, in antitesi soprattutto a quelle portate avanti dai socialdemocratici difensisti che stavano inesorabilmente trascinando nel baratro tanto le masse che la rivoluzione democratica antizarista. E questo lavoro diede i suoi frutti! Giorno dopo giorno infatti, si sviluppava l'organizzazione della classe operaia con la nascita di sempre più numerosi comitati di fabbrica che con sempre maggior forza chiedevano e realizzavano il "controllo operaio" sulla produzione facendosi anche promotori all'esterno delle officine e degli stabilimenti di agitazione e manifestazioni politiche. Si incrementò così anche il lavoro sindacale ricostituendo i vecchi sindacati nei settori dove già in passato v'erano stati e creandone di nuovi. Assieme alle richieste di migliori condizioni di lavoro e di aumenti salariali, queste nuove organizzazioni sindacali rilanciarono, dandogli nuovo impulso, la lotta per la giornata lavorativa di otto ore. Parallelamente nelle campagne si andavano formando i soviet di villaggio che i contadini eleggevano direttamente nelle varie comunità e quelli di distretto e di governatorato eletti tramite congressi di delegati. Il formarsi e l'estendersi dei soviet contadini che si affiancavano a quelli degli operai e dei soldati fu un fattore decisivo nello sviluppo del processo rivoluzionario della Russia. E questo anche se la maggioranza di questi soviet all'inizio era saldamente nelle mani dei socialisti-rivoluzionari.
Lenin guardò molto positivamente all'organizzarsi delle masse contadine. Né poteva essere diversamente dato che proprio Lenin, fin dall'inizio della sua battaglia politica, aveva indicato come condizione necessaria e non prescindibile per la vittoria della lotta rivoluzionaria in Russia, il realizzarsi di una stretta alleanza tra la classe operaia e i contadini poveri. Era questa, infatti, nel pensiero leninista, la base sociale indispensabile alla conquista del socialismo in Russia.
Nel mese di maggio del 1917 si svolse il Primo Congresso dei deputati contadini di tutta la Russia. Il Comitato centrale del Posdr (b) nominò Lenin come rappresentante del Partito a questo congresso. All'apertura dei lavori dell'Assise, Lenin non potè essere presente per motivi di salute. Inviò allora ai delegati del Congresso una lettera aperta nella quale porgeva il suo saluto e sottolineava i punti di profonda divergenza tra il partito bolscevico e i partiti socialista-rivoluzionario e socialdemocratico-menscevico.
"Queste profonde divergenze - scrive Lenin - riguardano tre questioni essenziali: la terra, la guerra e l'organizzazione dello Stato.
La terra deve appartenere interamente al popolo. Tutte le terre dei grandi proprietari fondiari devono passare, senza riscatto, ai contadini. Questo è chiaro. Ma la discussione verte su un altro punto: devono o non devono i contadini prendere subito, localmente, tutta la terra, senza pagare alcun affitto ai grandi proprietari fondiari, e senza aspettare l'Assemblea costituente?
Il nostro partito risponde affermativamente e consiglia ai contadini di impadronirsi subito, localmente, di tutta la terra, facendolo nel modo più organizzato, senza tollerare il minimo danneggiamento del patrimonio e compiendo tutti gli sforzi per incrementare la produzione di grano e carne, al fine di alleviare la spaventosa miseria dei soldati al fronte...
La seconda questione è quella della guerra.
La guerra in corso è una guerra di conquista. I capitalisti di tutti i paesi la conducono per i loro scopi annessionistici, per accrescere i loro profitti. Al popolo lavoratore questa guerra non procura e non può procurare altro che morte, atrocità, devastazioni, barbarie. E pertanto il nostro partito, che è il partito degli operai coscienti, che è il partito dei contadini poveri, condanna con energia e senza riserve questa guerra, si rifiuta di giustificare i capitalisti di un paese rispetto ai capitalisti di un altro paese, si rifiuta di appoggiare i capitalisti di qualsiasi paese e lotta per accelerare la conclusione della guerra mediante il rovesciamento dei capitalisti in tutti i paesi, mediante la rivoluzione operaia in tutto il mondo.
Il nostro nuovo governo provvisorio comprende oggi dieci ministri che appartengono ai partiti dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti e sei ministri che appartengono ai partiti dei 'populisti' ('socialisti-rivoluzionari') e dei 'socialdemocratici-menscevichi'. È nostra convinzione che i populisti e i menscevichi commettano un errore grave e fatale accettando di far parte di un governo di capitalisti e accettando, in generale, di appoggiarlo. Uomini come Tsereteli e Cernov sperano di indurre i capitalisti a metter fine alla guerra di conquista nel modo più rapido e onesto. Ma questi capi dei partiti populistico e menscevico s'ingannano: nei fatti aiutano i capitalisti a preparare un'offensiva dell'esercito russo contro la Germania, cioè a prolungare la guerra e ad accrescere gli immensi sacrifici imposti al popolo russo dalla guerra...
Sono arrivato così alla terza e ultima delle questioni indicate più sopra, alla questione dell'organizzazione dello Stato.
La Russia deve essere una repubblica democratica. La maggior parte dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, che, dopo essere stati per la monarchia, si sono convinti oggi che il popolo non ne tollererà in Russia la restaurazione, concordano su questo punto. I capitalisti concentrano oggi tutti i loro sforzi per fare in modo che la repubblica russa rassomigli il più possibile a una monarchia e possa in seguito ridiventare agevolmente una monarchia (com'è già accaduto più volte in molti paesi). A tale scopo i capitalisti vogliono mantenere una burocrazia che si ponga al di sopra del popolo, una polizia e un esercito permanente separato dal popolo e diretto da generali e ufficiali non eletti. E, quando non siano eletti, i generali e gli ufficiali vengono quasi sempre dalle file dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti. Come ci insegna l'esperienza di tutte le repubbliche in tutto il mondo.
Il nostro partito, il partito degli operai coscienti e dei contadini poveri, lotta pertanto per un altro tipo di repubblica democratica. Noi vogliamo una repubblica dove non esista una polizia che si prende giuoco del popolo, dove tutti i funzionari, dal basso in alto, siano eletti e revocabili in ogni momento su richiesta del popolo, dove lo stipendio dei funzionari non sia superiore al salario di un buon operaio, dove tutti i quadri dell'esercito siano elettivi, dove l'esercito permanente, separato dal popolo e diretto da classi estranee al popolo, venga sostituito con l'armamento generale del popolo, con la milizia di tutto il popolo.
Noi vogliamo una repubblica dove tutto il potere dello Stato, dal basso in alto, appartenga esclusivamente e interamente ai soviet dei deputati degli operai, dei soldati, dei contadini, ecc.
Gli operai e i contadini costituiscono la maggioranza della popolazione. Il potere deve appartenere a loro, e non ai grandi proprietari fondiari e ai capitalisti.
Gli operai e i contadini costituiscono la maggioranza della popolazione. Il potere e l'amministrazione devono appartenere ai loro soviet, e non ai funzionari".
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Ristabilitosi, Lenin partecipa attivamente al Primo congresso dei deputati contadini di tutta la Russia, intervenendo il 22 maggio, con un discorso sulla questione agraria e presentando al riguardo, a nome dei bolscevichi, un progetto di risoluzione nel quale si richiedeva il passaggio immediato, senza alcun indennizzo, di tutta la terra al popolo e la decisione sul suo utilizzo si soviet e ai comitati contadini.
"Compagni - esordisce Lenin nel suo intervento - la risoluzione che ho l'onore di sottoporre alla vostra attenzione, a nome del gruppo socialdemocratico del soviet contadino, è stata stampata e distribuita ai delegati... Devo limitarmi oggi a chiarire i punti più importanti e controversi della mia risoluzione e del programma agrario del nostro partito e i punti che danno adito a malintesi. Fra i punti controversi o suscettibili di fraintendimenti uno dei primi è la questione trattata ieri o ieri l'altro dal Comitato agrario centrale, nel corso di una seduta, della quale avete senza dubbio sentito parlare o letto i resoconti nei giornali di ieri o davant'ieri. Un rappresentante del nostro partito, il compagno Smilga, membro come me del nostro Comitato centrale, ha assistito alla riunione. Egli ha proposto al Comitato agrario centrale di pronunciarsi a favore dell'occupazione immediata e organizzata delle terre dei grandi proprietari fondiari da parte dei contadini. Questa proposta ha procurato al compagno Smilga un diluvio di obiezioni. (Una voce: 'Qui sarà lo stesso'). Mi si dice ora che molti compagni interverranno anche qui nello stesso senso contro tale proposta. Devo quindi a maggior ragione soffermarmi su questo punto del nostro programma, perché mi sembra che la maggior parte, credo, delle obiezioni sollevate poggino su malintesi o su interpretazioni inesatte delle nostre posizioni.
Che cosa dicono tutte le risoluzioni del nostro partito, tutti gli articoli del nostro organo di stampa, che cosa dice la nostra Pravda? Noi diciamo che tutte le terre senza eccezione devono diventare proprietà di tutto il popolo...
Tutta la terra deve essere proprietà di tutto il popolo. Deriva di qui, fin da ora, che, sostenendo il passaggio immediato e gratuito delle terre dei grandi proprietari fondiari ai contadini del luogo, noi non sosteniamo in alcun modo l'appropriazione di queste terre, non ne sosteniamo in alcun modo la spartizione. Noi muoviamo dalla premessa che la terra deve essere presa dai contadini del luogo per una sola annata agricola, su decisione della maggioranza dei delegati dei contadini del luogo. Non diciamo affatto che la terra deve diventare proprietà dei contadini che la prendono adesso per un'annata agricola. Le obiezioni di questo genere, che mi capita continuamente di sentire e di leggere sui giornali capitalistici, si fondano tutte su un'interpretazione completamente sbagliata delle nostre opinioni. Quando noi diciamo - e ripeto che l'abbiamo detto in tutte le nostre risoluzioni - che la terra deve diventare proprietà di tutto il popolo e passare a esso gratuitamente, è chiaro che la ripartizione definitiva di questa terra, la definizione dei rapporti agrari, deve essere decisa soltanto dal potere statale centrale, cioè dalla Assemblea costituente o dal Consiglio dei soviet di tutta la Russia, posto che la massa contadina e operaia abbia creato un potere di questo tipo. Al riguardo non esistono dissensi.
I dissensi cominciano dopo, quando ci si obietta: 'Se è così, qualsiasi trasferimento gratuito e immediato delle terre dei grandi proprietari fondiari sarà un atto d'arbitrio'. Questa opinione, che il ministro dell'agricoltura, Scingarev, ha espresso con la massima precisione e autorevolezza nel suo ben noto telegramma, è, a nostro giudizio, la più falsa, la più svantaggiosa per i contadini, la più svantaggiosa per i coltivatori, la più svantaggiosa per l'approvvigionamento del paese e la più ingiusta. Mi permetto di leggere questo telegramma per indicare contro che cosa sono soprattutto dirette le nostre obiezioni.
'Ritengo mio dovere dichiarare inammissibile la soluzione della questione agraria per mezzo di iniziative locali, in assenza di una legge che valga per tutto lo Stato. Gli atti d'arbitrio causano un danno pubblico... La soluzione della questione agraria spetta per legge all'Assemblea costituente. Nel frattempo, localmente, presso i comitati di volost per l'approvvigionamento, saranno organizzate camere agricole di conciliazione dai coltivatori e dai proprietari terrieri'.
È questo il brano fondamentale della dichiarazione del governo su questo problema. Ora, se leggete la risoluzione approvata ieri o ieri l'altro sullo stesso problema dal Comitato agrario centrale e la risoluzione approvata alcuni giorni fa dalla conferenza dei membri della Duma di Stato, vedrete che esse derivano entrambe dalla stessa concezione. Muovendo dal presupposto che solo un accordo volontario tra i contadini e i grandi proprietari fondiari, tra i coltivatori e i proprietari terrieri, corrisponde agli interessi e alle necessità generali dello Stato, queste risoluzioni accusano di arbitrio quei contadini che vogliono effettuare il trasferimento immediato e gratuito delle terre ai coltivatori e la ripartizione della terra ad opera dei comitati contadini locali. Questo presupposto noi lo neghiamo, noi lo contestiamo.
Esaminiamo le obiezioni che vengono mosse alla nostra proposta. Esse consistono di solito nella tesi che la terra è ripartita in Russia in modo inuguale, sia tra le unità amministrative minori, come i villaggi e le volost, sia tra le grandi circoscrizioni, come i governatorati e le regioni. Si dice che, se la popolazione locale, con una decisione presa a maggioranza, senza tener conto della volontà dei grandi proprietari fondiari, s'impossessa delle terre, e se ne impossessa gratuitamente, l'inuguaglianza sussiste e rischia di aggravarsi. Replichiamo che quest'argomento è fondato su un malinteso. L'inuguale ripartizione delle terre sussisterà comunque fino a quando l'Assemblea costituente, o il potere centrale dello Stato, non avrà elaborato definitivamente un nuovo ordinamento. Fino ad allora, poco importa che la questione venga risolta secondo la volontà dei contadini o secondo quella dei grandi proprietari fondiari, con il trasferimento immediato della terra ai contadini, come sosteniamo noi, o invece secondo il desiderio dei grandi proprietari fondiari, che sono disposti a dare in affitto le loro terre a prezzi elevati, purché il fittavolo e il grande proprietario conservino ciascuno i suoi diritti: in un caso o nell'altro l'inuguale ripartizione sussiste. E pertanto l'obiezione che ci viene mossa è palesemente falsa e ingiusta. Noi diciamo che bisogna creare al più presto un potere statale centrale che non poggi soltanto sulla volontà e sulle decisioni della maggioranza dei contadini, ma che esprima altresì direttamente l'opinione di questa maggioranza. Su questo punto non c'è discussione. Se sentiamo ripetere obiezioni contro i bolscevichi, se i giornali capitalistici ci attaccano, affermando che siamo degli anarchici, noi respingiamo quest'accusa nel modo più reciso e vediamo in questi attacchi il proposito consapevole di diffondere calunnie e menzogne.
Si chiamano anarchici coloro che negano la necessità del potere statale, mentre noi affermiamo che questo potere è assolutamente necessario non solo per la Russia, oggi, ma anche per ogni paese che stia per passare direttamente al socialismo. Un potere forte è assolutamente necessario! Noi vogliamo però che questo potere appartenga in maniera completa ed esclusiva alla maggioranza dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini. Ecco che cosa ci distingue dagli altri partiti. Non neghiamo in alcun modo la necessità di un forte potere statale; diciamo soltanto che tutte le terre dei grandi proprietari fondiari devono passare gratuitamente ai contadini, su decisione, presa a maggioranza, del comitato contadino locale, a condizione che i beni non vengano comunque danneggiati. Questo afferma nel modo più esplicito la nostra risoluzione. Noi respingiamo recisamente l'obiezione che questo sia un atto d'arbitrio.
A nostro giudizio, se i grandi proprietari fondiari conservano l'uso delle loro terre o se le fanno pagare, questo è un arbitrio; ma, se la maggioranza dei contadini dice che le terre dei grandi proprietari fondiari non devono rimanere ai loro proprietari, se i contadini ricordano che per decenni e per secoli i grandi proprietari fondiari hanno procurato loro solo oppressione, questo non è affatto un arbitrio, è soltanto la reintegrazione di un diritto. E quando si tratta di reintegrare un diritto non si può certo aspettare...
Scingarev dice: 'Accordo volontario tra i contadini e i grandi proprietari fondiari'. Che cosa vuol dire questo? Indicherò due cifre fondamentali, che riguardano la proprietà terriera nella Russia europea. Da queste cifre risulta che, nella campagna russa, vi sono, da una parte, i ricchissimi proprietari fondiari, compresi i Romanov, che sono i più ricchi e malvagi, e, dall'altra, i contadini poveri. Citerò questi due dati perché possiate vedere quale significato assuma la propaganda di Scingarev, di tutti i grandi proprietari fondiari e di tutti i capitalisti. Ecco le due cifre: se si considerano i più ricchi proprietari fondiari della Russia europea, si vede che essi, che sono meno di 30.000, posseggono circa 70 milioni di desiatine di terra, cioè più di 2.000 desiatine a testa... Se prendiamo invece i contadini poveri, secondo lo stesso censimento del 1905 che ci offre gli ultimi dati raccolti con criteri uniformi in tutta la Russia... abbiamo 10 milioni di famiglie che posseggono da 70 a 75 milioni circa di desiatine. Quindi, da un lato, più di 2.000 desiatine a testa; dall'altro, 7,5 desiatine per famiglia! E poi si dice che, se i contadini non accetteranno un accordo volontario con i grandi proprietari fondiari, trionferà il regno dell'arbitrio! Ma che cosa significa quest''accordo volontario'? Significa che i grandi proprietari fondiari daranno forse la terra in affitto contro un buon canone, ma non la cederanno gratuitamente a nessuno. È giusto questo? No, non è giusto. È vantaggioso per la popolazione contadina? No, non è vantaggioso.
Il modo in cui sarà definitivamente ordinato il regime fondiario è cosa che riguarda il futuro potere centrale, ma ora, subito, la terra dei grandi proprietari fondiari deve passare, senza riscatto, ai contadini, alla sola condizione che l'occupazione proceda in forma organizzata. Il ministro Cernov, polemizzando al Comitato agrario centrale con il compagno Smilga, ha dichiarato che 'occupazione' e 'in forma organizzata' sono espressioni incompatibili: se c'è occupazione, non può essere organizzata; se l'occupazione è organizzata, non è più occupazione. Ritengo che questa critica sia sbagliata. Penso che, se i contadini prendono a maggioranza una decisione in un villaggio o in una volost, in un distretto, in un governatorato... questa decisione sarà quella del potere che i contadini riconosceranno, una volta che tale potere locale sia stato costituito. La popolazione contadina non potrà non nutrire localmente il massimo rispetto per questo potere, poiché non c'è dubbio che esso, essendo un potere liberamente eletto, deciderà l'immediato trasferimento ai contadini delle terre dei grandi proprietari fondiari. Il contadino deve sapere che prende la terra dei grandi proprietari fondiari e che, se paga, paga alle casse contadine del distretto, il contadino deve sapere che il suo denaro servirà per migliorare l'agricoltura, aprire strade, ecc. Il contadino deve sapere che non prende la sua terra e nemmeno quella del grande proprietario fondiario ma la terra di tutto il popolo, la terra di cui dovrà disporre definitivamente l'Assemblea costituente. E quindi fin dall'inizio della rivoluzione, fin dall'istituzione del primo comitato agrario non bisogna riconoscere ai grandi proprietari fondiari nessun diritto sulle terre e non bisogna effettuare nessuna esazione in denaro per queste terre.
Tra noi e i nostri avversari c'è una contraddizione di fondo nel modo di concepire l'ordine e la legge. Fino ad ora si riteneva che l'ordine e la legge fossero ciò che conveniva ai grandi proprietari fondiari e ai funzionari; noi affermiamo invece che l'ordine e la legge sono ciò che conviene alla maggioranza dei contadini! Fino a quando non esisterà il Consiglio dei soviet di tutta la Russia, fino a quando non sarà convocata l'Assemblea costituente, qualsiasi potere locale - i comitati distrettuali e governatoriali - rappresentano l'ordine e la legge suprema! Noi chiamiamo arbitrio il fatto che un grande proprietario fondiario, valendosi di diritti antichi, secolari, esiga un accordo 'volontario' con trecento famiglie contadine che posseggono, ognuna, 7,5 desiatine di terra! Noi diciamo: 'Le decisioni siano prese a maggioranza. Noi vogliamo che i contadini ricevano subito, senza perdere neppure un mese, una settimana, un giorno, le terre dei grandi proprietari fondiari!'... Ci si obietta che si consiglia ai contadini di prendere subito le terre, coloro che hanno attrezzi e bestiame se ne impadroniranno per primi, e i contadini poveri rimarranno a mani vuote. Ma io vi domando: a che servirebbe l'accordo volontario con i grandi proprietari fondiari?
Voi sapete benissimo che i grandi proprietari fondiari non affittano volentieri la terra ai contadini che non hanno un soldo in tasca, ma concludono invece accordi 'volontari' quando si assicuri loro un buon canone. Fino ad oggi i grandi proprietari fondiari non hanno mai ceduto gratuitamente le loro terre. O, per lo meno, da noi, in Russia, nessuno se n'è mai accorto.
Parlare di accordi volontari con i grandi proprietari fondiari significa rafforzare, consolidare, migliorare la situazione di privilegio, la preminenza e i vantaggi di cui godono i contadini ricchi, giacché essi potranno pagare il grande proprietario, che considera il contadino ricco come una persona solvibile. Il grande proprietario fondiario sa che il contadino ricco può pagare, sa che da lui può riscuotere, e pertanto le transazioni 'volontarie' con i grandi proprietari fondiari avvantaggeranno i contadini ricchi più dei contadini poveri. Per contro, se esiste una possibilità di venire immediatamente in aiuto al contadino povero, essa può consistere soltanto nella misura che io propongo: la terra deve passare subito e senza riscatto ai contadini. La grande proprietà fondiaria è stata e rimane la più grave ingiustizia. La concessione gratuita di queste terre ai contadini, ove sia deliberata dalla maggioranza, non sarà un atto di arbitrio, ma la reintegrazione di un diritto. Ecco la nostra posizione, ecco i motivi per cui sostenere che i contadini poveri ne sarebbero danneggiati è profondamente sbagliato. Si chiama 'volontario' - ma solo Scingarev può chiamarlo così - l'accordo tra un grande proprietario fondiario che possiede 2.000 desiatine di terra e trecento famiglie contadine che posseggono, ognuna, circa 7,5 desiatine. Chiamare volontario quest'accordo significa prendersi giuoco dei contadini. Questo non è un accordo volontario ma coercitivo per il contadino e tale resterà fino a quando ogni soviet contadino di volost, di distretto, di governatorato o di tutta la Russia non avrà dichiarato che la grande proprietà fondiaria è una grave ingiustizia e che non bisogna indugiare né un ora né un minuto per abolirla...
Toccherò ancora un argomento che mi è capitato di sentire e di cui ho trattato nel nostro giornale, nella Pravda, in relazione al trasferimento immediato delle terre ai contadini.
Quest'argomento consiste nell'affermazione che, se si consiglia ai contadini di prendere subito e senza riscatto le terre dei grandi proprietari fondiari, i soldati al fronte possono esserne irritati, insoddisfatti, inquieti e forse anche indignati e possono dire: 'Se i contadini si impadroniscono delle terre adesso, mentre noi siamo al fronte, rimarremo senza terra'. Forse, i soldati vorrebbero abbandonare il fronte, e ne nascerebbe caos e anarchia. Rispondiamo che quest'obiezione trascura del tutto la questione essenziale: in tutti i casi, tanto se le terre vengono prese a pagamento, mediante un accordo con i grandi proprietari fondiari, quanto se sono prese per decisione della maggioranza dei contadini, fino a che durerà la guerra i soldati resteranno comunque al fronte e non potranno ritornare a casa. Perché mai i soldati non dovrebbero temere che i grandi proprietari fondiari impongano, sottoforma di accordi volontari, condizioni svantaggiose ai contadini e dovrebbero temere invece le decisioni della maggioranza dei contadini contro i grandi proprietari fondiari? Non si riesce a capire! Perché il soldato al fronte dovrebbe aver fiducia nel grande proprietario fondiario e nell'accordo 'volontario' con lui? Capisco bene che questo lo dicano i partiti dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, ma non credo sia questo il modo di vedere del soldato russo al fronte. Se vi sarà l'accordo 'volontario' con il grande proprietario fondiario, il soldato non dirà che questo è l'ordine, non riporrà la sua fiducia nell'accordo, ma penserà piuttosto che il vecchio disordine dei grandi proprietari fondiari continua.
Il soldato avrà più fiducia, quando gli si dirà: 'La terra passa al popolo, i contadini del luogo prendono la terra in affitto e pagano l'affitto non ai grandi proprietari fondiari, ma ai propri comitati per le necessità generali, per le necessità dei soldati al fronte'. Se così avrà deciso la maggioranza dei contadini, il soldato al fronte saprà che non vi possono più essere accordi 'volontari' di nessuna specie con i grandi proprietari fondiari, ma che costoro sono ormai cittadini uguali agli altri, che nessuno intende oltraggiare. La terra è di tutto il popolo, e appartiene quindi anche al grande proprietario fondiario, non in virtù dei privilegi della nobiltà, ma allo stesso titolo per cui appartiene a ogni altro cittadino. Dal giorno in cui il potere dello zar, che era il più grande proprietario fondiario e il più grande oppressore delle masse, è stato abbattuto, non vi possono più essere privilegi per i grandi proprietari fondiari. Dal momento dell'instaurazione della libertà, il potere dei grandi proprietari fondiari deve essere considerato abbattuto una volta per tutte. Il soldato al fronte non avrà niente da perdere da questa impostazione, ma si sentirà invece rinvigorito nella sua fiducia verso il potere statale e sarà più tranquillo per la sua casa, avrà la certezza che la sua famiglia non sarà né danneggiata né abbandonata.
Rimane ancora un argomento contro la nostra proposta. Si dice: se i contadini occupano subito le terre dei grandi proprietari fondiari, una occupazione così immediata e così poco preparata provocherà una peggiore coltivazione delle terre e, forse, una semina peggiore... quando mi si dice che l'occupazione immediata delle terre può provocare una peggiore coltivazione, una semina peggiore, devo ribattere che i nostri contadini lavorano male a causa del loro asservimento, a causa dell'oppressione secolare dei grandi proprietari fondiari. Certo, la Russia, come tutti i paesi belligeranti, attraversa una crisi spaventosa, dalla quale non uscirà senza passare a migliori sistemi di coltura, al massimo risparmio di forza-lavoro. Ma un accordo 'volontario' con i grandi proprietari fondiari può oggi, prima della semina, cambiare qualcosa? Che cosa? I grandi proprietari fondiari sorveglieranno meglio la coltivazione delle terre, i contadini semineranno peggio, se sapranno che non seminano la terra del grande proprietario fondiario, ma la terra di tutto il popolo? Se sapranno che non pagano al grande proprietario, ma alle loro casse contadine? Tutto questo è talmente assurdo che mi meraviglio di sentir ripetere simili argomentazioni. Tutto questo è assolutamente inverosimile ed è soltanto un'astuzia dei grandi proprietari fondiari.
Questi ultimi hanno capito, e capito bene, che non si può più dominare col bastone e passano a un metodo di dominio nuovo per la Russia, ma che esiste già da molto tempo in Europa occidentale, nei paesi dell'Europa occidentale. Che non si possa più dominare col bastone l'hanno dimostrato da noi due rivoluzioni e, nei paesi dell'Europa occidentale, decine di rivoluzioni. Queste rivoluzioni ammaestrano i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, insegnano loro che bisogna governare i popoli con l'inganno e la lusinga, che, anche essendo degli sfruttatori, bisogna adattarsi, mettersi un nastrino rosso all'occhiello e dire: 'Noi siamo la democrazia rivoluzionaria, vi preghiamo soltanto di aspettare, faremo tutto per voi'. Dire che i contadini semineranno peggio le terre, se esse non apparterranno al grande proprietario fondiario ma a tutto il popolo, significa prendersi giuoco dei contadini e tentare di perpetuare il proprio dominio con l'inganno...
Vengo ora - continua Lenin nel suo intervento - alla seconda questione, su cui è bene soffermarsi molto attentamente, vengo cioè alla questione del modo come noi intendiamo che si disponga delle terre nell'interesse delle masse lavoratrici, quando queste terre saranno divenute proprietà di tutto il popolo, quando sarà abolita la proprietà privata. Quest'ora sta per suonare in Russia. In realtà, il potere dei grandi proprietari fondiari è, se non distrutto, per lo meno minato. Che cosa avverrà, come saranno ripartite le terre, quando saranno passate a tutti i contadini e non vi saranno più grandi proprietari fondiari? A questo proposito mi sembra necessario formulare alcuni punti generali, fondamentali, perché è evidente che sul piano locale spetterà sempre ai contadini decidere. In uno Stato democratico non può essere altrimenti: la cosa è tanto chiara che è persino superfluo parlarne. Ma, quando ci sentiamo domandare che cosa occorre fare perché la terra passi ai lavoratori, rispondiamo che noi vogliamo difendere gli interessi degli operai salariati e dei contadini poveri. Questo è il compito che si pone al nostro partito, al partito dei socialdemocratici bolscevichi in Russia. Noi ci domandiamo: dire che le terre passano al popolo equivale a dire che passano ai lavoratori? E rispondiamo: no, non è la stessa cosa! Dire che le terre passeranno al popolo è come dire che la grande proprietà fondiaria sarà abolita, che tutta la terra apparterrà a tutto il popolo, che chiunque prenderà la terra la prenderà in affitto da tutto il popolo. Se si creerà questo regime agrario, vorrà dire che non sussisterà più alcuna differenza nel possesso della terra, che tutte le terre saranno uguali. I contadini lo dicono spesso: 'Tutte le vecchie barriere e divisioni cadranno. La terra sarà senza barriere: libera sarà la terra e libero il lavoro'.
Vuol forse dire che la terra sarà data a tutti i lavoratori? No. Lavoro libero sulla terra libera significa che tutte le antiche forme di possesso sono scomparse; che il solo possesso è quello dello Stato; che ognuno prende la terra in affitto dallo Stato; che esiste un potere statale comune, il potere degli operai e dei contadini; che da questo potere il contadino prende in affitto la terra; che fra lo Stato e il contadino non vi sarà nessun intermediario; che tutti riceveranno la terra con parità di diritti. È questo il lavoro libero sulla libera terra.
Vuol forse dire che tutta la terra sarà data a tutti i lavoratori? No. La terra non si può mangiare; per coltivarla ci vogliono attrezzi, bestiame, impianti, denaro; senza denaro e senza attrezzi la coltivazione è impossibile. Perciò, quando avrete istituito il regime del libero lavoro sulla terra libera, non vi sarà più la grande proprietà fondiaria, non vi saranno più gerarchie nel possesso fondiario, vi sarà soltanto la proprietà di tutto il popolo e vi saranno liberi fittavoli che prenderanno in affitto la terra dallo Stato. Quando avrete creato questo regime, non vorrà ancora dire che la terra passerà a tutti i lavoratori, ma soltanto che ogni coltivatore potrà disporre liberamente della terra: chiunque vorrà potrà prendere le terre appartenenti allo Stato... La Russia ha già compiuto un grande passo in avanti rispetto alla Russia dello zar e dei grandi proprietari fondiari, ma questo non è ancora il passaggio della terra ai lavoratori, è il passaggio della terra a chi la coltiva, perché non basta che la terra appartenga allo Stato e che chiunque voglia coltivarla possa prenderla, non basta la volontà di coltivare la terra, bisogna averne la capacità, e anche questo non basta. Tutti gli operai salariati e tutti i giornalieri sanno coltivare la terra, ma non hanno bestiame né attrezzi né capitali, e quindi, per quanto si decida e si dica, con questo non si sarà ancora istituito il lavoro libero sulla terra libera...
Questo significa che dobbiamo fin d'ora pensare all'avvenire, al modo di ottenere non soltanto che il lavoro sia libero: questo è un passo avanti, ma non è ancora un passo verso la difesa degli interessi dei lavoratori; è un passo verso la liberazione dalla rapacità, dallo sfruttamento dei grandi proprietari fondiari, verso la liberazione dai Markov, dalla polizia, ecc.; ma non è ancora un passo verso la difesa degli interessi dei lavoratori; il contadino povero, nullatenente, senza bestiame, senza attrezzi, senza capitali, non può coltivare la terra. Ecco perché io diffido molto della proposta delle due cosiddette misure o norme: la norma del lavoro e la norma del consumo. So bene che i partiti populistici forniscono sempre argomentazioni e chiarimenti a proposito di queste due norme. So bene che questi partiti sostengono la necessità di introdurre queste due misure, queste due norme: la norma del lavoro, che indica la quantità massima di terra coltivabile da una famiglia, e la norma del consumo, che indica la quantità minima di terra, al di sotto della quale il contadino patirebbe la fame. Considero con grande diffidenza la questione delle norme o misure e penso che si tratti di un piano burocratico da cui non si ricaverà alcun utile e che non potrà essere realizzato nemmeno se deciderete di applicarlo. La questione è tutta qui! Questo piano non può procurare nessun miglioramento sensibile alla situazione degli operai salariati e dei contadini più poveri; se voi l'approverete, resterà lettera morta fino a quando il capitalismo continuerà a dominare. Questo piano non ci aiuta a trovare la via giusta per passare dal capitalismo al socialismo.
Quando si parla di queste due misure, di queste due norme, ci si rappresenta la cosa come se al mondo ci fossero soltanto la terra e i contadini. Se così fosse, questo piano sarebbe eccellente. Ma le cose stanno diversamente. C'è il potere del capitale, c'è il potere del denaro. Senza denaro, anche sulla terra più libera, con qualsiasi 'norma', un'azienda non può funzionare, perché, fino a quando esiste il denaro, esisterà anche il lavoro salariato. E ciò significa che i contadini ricchi, il cui numero non è inferiore in Russia a un milione di famiglie, opprimono e sfruttano gli operai salariati e continueranno a opprimerli anche sulla terra 'libera'. I contadini ricchi impiegheranno costantemente, non in via d'eccezione ma come regola generale, mano d'opera salariata, ad anno, a termine, a giornata, ecc., sfrutteranno cioè i contadini più poveri, i proletari. Accanto a questi contadini ricchi vi sono milioni e milioni di contadini che non possiedono cavalli, che non possono vivere senza vendere la loro forza-lavoro, senza occuparsi in lavori ausiliari, ecc. Fino a che durerà il potere del denaro, il potere del capitale, quali che siano le 'norme' da voi fissate, esse resteranno nel migliore dei casi inapplicabili, perché non tengono conto di un fattore essenziale, del fatto cioè che la proprietà degli attrezzi, del bestiame, del denaro è ripartita in modo inuguale, non tengono conto del fatto che esiste il lavoro salariato soggetto a sfruttamento. Questo fatto fondamentale dell'odierna vita russa non può essere eluso, e, se noi introduciamo certe 'norme', la vita le metterà da parte ed esse rimarranno sulla carta. Ecco perché, allo scopo di difendere gli interessi dei contadini nullatenenti e più poveri in questa immensa trasformazione della Russia che state realizzando e che senza dubbio realizzerete sino in fondo, quando la proprietà privata della terra sarà abolita, quando sarà fatto un passo avanti verso un avvenire migliore, socialista; allo scopo di difendere gli interessi degli operai e dei contadini poveri, in questa grande trasformazione che voi avete appena cominciato e che andrà molto lontano e che, si può dire senza esagerazione, sarà indubbiamente realizzata in Russia, perché non esiste alcuna forza capace di arrestarla, non ci si può limitare a stabilire norme o misure. Bisogna cercare un'altra via.
Io e i miei compagni di partito, a nome dei quali ho qui l'onore di parlare, conosciamo soltanto due vie per difendere gli interessi dei salariati agricoli e dei contadini poveri. Queste due vie le raccomandiamo all'attenzione del soviet contadino.
La prima via è l'organizzazione dei salariati agricoli e dei contadini poveri. Noi sosteniamo e consigliamo che in ogni comitato contadino, in ogni volost, in ogni distretto, in ogni governatorato, sia costituita una frazione o gruppo distinto dei salariati agricoli e dei contadini più poveri, di coloro che devono domandarsi: 'Se domani la terra sarà di tutto il popolo, e tale diventerà perché così vuole il popolo, che cosa sarà di noi? Noi, che non abbiamo né bestiame né attrezzi, dove li prenderemo? Come potremo diventare coltivatori indipendenti? Come dovremo difendere i nostri interessi? Come ci regoleremo per evitare che la terra, appartenendo a tutto il popolo, non finisca soltanto nelle mani dei padroni? Se essa cadrà nelle mani di coloro che avranno bestiame e attrezzi a sufficienza, che cosa ne ricaveremo noi? Forse per questo abbiamo realizzato un così grande rivolgimento? È forse questo che ci occorre?'...
Soltanto l'organizzazione autonoma locale, soltanto l'esperienza personale educheranno i contadini più poveri. E questa esperienza non sarà facile. Noi non possiamo promettere e non promettiamo fiumi di latte e laghi di crema. No, i grandi proprietari fondiari saranno abbattuti perché il popolo lo vuole, ma il capitalismo rimarrà. Sarà molto più difficile abbattere il capitalismo. Per abbatterlo bisognerà seguire un'altra via, la via dell'organizzazione autonoma, separata, dei salariati agricoli e dei contadini poveri. Ecco che cosa sostiene in primo luogo il nostro partito.
Solo per questa via si può prevedere il passaggio graduale, difficile ma sicuro, della terra ai lavoratori.
La seconda misura che il nostro partito raccomanda consiste nel trasformare al più presto ogni grande azienda agricola, per esempio ogni grande tenuta (e in Russia ve ne sono 30.000), in una azienda modello coltivata collettivamente dagli operai agricoli e da agronomi esperti, con l'impiego del bestiame, degli attrezzi, ecc., dei grandi proprietari fondiari. Senza questa lavorazione collettiva, diretta dai soviet degli operai agricoli, non si riuscirà a ottenere che tutte le terre vadano ai lavoratori. Beninteso, la lavorazione in comune è cosa difficile; credere che la si possa decidere e imporre dall'alto con un decreto sarebbe una follia, perché l'abitudine secolare all'azienda individuale non può sparire di colpo, perché ci vuole denaro, perché bisogna adattarsi alle nuove forme di vita. Se questi consigli, se queste opinioni sulla lavorazione collettiva, sulle scorte e sul bestiame in comune, sul migliore impiego degli attrezzi con la collaborazione degli agronomi, se questi consigli fossero frutto dell'immaginazione di questo o quel partito, la nostra sarebbe una causa cattiva, perché nella vita di un popolo non avvengono trasformazioni e decine di milioni di uomini non fanno la rivoluzione per seguire i consigli di un qualsiasi partito. E una tale trasformazione sarà una rivoluzione molto più profonda del rovesciamento dello sciocco Nicola Romanov. Ripeto che decine di milioni di uomini non fanno la rivoluzione per ordine di qualcuno, ma la fanno solo quando si determini una situazione senza sbocchi, solo quando questa situazione sia divenuta intollerabile, solo quando la pressione generale, la fermezza di decine di milioni di uomini spezzi tutte le vecchie barriere e sia realmente capace di costruire una nuova vita. Se consigliamo questa misura, se consigliamo di realizzarla con cautela, se dichiariamo che essa sta divenendo necessaria, non deduciamo una tale conclusione soltanto dal nostro programma, soltanto dalla nostra dottrina socialista; in realtà, se così dichiariamo, è anche perché, essendo socialisti e analizzando la vita dei popoli dell'Europa occidentale, siamo giunti a una tale conclusione. Noi sappiamo che laggiù sono avvenute molte rivoluzioni, le quali hanno creato repubbliche democratiche, sappiamo inoltre che nel 1865, in America, sono stati sconfitti gli schiavisti, sono stati distribuiti centinaia di milioni di ettari di terra ai contadini, gratuitamente o quasi, e che, nonostante questo, proprio in America, più che in ogni altro paese, il capitalismo domina e, come in ogni altro paese, se non più duramente, opprime le masse lavoratrici. Ecco quale dottrina socialista, ecco quale analisi della vita degli altri popoli ci ha condotti al saldo convincimento che, senza la lavorazione collettiva della terra da parte degli operai agricoli, con macchine perfezionate e sotto la direzione di agronomi tecnicamente preparati, non è possibile sottrarsi all'oppressione del capitalismo. Ma, se dovessimo basarci soltanto sull'esperienza dei paesi europei occidentali, la nostra causa in Russia sarebbe in cattive acque, perché la massa del popolo russo sarà capace di compiere un grande passo lungo questa nuova strada, solo quando vi sarà spinta da una estrema necessità. E noi affermiamo: è giunta l'ora in cui questa necessità estrema di tutto il popolo russo bussa alla porta. Essa deriva dall'impossibilità di continuare a coltivare la terra con i vecchi sistemi. Se ci fermassimo alla piccola azienda, saremmo minacciati, pur essendo dei liberi cittadini su una terra libera, dall'inevitabile rovina, perché la catastrofe avanza di giorno in giorno, di ora in ora. Questo è un fatto che non è determinato dalla cattiva volontà dei singoli, ma dalla guerra mondiale di rapina, dal capitalismo.
La guerra ha sterminato un gran numero di uomini, inondato la terra di sangue, condotto il mondo intero sull'orlo dell'abisso. Non è un'esagerazione: nessuno può garantire del domani: ne convengono tutti. Sfogliate le Izvestia sovieta rabocikh i soldatskikh deputatov: vi si scrive che i capitalisti ricorrono alla resistenza passiva e alle serrate. Questo significa che non c'è lavoro, che i capitalisti licenziano in massa gli operai. Sono questi i risultati della guerra criminale in corso, non soltanto in Russia, ma in tutti i paesi.
Per questi motivi noi diciamo che la coltivazione di appezzamenti separati, quand'anche vi sia 'il libero lavoro sulla terra libera', non è un modo di uscire dalla crisi terribile, dalla catastrofe generale, non è la salvezza. È necessario l'obbligo generale del lavoro; è necessario il massimo risparmio nell'impiego del lavoro umano; ci vuole un potere eccezionalmente saldo e forte, capace di instaurare il lavoro obbligatorio, che non può essere realizzato dai funzionari, ma soltanto dai soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, perché essi sono il popolo stesso, le masse popolari, non un potere burocratico, perché soltanto essi conoscono da cima a fondo tutta la vita del contadino e possono quindi instaurare l'obbligo del lavoro, introdurre una protezione del lavoro umano tale che il lavoro del contadino non vada sperperato e il passaggio alla lavorazione collettiva della terra avvenga in modo graduale e prudente. È difficile ma necessario passare alla lavorazione collettiva in grandi aziende modello, se si vuole sfuggire alla catastrofe, se si vuole uscire dalla situazione disperata in cui si trova oggi la Russia. Sarebbe un gravissimo errore pensare che una simile gigantesca trasformazione nella vita del popolo possa compiersi di colpo. No, essa richiede un lavoro immenso, esige la tensione, la fermezza e l'energia di ogni singolo contadino, di ogni singolo operaio, nella sua località, nel campo che egli conosce, nel ramo di produzione in cui lavora da decenni. Questa trasformazione - afferma ancora Lenin concludendo il suo intervento - non può avvenire per decreto di qualcuno, ma è necessario realizzarla, perché la guerra di conquista ha condotto l'intera umanità sull'orlo dell'abisso, perché decine di milioni di esseri umani sono già morti e ancor più ne moriranno in questa guerra atroce, se non tenderemo tutte le nostre energie, se tutte le organizzazioni dei soviet dei deputati operai e contadini non si avviano, unanimi e risolute, verso la lavorazione collettiva della terra, senza capitalisti, senza grandi proprietari fondiari. Solo avviandosi per questa strada si assicurerà l'effettivo trasferimento della terra ai lavoratori".
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Al termine del Congresso i delegati approvarono a maggioranza la risoluzione presentata da socialrivoluzionari e menscevichi, ma le idee e l'organizzazione proposte da Lenin avevano un radicamento concreto e irreversibile tra le larghe masse dei contadini poveri.
Una questione soprattutto era al centro della vita politica del paese e della vita quotidiana fatta di sofferenza, stenti e fame del popolo russo: guerra o pace? Questo il nodo principale attorno al quale ruotava il destino della Russia e del suo popolo. E mentre il convincimento a farla finita con la guerra diventava sempre più forte tra le masse stremate, tra i soldati delle forze armate russe si rafforzava la fiducia verso il partito bolscevico e il suo programma. Nel giugno 1917 al fronte e nelle retrovie si contavano ben ventiseimila membri del partito e tra le masse dei soldati la stampa bolscevica, ed in particolare la Soldatskaja pravda e la Pravda, cresceva in diffusione e autorevolezza. Erano questi i segnali precisi e i frutti concreti del lavoro politico bolscevico e della giustezza delle idee, della linea e delle proposte politiche che Lenin aveva dato al partito bolscevico.
Fu il Primo Congresso dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati di tutta la Russia, svoltosi a Pietrogrado dal 3 al 24 giugno 1917, a dare un segnale concreto che la situazione e i rapporti di forza stavano velocemente ed inesorabilmente cambiando.
Nelle nuove elezioni dei soviet, effettuate tra maggio e giugno, i bolscevichi conquistarono la maggioranza nel soviet di Mosca ed in quelli di Saratvo, Syzran, Ekaterinburg la metà dei rappresentanti nella sezione operaia e più di un quarto in quella dei soldati del soviet di Pietrogrado; rafforzando altresì la loro presenza, pur restando in minoranza, in soviet importanti quali quelli di Krasnojarsk Orehovo, Zujevo, Lugansk, Ivanovo-Voznesensk e in altre città ancora.
Nel Primo Congresso dei Soviet, al quale per il Posdr (b) parteciparono Lenin e Stalin, assunse un ruolo centrale nel dibattito la questione essenziale del momento: "Guerra o Pace". Ma, accanto ad essa, ne maturò un'altra, altrettanto importante e decisiva, e ad essa strettamente collegata: "La questione del potere".
In maniera chiara Lenin mise i delegati al Primo Congresso dei Soviet di fronte a una verità inoppugnabile: la questione della guerra o della pace era risolvibile soltanto attraverso la conquista del potere politico da parte del proletariato e dei suoi alleati. E questo avvenne fin dalla seduta di apertura del congresso, il 3 giugno, allorché il menscevico Tsereteli intervenne con un discorso tutto a sostegno del governo provvisorio affermando che era necessario mantenere e sostenere la coalizione con la borghesia, anche perché, a suo dire, non vi era in Russia alcun partito politico in grado di prendere nelle proprie mani tutto il potere statale. Fu a questo punto che Lenin interruppe, per un solo istante, il discorso di Tsereteli affermando con voce forte e ferma: "Questo partito c'è".
Il giorno successivo, il 4 giugno, Lenin pronunciò il primo dei suoi discorsi al Congresso dei Soviet, parlando proprio sull'atteggiamento da tenere nei confronti del governo provvisorio. Davanti a una platea tesa e attenta, egli espresse il suo pensiero e la politica dei bolscevichi al riguardo.
Dice Lenin: "... La prima e fondamentale questione che ci si pone dinanzi è questa: Dove ci troviamo? Che cosa sono i soviet riunitisi ora nel Congresso di tutta la Russia? Che cosa è la democrazia rivoluzionaria della quale qui si parla oltre misura proprio per nascondere che non la si comprende affatto e la si rinnega totalmente? Perché è ben strano parlare di democrazia rivoluzionaria davanti al Congresso dei soviet di tutta la Russia e nascondere il carattere di questa istituzione, la sua composizione di classe, la sua funzione nella rivoluzione, non dirne nemmeno una parola, e al tempo stesso arrogarsi il titolo di democratici. Ci si espone il programma di una repubblica parlamentare borghese come ne esistono da lungo tempo in tutti i paesi dell'Europa occidentale; ci si traccia un programma di riforme ammesse oggi da tutti i governi borghesi, compreso il nostro, e nello stesso tempo ci si parla di democrazia rivoluzionaria. A chi si dice tutto ciò? Ai soviet. Ed io vi chiedo: esiste in Europa un paese borghese, democratico, repubblicano in cui esiste qualcosa di analogo a questi soviet? Dovete rispondere di no... I soviet sono un'istituzione che non esiste in nessuno Stato di tipo parlamentare borghese tradizionale, e non può esistere accanto a un governo borghese. È uno Stato di tipo nuovo, più democratico, che nelle risoluzioni del nostro partito noi abbiamo chiamato repubblica democratica proletaria e contadina, nella quale il potere apparterrebbe unicamente ai soviet dei deputati degli operai e dei soldati. Si ha torto a credere che si tratti di una questione teorica, si ha torto a voler presentare le cose come se questo problema potesse essere eluso, si ha torto a obiettare che questa o quella istituzione coesiste con i soviet degli operai e dei soldati. Sì, queste istituzioni coesistono, ma è proprio questo che crea un numero inaudito di malintesi, di conflitti, di attriti. È proprio questo che determina il passaggio della rivoluzione russa dalla sua ascesa iniziale, dal suo primo movimento in avanti, alla sua stagnazione e recessione alla quale assistiamo ora nel nostro governo di coalizione, in tutta la politica interna ed estera, in relazione all'offensiva imperialistica che si sta preparando.
Le alternative sono due: o un governo borghese tradizionale, e allora i soviet dei deputati dei contadini, degli operai e dei soldati sono inutili; essi saranno sciolti dai generali controrivoluzionari che tengono l'esercito nelle loro mani e non prestano nessuna attenzione all'oratoria del ministro Kerenski; oppure moriranno di morte ingloriosa. Non vi è altra via d'uscita per queste istituzioni che non possono tornare indietro né segnare il passo, ma possono esistere soltanto andando avanti. Ecco un tipo di Stato che non è stato inventato dai russi, che è stato generato dalla rivoluzione perché altrimenti la rivoluzione non potrebbe vincere. All'interno del soviet di tutta la Russia gli attriti, la lotta dei partiti per il potere sono inevitabili. Ma si tratterà di eliminare gli errori possibili e le possibili illusioni mediante l'esperienza politica delle masse (clamori) e non mediante i rapporti dei ministri che si appellano a ciò che hanno detto ieri, che scriveranno domani e che prometteranno dopodomani. Ciò è ridicolo, compagni, per un'istituzione creata dalla rivoluzione russa e di fronte alla quale si pone oggi la questione: essere o non essere... Una istituzione di questo genere è una transizione verso la repubblica che creerà - non a parole, ma di fatto - un potere saldo, senza polizia e senza esercito permanente, un potere che non può ancora esistere nell'Europa occidentale, e senza il quale la rivoluzione russa non potrà vincere, cioè riportare la vittoria sui grandi proprietari fondiari e sull'imperialismo...
Ci si chiede come è possibile instaurare il socialismo in Russia e in generale compiere di colpo trasformazioni radicali; sono tutte vane scappatoie, compagni. Marx ed Engels, spiegando la loro dottrina, hanno sempre detto: 'La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l'azione'. Un capitalismo puro che si trasformi in socialismo puro non esiste in nessuna parte del mondo, e non può esistere in tempo di guerra; esiste qualcosa di intermedio, qualcosa di nuovo, senza precedenti, perché centinaia di milioni di uomini soccombono, trascinati in una guerra criminale tra capitalisti. Non si tratta di promettere delle riforme: sono parole vuote; si tratta di compiere un passo che oggi è necessario.
Se volete richiamarvi alla democrazia 'rivoluzionaria', fate una distinzione fra questa nozione e quella di democrazia riformista con un ministero capitalista, perché è ora, finalmente, di passare dalle frasi sulla 'democrazia rivoluzionaria', dalle reciproche felicitazioni per questa 'democrazia rivoluzionaria', alla definizione classista, come ci ha insegnato il marxismo e, in generale, il socialismo scientifico. Quello che ci viene proposto è il passaggio alla democrazia riformista con un ministero capitalistico. Forse questo è magnifico dal punto di vista dei modelli ordinari dell'Europa occidentale. Ma oggi tutta una serie di paesi è alla vigilia della catastrofe, e i provvedimenti pratici, ritenuti così complicati che sarebbe difficile applicarli e dovrebbero essere elaborati in modo speciale, come diceva l'oratore precedente, il cittadino ministro delle poste e telegrafi, questi provvedimenti sono perfettamente chiari. Egli ha detto che in Russia non c'è un partito politico che si dichiari pronto a prendere tutto il potere nelle sue mani. Io rispondo: 'C'è! Nessun partito può rifiutarsi di far questo, e il nostro partito non si rifiuta: esso è pronto, in ogni momento, a prendere tutto il potere nelle sue mani'.
... Il nostro programma, per ciò che concerne la crisi economica, consiste nell'esigere immediatamente - per far questo non occorre nessuna dilazione - la pubblicazione di tutti gli inauditi profitti, che raggiungono il 500-800%, che i capitalisti intascano non come capitalisti sul mercato libero, in regime capitalistico 'puro', ma sulle forniture di guerra. Ecco dove il controllo operaio è effettivamente necessario e possibile. Ecco il provvedimento che dovete prendere - poiché vi chiamate democrazia 'rivoluzionaria' - in nome del soviet, e che può essere realizzato dall'oggi al domani. Questo non è socialismo, questo vuol dire aprire gli occhi al popolo sulla vera anarchia e sul vero giuoco con l'imperialismo nel quale sono coinvolti i beni del popolo e centinaia di migliaia di essere umani, che domani periranno perché noi continuiamo a strangolare la Grecia. Rendete pubblici i profitti dei signori capitalisti, arrestate cinquanta o cento grandi milionari. Basterebbe tenerli dentro qualche settimana, sia pure nelle condizioni privilegiate che sono riservate a Nicola Romanov, semplicemente per costringerli a rivelare le mene, le truffe, il fango, il lucro che, anche sotto il nuovo governo, costano ogni giorno migliaia e milioni di rubli al nostro paese. Ecco la ragione principale dell'anarchia e dello sfacelo, ecco perché diciamo: da noi tutto è rimasto come prima, il ministero di coalizione non ha cambiato niente, non ha fatto che aggiungere un po' di declamazione, di dichiarazioni pompose...
La guerra imperialistica continua. E ci promettono riforme, ancora riforme, sempre riforme che non possono essere realizzate in queste condizioni, perché la guerra schiaccia tutto, determina tutto. Perché non siete d'accordo con coloro che dicono che la guerra non si fa per i profitti dei capitalisti? Qual è il criterio da seguire? Quello di sapere innanzi tutto quale classe è al potere, quale classe continua a dominare, quale classe continua a guadagnare centinaia di miliardi nelle operazioni bancarie e finanziarie. Sempre la stessa classe capitalistica, e quindi la guerra che continua è imperialistica. E il primo governo provvisorio e il governo coi ministri quasi-socialisti non hanno cambiato nulla...
Vogliamo una repubblica russa unica e indivisibile, con un potere stabile, ma un potere stabile si ottiene soltanto con un accordo volontario dei popoli. 'Democrazia rivoluzionaria', è una grande parola, ma viene applicata a un governo che complica con meschine angherie la questione dell'Ucraina e della Finlandia, le quali non pretendono nemmeno di separarsi dalla Russia, ma dicono semplicemente: non rinviate all'Assemblea costituente l'applicazione della democrazia più elementare!
Non potrete concludere una pace senza annessioni e senza indennità finché non avrete rinunciato alle vostre annessioni... Avete vissuto gli anni 1905 e 1917, sapete che la rivoluzione non si fa su ordinazione, che negli altri paesi le rivoluzioni hanno seguito la via sanguinosa e dura delle insurrezioni, mentre in Russia non esiste un gruppo o una classe capace di opporsi al potere dei soviet. In Russia questa rivoluzione è possibile, in via eccezionale, come rivoluzione pacifica. Questa rivoluzione proponga la pace, oggi o domani, a tutti i popoli, mediante la rottura con le classi dei capitalisti, e avremo in breve tempo il consenso della Francia e della Germania, rappresentate dai loro popoli, perché questi paesi stanno soccombendo, perché la situazione della Germania è disperata, perché per essa non c'è salvezza e perché la Francia...
A questo punto dell'intervento la presidenza blocca Lenin, comunicando che il tempo a disposizione è scaduto. Dalla sala si alzano proteste, grida, inviti a continuare, applausi. Dopo una rapida votazione tra i delegati la presidenza concede a Lenin di terminare l'intervento. Dicevo dunque - prosegue Lenin - che se in Russia la democrazia rivoluzionaria non fosse una democrazia a parole, ma nei fatti, essa spingerebbe avanti la rivoluzione invece di accordarsi coi capitalisti; invece di parlare della pace senza annessioni e indennità, essa liquiderebbe le annessioni in Russia e dichiarerebbe apertamente che considera qualsiasi annessione come un atto criminale, di brigantaggio. Allora sarebbe possibile evitare l'offensiva imperialistica che minaccia di far perire migliaia e milioni di uomini per la spartizione della Persia e dei Balcani. E allora si aprirebbe il cammino verso la pace, cammino non facile - non lo neghiamo - e che non esclude una guerra veramente rivoluzionaria...
Un solo paese al mondo può oggi prendere provvedimenti sul piano della lotta di classe contro i capitalisti per far cessare subito la guerra, senza ricorrere a una rivoluzione sanguinosa; un solo paese, e questo paese è la Russia. E così sarà finché esisterà il soviet dei deputati degli operai e dei soldati. Esso non potrà esistere a lungo accanto a un governo provvisorio di tipo tradizionale. E resterà com'è solo fino al momento in cui si passerà all'offensiva. Il passaggio all'offensiva è una svolta di tutta la politica della rivoluzione russa, è il passaggio dall'attesa, dalla preparazione della pace mediante l'insurrezione rivoluzionaria dal basso, alla ripresa della guerra. Il passaggio dalla fraternizzazione su un solo fronte alla fraternizzazione su tutti i fronti, dalla fraternizzazione spontanea, che si esprime nello scambio, con un proletario tedesco affamato, di un pezzo di pane contro un temperino - e per questo c'è la minaccia dell'ergastolo - alla fraternizzazione cosciente. Questo era il cammino che si delineava.
Quando prenderemo il potere nelle nostre mani, terremo a freno i capitalisti, e allora la guerra non sarà più quella che viene condotta attualmente, perché ciò che definisce una guerra è la classe che la conduce, e non quello che sta scritto su dei pezzi di carta. Sulla carta si può scrivere tutto quel che si vuole. Ma finché la classe dei capitalisti avrà la maggioranza nel governo, qualsiasi cosa voi scriviate, per quanto eloquenti siate, qualunque sia l'elenco dei ministri pseudosocialisti, la guerra resterà una guerra imperialistica. Tutti lo sanno, tutti lo vedono...
Eccoci giunti a una svolta della storia rivoluzionaria russa. - afferma Lenin avviandosi a concludere il suo intervento - La rivoluzione russa ebbe inizio con l'aiuto della borghesia imperialistica inglese, la quale pensava che la Russia fosse qualcosa di simile alla Cina e all'India. Invece, a fianco del governo, la cui maggioranza è oggi formata dai grandi proprietari fondiari e dai capitalisti, si sono visti sorgere i soviet, istituzioni rappresentative senza precedenti, di una forza unica al mondo, e che voi uccidete con la vostra partecipazione al ministero di coalizione della borghesia. La rivoluzione russa, invece, ha fatto sì che la lotta rivoluzionaria condotta dal basso contro il governo capitalistico sia accolta dovunque, in tutti i paesi, con simpatia triplicata. La questione sta così: avanzare o retrocedere. Non si può segnare il passo in un periodo rivoluzionario. È per questo che l'offensiva è una svolta in tutta la rivoluzione russa, non per l'importanza strategica dell'offensiva, ma in senso politico ed economico. Oggi l'offensiva significa, oggettivamente, indipendentemente dalla volontà o dalla coscienza di questo o quel ministro, la continuazione della carneficina imperialistica e il massacro di centinaia di migliaia, di milioni di uomini, per soffocare la Persia e altri popoli deboli. Il passaggio del potere al proletariato rivoluzionario, appoggiato dai contadini poveri, segnerà l'inizio della lotta rivoluzionaria per la pace nelle forme più sicure e meno dolorose che l'umanità conosca; sarà il passaggio a una situazione in cui il potere e la vittoria saranno garantiti agli operai rivoluzionari in Russia e nel mondo intero".
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"La vittoria dell'imperialismo è il principio dell'inevitabile, irrevocabile scissione dei socialisti di tutti i paesi in due campi. Chi oggi continua a parlare dei socialisti come di un tutto unico, come di qualcosa che può essere un tutto unico, inganna se stesso e gli altri. Il corso della guerra, due anni e mezzo di guerra, hanno resa necessaria questa scissione poiché il manifesto di Basilea, approvato all'unanimità ha detto che questa era una guerra sul terreno del capitalismo imperialistico. Nel manifesto di Basilea non c'è nemmeno una parola sulla 'difesa della patria'. Non si poteva scrivere un manifesto diverso prima della guerra, così come oggi nessun socialista propone di scrivere un manifesto sulla 'difesa della patria' nella guerra tra l'America e il Giappone, in cui non sono in giuoco la propria pelle, i propri capitalisti, i propri ministri. Provate! Scrivete una risoluzione per i congressi internazionali! Voi sapete che la guerra fra il Giappone e l'America è matura, è stata preparata per decine d'anni, non è casuale; la tattica non dipende da colui che sparerà per primo. È ridicolo pensarlo. Sapete benissimo che il capitalismo giapponese e americano hanno il medesimo carattere brigantesco. Da ambo le parti s'invocherà la 'difesa della patria', e si tratterà di un delitto o di una terribile debolezza causata dalla 'difesa' degli interessi dei nostri nemici capitalisti. Ecco perché diciamo che il socialismo si è scisso per sempre. Alcuni socialisti - passando dalla parte dei loro governi, ossia dei loro banchieri, dei loro capitalisti - hanno completamente abbandonato il socialismo nonostante tutte le loro smentite e le condanne che pronunciano. L'essenziale non sta nelle condanne! Ma la condanna dei tedeschi, colpevoli di sostenere i loro capitalisti, nasconde spesso la difesa dello stesso 'peccato' da parte dei russi! Se voi accusate i socialsciovinisti tedeschi, cioè gli uomini che, a parole, sono socialisti - e può darsi che molti di essi lo siano nel loro intimo - ma che di fatto sono sciovinisti e non difendono il popolo tedesco, bensì i capitalisti tedeschi, briganti avidi e sordidi - se voi li accusate, non dovete difendere i capitalisti inglesi, francesi e russi. I socialsciovinisti tedeschi non sono peggiori di coloro che, nel nostro governo, continuano la politica dei trattati segreti e delle annessioni, dissimulandola con voti innocenti e ingenui, nei quali c'è molto di buono, nei quali, dal punto di vista delle masse, riconosco una sincerità assoluta, ma nei quali non riconosco e non posso riconoscere una sola parola di verità politica. Questo è solo il vostro desiderio, ma la guerra rimane, come prima, una guerra imperialistica, una guerra per gli stessi trattati segreti! Invitate gli altri popoli a rovesciare i banchieri, ma appoggiate i vostri! Parlate di pace, ma non dite di quale pace! Quando abbiamo additato le stridenti contraddizioni della pace sulla base dello status quo, nessuno ci ha risposto. Nelle vostre risoluzioni sulla pace senza annessioni, non potete dire che questo non è lo status quo. E non potete neppure dire che è lo status quo, cioè il ritorno alla situazione d'anteguerra. E allora? Prendere all'Inghilterra le colonie tedesche? Provatevi a farlo con accordi amichevoli! Tutti rideranno di voi. Provatevi a strappare al Giappone, senza una rivoluzione il suo bottino, cioè Kiaochow e le isole del Pacifico!
Vi siete impastoiati in contraddizioni insolubili. Ma quando noi diciamo: 'senza annessioni', dichiariamo che questa parola d'ordine non ha per noi che una funzione secondaria nella lotta contro l'imperialismo mondiale. Diciamo che vogliamo liberare tutti i popoli, cominciando dal nostro. Voi parlate di guerra alle annessioni e di pace senza annessioni e continuate in Russia una politica di annessioni! È una cosa inaudita. Voi e il vostro governo, i vostri nuovi ministri, continuate di fatto, nei confronti della Finlandia e dell'Ucraina, una politica di annessione. Ostacolate il Congresso ucraino e per mezzo dei vostri ministri ne proibite la riunione. Non è forse una politica di annessione? Questa politica è un oltraggio al diritto di una nazionalità martoriata dagli zar perché i suoi figli volevano parlare la lingua materna. Questo significa aver paura delle repubbliche separate. Dal punto di vista degli operai e dei contadini la separazione delle repubbliche non è una cosa terribile. Che la Russia sia un'unione di libere repubbliche! Le masse operaie e contadine non faranno la guerra per impedirlo. Che ogni popolo sia libero, che le nazionalità con le quali fate la rivoluzione in Russia siano emancipate per prime. Se non farete questo, vi condannerete a essere una 'democrazia rivoluzionaria' a parole e a fare in realtà una politica del tutto controrivoluzionaria...
Quando si dice che noi aspiriamo alla pace separata, si dice il falso. Noi diciamo: nessuna pace separata con nessun gruppo capitalistico né, soprattutto, coi capitalisti russi. Il governo provvisorio ha invece concluso una pace separata coi capitalisti russi. Abbasso questa pace separata! (applausi) Noi non accettiamo nessuna pace separata coi capitalisti tedeschi e non inizieremo trattative di nessun genere; ma non vogliamo neppure una pace separata con gli imperialisti francesi e inglesi! Rompere con costoro, ci viene detto, significa intendersi con gli imperialisti tedeschi. Non è vero. Bisogna rompere immediatamente con loro perché questa è un'alleanza di briganti. Si dice che la pubblicazione dei trattati non è possibile perché ciò disonorerebbe il nostro governo e la nostra politica davanti ad ogni operaio, a ogni contadino. Se questi trattati fossero pubblicati e se si dicesse chiaramente in tutte le riunioni, e soprattutto nelle lontane campagne, agli operai e ai contadini: 'Ecco per che cosa stai combattendo ora: per gli stretti, per la conquista dell'Armenia', ognuno risponderebbe: 'Una guerra simile non la vogliamo'...
Dico che l'alternativa: 'o con gli imperialisti inglesi o con gli imperialisti tedeschi' è falsa. La pace coi tedeschi significherebbe la guerra con gli inglesi e viceversa. Questa alternativa è buona per chi non vuol rompere coi propri capitalisti e banchieri e ammette qualunque alleanza con loro. Ma non è buona per noi. Noi diciamo che si deve difendere l'alleanza con le classi oppresse, con i popoli oppressi. Siate fedeli a questa alleanza e sarete una democrazia rivoluzionaria. Non è un compito facile. Questo compito non ci autorizza a dimenticare che, in certe condizioni, non potremo fare a meno della guerra rivoluzionaria. Nessuna classe rivoluzionaria può sottrarsi alla guerra rivoluzionaria senza condannarsi a un pacifismo ridicolo. Non siamo tolstoiani. Se la classe rivoluzionaria prenderà il potere, se nel suo Stato non ci saranno più annessioni, se le banche e il grande capitale non avranno più alcun potere - cosa non facile in Russia - questa classe condurrà, non a parole ma nei fatti, una guerra rivoluzionaria. Rinunciare a tale guerra è impossibile. Significherebbe cadere nel tolstoismo, nella morale piccolo-borghese, dimenticare la scienza marxista, perdere di vista l'esperienza di tutte le rivoluzioni europee...
Gli operai oppressi di tutti i paesi sono i vostri alleati. Allora si ripeterà ciò che la rivoluzione del 1905 ha dimostrato praticamente. All'inizio essa era terribilmente debole. Ma quale fu il suo risultato internazionale? Come questa politica, come la storia del 1905 hanno orientato la politica estera della rivoluzione russa? Voi fate ora la politica estera della rivoluzione russa in pieno accordo con i capitalisti. Ma il 1905 ha dimostrato quale dovrebbe essere la politica estera della rivoluzione russa. È un fatto indiscutibile che dopo il 17 ottobre 1905 a Vienna e a Praga cominciarono grandi dimostrazioni nelle vie e si eressero barricate. Dopo il 1905 arrivò il 1908 in Turchia, il 1909 in Persia, il 1910 in Cina. Se vi appellate alla democrazia veramente rivoluzionaria, alla classe operaia, agli oppressori, invece d'intendervi coi capitalisti, i vostri alleati non saranno gli oppressori, ma le classi sfruttate, non i popoli presso i quali gli sfruttatori hanno oggi, temporaneamente, il sopravvento, ma le nazioni che oggi vengono smembrate...
La nostra situazione è tale che possiamo essere minacciati da una guerra rivoluzionaria, ma ciò non vuol dire che essa debba assolutamente aver luogo perché è dubbio che gli imperialisti inglesi possano condurre una guerra contro di noi, se voi vi rivolgete ai popoli che circondano la Russia con l'esempio della vostra azione. Dimostrate che liberate la repubblica armena, accordatevi coi soviet dei deputati degli operai e dei contadini di ogni paese, dimostrate di essere sostenitori della libera repubblica e allora la politica estera della rivoluzione russa sarà veramente rivoluzionaria, democratica di fatto. Oggi, lo è soltanto a parole; in realtà è controrivoluzionaria perché voi siete legati all'imperialismo anglo-francese e non volete dirlo apertamente, avete paura di riconoscerlo. Sarebbe stato meglio se, invece di lanciare l'appello ad 'abbattere i banchieri stranieri', avreste detto apertamente al popolo russo, agli operai e ai contadini: 'Siamo troppo deboli, non possiamo scuotere il giogo degli imperialisti anglo-francesi, siamo i loro schiavi ed è per questo che facciamo la guerra'. Sarebbe stata un'amara verità, ma avrebbe avuto una portata rivoluzionaria. Ci avrebbe avvicinato di fatto alla fine di questa guerra di rapina. La sua importanza sarebbe stata mille volte più grande dell'accordo coi socialsciovinisti francesi e inglesi, della convocazione di congressi, a cui voi andate, della continuazione di una politica per cui voi in realtà avete paura di rompere con gli imperialisti di un paese restando gli alleati di un altro. Se vi appoggiate alle classi oppresse dei paesi d'Europa, ai popoli oppressi dei paesi deboli che la Russia degli zar ha soffocato, che la Russia soffoca ancora, come fa oggi con l'Armenia, se vi appoggiate ad essi potete dar loro la libertà e aiutare i loro comitati operai e contadini, potete mettervi alla testa di tutte le classi oppresse, di tutti i popoli oppressi nella guerra contro l'imperialismo tedesco e inglese che non possono unirsi contro di voi perché sono impegnati in un duello mortale, perché sono alle prese con difficoltà insormontabili, mentre la politica estera della rivoluzione russa, basata sull'alleanza sincera, effettiva con le classi oppresse, con i popoli oppressi, può essere coronata dal successo, ha novantanove probabilità su cento di essere coronata dal successo!
Nel giornale di Mosca del nostro partito abbiamo letto recentemente la lettera di un contadino che commentava il nostro programma. A conclusione del mio discorso mi permetterò di citare un breve passo di questa lettera per mostrarvi come un contadino intenda il nostro programma. La lettera è stata pubblicata nel n. 59 del Sotsial-Demokrat, giornale del nostro partito a Mosca, ed è stata riprodotta nel n. 68 della Pravda:
'Bisogna esercitare sulla borghesia una pressione più forte per farne saltare tutta l'impalcatura. Allora la guerra finirà. Ma se la nostra pressione sulla borghesia non sarà molto forte, le cose prenderanno una brutta piega' (applausi)".
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Il Primo Congresso panrusso dei soviet dei deputati degli operai e dei soldati si concluse con l'elezione di un Comitato centrale esecutivo nel quale la maggioranza era ancora nelle mani dei rappresentanti dei partiti piccolo-borghesi. Ma menscevichi e populisti (socialisti-rivoluzionari), dovettero faticare non poco per fare approvare a maggioranza le loro mozioni al Congresso. Gli interventi di Lenin, infatti, avevano lasciato il segno, destando profonda impressione tra i delegati e, soprattutto, erano ormai presenti già da qualche tempo i segni evidenti di uno scollamento tra i vertici dei soviet e le masse rivoluzionarie.
Per porre un argine a questa situazione il governo provvisorio aveva già preparato i piani per il trasferimento, in luoghi diversi e lontani dalla capitale, di quelle industrie, comprese del loro personale, "controllate" dagli operai rivoluzionari. Così come si tentò di dislocare altrove anche i reparti militari che avevano assunto un orientamento rivoluzionario.
In segno di protesta contro queste decisioni e contro le condizioni di vita sempre più difficili e tragiche, divamparono a Pietrogrado numerose manifestazioni popolari. Il partito bolscevico si impegnò allora, anche per evitare possibili rischi di provocazioni e repressioni sanguinose connessi a dimostrazioni isolate e spontanee ad organizzare una manifestazione pacifica con la parola d'ordine: "Tutto il potere ai soviet", fissandone la data per il 10 giugno.
Socialisti-rivoluzionari e menscevichi si scagliarono con violenti attacchi contro i bolscevichi e la loro iniziativa, presentando al Congresso dei soviet una mozione che chiedeva il divieto di qualsiasi manifestazione per tre giorni. La mozione passò, ma fu un vero e proprio boomerang, perché accrebbe sia il malcontento tra gli operai sia le tensioni e le spaccature all'interno dei soviet e della loro Assise. Ciò costrinse le forze piccolo-borghesi a una sorta di compromesso che li obbligò a fissare per il 18 giugno la data della manifestazione alla cui organizzazione e partecipazione avrebbero contribuito anch'essi, con parole d'ordine, ovviamente, opposte a quelle bolsceviche e di attacco alla sua politica. Lenin e il suo partito raccolgono la sfida: revocano la manifestazione del 10 e aderiscono a quella del 18 giugno.
Il 17 giugno un articolo della "Pravda", scritto da Stalin, auspica che: "Domani (18 giugno) giornata di pacifica manifestazione, sia la giornata della minacciosa protesta di Pietrogrado rivoluzionaria contro l'oppressione e l'arbitrio che rinascono!".79 E il 20 giugno, dopo l'imponente corteo di cinquecentomila persone che aveva sfilato pacificamente per la capitale il 18 giugno al grido di "Tutto il potere ai soviet", "Viva il controllo e l'organizzazione della produzione", "Né pace separata con Guglielmo, né trattati segreti con gli anglo-francesi", ecc., la "Pravda", sempre con un articolo di Stalin, commenta così la manifestazione: "Tutto il carattere delle parole d'ordine, che suonavano protesta contro gli 'ordini' del governo provvisorio, contro tutta la sua politica, dimostra senza alcun dubbio che la 'manifestazione pacifica', che si voleva far diventare un'innocua passeggiata, si è trasformata invece in una possente dimostrazione di pressione sul governo...
In breve: l'enorme maggioranza dei dimostranti (in tutto 400-500.000) ha espresso apertamente la sua sfiducia nella politica di conciliazione con la borghesia; la dimostrazione si è svolta con le parole d'ordine rivoluzionarie del nostro partito"
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