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Lenin, la vita e l'opera

Capitolo 19
Il partito di Lenin e Stalin strenuo oppositore della guerra imperialista



La situazione politica sempre più tesa e convulsa della Russia, acuiva frattanto anche le contraddizioni e le recriminazioni tra i partiti che formavano la coalizione al potere. In particolare le forze borghesi non mancarono di esprimere la convinzione che s'era formata in esse, sull'incapacità da parte di menscevichi e socialisti-rivoluzionari di porre un argine concreto allo sviluppo del processo rivoluzionario e che era giunto il tempo di pensare ad un'efficace e risolutiva azione di repressione contro quanti di questo processo erano organizzatori ed artefici. E che l'uso della forza repressiva per stroncare il movimento rivoluzionario non fosse solo un tema di diatriba politica, ma il mezzo più efficace per le forze capitalistiche e dell'imperialismo russo di assicurarsi il dominio incontrastato del potere, lo dimostrerà, di lì a poco, il tentativo di colpo di stato controrivoluzionario messo in atto dal generale Kornilov.
Dove i partiti del governo provvisorio di coalizione non mostravano invece alcuna divisione, era sulla guerra. L'intensificazione dell'impegno nella guerra era comune e univoco all'intero governo provvisorio di coalizione. Sia che essa fosse, come pensavano i capitalisti e i grandi proprietari fondiari e come esplicitato dal capo del governo, il principe Lvov: l'espressione dell'autorevolezza del paese che si manifesta attraverso l'invio delle sue forze armate al combattimento; sia che fosse, come ribadivano di giorno in giorno i difensisti socialsciovinisti: l'espressione della necessità della difesa della patria.
Inoltre, a premere sul governo russo per un suo impegno più determinato nel conflitto mondiale, furono le potenze imperialiste alleate: Inghilterra, Francia e Stati Uniti. Del resto la loro convinzione che il successo di un'offensiva militare russa avesse sul piano interno la capacità di frenare in modo definitivo il processo rivoluzionario, era ampiamente condivisa tanto dalle forze borghesi dell'ex impero zarista, quanto dai capi socialisti-rivoluzionari e mensevichi. Questa convinzione, frutto peraltro dell'assoluta incapacità a cogliere il "vero sentire" dei soldati e delle masse operaie e contadine, spinse il ministro della guerra e della marina, Kerenski, e l'intero governo provvisorio a ordinare il 18 giugno 1917 all'esercito russo un'offensiva sul fronte della Galizia. Fu una decisione avventurista, dettata soprattutto dalla volontà di isolare i soviet e risolvere a tutto vantaggio del governo provvisorio di coalizione la situazione di "dualismo di potere" presente nel paese. E fu una decisione criminale, perché assolutamente priva delle condizioni necessarie alla sua riuscita tanto sul piano sociale, data la crescente estraneità alla guerra delle masse popolari e dei soldati, quanto su quello militare data l'assoluta inferiorità delle forze armate russe prive finanche dei mezzi, del munizionamento e dell'artiglieria indispensabili a una tale offensiva. Grande fu l'indignazione dei soldati al fronte quando il governo provvisorio di coalizione ordinò l'offensiva. E ferma fu la reazione che molti reparti opposero a quell'ordine avventurista e criminale. Sul fronte occidentale russo, dove erano dislocate quindici divisioni, ben dieci di esse si rifiutarono in modo unanime di obbedire all'ordine e non si mossero dalle loro posizioni, così come fece anche il primo corpo dei granatieri. In tutti i reparti militari centinaia di assemblee e comizi videro migliaia e migliaia di soldati chiedere ad una sola voce la fine della guerra. E migliaia di essi furono denunciati e trascinati davanti ai tribunali militari. Ma ciò non servì a intimidire né a piegare la volontà dei soldati rivoluzionari. In un rapporto al ministro della guerra Kerenski, il generale Brusilov affermava: "... In alcuni reggimenti si dichiara apertamente che per loro al di fuori di Lenin non c'è nessun'altra autorità".
L'offensiva si risolse in una pesante sconfitta militare, nello sterminio di sessantamila soldati dell'esercito russo e nella perdita consistente di vaste zone di territori. In un articolo pubblicato il 22 giugno sul n. 88 della "Pravda", Lenin inchioda alle proprie responsabilità socialisti-rivoluzionari e menscevichi. "Dove hanno portato la rivoluzione i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi?" è il titolo dell'articolo nel quale Lenin così si esprime: "... L'hanno portata alla sottomissione nei confronti degli imperialisti.
L'offensiva è una ripresa della guerra imperialistica. Niente di sostanziale è cambiato nei rapporti fra le due gigantesche coalizioni di capitalisti che lottano l'una contro l'altra. La Russia, anche dopo la rivoluzione del 27 febbraio, è rimasta sotto l'assoluto dominio dei capitalisti, legati dai trattati d'alleanza e dai vecchi accordi segreti dello zar con il capitale imperialistico anglo-francese. Economicamente e politicamente la guerra continua ad essere la stessa: lo stesso capitale bancario imperialistico regna nella vita economica; gli stessi trattati segreti, la stessa politica estera delle alleanze di un gruppo di imperialisti contro l'altro...
Non bisogna dimenticare i caratteri distintivi dell'attuale ripresa della guerra imperialistica. La ripresa è avvenuta dopo tre mesi di esitazioni durante i quali le masse operaie e contadine hanno condannato mille volte la guerra di conquista (pur continuando di fatto ad appoggiare il governo della borghesia rapinatrice e annessionista della Russia)...
La peculiarità di questa situazione è che essa è stata creata dai partiti socialista-rivoluzionario e menscevico mentre vi era una libertà di organizzazione delle masse relativamente assai grande. Proprio questi partiti hanno conquistato la maggioranza nel momento attuale: il congresso dei soviet e il congresso contadino di tutta la Russia lo hanno dimostrato in modo indiscutibile.
Proprio questi partiti sono ora responsabili della politica della Russia.
Proprio questi partiti sono responsabili della ripresa della guerra imperialistica, delle nuove centinaia di migliaia di vittime, che in realtà sono sacrificate unicamente alla 'vittoria' di alcuni capitalisti su altri, sono responsabili dell'ulteriore aggravarsi dello sfacelo economico, provocato inevitabilmente dall'offensiva.
Abbiamo visto nella forma più netta e come le masse piccolo-borghesi ingannino se stesse e come la borghesia li inganni con l'aiuto dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi. A parole questi due partiti rappresentano la 'democrazia rivoluzionaria'. Nei fatti sono loro, proprio loro, che hanno lasciato le sorti del popolo in mano alla borghesia controrivoluzionaria, ai cadetti; sono loro che si sono allontanati dalla rivoluzione e hanno continuato la guerra imperialistica, si sono allontanati dalla democrazia per fare 'concessioni' ai cadetti sia nella questione del potere (prendete per esempio la 'conferma' dall'alto delle autorità locali elette dalla popolazione), sia nella questione della terra (rinunzia dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari al loro stesso programma che chiedeva: appoggio delle azioni rivoluzionarie dei contadini, compresa la confisca delle terre dei grandi proprietari fondiari), sia nella questione nazionale (difesa dell'antidemocrazia cadetta nei confronti dell'Ucraina e della Finlandia)...
È questo il nodo della situazione. È questo il senso dell'offensiva. È questa la peculiarità del momento: non la violenza, ma la fiducia nei socialisti-rivoluzionari e nei menscevichi ha fatto smarrire la strada al popolo.
Per molto tempo?
Non per molto. Le masse imparano dalla loro stessa esperienza. La triste esperienza della nuova fase (ora iniziata) della guerra, della nuova rovina, inasprita dall'offensiva, porterà inevitabilmente al fallimento politico dei partiti socialista-rivoluzionario e menscevico. Il compito del partito proletario è in primo luogo di aiutare le masse a prendere coscienza e a valutare giustamente questa esperienza, a prepararsi bene a questo grande fallimento che mostrerà alle masse il loro vero capo: il proletariato urbano organizzato".
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La disfatta dell'offensiva militare in Galizia acuì la già grave situazione del paese, aumentando lo sfacelo economico e portando a maturazione una nuova crisi di governo. Mentre l'attività rivoluzionaria delle masse oppresse si sviluppava con ancor maggior impulso, i circoli imperialistici russi e 'alleati' non chiedevano più, ma pretendevano un governo dotato di forza e autorità.
La borghesia e i grandi proprietari fondiari erano decisi a intraprendere la strada della repressione. Il partito dei cadetti decise allora di agire in questa direzione e prendendo a pretesto il problema dell'Ucraina e i negoziati con la Duma di quel paese, sancì la sua uscita dal governo. Il 2 luglio i ministri cadetti si dimisero dal governo provvisorio, prospettando così a socialisti-rivoluzionari e menscevichi la rottura della coalizione, certi com'erano di trovare i partiti difensisti pronti a nuove concessioni e nuovi compromessi, succubi com'erano alla borghesia e ai grandi proprietari fondiari, alla loro politica e al loro potere.
Lenin ancora una volta con la chiarezza che lo contraddistingue, fa la sua analisi ed esprime il suo giudizio sulla situazione. Nel luglio 1917 il giornale "Proletarskoie Dielo" pubblica l'articolo "Su che cosa potevano contare i cadetti uscendo dal governo".
Scrive Lenin: "Questa domanda si pone da sola. Bisogna comprendere bene gli avvenimenti, per rispondervi giustamente con una determinata tattica. Come dobbiamo dunque intendere le dimissioni dei cadetti?
Dispetto? Disaccordo di principio sulla questione ucraina? No di certo. Sarebbe ridicolo chiunque sospettasse i cadetti di fedeltà ai principi o ritenesse la borghesia capace di agire per dispetto.
No. Le dimissioni dei cadetti possono essere capite solo come risultato di un calcolo. Qual è questo calcolo?
Per amministrare un paese che ha compiuto una grande rivoluzione e che non può ritrovare la tranquillità, e inoltre durante una guerra imperialistica di portata mondiale, occorrono l'iniziativa e lo slancio di un'immensa audacia, storicamente grandi, sostenuti da un entusiasmo senza limiti, di una classe veramente rivoluzionaria. O schiacciare con la forza questa classe, come i cadetti propugnano da tempo, fin dal 6 maggio, o affidarsi alla sua guida. O allearsi con il capitale imperialistico, e allora bisogna lanciare un'offensiva, essere docili servi del capitale, lasciarsi asservire da esso, rinunziare all'utopia dell'abolizione della proprietà fondiaria senza indennizzo (vedi i discorsi di Lvov contro il programma di Cernov nella Birgiovka); o schierarsi contro il capitale imperialistico, e allora bisogna proporre subito precise condizioni di pace a tutti i popoli, poiché tutti i popoli sono stanchi della guerra; bisogna avere il coraggio e la capacità d'innalzare la bandiera della rivoluzione proletaria mondiale contro il capitale, e di farlo non a parole, ma con gli atti, di portare avanti nel modo più deciso la rivoluzione nella Russia stessa.
I cadetti sono uomini pratici e affaristi sia nel commercio, nelle finanze, nella difesa del capitale, sia in politica. I cadetti hanno giustamente constatato che la situazione è oggettivamente rivoluzionaria. Essi accettano le riforme e piace loro condividere il potere coi riformisti Tsereteli e Cernov. Ma le riforme non servono. Non ne esistono di capaci di farci uscire dalla crisi, dalla guerra, dalla rovina economica.
E i cadetti, dal punto di vista della loro classe, della classe degli sfruttatori imperialisti, fanno un calcolo esatto: dimettendoci, noi lanciamo un ultimatum. Sappiamo che gli Tsereteli e i Cernov ora non si fidano della classe veramente rivoluzionaria, non vogliono seguire una politica veramente rivoluzionaria. E noi li spaventeremo. Senza i cadetti vuol dire senza 'l'aiuto' del capitale mondiale anglo-francese, vuol dire far la rivoluzione anche contro di esso. Gli Tsereteli e i Cernov non lo faranno, non ne avranno il coraggio! Cederanno!
E se non cederanno, la rivoluzione contro il capitale, anche se scoppierà, non riporterà la vittoria, e noi torneremo al potere.
È questo il calcolo dei cadetti. Lo ripetiamo: dal punto di vista della classe degli sfruttatori il calcolo è giusto.
Se gli Tsereteli e i Cernov condividessero il punto di vista della classe sfruttata, e non quello della piccola borghesia tentennante, essi avrebbero risposto al giusto calcolo dei cadetti con una giusta adesione alla politica del proletariato rivoluzionario".
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La situazione divenne esplosiva e, per certi versi, incontrollabile. Soprattutto contro i reparti militari di stanza nella capitale che avevano aderito al movimento rivoluzionario si rivolse la repressione, nel tentativo cioè di sciogliere questi reparti. A questo tentativo i soldati si opposero strenuamente e il 3 luglio a Pietrogrado iniziarono le prime, spontanee, manifestazioni; i primi ad entrare in azione furono i soldati del Primo reggimento mitraglieri. L'azione spontanea nella capitale cresceva e si sviluppava verso l'insurrezione. Lenin e il Comitato centrale del partito bolscevico erano tuttavia convinti che un'azione di tipo insurrezionale fosse in quel momento prematura, in quanto non avrebbe trovato il necessario apporto nelle province del paese e nell'esercito. In questa situazione un'azione isolata nella capitale avrebbe dato modo alla repressione controrivoluzionaria di colpire a morte l'intera avanguardia rivoluzionaria di Pietrogrado.
Per questo Lenin, Stalin e il Comitato centrale del partito bolscevico, valutando che comunque non era possibile fermare la protesta di soldati e operai e le loro manifestazioni spontanee, lavorarono con decisione per dare alla protesta un carattere organizzato e pacifico.
Il 4 luglio 1917 più di cinquecentomila tra operai, marinai e soldati diedero vita ad una imponente manifestazione a Pietrogrado con un'unica parola d'ordine: "Tutto il potere ai soviet".
Il governo provvisorio di coalizione decise vigliaccamente di reprimere nel sangue la manifestazione ordinando ai reparti di junker, composti esclusivamente da ufficiali e allievi ufficiali, di sparare sulla folla.
Nei giorni successivi l'attacco delle forze controrivoluzionarie borghesi e socialscioviniste si concentrò contro Lenin e il partito bolscevico individuato a giusta ragione come l'unico partito in grado di sconfiggere i tentativi di restaurazione e spingere in avanti il processo rivoluzionario. Vennero assaltate e distrutte sedi del partito bolscevico, la redazione della "Pravda", la tipografia "Trud". Contro Lenin il giornale borghese "Zhivoe Slovo" lanciò false e infamanti accuse, ipotizzando, con l'aiuto di provocatori e agenti segreti, presunti rapporti tra Lenin e lo stato maggiore tedesco. È quanto serviva al governo provvisorio per colpire il leader bolscevico, certamente il loro nemico più pericoloso, e che molti fra i controrivoluzionari avrebbero voluto eliminare fisicamente.
Il 7 luglio il tribunale di Pietrogrado emise un mandato di arresto per Lenin. Ci fu chi all'interno del partito, Kamenev e Rikov, e all'esterno di esso, Trotzki, voleva che Lenin si costituisse e affrontasse il processo, non capendo, o meglio, non volendo capire, che attraverso quell'ignobile farsa fatta di accuse costruite a tavolino, si voleva annientare il partito bolscevico e, con ogni probabilità, assassinare Lenin.
Stalin e Sverdlov si opposero con forza a che Lenin si consegnasse al giudizio del tribunale, convincendo il Comitato centrale della necessità e della giustezza di questa scelta. Lo stesso Stalin trovò rifugio a Lenin nel quartiere Vyborg della capitale, a casa degli Allyluiev. Questo per il tempo necessario ad organizzare insieme a Orgjonikidze un sicuro nascondiglio per Lenin in Finlandia. L'11 luglio Lenin partì dalla stazione del litorale per il suo ultimo esilio.
Per carattere ma anche per la sua spiccata voglia di conoscere i problemi concreti e quotidiani degli operai, della gente del popolo, dei militanti del partito nel loro lavoro, Lenin è stato sempre molto attento e partecipe a queste problematiche. E questo pur tra le mille difficoltà imposte dalle situazioni contingenti, dalla sua attività e dai gravosi impegni derivanti dal suo ruolo nel partito prima e successivamente anche nello Stato sovietico. E numerose sono le testimonianze che familiari, militanti di partito, operai o semplici cittadini che hanno vissuto, lavorato o soltanto avuto occasione di conoscere Lenin personalmente, hanno lasciato. Testimonianze che ci fanno capire quanto Lenin fosse vicino al popolo, ai suoi problemi e di come si impegnasse personalmente alla loro risoluzione.
E. Drabkina, militante bolscevica dal 1917, fu testimone di molti episodi della vita di Lenin, alcuni dei quali ha poi raccolto in un volume intitolato "Le gallette nere". Uno di questi episodi avvenne proprio nei convulsi mesi dell'estate del 1917 e la Drabkina lo descrive nel racconto "I disegni di Alioscia Kalionov". Ciò avvenne - scrive la Drabkina - poco prima della rivoluzione. Si trovava al potere il governo provvisorio di Kerenski, e di giorno in giorno montava nel popolo la disillusione. Alle elezioni alle Dume distrettuali il nostro partito aveva ottenuto la maggioranza dei voti nel quartiere di Vyborg. Con l'aiuto dei giovani operai del quartiere sgombrammo il terreno dalle erbacce e dalla spazzatura, portammo della sabbia e ci procurammo una decina di pale e vanghette di legno, una palla, quattro corde per saltare, alcuni pacchi di carta bianca e scatole di acquerelli e di matite colorate. Attaccammo dei manifesti per invitare i bambini. L'inaugurazione venne fissata per le dieci del mattino. Ma già alle otto si potevano vedere dei ragazzini impazienti aggrapparsi allo steccato, in attesa del miracolo che stava per compiersi. Quando tuttavia aprii il cancelletto e li invitai ad entrare, molti non seppero decidersi e solo una trentina, non di più, si fece avanti. Ma anche questi entravano con aria timorosa, quasi temessero sgridate e proibizioni. Distribuii i giocattoli e feci accomodare i più piccini intorno al mucchio di sabbia. A poco a poco i ragazzi si fecero disinvolti e divennero più allegri. A vederli giocare sembravano dei bambini come tutti gli altri, ma bastava avvicinarsi a una di quelle minuscole mamme intente a cullare un ciocco avvolto in uno straccio per sentirla borbottare: - Vanka, smettila di frignare, che mi strappi l'anima! Ecco, quando prendo la paga, compro le patate le faccio bollire e te ne do una scodella piena, come alla zarina.
Cominciò a piovere. Feci riparare i ragazzi sotto la tettoia e li misi a disegnare. Carta e pennelli, per fortuna, bastavano. Finita la pioggia, ritirai i disegni. Molti erano del tutto incomprensibili, alcuni raffiguravano delle case con colonne di fumo che si avvitavano al cielo e degli ometti grigi a braccia allargate. Due fogli, disegnati da un bambino di nome Alioscia Kalionov, mi colpirono. Vi si ripeteva più volte lo stesso motivo: in basso macchie squillanti di colore che facevano pensare per la loro stranezza ad uccelli favolosi, e in alto, uguale in tutti i disegni, un quadrato azzurro-sporco, geometricamente esatto sospeso nell'aria. Tutto ciò era eseguito con uno straordinario vigore espressivo, tutt'altro che infantile.
Sapevo che le macchie rappresentavano dei fiori: me lo aveva detto Alioscia.
Ma come mai questi fiori erano così strani? E cosa significava mai quel misterioso quadrato? Non volevo chiederlo al bambino: era così selvatico che la mia domanda avrebbe potuto spaventarlo. Decisi di consigliarmi con Nadezhda. I disegni di Alioscia la commossero. Mi chiese del bambino. Io non sapevo nulla di lui, ma tenevo un registro col nome e l'indirizzo di ognuno e trovai anche il suo. - Vallo a trovare - mi disse Nadezhda - guarda in che condizioni vive. Forse molte cose ci diventeranno chiare. Mi avviai per le squallide strade del quartiere Vyborg. Tutto intorno non c'era né un cespuglio, né un alberello. Giunsi a una vecchia casa malandata di sei piani che sembrava uscita da un romanzo di Dostoievski. Alioscia Kalionov abitava lì. Un cortile chiuso da quattro mura. In fondo una scala dai gradini sbocconcellati che scendeva nello scantinato. Un lungo corridoio scuro. E, alla fine, una porta. Bussai. La porta si spalancò. Mi trovai di fronte una stanza angusta con una sola finestra. Sul letto, sotto una lacera coperta di stracci, dormivano tre bambini in tenera età. Alioscia Kalionov sedeva alla finestra. Mi avvicinai, lo salutai e mi sedetti accanto a lui. Guardando fuori dalla finestra vidi in alto quello stesso quadrato di cielo azzurro-sporco che Alioscia Kalionov aveva raffigurato nei suoi disegni. Il ragazzo, che pensavo avesse dieci anni, era già sui tredici. Non era mai uscito dal suo quartiere. Non aveva mai visto i fiori. I fiori se li immaginava come un qualcosa di favolosamente bello. Pensava persino che cantassero. Suo padre era stato chiamato alle armi sin dal primo giorno di guerra. Ben presto era arrivato l'annuncio della sua morte. La madre faceva la lavandaia. Lavorava dal mattino alla sera per sfamare le sue quattro creature. Alioscia non andava a scuola e accudiva i piccoli.
Raccontai tutto ciò a Nadezhda... Il giorno dopo mi fece sapere che in serata avrei dovuto recarmi immancabilmente da Vladimir Ilic, al Palazzo di Ksceinskaia, portando con me i disegni di Alioscia. Riuscii ad andare al Palazzo di Ksceinskaia solo a sera inoltrata. Nel Palazzo e tutto intorno rumoreggiava una folla straripante. Era appena giunta la notizia del vergognoso fallimento dell'offensiva voluta da Kerenski, costata al popolo una quantità di vite umane. La Pietrogrado operaia ribolliva di odio contro il governo provvisorio. Trovai Lenin in una stanza d'angolo del secondo piano. Le finestre guardavano da una parte sulla Neva, e dall'altra sulla Fortezza di Pietro e Paolo. Quando entrai, Vladimir Ilic stava scrivendo alla scrivania, ingombra di libri e giornali. Dalle finestre spalancate giungeva il rombo della folla, simile al fragore della risacca. Prima di iniziare la conversazione, riempì due tazze di tè da una teiera di smalto azzurro, che stava in un angolo, e posò sul tavolo un piattino con dello zucchero e un piatto con del pane nero a fette. Lo zucchero era poco. Ne spargemmo un velo sul pane e bevemmo il tè accompagnandolo con questi 'panini allo zucchero' come diceva Lenin. Poi tirai fuori i disegni di Alioscia. Lenin li esaminò. - Ecco - esclamò con rabbia indicando la tappezzeria di seta rosa e il soffitto di marmo, - perché la mantenuta dello zar vivesse in questo lusso, Alioscia Kalionov è stato privato dell'infanzia. Preso un foglio di carta, annotò quanto andava fatto per i miei ragazzi: assolutamente (sottolineò questa parola due volte) portarli almeno una volta fuori città, al Giardino d'estate ('E che i figli dei signori si facciano più stretti'); procurare dei giocattoli e delle palle; consultarsi con Gorki a proposito dei libri per l'infanzia; esaminare con gli abitanti del quartiere la possibilità di fare delle aiuole e di piantare dei fiori sul campo di giochi. La mattina seguente Vladimir Ilic partì verso la Finlandia per una settimana. Prese con sé i disegni di Alioscia e la sua nota e disse che al ritorno voleva assolutamente vedere il ragazzo. Ma alcuni giorni dopo si verificarono i fatti del 3 e del 5 luglio. Vladimir Ilic si affrettò a tornare a Pietrogrado, dove fu costretto a nascondersi per sottrarsi all'arresto da parte del governo provvisorio. Le carte che aveva con sé, fra cui i disegni di Alioscia, andarono perdute... Ero certa che Vladimir Ilic avendo ben altre cose a cui pensare si fosse dimenticato di quello che voleva fare per i miei ragazzi. Quale non fu la mia meraviglia quando, verso la fine di luglio, Nadezhda mi disse che la domenica seguente avrei dovuto radunare i bambini per andare con loro a Mustamiaki. - E i soldi per i biglietti? - Non ce n'è bisogno. È stato tutto predisposto. Ed effettivamente alla stazione di Finlandia ci attendeva un vagone vuoto, che i compagni ferrovieri avevano messo a nostra disposizione. Fu agganciato al primo treno in partenza. A Mustamiaki ci venne incontro Alexander Mikhailovicignatiev, un vecchio militante di partito. Ci incolonnammo per quattro. Un ragazzo aveva con sé e non casualmente un pezzo di tela rossa, che attaccò a un bastone. Solennemente, con la bandiera rossa in testa, arrivammo alla casa di Ignatiev. Qui ci attendeva un'eccellente pappa di miglio, tè zuccherato col latte e focacce di farina di avena. E il tutto grazie a Vladimir Ilic! Pensate, in una situazione come la sua, solo, in una capanna sperduta, sapendo da un momento all'altro che poteva essere preso e massacrato, lavorando dalla mattina alla sera ai suoi libri, ad articoli e opuscoli, dominato dal pensiero del destino della Russia e del movimento operaio internazionale, si preoccupava di regalare a una cinquantina di bambini proletari una giornata di felicità! Trascorremmo quel giorno felice facendo il bagno, passeggiando, cantando. I più piccini si rotolavano pigolando nell'erba alta, ancora da falciare. Le bambine intrecciavano ghirlande di fiori. Alioscia Kalionov vagava incantato.
In silenzio si avvicinava ai fiori, li guardava, con la punta delle dita ne accarezzava delicatamente le corolle. Ci accordammo con Ignatiev per tornare un'altra volta. Ma la tempesta degli avvenimenti politici ce l'impedì. Nel paese la situazione si faceva di giorno in giorno sempre più tesa. Contro il quartiere rosso di Vyborg venne lanciata apertamente una campagna ostile. I giornali borghesi invitavano a farla finita con quel 'covo di bolscevichi'. Quando ricordai ai compagni i bisogni del campo di giochi, essi tossicchiarono imbarazzati, si grattarono la nuca, mi guardarono con occhi colpevoli, ma... non poterono far nulla. Giunse il settembre. Bisognava trovare un tetto per i miei ragazzi, ma non c'erano né un locale, né mezzi. E si pensava a ben altro: tutta la gioventù proletaria, ognuno nella misura delle proprie forze, aiutava il partito a preparare la rivoluzione. Mi vergogno a confessarlo, ma in quei giorni mi dimenticai del tutto di Alioscia Kalionov.
Potete immaginarvi la mia confusione quando, dopo la Rivoluzione d'Ottobre, in un corridoio dello Smolny incontrai Lenin, che mi chiese subito di Alioscia Kalionov e io non fui in grado di dirgli nulla! - Com'è possibile? - disse Vladimir Ilic. - Il destino di questa famiglia è, per così dire, nelle tue mani, e tu te ne sei dimenticata! - Ma io... - Va all'Ufficio amministrativo dello Smolny e dì ai compagni che li prego di darsi da fare perché la famiglia Kalionov venga trasferita in un buon appartamento.
Alcuni giorni dopo mi recai nella nuova abitazione dei Kalionov. Non credendo alla propria felicità, Maria Vassilievna Kalionova andava su e giù per lo studio lussuoso dell'industriale petrolifero Gusakov, fuggito all'estero, e con le sue mani gonfie di lavandaia cambiava di posto delicatamente ai fragili ninnoli di porcellana. E Alioscia dimentico di tutto, con aria sognante, senza potersene staccare, guardava uno schizzo del "Demone" di Vrubel appeso alla parete. Alla fine di novembre riuscimmo ad ottenere un locale per il club dei ragazzi. Erano tre stanze di quella stessa palazzina, di cui Nekrassov aveva scritto: "Ecco l'ingresso di parata; per i giorni solenni...". Ma all'ingresso di parata non si avvicinavano supplici contadini, cacciati da un arrogante maggiordomo, bensì gli operai di Pietroburgo con i loro bambini. I lavori fervevano: fu trasportata la legna, vennero lavati i pavimenti e sistemati i mobili secondo le nostre necessità. Fu così che nell'ex casa di un alto funzionario zarista fu fondato il primo Club dell'Infanzia operaia 'Rivoluzione mondiale' di Pietrogrado. Gli stessi ragazzi accendevano le stufe, spaccavano la legna, spazzavano i locali. Nel marzo 1918 mi recai a Mosca, ma tornai a Pietrogrado per il Primo Maggio. In piazza Martiri della Rivoluzione, mentre ero ai piedi della tribuna, vidi i ragazzi del nostro club. Portavano un grande cartellone su cui era disegnato un operaio in camicia rossa: porgeva una mano a un contadino e teneva nell'altra un pesante martello con cui spezzava le catene del capitale, strette intorno al globo terrestre. La scritta diceva: 'Borghesia mondiale! Fà attenzione! Noi montiamo la guardia!'. Alioscia Kalionov mi corse subito incontro, gridandomi allegramente di essere lui l'autore del cartellone. Quando nell'estate 1920, tornai ancora una volta a Pietrogrado venni a sapere che il giovane comunista Alioscia Kalionov si era arruolato volontario in un reparto diretto al fronte ed era morto da prode sotto Pulkovo, combattendo contro le bande di Iudenic".83