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Lenin, la vita e l'opera Capitolo 20Dalla rivoluzione borghese di febbraio alla Rivoluzione Socialista di Ottobre L'ultimo esilio di Lenin comincia dunque l'11 luglio del 1917. Si stabilisce in una capanna oltre il lago di Razliv. "Una capanna con il tetto di paglia - scrivono Pospielov, Ergrafov e altri in: Lenin, Editori Riuniti, 1961 - sita vicino ad un pagliaio in cui era stata ricavata una 'stanza da letto' per le notti più fredde. Accanto alla capanna fu in seguito creato un piccolo spiazzo che Lenin chiamava scherzosamente 'il mio studio verde'. In mezzo allo spiazzo erano stati collocati due tronchi: uno, più alto, fungeva da tavolo; l'altro da sgabello. Vicino alla capanna fu installata una cucina: da una traversa poggiata su due forcine di legno pendeva una pentola. I giornali e i viveri li portavano in barca la moglie e i figli di Iemelianov...", unitamente alle lettere e ai messaggi inviati da Stalin, attraverso i quali Lenin veniva costantemente informato sull'evolversi della situazione e sull'attività del partito. Il 21 agosto Lenin abbandonerà la capanna di Razliv per recarsi alla stazione Uldenia dove, travestito da fuochista, attraversa illegalmente la frontiera finlandese su una locomotiva. In Finlandia troverà rifugio dapprima nel villaggio di Ialkala, e, successivamente, nella cittadina di Lachti e a Helsingfors. Dalla clandestinità, grazie al costante contatto epistolario con Stalin e altri membri del Comitato centrale, Lenin potrà seguire il VI Congresso del POSDR (b) che si svolge a Pietrogrado dal 26 luglio al 3 agosto 1917 in un violento clima di repressione antibolscevico. Il Congresso, diretto da Stalin e Sverdlov, attraverso l'analisi degli avvenimenti di luglio che hanno segnato la fine dello sviluppo pacifico della rivoluzione e del "dualismo di potere", definirà la tattica del partito nella nuova situazione, sintetizzata dalla nuova parola d'ordine bolscevica: "Preparare l'insurrezione armata, l'abbattimento della dittatura della borghesia e l'instaurazione della dittatura del proletariato". Il 10 luglio, prima di lasciare Pietrogrado, Lenin nell'articolo "La situazione politica" che sarà pubblicato il 2 agosto sul n. 6 del "Proletarskoie Dielo", aveva spiegato le ragioni della nuova tattica adottata dal partito bolscevico: "La controrivoluzione si è organizzata, consolidata e, di fatto, s'è impadronita del potere dello Stato. La completa organizzazione e il rafforzamento della controrivoluzione consiste nell'unione, ben meditata e già attuata, delle tre forze principali della controrivoluzione: 1) il partito cadetto, cioè il vero capo della borghesia organizzata, lasciando il governo gli ha lanciato un ultimatum, sgomberando il campo per l'abbattimento di questo governo da parte della controrivoluzione; 2) lo stato maggiore generale e i comandi superiori dell'esercito, con l'aiuto cosciente o semicosciente di Kerenski, che persino i socialisti-rivoluzionari più in vista definiscono ora un Cavaignac, si sono praticamente impadroniti del potere dello Stato, sono arrivati a fare uso delle armi contro i reparti rivoluzionari dell'esercito al fronte, a disarmare le truppe e gli operai rivoluzionari a Pietrogrado e a Mosca, a soffocare e reprimere il movimento di Nizni Novgorod, ad arrestare i bolscevichi e a sopprimere i loro giornali non solo senza processo, ma persino senza un decreto del governo. In realtà, il potere politico effettivo in Russia è attualmente una dittatura militare; questo fatto è ancora mascherato da alcune istituzioni, rivoluzionarie a parole, ma realmente impotenti. È un fatto innegabile e talmente essenziale che se non lo si comprende non si può capire niente della situazione politica; 3) la stampa borghese e la stampa monarchica-centonera, già passate dalla campagna sfrenata contro i bolscevichi alla campagna contro i soviet, contro l''incendiario' Cernov, ecc., hanno dimostrato con la massima chiarezza che il vero significato della politica di dittatura militare, che regna attualmente con l'appoggio dei cadetti e dei monarchici, è di preparare lo scioglimento dei soviet. Molti capi dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, cioè dell'attuale maggioranza del soviet, lo hanno già riconosciuto e dichiarato, ma, da veri piccoli borghesi, eludono questa minacciosa realtà con chiacchiere altisonanti e vane. I capi dei soviet e dei partiti socialista-rivoluzionario e menscevico, con Tsereteli e Cernov alla testa, hanno definitivamente tradito la causa della rivoluzione abbandonandola nelle mani della controrivoluzione e trasformando se stessi, i loro partiti e i soviet in foglie di fico della controrivoluzione. Eccone la dimostrazione: i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi hanno consegnato i bolscevichi alla controrivoluzione e hanno tacitamente approvato il saccheggio dei loro giornali, senza neppure avere il coraggio di dire chiaramente e apertamente al popolo ciò che facevano e perché lo facevano. Legalizzando il disarmo degli operai e dei reggimenti rivoluzionari, si sono privati di ogni potere reale. Sono diventati vacui chiacchieroni che aiutano la reazione a 'occupare' l'attenzione del popolo mentre essa porta a termine i suoi ultimi preparativi per lo scioglimento dei soviet. Se non ci si rende conto di questo fallimento completo e definitivo dei partiti socialista-rivoluzionario e menscevico e dell'attuale maggioranza dei soviet, se non si riconosce il carattere assolutamente fittizio del loro 'direttorio' e di simili mascherate, non si può capire un bel niente dell'attuale situazione politica. Tutte le speranze di uno sviluppo pacifico della rivoluzione russa sono definitivamente svanite. Ecco la situazione oggettiva: o la vittoria definitiva della dittatura militare, o la vittoria dell'insurrezione armata degli operai, possibile solo se l'insurrezione coincide con un profondo sollevamento delle masse contro il governo e contro la borghesia, in seguito alla rovina economica e al proseguimento della guerra. La parola d'ordine: 'Tutto il potere ai soviet' era la parola d'ordine dello sviluppo pacifico della rivoluzione, possibile in aprile, maggio, giugno, fino al 5-9 luglio, cioè fino al momento del passaggio del potere effettivo nelle mani della dittatura militare. Adesso questa parola d'ordine non è più giusta, perché non tiene conto di questo passaggio del potere né del completo tradimento della rivoluzione da parte dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi. Le avventure, le rivolte, le resistenze parziali, i disperati tentativi di opporsi alla reazione isolatamente non servono a nulla; occorre solo una chiara coscienza della situazione, il sangue freddo e la fermezza dell'avanguardia operaia, la preparazione delle forze per l'insurrezione armata, la cui vittoria è ora terribilmente difficile, ma tuttavia possibile se si ha la coincidenza dei fatti e delle tendenze qui indicati. Nessuna illusione costituzionale e repubblicana, nessuna illusione di una via pacifica, nessuna azione isolata; non bisogna cedere adesso alle provocazioni dei centoneri e dei cosacchi, ma concentrare le forze, riorganizzarle e prepararle con fermezza all'insurrezione armata se lo svolgimento della crisi permetterà di dare all'insurrezione proporzioni veramente di massa, di tutto il popolo. Il passaggio della terra ai contadini è attualmente impossibile senza un'insurrezione armata, poiché la controrivoluzione, dopo aver preso il potere, si è strettamente unita ai grandi proprietari fondiari, come classe. Lo scopo dell'insurrezione armata non può essere che il passaggio del potere al proletariato, appoggiato dai contadini poveri, per l'attuazione del programma del nostro partito. Il partito della classe operaia, senza rinunciare alla legalità, ma senza esagerarne nemmeno per un istante l'importanza, deve unire il lavoro legale a quello illegale, come negli anni 1912-1914. Non rinunziamo neppure per un'ora al lavoro legale, ma non crediamo alle illusioni costituzionali e 'pacifiche'. Creiamo subito dappertutto organizzazioni e cellule illegali, per la pubblicazione di volantini, ecc. Riorganizziamoci senza indugio con fermezza, sangue freddo, su tutta la linea. Operiamo come nel 1912-1914, quando abbiamo saputo parlare dell'abbattimento dello zarismo mediante la rivoluzione e l'insurrezione armata senza perdere la nostra base legale né alla Duma, né nelle casse mutue, né nei sindacati, ecc.".84 Il VI Congresso del POSDR (b) terminò con l'approvazione del progetto di risoluzione politica presentato da Stalin, respingendo due emendamenti che ad esso avevano proposto Preobragenski e Bukharin. Entrambi questi emendamenti erano di ispirazione trotzkista. È da rilevare, infatti, che Trotzki e il suo gruppo "miezraiontsy" (interrionali), avevano chiesto e ottenuto proprio in occasione del VI Congresso del POSDR (b) di entrare nel partito. L'emendamento di Preobragenski mirava a subordinare l'attuazione della rivoluzione socialista in Russia allo scoppio della rivoluzione proletaria in Europa; mentre quello di Bucharin negava le differenziazioni di classe tra i contadini, identificandoli tutti in un unico blocco con la borghesia, negando in tal modo il fatto che la rivoluzione proletaria in Russia aveva la sua base sociale nella necessaria e stretta alleanza tra la classe operaia e i contadini poveri. Il VI Congresso infine approvò anche il nuovo Statuto del Partito ed elesse il nuovo Comitato centrale nel quale furono nominati tra gli altri: Lenin, Stalin, Sverdlov, Zinoviev, Kamenev, Bukharin e Trotzki. Nel periodo del suo ultimo esilio Lenin scrisse una tra le sue opere fondamentali: "Stato e Rivoluzione". Nel corso della sua vita mai Lenin smise di approfondire lo studio delle opere di Marx ed Engels. Egli era un profondo conoscitore del marxismo. E il marxismo fu sempre, per Lenin, la scienza alla quale rivolgersi per capire gli avvenimenti e la sicura bussola con cui orientarsi per analizzare le situazioni e trovare le giuste soluzioni ad ogni problema posto dalla lotta di classe e dalla impervia e titanica impresa della costruzione e della realizzazione del socialismo. "Stato e Rivoluzione" è tra le opere leniniste quella che più ci mostra la grande capacità di Lenin di capire il marxismo e la sua totale adesione ad esso. È l'opera che smaschera il revisionismo sciovinista dei dirigenti social-democratici, opportunisti e piccolo-borghesi, della II Internazionale. Non solo. "Stato e Rivoluzione" è anche l'opera che partendo dalla nuova situazione creata nei singoli Stati e a livello internazionale dallo sviluppo economico e sociale del capitalismo e dalla nascita dell'imperialismo, fa della teoria di Lenin il coerente sviluppo della teoria marxista. È l'opera che consacra il marxismo-leninismo come moderna scienza proletaria e pone la figura di Lenin come punto di riferimento non solo per la classe operaia russa, ma per il proletariato internazionale e i popoli oppressi del mondo intero. Così si esprime Lenin nella prefazione alla prima edizione di "Stato e Rivoluzione": "Il problema dello Stato assume ai nostri giorni una particolare importanza, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista politico pratico. La guerra imperialistica ha accelerato e acutizzato a un grado estremo il processo di trasformazione del capitalismo monopolistico in capitalismo monopolistico di Stato. L'oppressione mostruosa delle masse lavoratrici da parte dello Stato, il quale si fonde sempre più strettamente con le onnipotenti associazioni dei capitalisti, acquista proporzioni sempre più mostruose. I paesi più avanzati si trasformano - ci riferiamo alle loro 'retrovie' - in case di pena militari per gli operai. Gli inauditi orrori e flagelli di una guerra di cui non si vede la fine, rendono insostenibile la situazione delle masse, aumentano la loro indignazione. La rivoluzione proletaria internazionale matura in modo visibile, e il problema del suo atteggiamento verso lo Stato assume un significato pratico. Gli elementi di opportunismo che si sono venuti accumulando nel corso di decenni di sviluppo relativamente pacifico, hanno fatto sorgere la corrente socialsciovinista che domina nei partiti socialisti ufficiali di tutto il mondo. Questa corrente... che è socialismo a parole e sciovinismo nei fatti si distingue per l'adattamento piatto, servile dei 'capi' del 'socialismo' agli interessi non solo della 'propria' borghesia nazionale, ma precisamente del 'proprio' Stato, giacché da lungo tempo la maggior parte delle cosiddette grandi potenze sfruttano e asserviscono numerosi popoli piccoli e deboli. Orbene, la guerra imperialistica è appunto una guerra per la spartizione e la ridistribuzione di un simile bottino. La lotta per sottrarre le masse lavoratrici all'influenza della borghesia in generale, e in particolare della borghesia imperialistica, è impossibile senza una lotta contro i pregiudizi opportunistici sullo 'Stato'. Esamineremo innanzitutto la dottrina di Marx ed Engels sullo Stato, soffermandoci più a lungo sugli aspetti di questa dottrina che sono stati dimenticati o travisati dall'opportunismo. Studieremo poi in special modo il più autorevole rappresentante di queste deformazioni, Karl Kautsky, il capo più noto di quella II Internazionale (1889-1914) così miseramente fallita nel corso della guerra attuale. Trarremo infine i principali insegnamenti dall'esperienza delle rivoluzioni russe, del 1905 e soprattutto del 1917. Quest'ultima, a quanto pare, volge in questo momento (principio d'agosto 1917) al termine della sua prima fase di sviluppo; ma tutta questa rivoluzione non può essere concepita se non come un anello della catena delle rivoluzioni proletarie socialiste provocate dalla guerra imperialistica. La questione dell'atteggiamento della rivoluzione socialista del proletariato nei confronti dello Stato acquista quindi un significato non solamente politico pratico, ma assume anche un carattere di scottante attualità, perché si tratta di far comprendere alle masse che cosa dovranno fare per liberarsi, in un avvenire prossimo, dal giogo del capitale".85 Gli avvenimenti del luglio 1917 portano a maturazione i piani di restaurazione della borghesia imperialistica russa. L'attacco sferrato al partito bolscevico è la condizione necessaria e la manifestazione della volontà di annientare la rivoluzione russa e i soviet quale sua espressione di "governo", per imporre al paese una dittatura militare. È il preludio al tentativo di colpo di Stato del generale Kornilov. L'organizzazione del complotto di Kornilov iniziò di fatto già all'indomani della rivoluzione di febbraio ad opera di quanti, organizzazioni e singoli individui, miravano apertamente alla restaurazione della monarchia. Tra essi erano il partito dei cadetti, il partito cioè della borghesia russa appoggiato da tutti i reazionari nonché punto di riferimento dei circoli e dei governi imperialistici dei paesi occidentali; ed esponenti di spicco dell'industria e della finanza russe. Tra i più importanti fra loro: Futiloy, manager delle omonime acciaierie e direttore della Banca Russo-Asiatica; Vysnegradskij, uomo di spicco nell'ambiente bancario e finanziario, figlio di un ex ministro delle finanze dello zar Alessandro III; Zavojko, nipote della signora Putilov, uomo d'affari, braccio destro del magnate del petrolio Liazonov. Divenne attendente del generale Kornilov. Questa mansione dimessa serviva a coprire la vera funzione di Zavojko, quella cioè di consigliere e uomo di fiducia del dittatore in pectore. Su iniziativa di Putilov, nell'aprile del 1917, venne fondata l'"Unione per la rinascita economica della Russia". A questa organizzazione aderirono i direttori delle principali banche e compagnie di assicurazioni russe. Nata come organizzazione destinata alla raccolta di fondi per la campagna elettorale dei cadetti e dei candidati della borghesia industriale ed agraria all'Assemblea costituente, l'"Unione per la rinascita economica della Russia" fu in realtà lo schermo "legale" dietro al quale si finanziò il tentato golpe di Kornilov. A presiedere l'organizzazione fu chiamato il cadetto Guckov, ex ministro del primo governo Lvov, caduto nell'aprile 1917 a seguito dell'"affare Miljukov". L'"Unione" per finanziare il tentativo golpista mise a disposizione circa cinque milioni di rubli. Nei primi giorni del maggio 1917 vide la luce anche l'"Unione degli ufficiali dell'esercito e della marina". Fu in seno al comitato centrale di questa organizzazione che si formò il gruppo segreto che raggruppò tutti i militari golpisti. Esso annoverava fra i suoi esponenti più importanti oltre al generale Kornilov anche il generale Alekseev, allora comandante supremo; il colonnello dello Stato maggiore generale Novosilzev, con compiti di collegamento tra gli esponenti militari e quelli civili impegnati nel complotto; il generale Krymov incaricato del comando delle forze golpiste che dovevano occupare Pietrogrado e Mosca e che si suiciderà dopo il fallimento del golpe; il barone Vrangel in servizio in un reggimento della Guardia, convinto antesignano della candidatura di Kornilov quale "dittatore militare"; l'intendente generale Romanovskij stretto collaboratore di Kornilov; il generale Denikin allora comandante del fronte occidentale. I piani organizzativi per l'attuazione del colpo di Stato militare furono concretamente preparati dal "Centro Repubblicano". Organizzazione, creata anch'essa all'inizio di maggio del 1917, da Kornilov, Finisov, socio di Putilov, Lipskij, consigliere direttivo della Banca di Siberia e da Nikolaevskij, anch'esso banchiere. Queste le tappe fondamentali del complotto così come poi ebbero a svolgersi. Il 18 luglio Kornilov viene nominato comandante in capo del Quartier generale in sostituzione del generale Brusilov. Subito tutti gli ufficiali facenti parte del complotto vengono destinati al comando delle unità considerate "sicure" e dislocati nei luoghi strategicamente funzionali al golpe. Dal 12 al 15 agosto a Mosca, al teatro Bolscioi, si svolgeva la "Conferenza di Stato" convocata dal governo provvisorio per ricercare una stretta unione delle forze organizzate del paese con il potere statale: in sostanza per rinsaldare l'azione repressiva controrivoluzionaria e antibolscevica. Presenti alla "Conferenza di Stato" erano tutte le organizzazioni golpiste: l'"Unione per la rinascita economica", l'"Unione degli ufficiali", il "Centro repubblicano", in buona sostanza tutti gli esponenti politici, militari, dell'economia e della finanza legati al progetto di restaurazione. E la "Conferenza di Stato" servì a loro per mettere a punto il piano per il colpo di Stato. Kerenski, capo del governo provvisorio, era parte integrante del complotto dal quale si defilò solo all'ultimo momento, quando si rese conto, cioè, che da un lato i golpisti non solo non gli avrebbero garantito un "ruolo rilevante" nel nuovo organigramma di potere, ma avrebbero anzi profittato della situazione per sbarazzarsi del fardello imbelle di socialisti-rivoluzionari e menscevichi. E dall'altro, quando capì che la resistenza operaia e popolare guidata dal partito bolscevico avrebbe annientato il complotto korniloviano. Kerenski stesso dà conferma delle sue responsabilità per nulla scalfite dal patetico tentativo di giustificare il suo meschino comportamento. Scrive infatti nelle sue memorie: "... Oggi, ripensando a quei tre giorni (si riferisce alla 'Conferenza di Stato', nda), mi rendo conto di aver commesso un grave errore. Ormai sapevo dell'esistenza di un complotto militare e sapevo anche chi erano alcuni dei capi. Non mi resi conto, però, che la Conferenza di Mosca coincideva con una fase cruciale dei preparativi della congiura. Sebbene il colonnello Verchovskij, comandante il distretto militare di Mosca, mi avesse segnalato movimenti di truppe dal Don e dalla Finlandia esortandomi ad arrestare alcuni alti ufficiali, le mie informazioni non lasciavano prevedere una sommossa a Mosca nell'immediato futuro. Tuttavia, nel mio discorso di chiusura, invece di essere esplicito mi contentai di far capire al capo cospiratore, perfettamente consapevole del significato delle mie parole, che qualunque tentativo di imporre la volontà dei congiurati al governo o al popolo sarebbe stato represso con fermezza. Il novanta per cento dei presenti non comprese l'avvertimento, ma alcuni giornali che erano al corrente della situazione scrissero ironicamente che mi era lasciato vincere dall''isterismo' al termine del discorso di chiusura. Ora capisco che invece di parlare per enigmi, avrei dovuto rivelare esattamente ciò che sapevo sulla rivolta armata in gestazione. Tacqui perché non volevo turbare l'esercito e il paese parlando di una congiura ancora in corso di preparazione. Se avessi saputo allora che il complotto era capeggiato dal comandante supremo, che avevo designato io stesso e doveva essere il mio naturale alleato nella lotta contro i cospiratori, avrei parlato apertamente alla Conferenza prendendo subito i provvedimenti necessari. Ma non lo sapevo e la Russia dovette pagare lo scotto della mia fiducia in lui".86 Il popolo rivoluzionario non stette passivo a subire l'attacco che gli era stato sferrato contro. Organizzato e diretto dai bolscevichi, il proletariato moscovita rispose alla "Conferenza di Stato" con un possente sciopero al quale parteciparono quattrocentomila lavoratori. E scioperi di protesta si ebbero anche a Kiev, Saratov, Kostroma e Charkov. La data del 21 agosto risulta fondamentale per il complotto golpista. Fu il giorno, infatti, della conquista di Riga da parte delle truppe tedesche. Non una conquista sul campo, ma il frutto dell'azione preordinata di Kornilov e dei suoi accoliti che "consegnarono" Riga ai tedeschi, accusando della sconfitta i soldati rivoluzionari. Subito la stampa borghese lanciò una campagna contro i bolscevichi accusandoli, in particolare di preparare l'insurrezione a Pietrogrado. Ciò permise a Kornilov e al governo provvisorio, cioè a Kerenski, di dislocare nella zona di Pietrogrado le unità militari al comando del generale Krymov: il III Corpo di cavalleria cosacco e la "divisione selvaggia" tutta formata da cosacchi musulmani delle montagne. All'indomani della "caduta" di Riga, l'intendente generale Romanovskij mandò a tutti i quartieri generali l'ordine di inviare a Pietrogrado alcuni ufficiali per partecipare ad un corso speciale di addestramento su "mortai e bombardamenti". In realtà i tremila ufficiali riuniti con questo espediente a Pietrogrado, altro non costituivano che la "forza interna" golpista incaricata di controllare la capitale in attesa dell'ingresso in essa dei reparti del generale Krymov. La "giustificazione" al complotto korniloviano doveva essere fornita dai bolscevichi; nel senso che, secondo i piani dei golpisti, il colpo di stato sarebbe stato necessario come unica reazione possibile all'insurrezione bolscevica. Ecco come Finisov, uno dei fondatori, come detto in precedenza, del "Centro repubblicano", rievoca, il 6 marzo del 1939 nel "Poslednie Novosti", i retroscena dei preparativi di questa congiura: "... Un gruppo speciale ricevette l'ordine di suscitare un'"insurrezione bolscevica", ossia di saccheggiare la Senaja Ploscad e provocare così moti di piazza. Lo stesso giorno sarebbero entrati in azione i gruppi di ufficiali e i reggimenti di cosacchi del generale Krimov. Il compito venne affidato al generale Sidorin che ricevette la somma di centomila rubli per quel preciso scopo, ma ne spese soltanto ventiseimila (per preparare una 'sommossa bolscevica'). Noi, vale a dire il colonnello duCimitiere e io, dovevamo segnalare al comando di procedere con la 'sommossa' inviando un messaggio cifrato a Pietrogrado dopo esserci incontrati col generale Krymov". Dopo aver compreso che Kornilov non avrebbe diviso il potere con lui e che l'indignazione e la mobilitazione popolare stavano sbaragliando la cospirazione, Kerenski accusò Kornilov di alto tradimento ed emise l'ordine di arresto. Il generale Kornilov, l'uomo forte invocato dalla destra conservatrice e monarchica, da industriali, finanzieri, grandi proprietari fondiari, dall'imperialismo russo e da quello delle potenze alleate, era sconfitto. E non certo dall'ordine di arresto del fantoccio Kerenski, peraltro inevaso, ma dal popolo rivoluzionario di Pietrogrado e delle altre città russe che con la sua mobilitazione ne aveva impedito l'attuazione. Dai quarantamila operai in armi che difesero la capitale scavando trincee e spiegando reticolati per impedire l'accesso ai reparti militari; dai ferrovieri che bloccavano i treni che trasferivano le truppe o smontavano i binari per interi tratti per impedire il transito dei convogli, dai militari rivoluzionari che si impegnarono con successo nell'opera di convincimento dei loro commilitoni in servizio nei reparti golpisti, molti dei quali si unirono alle forze rivoluzionarie; dai lavoratori dei telegrafi che intercettavano e bloccavano i messaggi e le comunicazioni dei golpisti. Operai e soldati chiamati a questa lotta alla controrivoluzione dal Comitato centrale del Partito bolscevico. In ultima analisi fu una vittoria di Lenin che, se anche costretto all'esilio in Finlandia, vedeva consolidarsi giorno dopo giorno la sua politica, la sua strategia rivoluzionaria e il consenso del proletariato e delle forze rivoluzionarie alle posizioni bolsceviche; compresi i soviet che, in grande maggioranza, proprio a seguito degli sviluppi del complotto di Kornilov, fecero propria la politica leninista abbandonando l'azione fallimentare e le illusioni fin qui egemoni, di menscevichi e socialisti-rivoluzionari. La vittoria della lotta popolare contro il complotto di Kornilov muta radicalmente i rapporti di forza tra le forze politiche in seno alla sinistra russa. Soprattutto mutarono da un lato la loro capacità di direzione delle masse rivoluzionarie e, dall'altro, l'adesione delle stesse masse rivoluzionarie alla loro politica. In particolare i partiti piccolo-borghesi, difensisti e sciovinisti, smascherati nella loro politica di subordinazione alla borghesia, subirono uno sbandamento profondo perdendo gran parte del consenso popolare di cui godevano. I socialisti-rivoluzionari egemoni fin qui fra le masse contadine, incalzati dalla formazione e dall'azione dei soviet nelle campagne, subirono una scissione dell'ala sinistra che contestava la politica della direzione del partito favorevole alla coalizione di governo con le borghesia e contraria alla liquidazione delle proprietà terriere dei grandi proprietari fondiari. Per contro cresceva il radicamento del Partito bolscevico fra le masse rivoluzionarie e l'adesione del proletariato, dei contadini poveri e dei soldati alle proposte politiche bolsceviche. Il 31 agosto il soviet di Pietrogrado votò a favore di una risoluzione presentata dai bolscevichi che chiedeva la creazione di un potere statale operaio e contadino. A seguito dell'approvazione di questa risoluzione, il presidium del soviet di Pietrogrado composto in maggioranza da menscevichi e socialisti-rivoluzionari si dimise e la direzione del soviet passò ai bolscevichi. Stessa cosa avvenne il 5 settembre nel soviet di Mosca. Fu l'inizio del processo inarrestabile che portò alla "bolscevizzazione" della maggior parte dei soviet presenti nel paese. Menscevichi e socialisti-rivoluzionari tentarono di correre ai ripari. Il primo settembre il governo provvisorio sciolse la IV Duma e proclamò la Repubblica russa. Contemporaneamente il comitato esecutivo centrale dei soviet indisse per il 14 settembre la "Conferenza democratica panrussa" allo scopo di organizzare il potere statale sulla base dei principi democratici. Un nuovo tentativo in sostanza, questo, di arginare lo sviluppo della rivoluzione socialista. In merito alla nuova situazione creatasi e alle questioni che essa poneva, Lenin dall'esilio, tra il 12 e il 14 settembre, scrisse e inviò al comitato centrale del POSDR (b) due lettere in cui esplicita il suo pensiero: "I bolscevichi devono prendere il potere" e "Il marxismo e l'insurrezione". "La menzogna opportunistica - afferma Lenin in 'Il marxismo e l'insurrezione' - secondo la quale la preparazione dell'insurrezione e, in generale, il considerare l'insurrezione come un'arte è 'blanquismo', è una delle peggiori e forse la più diffusa delle deformazioni del marxismo compiute dai partiti 'socialisti' dominanti. Il capo dell'opportunismo, Bernstein, si è già guadagnato una trista celebrità accusando il marxismo di blanquismo, e gli opportunisti attuali che gridano al blanquismo, in sostanza non rinnovano e non 'arricchiscono' affatto le già povere 'idee' di Bernstein. Accusare i marxisti di blanquismo perché considerano l'insurrezione come un'arte! Si può forse deformare la verità in modo più disgustoso, quando nessun marxista può negare che Marx stesso si è pronunciato nel modo più netto, preciso e categorico sulla questione, definendo appunto l'insurrezione un'arte, dicendo che bisogna trattarla come un'arte, che bisogna conquistare un primo successo e proseguire di successo in successo, senza interrompere l'offensiva contro il nemico, approfittando del suo disorientamento, ecc. ecc.? Per riuscire, l'insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d'avanguardia. Questo in primo luogo. L'insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L'insurrezione deve sapere cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa che è il momento in cui l'attività delle schiere più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo. Ecco le tre condizioni che, nell'impostazione del problema dell'insurrezione, distinguono il marxismo dal blanquismo. Ma una volta che queste condizioni esistono, rifiutarsi di considerare l'insurrezione come un'arte significa tradire il marxismo e tradire la rivoluzione. Per dimostrare perché proprio il momento in cui viviamo è quello in cui il partito deve obbligatoriamente riconoscere che l'insurrezione è posta all'ordine del giorno dal corso obiettivo degli avvenimenti e dev'essere considerata come un'arte, per dimostrare ciò sarà meglio ricorrere al metodo comparativo e confrontare le giornate del 3-4 luglio con le giornate di settembre. Il 3-4 luglio si poteva, senza peccare contro la verità, porre la questione in questi termini: sarebbe preferibile impadronirsi del potere perché, diversamente, i nostri nemici ci accuseranno egualmente di sedizione e ci puniranno come degli insorti. Ma questa considerazione non permetteva di concludere allora che fosse giunto il momento di battersi per conquistare il potere, perché mancavano le condizioni obiettive per la vittoria dell'insurrezione. 1) La classe che è l'avanguardia della rivoluzione non era ancora con noi. Non avevamo ancora la maggioranza tra gli operai e i soldati delle due capitali. Oggi l'abbiamo in entrambi i soviet. Essa è stata creata esclusivamente dagli avvenimenti di luglio e di agosto, dall'esperienza della 'repressione' contro i bolscevichi e della rivolta di Kornilov. 2) Mancava allora lo slancio rivoluzionario di tutto il popolo. Oggi, dopo il tentativo di Kornilov, esso esiste. Quel che avviene in provincia e la presa del potere da parte dei soviet in molte località lo dimostrano. 3) Non v'erano esitazioni importanti, su scala politica generale, tra i nostri nemici e tra la piccola borghesia indecisa. Oggi, queste esitazioni sono gigantesche: il nostro principale nemico, l'imperialismo alleato e mondiale (perché gli 'Alleati' sono alla testa dell'imperialismo mondiale) esita in questo momento tra la guerra fino alla vittoria finale e la pace separata contro la Russia. I nostri democratici piccolo-borghesi, che hanno indubbiamente perduto la maggioranza tra il popolo, hanno cominciato a esitare fortemente, rinunciando al blocco, cioè alla coalizione, con i cadetti. 4) Perciò il 3-4 luglio l'insurrezione sarebbe stata un errore: non avremmo potuto conservare il potere né fisicamente né politicamente. Non ne avremmo avuto la forza fisica, perché, nonostante che Pietrogrado fosse in qualche momento nelle nostre mani, i nostri operai e i nostri soldati non erano pronti a battersi, a morire per il possesso di Pietrogrado; non erano ancora così 'inferociti', non c'era un odio così furibondo e contro i Kerenski e contro gli Tsereteli e i Cernov; e i nostri militanti non erano ancora temprati dall'esperienza della persecuzione contro i bolscevichi, condotta col concorso dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi. Politicamente, il 3-4 luglio non avremmo conservato il potere perché prima dell'avventura di Kornilov l'esercito e la provincia avrebbero potuto marciare e avrebbero marciato contro Pietrogrado. Oggi il quadro è completamente diverso. Dalla nostra parte è la maggioranza della classe, che è l'avanguardia della rivoluzione, l'avanguardia del popolo, capace di trascinare le masse. Dalla nostra parte è la maggioranza del popolo, perché le dimissioni di Cernov sono il sintomo più visibile, più evidente (ma non il solo) che dal blocco dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari (e dagli stessi socialisti-rivoluzionari) i contadini non avranno la terra. E proprio in questo consiste il carattere generale, popolare, della rivoluzione. Dalla nostra parte è il vantaggio della situazione del nostro partito, che sa bene qual è la sua via, mentre tutto l'imperialismo e tutto il blocco menscevico-socialista-rivoluzionario sono esitanti come non mai. Dalla nostra parte è la vittoria sicura, perché il popolo è ormai vicino alla disperazione, e noi additiamo a tutto il popolo la soluzione giusta, dopo avergli mostrato, 'nei giorni di Kornilov', il valore della nostra direzione, e dopo aver proposto successivamente un compromesso agli uomini del blocco e averne ricevuto, tra continue esitazioni, un rifiuto. Sarebbe il più grave degli errori credere che la nostra proposta di compromesso non sia stata ancora respinta, che la 'Conferenza democratica' possa ancora accettarla. Il compromesso è stato proposto dal partito a partiti; non poteva essere proposto altrimenti. Questi partiti l'hanno respinto. La Conferenza democratica è solo una conferenza e nulla più. Non bisogna dimenticare che la maggioranza del popolo rivoluzionario, i contadini poveri ed esasperati, non vi sono rappresentati. È una conferenza della minoranza del popolo; ecco la verità evidente che non si deve dimenticare. Considerare la Conferenza democratica come un parlamento, sarebbe, da parte nostra, errore gravissimo, cretinismo parlamentare della peggior specie, perché anche se la Conferenza si proclamasse parlamento, e parlamento sovrano della rivoluzione, non potrebbe egualmente decidere nulla: la decisione sta fuori della Conferenza, nei quartieri operai di Pietrogrado e di Mosca. Abbiamo dinanzi a noi tutte le promesse obiettive per un'insurrezione coronata dal successo. Noi abbiamo il vantaggio straordinario di una situazione in cui solo la nostra vittoria nell'insurrezione può porre fine alle esitazioni che hanno esasperato il popolo e che sono il peggior supplizio; in cui solo la nostra vittoria nell'insurrezione può far fallire i tentativi di una pace separata contro la rivoluzione, e lo farà con la pubblica proposta di una pace più completa, più giusta, più rapida: una pace in favore della rivoluzione. Infine, solo il nostro partito, vincendo nell'insurrezione, può salvare Pietrogrado, perché se la nostra offerta di pace sarà respinta e se non otterremo neppure un armistizio, allora noi diventeremo 'difensisti', ci porremo alla testa dei partiti della guerra, diventeremo il principale partito 'della guerra', faremo la guerra in modo veramente rivoluzionario. Noi toglieremo ai capitalisti tutto il pane e tutte le scarpe. Non lasceremo loro che delle croste, non daremo loro che dei lapti. Il pane e le scarpe li invieremo al fronte. E noi conserveremo allora Pietrogrado. La Russia ha ancora immense risorse materiali e morali per una guerra veramente rivoluzionaria. Vi sono perciò novantanove probabilità su cento che i tedeschi ci accordino almeno l'armistizio; e ottenere l'armistizio ora significa già vincere il mondo intero. Coscienti della necessità assoluta che gli operai di Pietrogrado e di Mosca insorgano per salvare la rivoluzione e per salvare la Russia da una spartizione 'separata' da parte degli imperialisti delle due coalizioni, dobbiamo, in primo luogo, adattare alle condizioni dell'insurrezione in sviluppo la nostra tattica politica alla Conferenza; ed in secondo luogo provare che noi non accettiamo solo a parole l'idea di Marx sulla necessità di considerare l'insurrezione come un'arte. Alla Conferenza dobbiamo immediatamente rinsaldare il gruppo bolscevico, senza preoccuparci del numero, senza temere di lasciare gli esitanti nel campo degli esitanti; là essi saranno più utili alla causa della rivoluzione che non nel campo dei combattenti risoluti e devoti. Dobbiamo redigere una breve dichiarazione dei bolscevichi, sottolineando nel modo più netto l'inopportunità dei lunghi discorsi e dei 'discorsi' in generale, la necessità di un'azione immediata per salvare la rivoluzione, la necessità assoluta di una rottura completa con la borghesia, della destituzione di tutto il governo attuale, di una rottura completa con gli imperialisti franco-inglesi che preparano la spartizione 'separata' della Russia, e la necessità dell'immediato passaggio di tutto il potere nelle mani della democrazia guidata dal proletariato rivoluzionario. La nostra dichiarazione deve formulare questa conclusione nel modo più conciso e più netto, legandola al nostro progetto di programma: pace ai popoli, terra ai contadini, confisca degli scandalosi profitti dei capitalisti, repressione dello scandaloso sabotaggio della produzione perpetrato dai capitalisti. Più la dichiarazione sarà breve e recisa, meglio sarà. Si dovranno soltanto indicare chiaramente altri due punti di estrema importanza: il popolo è stanco delle esitazioni, il popolo non ne può più delle indecisioni dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi; noi rompiamo definitivamente con quei partiti, perché essi hanno tradito la rivoluzione. Secondo punto: proponendo immediatamente una pace senza annessioni, rompendo senza indugio con gli imperialisti alleati e con tutti gli imperialisti in generale, o noi otterremo immediatamente un armistizio, o tutto il proletariato rivoluzionario sarà per la difesa, e, sotto la sua direzione, la democrazia rivoluzionaria farà, da quel momento, una guerra veramente giusta, veramente rivoluzionaria. Dopo aver letto la nostra dichiarazione, dopo aver invitato a decidere e non a parlare, ad agire e non a scrivere risoluzioni, dobbiamo gettare tutto il nostro gruppo nelle officine e nelle caserme: là è il suo posto, là è il nerbo della vita, là è la sorgente della salvezza della rivoluzione, là è il motore della Conferenza democratica. Là, parlando con ardore, con passione, dobbiamo spiegare il nostro programma, ponendo così la questione: o accettazione completa di quel programma da parte della Conferenza o insurrezione. Non c'è via di mezzo. L'attesa è impossibile. La rivoluzione perisce. Posta così la questione, concentrato tutto il gruppo bolscevico nelle officine e nelle caserme, sceglieremo il momento giusto per l'inizio dell'insurrezione. E per trattare l'insurrezione da marxisti, cioè come un'arte, dobbiamo, nello stesso tempo, senza perdere un istante, organizzare uno stato maggiore delle squadre insurrezionali, ripartire le nostre forze, mettere i reggimenti fedeli nei punti più importanti, circondare il Teatro Alessandro, occupare la fortezza di Pietro e Paolo, arrestare stato maggiore e governo, mandare contro gli allievi ufficiali e contro la 'divisione selvaggia' reparti pronti a sacrificarsi piuttosto che lasciar entrare il nemico nel centro della città, mobilitare gli operai armati, chiamarli a un'ultima accanita battaglia, occupare simultaneamente il telegrafo e il telefono, installare il nostro stato maggiore insurrezionale nella centrale telefonica, collegarlo per telefono a tutte le officine, a tutti i reggimenti, a tutti i punti dove si svolgerà la lotta armata, ecc. Tutto questo è detto naturalmente in modo indicativo solo per illustrare il concetto che, in questo momento, non si può rimanere fedeli al marxismo, rimanere fedeli alla rivoluzione senza considerare l'insurrezione come un'arte".88 Il 3 ottobre 1917 il Comitato centrale del Partito bolscevico decide di richiamare Lenin a Pietrogrado. Il 7 ottobre Lenin è a Pietrogrado nel quartier operaio Vyborg dove abita nell'appartamento di Margarita Fofanova. Tre giorni dopo, il 10 ottobre, Lenin partecipa alla seduta del Comitato centrale del POSDR (b) di fronte al quale interviene affermando che la situazione interna ed internazionale presentano tutte le condizioni favorevoli alla vittoria della rivoluzione socialista. Il proletariato e i contadini poveri sono con i bolscevichi. "La maggioranza è con noi. - afferma Lenin - La situazione politica è perfettamente matura per il passaggio del potere". Al termine dei lavori Lenin presenta una risoluzione: "... Riconoscendo così - vi si legge nella parte finale - che l'insurrezione armata è inevitabile e pienamente matura, il CC propone a tutte le organizzazioni di partito di ispirarsi a questa linea e di giudicare da questo punto di vista e risolvere tutte le questioni pratiche...".89 Il Comitato centrale approva la risoluzione di Lenin, respingendo l'emendamento di Trotzki che chiedeva di rinviare l'insurrezione a dopo l'apertura del II Congresso panrusso dei Soviet. Due furono i voti contrari alla risoluzione: quelli di Kamenev e Zinoviev. Il 16 ottobre una nuova sessione del Comitato centrale elesse il "Centro del Partito", l'organismo creato per dirigere l'insurrezione composto da: Stalin, Sverdlov, Dzerzinskij, Bubnov e Uritski; e nomina anche i dirigenti da inviare nelle principali città del paese per coordinare in loco i movimenti insurrezionali. Sono: Dzerzinskij, Kaganovic, Kirov, Kuibyscev, Molotov, Orgionikidze, Voroscilov, Zdanov, Frunze e Iaroslavskij. Nella tarda serata del 24 ottobre attraversando una Pietrogrado battuta dalle ronde di Kerenski e superando rocambolescamente tre posti di blocco, l'ultimo dei quali formato da ufficiali di cavalieri proprio a pochi isolati dal luogo di destinazione, Lenin giunge al Palazzo Smolny, sede logistica operativa dei bolscevichi, per seguire passo dopo passo le fasi e gli sviluppi dell'insurrezione. Poco prima di giungere a Palazzo Smolny, aveva scritto questa lettera ai membri del Comitato centrale: "Compagni, scrivo queste righe la sera del 24, la situazione è estremamente critica. È chiarissimo che ora ogni ritardo nell'insurrezione è veramente uguale alla morte. Voglio convincere con tutte le mie forze i compagni che ora tutto è legato a un filo, che sono all'ordine del giorno questioni che non si risolvono con le conferenze né con i congressi (anche se si tratta dei congressi dei soviet), ma esclusivamente dai popoli, dalle masse, dalla lotta delle masse armate. L'attacco borghese dei kornilovisti, l'allontanamento di Verkhovski dimostra che non si può attendere. Bisogna a qualsiasi costo stasera, stanotte, arrestare il governo, dopo aver disarmato (e vinto se opporranno resistenza) gli junker, ecc. Non bisogna attendere!! Si può perdere tutto!! Il prezzo della presa del potere è ora: la difesa del popolo (non del congresso, ma del popolo, dell'esercito e dei contadini in primo luogo) dal governo kornilovista che ha cacciato Verkhovski e ha tramato un secondo complotto kornilovista. Chi deve prendere il potere? Questo ora non è importante: lo prenda il Comitato militare rivoluzionario 'o un'altra istituzione' che dichiari che consegnerà il potere soltanto ai veri rappresentanti degli interessi del popolo, degli interessi dell'esercito (proposta immediata di pace), degli interessi dei contadini (si deve prendere la terra subito, abolire la proprietà privata), degli interessi degli affamati. Bisogna che tutti i distretti, tutti i reggimenti, tutte le forze si mobilitino subito e inviino immediatamente delegazioni al Comitato militare rivoluzionario, al Comitato centrale bolscevico, esigendo imperativamente: di non lasciare in nessun caso il potere nelle mani di Kerenski e compagni fino al 25, in nessun modo; decidere la cosa immancabilmente questa sera o stanotte. La storia non perdonerà gli indugi ai rivoluzionari che potrebbero vincere oggi (e che quasi certamente vinceranno oggi), rischiando di perdere molto domani, rischiando di perdere tutto. Preso il potere oggi, noi non lo prendiamo contro i soviet, ma per loro. La presa del potere è compito dell'insurrezione; il suo scopo politico apparirà chiaro dopo. Sarebbe la rovina o puro formalismo attendere l'incerto voto del 25 ottobre, il popolo ha il diritto e il dovere di risolvere simili problemi non con il voto, ma con la forza; il popolo ha il diritto e il dovere nei momenti critici della rivoluzione di guidare i suoi rappresentanti, anche i suoi migliori rappresentanti, e non di attenderli. Lo ha dimostrato la storia di tutte le rivoluzioni, e smisurato sarebbe il crimine dei rivoluzionari se essi si lasciassero sfuggire il momento, sapendo che da essi dipende la salvezza della rivoluzione, la proposta della pace, la salvezza di Pietrogrado, la liberazione dalla fame, la consegna della terra ai contadini. Il governo esita. Bisogna conquistare il governo a qualsiasi costo! Indugiare nell'azione equivale alla morte".90 E il 25 ottobre 1917 il governo è conquistato! La Rivoluzione d'Ottobre è vittoriosa. Con essa il proletariato e i contadini poveri della Russia conquistano il potere politico. |